Vivere (bene) in modo compatto

marzo 2, 2013

Rieccomi. Marzo, al ritorno dal lavoro i raggi del sole sulla linea dell’orizzonte trasmettono lingue di fuoco nell’aria stanca di Osaka. Dal sesto piano degli uffici guardo in direzione di Kobe e per un attimo dimentico di trovarmi sulla Terra. I colori richiamano il cocente inferno, le sensazione il mite paradiso. La realtà è che sono le 5 ed è ora di tornare a casa.

Al mattino mi sveglio e dopo aver superato lo shock termico dei 6 gradi in camera mia vengo accolto da qualcosa di nuovo quest’anno: gli uccellini. In un qualche luogo a me misterioso essere piumati capaci della magia del volo stanno tentando di spiegarmi che il loro viaggio è terminato e che sono arrivati per portarmi il messaggio della primavera.

È ancora freddo ma le giornate si allungano e pian piano la pesante sciarpa che mi ha tenuto compagnia per tutto l’inverno diventa superflua. I guanti di lana indispensabili per girare in bici per le strette stradine di Osaka sono ancora necessari ma tra poco anche loro troveranno posto nell’armadio vicino alla sciarpa. Approfitto delle miti temperature pomeridiane per mettermi in salotto e scrivere nel mio blog che riflette il ritmo del mio letargo invernale. Le porte scorrevoli in vetro e legno del salottino al primo piano sono aperte e attraverso le porte-finestra esterne si vede il giardino interno della nostra casetta. Un giardino povero, spoglio, poche piante con poche foglie opache che si lamentano dell’inverno appena trascorso. Una lanterna al centro. Quattro piedi che sorreggono una struttura centrale dove viene posta la luce, coperta da un tetto che ricordo quello di un fungo di dimensioni enormi. Massi sparsi per costruire un piccolo sentierino che conduce dal salotto al corridoio esterno collegato con la piccola stradina all’entrata della casa. Il solo di tanto in tanto fa capolino regalando colori sconosciuti sotto il regno delle nuvole. 5 metri di lato di giardino imprigionato tra le mura degli edifici esterni. 25 metri quadri di verde in mezzo alla grigia Osaka. Un angolo di verde osservabile da un luogo privilegiato: il piccolo salottino. I colori del salotto richiamano quelli del giardino. Il legno di cui è costruito al salotto sembra volere ricordare ai pochi arbusti del piccolo giardino la nobile funzione che questo materiale ricopre quando propriamente usato. Il vetro usato per le porte, semplice e essenziale, assolutamente in contro corrente con gli sviluppi della tecnologia sembra voler ricordare i colori della pioggia nei giorni più grigi dell’anno.
L’immagine che si ottiene dal piccolo salotto guardando verso il giardino è in realtà un riflesso. Un riflesso di come la realtà può assumere aspetti differenti e di come la natura non sia per forza qualcosa contro cui l’uomo ha una partita aperta. Il modo in cui è costruita questa casa non distingue tra dentro e fuori. Uomo e natura, tecnologia e artigianato si miscelano in colori e sensazioni che trovano il punto focale in quell’elemento che a prima vista può sembrare inutile: il piccolo giardino interno.

In questa piccola casa; due piani, 6 camere, una cucina, un bagno e un salotto, trovano alloggio 9 persone. Nove esseri umani con i loro bisogni, i loro desideri ed i loro sogni. Uno spazio ridotto, molto ridotto per così poche persone. Delle formiche in quel grande formichiere che è l’intera città di Osaka. Un fiume di piccole formiche nere che ogni giorno si dirige al lavoro seguendo strade definite e demarcate. E alla sera, quando cala l’oscurità, trova alloggio in piccole case sparse nel grande formicaio che si estende lungo la baia. In questa casa 9 piccole formiche vivono in modo compatto e ordinato. Nessuna delle formiche è più importante delle altre. Non c’è né re né regina, nessuna gerarchia di potere, nessun tipo di organizzazione. Non è una democrazia e neppure un’anarchia. È una sorta di intesa reciproca tra persone che hanno deciso di condividere uno spazio comune e di costruire il proprio futuro rispettando quello degli altri. Non ci sono cene organizzate tra gli inquilini, nessuno è il responsabile delle pulizie o degli acquisti comuni. Non esistono votazioni per decidere quando è necessario fare certi lavori. Lo si intuisce discutendo. L’uomo ha impiegato millenni per sviluppare la capacità della lingua eppure sembrerebbe essersi dimenticato della capacità di parlare dopo avere scoperto che le stesse parole possono essere messe su carta tramite la scrittura. Fiumi di e-mail, messaggi, rapporti quando la parola sarebbe molto più appropriata e diretta nel trasmettere i messaggi. Specie se si tratta di esprimere opinioni e sentimenti che solo la voce, tramite cambiamenti impercettibili nel tono, è in grado di fare. Ed è in questo modo semplice che si trovano gli accordi in questa piccola casa. Richiede tempo, pazienza, ma i risultati portano ad un beneficio comune, incomprensibile a chi non ne ha provato l’efficacia.

Spesso quando parlo della casa dove vivo giapponesi e non mi chiedono: “In quanti siete?”. Io ci penso un attimo, passo stanza per stanza nella mente e conto uno ad uno i miei coinquilini. Faccio di nuovo un controllino veloce nella mente e concludo con: “Siamo in 9.”.
“In 9!?” risponde il mio interlocutore. A sentirmelo dire anche a me non sembra vero. Come è possibile che 9 persone possano vivere in una casa tanto piccola. Facciamo lavori differenti, è vero. C’è chi lavora la notte, chi finisce tardi la sera e chi inizia presto il mattino. Molti lavorano il weekend e alcuni di fatto sono a casa solo per dormire. Se la si pensa in questo modo la cosa sembra meno speciale, eppure rimane il fatto che 9 persone condividono lo stesso tetto, usano lo stesso bagno e vi ritornano ogni giorno per dormire, indipendentemente dall’ora di cui si tratti. Mettere così tante persone in un luogo così piccolo in mezzo ad una città così edificata e densamente popolata ed essere ancora capace di parlarne bene sembra quasi un contro senso. Certo, nella storia e nel mondo ci sono stati esempi anche più estremi. Basti pensare a tutte le baraccopoli sparse per il mondo o ai vari campi di concentramento che sembrano non appartenere ad un’epoca particolare quando alla crudeltà dell’uomo. Eppure nel mio caso, anche se ovviamente le condizioni sono differenti, ne sto parlando bene. Un piccolo angolo di paradiso è il mio giardino ed un castello questa piccola casa. Niente che rispecchia i dati oggettivi circa la densità di popolazione di Osaka o i vari indicatori usati da chi ama la statistica.

Durante il mio rientro in Svizzera per Natale mi è capitato di parlare con un amico architetto che da qualche tempo collabora con l’accademia di architettura nell’assistere gli studenti in vari progetti. Con passione mi ha presentato uno dei lavori che sta portando avanti al momento. In pratica è stato preso in esame in piano dove in mezzo ad un prato verde sono state costruite un paio di case sparse a caso. Agli studenti è stato dato il compito di riempire il piano in modo da creare diverse abitazioni senza però influenzare in modo negativo la qualità di vita degli occupanti. Il risultato è stato quello di una densa rete di piccole case vicine una tra loro con angoli di verde disposti in maniera ben studiata e con spazi in comune allo scopo di creare una comunità. A prima vista ho trovato interessante il progetto, ma, in modo un po’ scettico mi sono chiesto se la cosa sia veramente realizzabile. È stato solo oggi che, guardando il mio piccolo giardino circondato da edifici, ho realizzato che in un progetto del genere ci stavo già vivendo.

Inizio così a capire la genialità dell’architettura giapponese tradizionale che è stata capace di realizzare città densamente popolate formate da case in armonia con il paesaggio (anche se urbano) e il senso di comunità, regalando così una buona qualità di vita nel rispetto della natura. Rispetto che viene maggiormente rafforzato dal fatto che la natura è libera e selvaggia fuori dai centro popolati, senza essere disturbata da casette che disturbano il paesaggio senza neanche regalare grandi vantaggi in termini di qualità di vita agli inquilini.

Chiudo la porta del salotto, accendo la stufetta e penso a come finire questo post. Ora guardo le porte opache con riflessi grigi color pioggia. Lo specchio del giardino è scomparso. Non rimango che io, penso; una piccola formica nel suo formichiere. Il piccolo animale nella grande casa. La natura è ora dentro. Oppure è come sempre fuori. Non c’è differenza, penso; lo specchio esiste anche a porte chiuse.

Claudio

Link tecnici:

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Il Giappone di De André

gennaio 14, 2013

Premetto che il titolo può essere diverso da quello che il lettore potrebbe aspettarsi in questo post. De André infatti non ha niente a che vedere con il Giappone. Per quel che mi risulta infatti De André non è mai stato in Giappone e non si può neanche affermare che De André sia conosciuto a queste latitudini. Con il titolo volevo semplicemente riferirmi a quel mondo che De André descrive nelle sue canzoni. Quel mondo di strada, dei quartieri popolari nelle zone più buie delle città, fatto di prostitute, straccioni, poveracci e semplice gente comune “figli, vittime di questo mondo”. Ci tenevo a scrivere un post visto che, seppure non facendone parte, è uno di quei lati del Giappone che più mi piace e, potendo scegliere, è con questo tipo di gente che più mi piace discutere. Gente autentica, intelligente; con opinioni ben chiare e precise valide altrettanto (se non più)  di quelle espresse da certi professori di cui si parla sui giornali.

In Giappone la chiamano la “shita-machi”, ovvero la “città bassa”, di sotto, quello che potrebbe essere tradotta la città vecchia, anche se la traduzione italiana perde gran parte del significato originale che la parola ha in lingua giapponese. Appare chiaro però che la “città bassa” non può essere niente di lussuoso o sfarzoso, ma si riferisce ai quartieri popolari dove vive la gente meno agiata e dove nelle sue strade si possono trovare taverne ed osterie colme di gente di ogni tipo intenta a discutere e litigare su “donne, soldi e politica”. Ovviamente citando taverne e osterie mi sono riferito alla versione “mediterranea” della “città vecchia”, visto che qui in Giappone luoghi di questo tipo non esistono e quelle poche repliche esistenti sono fondamentalmente destinate all’alta classe della società.  A quale parte della città mi riferisco penso sia ora chiaro e voglio quindi interrompere qui la descrizione e passare ad un esempio più locale, orientale.

Si tratta del mio ramen-ya preferito (ramen sono i noodle, gli spaghetti fini mangiati con una sorta di brodo tipici della cucina dell’estremo oriente), quel posto che meglio di tutti descrive quel genere di ambiente che intendo descrivere. Quando vivevo a Sanda (cittadina a 45 minuti da Osaka) ero solito recarmi lì quasi ogni weekend. Non conoscevo nessuno in quella cittadina e nel dormitorio non c’era un gran ché da fare nei weekend (per meglio dire non c’era niente da fare visto che una metà se ne andava e l’altra metà si rinchiudeva in camera a guardare la tele o giocare al computer). Perdi più la cittadina stessa ed in particolare l’area dove vivevo era una zona residenziale destinata alle famiglie di pendolari che, pur lavorando ad Osaka, hanno preferito costruire la propria casa in una zona più verde e dove i terreni costano meno. Vivevo quindi in una zona circondata da famiglie e nei weekend lo svago principale del quartiere era quello di riempire i vari grandi centri commerciali per comprare qualche vestito o qualche gadget elettronico. Non essendo un grande fanatico di questi passatempi e non avendo neanche una bicicletta (che mi avrebbe consentito perlomeno di farmi un qualche giro nel verde) preferivo andare verso il “centro vecchio”, mangiare qualcosa, fare quattro chiacchiere con gente incontrata a casaccio e poi magari leggermi un libro o rispondere alle varie e-mail in un caffè poco lontano.

La shita-machi di Sanda è un piccolo centro che racchiude quella che 50 anni fa era l’unica zona abitata della regione, prima che il boom economico spingesse i pendolari e cercare rifugio fuori dal nucleo dove prezzi e disponibilità di terreni risultavano migliori. Il piccolo centro, dove a due passi della stazione si trovano la pescheria, il mercato della verdura e qualche piccolo ristorante, è rimasto invariato nel tempo ed è oramai fatiscente, illuminato con qualche lampadina giallo-opaca seguita da altre oramai saltate e spente. Una scritta bianca su fondo rosso cita “dosanko”, scritto in hiragana. A fianco dell’insegna ci sta una figura di un pellicano, anch’essa bianca. Nei giorni di apertura invernale dal lato della cucina si riconosce una densa nuvola bianca di vapore, quasi fosse un vecchio drago addormentato che sbuffa nel sonno. Camminando lungo la stradina praticamente deserta nonostante sia sabato pomeriggio non ho dubbi. È lì che voglio fermarmi. Un po’ perché non è che abbia molta scelta visto che l’altra alternativa sarebbe quella di azzannare un pesce crudo nella piccola pescheria come un morto di fame oppure andare nel poco distante centro commerciale e mangiare un piatto di “autentici spaghetti italiani” scotti in una salsa di pomodoro insipida e annacquata. Io voglio andare lì, in quel piccolo negozio mezzo fatiscente; sono sicuro che lì si mangerà bene. Non esiste anziano su questo mondo che non sappia cucinare e i giapponesi lo sanno fare anche molto bene, non ho dubbi; è li che voglio andare. Entro e un signore sulla quarantina (scopro più tardi che è oramai vicino ai sessanta) mi accoglie un po’ stupito, ma senza battere ciglio, con un’espressione dialettale a me sconosciuta. All’interno c’è posto per al massimo 10 persone. Due tavolini un po’ improvvisati ed il bancone dietro al quale il gerente prepara i suoi ramen sotto gli occhi del cliente. Scelgo una sedia al bancone tra le varie libere e cerco il menu. Inutile, non riesco ad avere un’idea di quello che c’è scritto, ma alla fine poco importa; in un ramen-ya ci si va per mangiare ramen ed è quello che voglio mangiare. Ordino quindi dei ramen “normali” non avendo nessuna idea di quale sia la specialità del posto. Quel piccolo ometto con una sorta di basco in testa che mi guarda sorridendo mi indica la scodella di riso dell’altro cliente seduto poco lontano da me e sembra volermi chiedere se voglio anche del riso a contorno. Do un’occhiata veloce e, ispirato da quel piattino di riso condito con varie cose strane, faccio cenno di sì. Aggiungo poi: “Si, prendo anch’io quella cosa lì.”. Lui mi corregge con un sorriso: “Si chiama yaki-meshi.”. Sorrido un po’ per imbarazzo ed un po’ per ricambiare la gentilezza e ringrazio per la correzione. Quel piccolo ometto mette quindi la mano in una scatola dove escono i ramen che infila in un cestello e mette prontamente a bollire. Non perde tempo e si mette a tagliare fine diverse verdure che fa subito saltare a fuoco vivissimo. Guardo la fiamma azzurra che si sprigiona dai buchi neri dei fornelli e penso: “Il drago è vivo.”. Con l’abilità e la precisione di uno scultore alle prese con il suo martello fa saltare il contenuto della wok senza perdere neanche la minima parte del suo contenuto. Ripete l’operazione diverse volte e il battere della padella contro il fornello assume un ritmo regolare, quasi armonioso. Esegue il tutto in silenzio e nel frattempo io guardo la piccola televisione affissa ad un angolo del locale. Qualche notizia di cui capisco poco e pubblicità ridicole tra una notizia e l’altra. Intanto alle verdure saltate è stato aggiunto del riso che viene ora fatto saltare in padella assieme al resto. Ora, a roteare nell’aria sotto le abili mani di quel piccolo ometto, è una piccola massa bianca formata da mille granelli di riso. Di colpo smette di far saltare il riso e riversa il suo contenuto in una piccola scodella che mi porge educatamente. Versato il contenuto riempie d’acqua la padella che successivamente lava dai resti di verdura e riversando poi l’acqua sporca in una sorta di lavandino dietro i fornelli. Scalda quindi veloce il brodo per i ramen che sono ormai pronti e che versa assieme al brodo in una tazza più grande che mi serve accanto al riso preparato in precedenza. Finito di cucinare si accende una sigaretta che fuma nell’angolo mentre guarda la televisione. Io mangio tranquillo. Il riso è ottimo, ha decisamente un altro gusto quando vengono aggiunte tutte quelle verdure e quelle spezie. I ramen sono perfetti, cotti al punto giusto e assaporiti da un buon brodo. Lui tranquillo continua a fumare e parla con l’altro cliente. Non capisco una parola di quello che dice, parla un dialetto troppo locale per essere compreso. Ma i due sembrano borbottare di qualcosa e indicano continuamente una pagina di giornale. Do un’occhiata e noto numeri e foto di cavalli: scommesse su corse di cavalli. Mentre mangio do qualche occhiata qua e là a questo posto così unico e speciale. Il piano di cottura è ben pulito e le pentole, seppur mostrando una grande usura, sono impeccabili  Ma dietro il piano di cottura, sulla parete, si allungano strisce di diversi colori formate probabilmente dal vapore che negli anni ha lasciato i suoi segni. Ricordo che d’estate mi è anche capitato di vedere qualche piccolo scarafaggio correre lungo quella parete; nero, veloce. Finito di mangiare il cliente da parte a me si congeda, paga e i due si salutano con qualche verso incomprensibile e alzando il braccio in modo quasi casuale. Quel piccolo omino si rivolge a me sorridendo, forse anche un po’ imbarazzato, curioso di sapere da dove vengo. Iniziamo a parlare. Una conversazione tra muti. Io non capisco il suo dialetto e quando la conversazione si fa un po’ meno banale diventa anche difficile esprimermi (in quel periodo erano poco più di 3 mesi che studiavo giapponese). Ma lui non si perde d’animo e quando necessario si inventa qualche improbabile espressione in inglese o parte in qualche imitazione improvvisata. Di tanto in tanto arriva qualche cliente con il quale si scambia dei soldi e, indicando il giornale, parlano di cavalli. Discute con i clienti ma ritorna sempre su di me, senza mai perdere il suo interesse. Quando non c’è niente da dirsi guardiamo la televisione mentre lui si fuma una sigaretta. Tra soap-opera ambientate all’epoca dei samurai, geishe e qualche discussione sui temi più svariati passano quasi 2 ore. Pago il conto, ringrazio e vado.

Il weekend dopo torno lì. Entro e lui sembra essere più stupito che la prima volta. Lo straniero è tornato! Ordino il solito, questa volta usando la parola giusta: “Ramen normale e yaki-meshi per favore.”. Lui sorride notando che mi ricordo quanto mi aveva insegnato la settimana prima ed esegue l’ordine nella stessa sequenza della settimana passata. Come il sabato precedente guardiamo le trasmissioni sui samurai e clienti vari si alternano. Tutti uomini, tutti di una certa età, tutti con quell’accento per me incomprensibile.  Lui li saluta alzando il braccio senza perdersi in troppe cortesie. Di tanto in tanto parliamo e lui ad un certo punto mi guarda sghignazzando e indicandomi il mignolo della sua mano dice: “Allora, ce l’hai quella li?”. Io non capisco, ma lui ripete lo stesso gesto cambiando semplicemente l’espressione per “quella li”. Un altro cliente mi apostrofa: “Allora, ce l’hai la donna o no?”. Capisco finalmente che nel linguaggio dei gesti giapponese il mignolo indica la donna mentre il pollice indica l’uomo. Anche stavolta ho imparato qualcosa.
Dopo esserci sempre andato di sabato pomeriggio un giorno decido di andarci con la mia ragazza del tempo alla sera. Rispetto al giorno il locale è quasi pieno e l’odore di fumo è molto più denso. Sono tutti uomini con una birra o del sake di fronte. Tutti intenti a parlare con il loro accento indecifrabile. Vedendomi arrivare con la ragazza sorride contento indicandomi il mignolo e sghignazzando. Ci porge un bicchiere d’acqua e ci chiede cosa vogliamo. Mentre cucina si beve qualche sorso di birra e finito si accende una sigaretta e discute con i clienti. La mia ragazza ride tutto il tempo e non capisco veramente il motivo. Di tanto il tanto il piccolo ometto si congeda dai clienti e discute con noi, elogiandomi di fronte ai clienti per il mio giapponese. Finito di mangiare usciamo e io, curioso, chiedo alla mia ragazza per quale ragione ridesse. “Ma non capisci?” mi dice, “Tutti quegli uomini al bancone parlavano di donne, ed intendo dire né delle proprie ragazze e neppure delle proprie mogli… Si lamentavano dei prezzi e del fatto che alcune dopo essersi fatte pagare cene costose rifiutavano di offrire i servizi completi!”. Io rido, d’altra parte non sono così stupito di scoprire questi dettagli.

Sono tornato spesso dal quel piccolo ometto sorridente. Dopo le prime discussioni scontate sul mio paese e il mio lavoro pian piano i temi sono iniziati a cambiare. Guardando le notizie in televisione spesso mi chiedeva: “Ma dimmi, anche nel tuo paese succedono queste cose?”. Siamo quindi finiti a parlare di politica, di donne e qualche volta anche di cavalli: “Dai, dammi un numero; metto 100 yen sul tuo cavallo.”. Ormai ogni volta mi informo sull’andazzo nelle corse di cavalli anche se sembra che i risultati non siano promettenti. Dopo che mi sono lasciato con la ragazza mi sono recato un paio di volte con un’amica. Non una qualunque per essere sinceri, una di quelle amiche che tutti i giapponesi mi invidiano: occhi grandi, magrolina, alta, bel sorriso, gentile e anche un po’ timida. Nonostante avessi precisato che si tratta di un’amica ogni volta che torno mi presenta il suo mignolo e mi chiede: “Allora, quella che hai portato qui quella volta?” e mi pianta il mignolo chiaramente davanti agli occhi.
Dopo un anno trascorso in Giappone sono tornato in Svizzera e, causa tsunami e incidente nucleare, non ho avuto il tempo per salutare tutti. Per più di 6 mesi non sono più passato di lì e sicuramente avrà pensato che me ne sono tornato nel mio paese. Finché, a novembre dell’anno scorso, tornato in Giappone e  sono rientrato in quella tendina rossa con il pellicano bianco. Difficile dimenticarsi del sorriso sincero di quell’ometto, felice nel vedere il “suo straniero” tornare.

Anche se oramai vivo in centro ad Osaka (un’oretta circa da Sanda), approfitto di tutte le volte che sono di passaggio per mangiarmi dei ramen in compagnia. Anche se il suo dialetto risulta sempre difficile da capire con il tempo mi ci sto abituando. Finito di mangiare ricevo sempre una mela, una fetta di torta o qualcosa in omaggio. “Mangia” mi dice semplicemente. Lui, sempre nell’angolo che si fuma le sigarette mentre guarda la tele e discute di cavalli con i clienti. Le discussioni più serie e più interessanti che ho avuto in Giappone con i giapponesi penso siano successe lì. Indipendentemente che fossero con lui o con i clienti è uno dei pochi posti che conosco in cui la gente dà la propria opinione e parla liberamente.

Di recente sono tornato un venerdì pomeriggio (era previsto un giro in bici ma la meteo mi ha fregato all’ultimo). Ramen e yaki-meshi e le solite notizie in televisione. Lui prende una rivista impilata tra i giornali e me la porge a fianco dei ramen. Il titolo inglese cita: “Giornale degli studi di scienze politiche applicate”. Ho colleghi dottori e super-laureati che sono ignoranti appena si esce anche solo di poco fuori dal loro ramo e questo ometto che passa le serate a discutere di cavalli e prostitute e che ha forse a malapena finito liceo si interessa di riviste accademiche su trattati politici. “Vedi”, mi dice, “un mio cliente abituale è un professore di scienze politiche, ha pubblicato questo articolo, ma io non so leggere l’inglese, ti dispiace dirmi di cosa si tratta?”. Leggo non senza difficoltà l’introduzione e tento di spiegargli che si tratta su una proposta per modificare l’articolo 9 della costituzione giapponese. Per un attimo dimentico l’articolo 9 e la costituzione giapponese e penso a De André. Ci mancava solo il vecchio professore.

Feli


Stranieri: manuale utente

novembre 13, 2012

Prendo spunto da un recente articolo apparso sulla versione online del Japan Times, principale giornale giapponese di lingua inglese, che leggo usualmente durante la pausa pranzo, mentre con le bacchette mi cibo del mio bentou (pasto completo in una scatoletta) quotidiano.

L’articolo in questione (riportato cliccando qui in versione originale) tratta di una faccenda piuttosto nota agli occidentali che vivono in Giappone. Faccenda nota particolarmente a quelli che ci vivono ormai da diversi anni. Sto parlando delle conversazioni a senso unico a cui si è sottoposti ogni qual volta si incontra una persona nuova.
Sappiamo benissimo anche noi che per rompere il ghiaccio all’inizio di una conversazione con uno sconosciuto siamo soliti fare le solite domande e “investigare” nei soliti ambiti. “Da dove vieni?” o “Che cosa/lavoro fai?” sono le domande più frequenti. In genere però poi pian piano le conversazioni iniziano a diventare più variate e partendo per esempio dal lavoro si inizia a parlare di quell’amico che anche lui faceva l’operaio e che adesso è sposato con una francese. “Ah si? Anch’io ho vissuto in Francia per 2 anni, dove vive il tuo amico?” Insomma ci basta un qualsiasi incipit, un qualsiasi indizio perché la strada prenda una direzione nuova e a volte inaspettata. Tratto abbastanza normale nelle conversazioni a cui siamo abituati è poi  il fatto che l’interazione è duplice: ogni risposta dell’interlocutore può essere usata per porre una nuova domanda, il che vale ovviamente anche viceversa. Tralasciando quindi i casi in cui non c’e nessun interesse/luogo in comune tra gli interlocutori, le conversazioni proseguono in maniera costruttiva passando da punti di interesse di uno e dell’altro e fermandosi su quelli in comune.
Penso che la descrizione piuttosto “tecnica” portata avanti finora basti per farsi un’idea di quale tipo di conversazione mi sto riferendo. Incontri a matrimoni, feste, conferenze,… sono forse gli esempi più tipici. Finora quindi tutto chiaro, spero, perlomeno per quel che riguarda il capitolo “occidente”.

Vengo ora al punto di come queste conversazioni si svolgono tra un giapponese e un occidentale. Si inizia dalla domanda ovvia, scontata, ma anche tutto sommato giusta e legittima: “Da dove vieni?”. Niente di strano, è ovvio che avendo a che fare con un raro occidentale a queste latitudini venga spontaneo sapere da dove venga. Questa domanda a volte viene posta con un inglese zoppicante spesso nella forma pietosamente tranciata del “Where from?” (omettendo quindi il “are you”). A domanda ovvia risposta chiara: “Sono svizzero.” (Qui devo precisare che avendo doppia nazionalità e ritenendomi culturalmente sia svizzero che italiano esistono anche situazioni in cui rispondo “Sono italiano”. Diciamo che la mia scelta di nazionalità dipende dal contesto in cui mi trovo e dalla mia voglia di spiegare successivamente che lo svizzero non è una lingua ma in Svizzera esistono 4 lingue nazionali). Rispondendo in giapponese (visto che anche quando la domanda viene posta in inglese nella maggior parte dei casi è l’unica cosa che l’interlocutore sa dire in inglese) scatta subito il primo “micro-attacco”: “Come parli bene il giapponese!”. Ho detto una sola frase, che chiunque imparerebbe in meno di 5 minuti e già mi sono preso un complimento. Visto che parlo giapponese viene quindi di conseguenza la seconda domanda: “Da quanto tempo sei in Giappone?”. E rispondendo che mi trovo qui da circa 2 anni segue una nuova serie di versi per elogiare le grandi doti di giapponese dimostrate in appena una decina di parole. Si tenta quindi di spiegare che in realtà una lingua può essere imparata, che vivendo in un paese estero è relativamente semplice imparare la lingua locale avendo interazioni quotidiane con la gente del posto. Nonostante la spiegazione i complimenti continuano aggiungendo che sono molto intelligente. Ancora non sono passati i due minuti di conversazione e già mi sono sentito dire più volte che sono intelligente perché parlo una lingua estera. Mentre tento ancora di spiegare che in Europa è abbastanza comune che la gente parli due o tre lingue (o perlomeno non così raro) il mio interlocutore sembra perdere attenzione, forse perché la casellina “lingue parlate” del suo questionario è ormai completa e si deve passare al prossimo punto. “Sei studente?” al che segue la risposta “No, lavoro”. Spiego quindi che sono ingegnere in una ditta giapponese (evito di dire che lavoro per la Mitsubishi perché a queste latitudini equivale ad essere dipendenti di Dio o qualche entità simile e seguono quindi inutili complimenti e versi vari). Sentendo questa risposta si passa alla domanda successiva che, nel questionario mentale dell’interlocutore, corrisponde al caso seguente: “4/1 – caso in cui lo straniero lavora per una ditta giapponese; soluzione: il soggetto lavorava per la ditta in questione nel proprio paese ed è stato trasferito (deportato) in Giappone”. Arriva quindi veloce la domanda: “Ti hanno trasferito in Giappone?”… Salto la risposta anche se per completezza al lettore posso dire che no, ho iniziato a lavorare in Giappone e sono stato assunto dopo un regolare colloquio avvenuto in giapponese nella sede locale (Osaka) della ditta. Come un regolare impiegato giapponese quindi. Mi sto già innervosendo. Ho avuto questa conversazione mille volte e ancora per la millesima volta mi trovo in situazione di difesa, schiacciato dalle domande martellanti e senza scampo del mio interlocutore. Ma, non avendo completato il suo questionario continua: “Quanti anni resti ancora in Giappone?”.
E qui mi fermo; mi fermo perché penso che siano già evidenti alcuni elementi che distinguono questa conversazione da quella che potrei avere con una comune persona in Europa.

Punto primo: la conversazione è mono-direzionale. È quasi impossibile fuggire alle domande ed è altrettanto difficile farne. Che cosa posso chiedere? Da dove vieni?! Sarei scemo visto che lui è ovviamente giapponese. Gli faccio i complimenti per il suo giapponese perfetto (già sperimentato per altro)?! Ma sì, ride; ma poi continua con l’elenco interminabile. Non ho via di scampo, la prima mezz’ora (nei casi migliori) è un monologo in cui vengo tartassato di domande.

Ma (punto due) la cosa più difficile da digerire a lungo termine (diciamo dopo un anno che si vive in Giappone) è il carattere duplice delle domande. Torniamo all’inizio; i complimenti per il giapponese. Le prime volte si è contenti, porta motivazione allo studio e comunque fa sempre bene un po’ di supporto. Ma con il tempo si inizia a capire che i giapponesi considerano la loro lingua come qualcosa che solo chi ha il passaporto nipponico può capire e parlare. È per loro impossibile pensare che anche chi non ha quel prezioso passaporto possa parlare la loro lingua, anche chi non ha geni orientali. Se devo pensare che occidentali nati e cresciuti in Giappone, che considerano il giapponese la loro lingua madre si sentono porre la stessa domanda e gli stessi complimenti, non posso fare altro che avere un senso di solidarietà nei loro confronti. Situazione simile per la domanda concernente la lunghezza del periodo per il quale si intende rimanere. La domanda, nella forma e anche nell’intenzione dell’interlocutore, non vuole essere cattiva, ma di fatto lascia sottintendere che il Giappone non è un posto per restare e che ogni straniero deve considerarsi di passaggio. Anche qui mi viene da pensare a tutti quei cinesi e coreani che pur non avendo il passaporto sono nati e cresciuti qui e che, dovessero tornare nel loro paese, non saprebbero dunque dove andare.

Con questo non voglio accusare i giapponesi di essere razzisti. Qualcuno lo è sicuramente, ma, come dappertutto si tratta di una minoranza e la maggior parte della gente vuole semplicemente vivere in pace ed in armonia. So bene che nel fare queste domande “a doppio senso” (e sempre le stesse) nessuno dei miei interlocutori voleva offendermi o farmi sentire a disagio, ma è proprio qui il problema principale della faccenda. Visto che nessuno è in grado di recepire che anziché mostrare il proprio interesse mi sta attaccando e seccando, è anche impossibile fermare gli attacchi. Se dovessi dire qualcosa del tipo “La prego, possiamo interrompere questa banale conversazione?” non farei altro che mettere in confusione l’interlocutore che non riesce a capire che cosa sta sbagliando e tenterebbe semplicemente di essere più gentile, magari usando un linguaggio più elegante (e quindi meno comprensibile per me).

E qui ritorniamo all’articolo del Japan Times citato in precedenza. L’articolo fa riferimento ad un professore di psicologia americano che caratterizza questo tipo di attacchi involontari come micro-aggressioni, che sempre secondo lo studioso, possono essere, nell’insieme, anche più dannosi di un attacco chiaro e frontale.
Dovessi parlare con un ultra-nazionalista, infatti, sarebbe facile chiedergli che cosa ha contro gli stranieri visto che è perfettamente cosciente della propria opinione e le sue domande sono esattamente in linea con la propria ideologia. Il lato peggiore delle micro-aggressioni, sempre secondo lo studioso, è proprio il fatto che sono involontarie e non percepite da chi le percepisce. In parole povere nel chiedere quanto tempo si intende restare in Giappone il giapponese non vuole essere meschino o indicare che è arrivato il momento di andarsene, è semplicemente curioso e stupito che un occidentale abbia scelto di andare in Giappone a vivere. Ma inconsciamente, a causa del fatto che ci si sente porre la domanda in continuazione, piuttosto che mostrare il proprio interesse mi sta attaccando in un modo impercepibile. È questa l’idea dietro il concetto delle micro-aggressioni.

Concludendo ci tengo a ripetere che in generale mi trovo bene in Giappone e i giapponesi sanno essere delle ottime persone e senza dubbio sono molto ospitali. Non è quindi una lamentela nei confronti di questa gente. Certo, sentirsi porre le stesse domande in eterno può essere pesante, ma ho anche imparato ad evitare certi ambienti dove posso essere sicuro che la stessa situazione si ripeterà. Anche i miei amici giapponesi, che oramai si sono abituati a questo tipo di conversazione quando sono con me, qualche volta mi aiutano rispondendo con un breve riassunto a tutte le domande che mi verranno poste. Quindi più che una lamentela, quello con cui voglio concludere è che sarebbe necessario che i giapponesi imparino a trattare con gli stranieri. Imparare per esempio che essere generosi è una buona cosa, ma che quando regali vari e complimenti passano un certo limite possono essere contro-produttivi. Imparare che il Giappone è sì un’isola e un paese rimasto isolato per 250 anni fino alla metà del 1800, ma che comunque la sua lingua e le sue traduzioni possono esseri imparati e non c’è niente di strano in tutto ciò. Insomma basterebbe un manuale utente o ancora meglio, per usare un linguaggio web, una liste delle cosiddette FAQ (Frequently Asked Questions – domande poste di frequente).

Dalla mia “nuova” camera al secondo piano,
Feli


Senkaku/Diaoyu: la mia modestissima opinione

novembre 13, 2012

Dopo una lunga pausa in cui avevo quasi pensato di lasciare perdere il blog per mancanza di tempo e sempre meno entusiasmo,  in parte dovuto al fatto che essendomi abituato alla vita a queste latitudini mi sembra ormai tutto normale, ho deciso che il tempo lo si trova (ed in effetti al lavoro ne ho parecchio a disposizione, non che sia qualcosa di cui mi vanti, anzi…) e per l’entusiasmo basta cavalcare l’onda nei momenti di ispirazione.

Questa volta decido di addentrarmi in un ramo per me piuttosto nuovo nei miei post ed un ramo in cui in realtà non posso reputarmi ne troppo esperto e forse neppure sufficientemente navigato. Stiamo parlando di politica. In genere preferisco leggere di politica visto che sono poco capace nell’argomentare le mie idee e spesso finisco per essere malinteso. Ma per una volta ho deciso di tentare. La ragione che mi spinge a farlo è che questa volta ho un tema su cui posso avere un’opinione piuttosto convinta e conoscenze almeno minime nel ramo. Inoltre voglio contribuire con la mia opinione su un tema di cui ultimamente si è parlato tanto: le temutissime isole Senkaku (Diaoyu in cinese per par condicio).
Per chi è poco informato sui fatto spiego brevemente che si tratta di un gruppo di isole (una relativamente grande, anche se parliamo di qualche km quadrato di superficie) e qualche scoglio di dimensione irrilevante. A renderle famose è la loro posizione geografica essendo che si trovano vicine a Giappone, Taiwan e Cina.  Vista quindi la vicinanza geografica e la non chiara riconoscenza internazionale tutti i paesi fanno valere il diritto di appartenenza.

Ma passiamo ora ad un’analisi un po’ dettagliata. Da un punto di vista geografico e piuttosto difficile chiarire a quale paese siano vicine le isole. A livello chilometrico distano ad una distanza circa uguale sia dal Giappone che da Taiwan. Dando uno sguardo sulla cartina risulta però evidente che il territorio giapponese più vicino solo delle isolette sperdute che distano a loro volta centinaia di chilometri dalle isole principali che formano l’arcipelago giapponese. Per quanto riguarda Taiwan invece c’è una distanza di un centinaio di chilometri dall’isola principale su cui è basato il governo. Discorso invece diverso per la Cina che è un po’ più distante ma che ritiene Taiwan parte del suo territorio e quindi tecnicamente vicina alle isole. Da un punto di vista geografico risulta quindi difficile chiarire che sia il paese a cui spetterebbero questi “quattro scogli”. Va aggiunto, per aiutare la comprensione, che il Giappone è un arcipelago formato da diverse migliaia di isole molte di quali inabitate e fondamentalmente semplici scogli in mezzo al mare. Al fine di mantenere la propria sovranità in luoghi tutto sommato lontani dalle isole principali esistono addirittura isolette sperdute che sono state protette con muri rinforzati per evitare l’erosione del mare (se il mare arriva a coprire permanentemente un’isola il paese sovrano arriva a perdere i diritti sulle acque circostanti).
Il territorio giapponese è quindi molto più vasto delle quattro isole principali che appaiono a prima vista a chi guarda la cartina. Esistono isole in pieno Pacifico che sono considerate territorio giapponese solo perché esiste una successione di isolette che legano quell’isola dispersa con le principali dove risiede il popolo giapponese. Anche da un punto di vista geografico quindi, in un’area così vasta e piena di scogli sparsi,  diventa difficile chiarire cosa appartiene a chi.

Per quel che riguarda la storia anche qui le opinioni divergono in modo inconciliabile. Non sto ad elencare tutti i punti anche perché liste riassuntive e cronologiche sono trovabili facilmente su internet. Sta di fatto che i cinesi ritengono che la prima citazione letteraria si riferisce al nome cinese mentre invece i giapponesi ritengono di avere un antico giornale cinese in cui viene usato il nome giapponese (Taiwan dal lato storico non ha molta voce in capitolo essendo un territorio “ribelle” alla Cina e di relativamente giovane formazione).
È possibile che sui i dettagli mi sbaglio, ma il succo della faccenda è che ultimamente da entrambi la parti appaiono spesso nuove fonti che provano che le isole erano indicate con il nome cinese e/o giapponese in un dato periodo storico.
Per quanto riguarda la storia recente le isole erano state usate dai giapponesi per un breve periodo nell’inizio del 1900 per la preparazione del katsuoboshi (un ingrediente usato nella cucina giapponese). Resti del porto e muri delle case sono ancora in vista come ben fanno notare i nazionalisti giapponesi.
Le isole (e l’intero territorio giapponese) sono state sotto il controllo statunitense dopo la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale e durante tutto il territorio di occupazione. Finito il periodo di occupazione gli Stati Uniti hanno riconcesso al governo giapponese la piena autorità sul territorio che teoricamente comprendeva anche le isole. Ma anche qui le cose non sono chiare e c’è una certa incongruenza con trattati firmati in precedenza, prima del periodo di occupazione.
[Per dettagli in quest’ultima sezione suggerisco un’occhiata su wikipedia, molto più dettagliata e autorevole a riguardo]
Insomma, anche storicamente ogni parte ha un certo numero di documenti e trattati da far valere e non è veramente possibile stabilire che abbia ragione e anche quel giorno che un tribunale indipendente dovesse farlo il problema non si può di certo ritenere risolto.

Ma lo scopo di questo post non era quello di fornire una descrizione dettagliata della geografia e i vari trattati che regolano l’appartenenza ma piuttosto di dare una mia opinione sulla faccenda in generale. Bisogna quindi arrivare al nocciolo della faccenda e spiegare per quale ragione si è arrivati a litigare sulle isole proprio adesso.

Formalmente le isole appartenevano ad una famiglia giapponese che ne riteneva di deteneva ufficialmente il possesso. Nonostante ovviamente la cosa non stesse bene ad entrambe Cina e Taiwan, nel passato non ci sono stati scontri di dimensioni paragonabili a quelli di quest’anno. In qualche occasione navi cinesi o taiwanesi hanno invaso le acque “giapponesi” delle isole portando a tensioni tra i paesi, ma il tutto si è sempre risolto con qualche settimana di scontri diplomatici.
In breve quindi da sempre c’è tensione intorno alle isole ma nessuno ha mai veramente osato fare una mossa militare o diplomatica per prendere una posizione a riguardo. Nessuno fino a quando il governatore di Tokyo, noto radicale nazionalista, ha proposto di comprarle al proprietario privato e renderle territorio statale in modo da solidificare la sovranità. La proposta ha suscitato una polemica anche in virtù del fatto che il governo centrale si è dimostrato incapace di gestire un governatore teoricamente inferiore per poteri. In vista di una svolta politica e per dimostrare la propria forza e capacità politica il primo ministro Noda si è quindi “visto costretto” a comprare le isole a nome del governo centrale. I soldi utilizzati ovviamente pubblici (quelli delle mie tasse per intenderci…).

Ragione ufficiale per giustificare l’acquisto: rafforzare lo status di appartenenza ma soprattutto evitare che in futuro possano esserci ulteriori cambi di proprietà che possano di nuovo sfociare in situazioni di tensione e imbarazzo simili. Ragioni secondarie (ma ripetute in eterno) il probabile giacimento e le risorse ittiche.

Tralasciando l’umiliante incapacità con cui il governo centrale ha gestito il caso,  il mio punto è il seguente: un nazionalista per amor di patria decide di assicurarsi delle isole che secondo una rapporto del 1969 sono ricche di petrolio e gas e abbondanti in risorse idriche.

Quel rapporto che parla di gas e petrolio non è mai stato confermato e stime recenti sembrano indicare che il valore delle risorse sia tutto sommato irrisorio. Per fare un parallelismo con la storia recente esiste un rapporto stilato dal servizio segreto statunitense che parlava di armi di distruzione di massa in Iraq. Non vado oltre visto che è risaputo come sono finite le cose (per completezza aggiungo però che quelle armi non furono mai trovate). Insomma questa enorme ricchezza energetica è fortemente dubbia e nessuno conosce veramente il vero valore del giacimento (sempre che veramente esista).

Pesci. Si sa che ai giapponesi piace il pesce e che ne mangiano parecchio. Si potrebbe quindi così spiegare il bisogno di impossessarsi di territori di pesca. Si potrebbe. Peccato per il fatto che la popolazione giapponese sia in continua diminuzione e con il passare degli anni scenderà sempre più velocemente. Va inoltre aggiunto che l’alimentazione a base di pesce stia pian pian svanendo e, soprattutto tra i giovani, la carne è sempre più in voga. Entrambi i fatti sono quindi incoerenti con il bisogno di assicurarsi una risorsa idrica del tutto irrisoria e paragonata alla superficie dell’intero arcipelago giapponese.

Nessun grande guadagno quindi e anche nella peggiore delle ipotesi nessuna grande perdita. Perdita invece enorme quella che l’economia sta subendo a causa del deterioramento nelle relazioni con la Cina. Era ovvio, evidente che una manovra del genere avrebbe provocato grandi reazioni da parte della Cina. Episodi meno significanti avevano provocato già moderate reazioni in passato. Era facilmente prevedibile che un gesto del genere avrebbe infuriato la Cina. Ora, visto che la situazione diplomatica tra i due paesi era relativamente buona, che senso ha provocare un danno così grosso all’economia giapponese in momento così critico per essa? I nazionalisti che tanto amore hanno per la loro patria non hanno pensato che un gesto tanto inutile da un punto di vista geo-politico avrebbe avuto effetti nefasti sull’economia?

Il motto attuale di quelli che hanno attuato la manovra è accusare la Cina di un’eccessiva reazione e giustificarsi con i propri cittadini dicendo che una tale reazione era imprevedibile. Davvero? Si attacca uno stato in pieno sviluppo economico e con pretese territoriali in altre zone dell’Asia e perdi più un paese che in precedenza si era colonizzato e prova rimorso per ciò. Si può davvero pensare che non ci sia nessuna reazione? Io penso invece che era facilmente prevedibile.

Ora per colpa di questa inutile mossa politico-diplomatica l’economia giapponese soffre in un periodo già difficile. A chi appartengono le isole? Più che dare una risposta bisognerebbe chiedersi se ha senso porsi la domanda. È tanto importante litigare su un tema del genere quando i belligeranti sono due potenze asiatiche. Anni di relazioni diplomatiche, culturali ed economiche buttati al vento per una semplice e inutile domanda. A chi appartengono le isole? Devo dare una risposta: alla Mongolia. Personale simpatia per uno stato senza mare ed isole e non c’è da preoccuparsi per legami geografici e storici, qualche documento salterà fuori ben cercando.

Stanco vado a letto senza rileggere e mi scuso per eventuali errori di ortografia,
Feli-san

PS: trattandosi di un’opinione personale sono apertissimo ad eventuali critiche e/o commenti. A riguardo è ovviamente possibile fare un commento.


Il pozzo verde dietro l’angolo

maggio 6, 2012

Finito il primo post rieccomi ad addentare il secondo. Sono ispirato ed ho poco sonno. Strano, visto che è appena finita una settimana di vacanza parecchio intensa culminata oggi con il matrimonio di un mio collega in cui tanto per cambiare ero l’unico ospite straniero.
Oramai mi ci sto abitando visto che abito  in una casa con otto giapponesi, lavoro in una ditta dove su circa mille impiegati solo 9 sono stranieri e solo un paio occidentali. Sono comunque ben lungi dal credermi un locale. Vado ben fiero dei miei due passaporti (quello svizzero ed italiano) e sono ben cosciente di essere cresciuto in una cultura differente che è e rimane la base del mio modo di pensare. Ma sono però felice che finalmente dopo oramai (o solamente) un anno e mezzo vengo considerato come Claudio, la persona particolare, e non Claudio lo straniero. Insomma faccia e accento diverso ma a rendermi particolare ora è la mia personalità e le mie esperienze e non più il mio passaporto. Ormai tra i colleghi sono uno di loro, ho perso ormai tutti i vantaggi che avevo nell’essere lo straniero. Niente più riduzioni nei discorsi alle cene, niente astensioni alle riunioni,… L’unico piccolo vantaggio che ancora mi rimane (che in realtà è più una scusa) è quello che avere problemi a leggere il giapponese.
Mi è capitato addirittura di recente che mi venisse chiesto se sono nato in Giappone visto che mi trovavo con 3 amici giapponesi che parlavano dialetto locale e non avevo particolare problemi a seguire la conversazione.

Insomma, le mie conoscenze linguistiche si raffinano e inizio a capire la differenze locali, le mie amicizie si affittiscono e inizio ad avere un’idea più completa di quella che è la società dove vivo. Di pari passo anche le mie conoscenze geografiche e del territorio migliorano e scopro di vivere in un paese piuttosto diverso da come lo conoscevo fino a qualche mese fa. Il perno di questa mutata concezione si spiega con la magia che una bicicletta può fare.

Ho abitato a Sanda (45 minuti di treno dal centro di Osaka, direzione nord) per 9 mesi e non avendo avuto ne bicicletta ne auto durante quel periodo mi sono limitato a prendere il bus pendolare che collega il quartiere residenziale densamente abitato alla stazione che collega Osaka. Guardando dalla finestra del sesto piano dove abitavo si vedeva qualche casetta e palazzone in vicinanza e montagne in lontananza. Ho sempre avuto voglia di vedere che cosa si nascondesse oltre quelle cime verdi, dove conducevano quelle strade che dalla cittadina si dirigevano nel nulla, che cosa si nascondeva nei boschi verdi, ma non ho mai veramente avuto i mezzi per farlo. Tutto è cambiato questa volta quando ho deciso di portare con me in Giappone la mia fedele mountain-bike. Non c’è niente di meglio che una buona bici ed un pilota curioso e allenato per scoprire la campagna.
E così sono partito dalla grigia stazione che la mattina e la sera si popola di pendolari vestiti di nero ed affrettati con la valigetta a salire sui frequenti treni che portano in centro e sono andato in direzione opposta, verso la campagna. Non più di 30 minuti di leggera pedalata lungo il fiume che qualche settimana fa si è tinto di bianco al fiorire dei ciliegi e di fronte a me si pone un muro. Una diga, ma molto diversa dalle classiche muraglie grigie costruite per produrre corrente. Una diga costruita in sassi all’inizio del ‘900 e dove l’acqua in eccedenza cade lungo il muro donando alla parete grigio-verde coperta di muschi sfumature bianche danzanti. Salgo le scale che costeggiano la diga con la bici sulle spalle e scopro un bacino artificiale di un azzurro limpido con una barchetta ancorata quasi fosse un piccolo porto sul mare. Continuo sul sentiero che segue lungo il piccolo bacino e tra rospi che brontolano e uccelli che cinguettano scopro una varietà di piante che non credevo si potessero trovare a queste latitudini.
Decido di lasciare il sentiero del laghetto (impercorribile in bici che fino a quel momento mi sono portato sulle spalle) e prendo un sentiero laterale. La stradina conduce lungo un ruscello tranquillo quando improvvisamente sbuca un campo da golf. Era ovvio che il mio piccolo paradiso non poteva proseguire in eterno. Sono costretto a passare per l’unica via che conduce sotto il campo da golf infangandomi le scarpe ma per fortuna a breve ritorno nel mio mondo incantato. Il bosco finisce e arrivo in una piccola pianura con campi di riso e casette sparse a casaccio. Continuo per l’unica strada presente poco trafficata e le case diventano sempre meno. Accanto alla strada da entrambi i lati campi di riso ancora incolti che a breve verranno inondati per essere poi popolati di innumerevoli piantine che in autunno produrranno chili e chili di riso. Le fermate di bus che ogni tanto si intravedono lungo la strada sembrano più dei paletti piantati per dare un tratto di rosso al paesaggio che vere e proprie stazioni del servizio pubblico. Continuo sempre dritto su quell’unica strada senza conoscere la destinazione. La strada inizia salire e si entra di nuovo nel bosco. Ad una ad una devo scalare tutte le marce e si inizia a sudare seriamente. Poi di colpo, in mezzo agli alberi, dal nulla, una casa ricoperta da un tetto in paglia. Una casa da tè! Aperta e accogliente. Mi fermo a prendere dei warabi-mochi e un ottimo tè e continuo per la salita. Si sale ancora per 15 minuti e poi inizia la discesa. Dopo avere passato un tempio ed un cimitero tradizionale enorme e tutto sommato pittoresco nonostante la sua funzione, iniziano i campi di tè. All’incrocio svolto a destra e la strada, deserta, diventa sempre più piccola. Così piccola da scomparire dentro un campo di tè. Mi sono perso. Salgo oltre la collina poco distante per avere un’idea di dove mi trovo e dove rimane la città. Con mia sorpresa una distesa di piccole montagne verdi mi si para di fronte. La città è solo un ricordo. Con un’ora di treno e un’oretta abbondante di bici sono in mezzo alla natura, alla campagna. Ci ho abitato così vicino per quasi un anno e non ho mai avuto la possibilità di rendermene conto. La prova definitiva del fatto che sono in campagna ce l’ho quando chiedo alla prima vecchiettina che trovo quale strada devo prendere per Sanda. Con un filo di stupore per vedere uno straniero in bici in un luogo “così desolato” e con una lingua e una gentilezza di altri tempi mi illustra la strada e si congeda con calma.
Continuo sulla strada illustratami e re-iniziano i campi di riso, le case si fanno sempre più numerose e grosse e piano piano sbuco di nuovo nella cittadina si Sanda. Un’oretta di treno e sono in centro Osaka.

Dall’aereo, guardando verso il basso, mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse in mezzo a tutto quel verde e quanto sarebbe stato difficile raggiungere quel pozzo di natura per scappare dal grigiore del centro nei limpidi giorni di primavera. Ora lo so, e so anche che quel paese spesso descritto come grigio e sovrappopolato ha segreti che aspettano di essere scoperti. Tutto quello che serve è una bici. Una buona bici ed un pilota curioso e ben allenato. Eccomi.

A breve il post sulle regioni disastrate dal terremoto e tsunami, un po’ di pazienza 😉
Feli (Claudio)

shurou


Casa dolce casa

maggio 6, 2012

Rieccomi!

Come al solito devo arrendermi ai fatti ed ammettere che nonostante le promesse il mio ultimo post data febbraio… La ragione (o meglio la scusa) è che vivo un una casa molto animata. Sono in quella che in Europa potrebbe essere definita sotto alcuni aspetti una comunità hippy. Hippy nello stile giapponese comunque, quindi non bisogna immaginarsi gente intorno al fuoco che suona la chitarra in un campo di grano mentre si fuma spinelli. Fondamentalmente il concetto è il seguente: una casa grande in centro condivisa da molte persone che hanno piacere a passare il tempo assieme e condividere esperienze, opinioni e racconti di viaggio. Per essere più dettagliati abito in una casa a 10 minuti di bici dal centro di Osaka con 5 camere e mezzo (una camera è praticamente il corridoio, quindi conta metà…) e un numero variabile di 6-9 persone che la abitano. Una cosa che forse avrete notato è che il numero di persone è superiore al numero di camere. La cosa è dovuta al fatto che ci sono camere che vengono usate da due persone, cosa che in Europa suona piuttosto strana ma che in Giappone diventa indispensabile vista la densità di popolazione nelle città, gli affitti e i salari di chi non ha un titolo di studio universitario e non intende essere sfruttato. La cosa positiva è in Giappone anche il fatto di condividere la camera (già piccola di sua) con una seconda persona non sfocia in litigi. Il secondo fatto che spicca all’occhio è il modo in cui ho indicato il numero dei miei coinquilini: 6, trattino, 9. La spiegazione sta nel fatto che c’è molta gente che rimane solo qualche mese in attesa di trovare un appartamento e che alcuni dei miei coinquilini tornano spesso dai genitori che non abitano molto lontano. Conseguenza del fatto è che nonostante sulla carta ci siano al momento 8 persone nel momento in cui scrivo siamo solo in 3.

All’inizio non è stato facile ad abituarmi alla casa. Una casa vecchia, con le pareti fini e con molta gente che la abita. Conseguenze dirette sono il freddo d’inverno, il caldo d’estate, il rumore (sia interno che esterno) e il fatto di non potere sapere ne decidere quanta gente ci troverai quando torni a casa. I problemi fin dall’inizio sono stati di natura pratica: il freddo, il rumore, il letto (che non ho mai avuto e che forse ricevo il weekend prossimo) e qualche topolino che ci ha fatto visita (la casa è sempre pulita e ben tenuta, ma essendo vecchia c’è sempre un qualche buco dove piccoli topolini possano nascondersi 😉 ). Le soluzioni sono state altrettanto pratiche: più coperte, tappi alle orecchie la notte e trasferimento nella camera più isolata e tranquilla e qualche materasso impilato per formare qualcosa di simile ad un letto.

Qualcuno forse si starà chiedendo se non ci sia un posto migliore o perché non me ne sono ancora andato. La ragione è abbastanza ovvia ed evidente per chi abbia letto la prima parte: la gente. Siamo una piccola ma funzionale comunità. Comunità sarebbe già troppo, visto che penso che nessuno si sente membro di essa, me compreso, ma è forse l’unico vocabolo che più si avvicina al significato a cui voglio arrivare. Insomma, senza pretese ne meriti, chi abita in questa piccola casa è gente semplice che ha piacere a stare con altra gente. Una cosa forse nuova e particolare per il Giappone è che chi abita in questa casa non ha nessun tipo di relazione che possa essere ricondotta al luogo di lavoro, alla scuola che ha frequentato o a legami parentale (e io penso di essere l’esempio migliore). Otto giapponesi e uno svizzero/italiano che hanno trovato i dettagli per questa casa su internet è che hanno scelto di viverci. Abbiamo un’ingegnere (il sottoscritto…), una veterinaria, una laureata in svedese, un impiegato in una catena di fast-food, una studentessa, un’impiegata di commercio, una disoccupata (ancora per poco, tra non molto inizia forse in un ristorante italiano) e una ragazza che lavora in un cosiddetto girl’s bar.  Tra quelli che hanno lasciato la casa si contempla un consulente di carriera per studenti, un clown (professionista, perditempo astenersi prego) e una ragazza che secondo fonti poco affidabili lavora come barista a Singapore. Hippy un po’ particolari quindi, non un caso visto che scrivo dal Giappone, noto per non essere proprio in linea con il resto del mondo. Alle 6 del mattino il salotto, l’unico locale condiviso, è un viavai di gente. Chi si alza presto per viaggi di lavoro in località varie, chi inizia presto di suo, chi prepara il pranzo da portarsi in ufficio, chi arriva con il bus notturno da Tokyo per sfruttare a pieno l’unico giorno di vacanza settimanale,… Vi chiederete quindi perché mi ostino a chiamarla una piccola “comunità hippy” quando quasi tutti hanno un lavoro e si alzano alle 6 del mattino per andare al lavoro.

La ragione è che fondamentalmente si condivide un po’ di tutto, ci si aiuta in caso di bisogno, c’è chi cucina, c’è chi pulisce, c’è chi si occupa di riparare e/o aiutare con problemi con computer e/o telefonini vari, che chi svuota il sacco dei rifiuti,… E cosa forse unica del Giappone è che non c’è bisogno di nessun tipo di organizzazione (o un minimo indispensabile) e che in oltre 4 mesi non ho mai assistito a nessun tipo di litigio. Insomma una ragione sufficiente per restare e per resistere all’estate che senza aria condizionata sarà un forno. E poi, fatto comunque da considerare, per essere un po’ meno romantici e idealisti, diciamolo, pago veramente poco di affitto 😉 .

Ed eccoci quindi tornati al dilemma iniziale: la scusa che spiega perché in 3 mesi non ho trovato il tempo di scrivere. Lavoro che si fa sempre più interessante ed impegnativo, vero. Un sempre maggiore numero di conoscenze che mi occupano weekend e serate, vero. Voglia di viaggiare e girovagare nel tempo libero, vero. Ma la ragione principale che spiega la mia assenza è che quando torno a casa trovo sempre e sicuramente qualcuno che ha qualcosa da raccontarmi e/o finisco a fare chiacchiere di viaggi e esperienze.
Punto positivo: il mio giapponese continua a migliorare; punto negativo: sto iniziando a parlare il dialetto locale…

Vi lascio quindi dal salotto, dove nonostante l’una di notte siamo in 3 a chiacchierare,
a presto,
Claudio (Feli)


Freddo…

febbraio 4, 2012

C’è una domanda che mi viene chiesta ogni volta che dico di essere svizzero: “Ah, sei svizzero… Deve fare freddo in Svizzera, vero?”. La risposta che do in questo periodo dell’anno è chiara e concisa: “Noooooo!”.

Eppure cercando veloce  su internet è subito fatto confrontare i dati delle città svizzere con quelle giapponesi e scoprire che in effetti la Svizzera è più fredda del Giappone. Sfogliando velocemente i dati meteorologici di Zurigo e Osaka nei mesi di gennaio e febbraio si nota una differenza di circa 6°C (Zurigo con una temperatura media di poco sotto lo zero e Osaka circa 6°C).

Ma allora che cosa mi porta a dire che il Giappone sia più freddo della Svizzera? La risposta è principalmente una: i riscaldamenti in casa.
A molti potrà sembrare strano che in un paese come il Giappone che viene visto come un paese altamente tecnologico e avanzato mancano i riscaldamenti in casa, ma invece è purtroppo così. Il classico riscaldamento a serpentina posto sotto la finestra e riscaldato con acqua calda dalla caldaia in cantina non esiste in Giappone. L’unica regione che può permettersi un sistema di riscaldamento simile è Hokkaido, isola più a nord, dove le temperature raggiungono anche -20°C e quindi vivere senza un sistema di riscaldamento centrale sarebbe impossibile.
Nel resto del Giappone si sopravvive senza riscaldamento. Ma come si vive allora?

Molti nelle giornate più fredde decidono di utilizzare i condizionatori d’aria (presenti ovunque in Giappone ed essenziali d’estate), che, nella modalità inversa, possono scaldare l’aria anziché raffreddarla, ma, oltre ad essere un enorme spreco energetico, l’aria viene essiccata e il rischio è quello di svegliarsi la mattina con il mal di gola.
Un’altra possibilità molto diffusa sono le stufette a petrolio. Viva il risparmio energetico e l’ecologia, ancora una volta… In pratica sono stufette portatili alimentate a petrolio (o cherosene, non so di preciso che cosa brucino) che viene bruciato all’interno per scaldare i locali. Forse è necessario ripetere il concetto: petrolio viene bruciato all’interno di un locale per scaldare lo stesso. Ci sono due punti abbastanza eloquenti a riguardo.
Primo: per quanto ecologici e super-sofisticati possano essere gli apparecchi in questione si tratta comunque di respirare i gas nocivi derivanti dalla combustione del petrolio. Inoltre le lezioni di chimica mi ricordano che una combustione avviene in presenza di ossigeno e ha come prodotto l’anidride carbonica. In breve se utilizzate troppo a lungo le stufette finiscono col ridurre il contenuto di ossigeno del locale con conseguente rischio soffocamento. Il rischio in realtà in Giappone non esiste perché le case sono così mal isolate che c’è sempre uno spiffero di aria che entra a fare da ricambio. Nonostante ciò i produttori di stufette consigliano sempre di arieggiare completamente il locale ogni 30 minuti circa. Insomma; quando finalmente il locale è riscaldato è necessario arieggiarlo; viva il risparmio energetico, ancora una volta.
Secondo punto circa le stufette a petrolio: molte delle case giapponesi sono tuttora costruite in legno e hanno il pavimento in tatami (piante di riso essiccate e allineate per formare una sorta di “tappeto”, come paglia in breve). È necessario che spieghi in dettaglio che cosa mi preoccupa nella combinazione petrolio-legna-paglia? Per chi non l’avesse ancora capito propongo di chiedere alla centrale dei pompieri più vicina.

Ma il modo che preferisco per combattere il freddo è il kotatsu. Il kotatsu è una sorta di tavolino con annessa una coperta sotto il quale è posto un piccolo riscaldamento (consiglio di cercare qualche foto su internet per capire meglio di cosa si tratta). Quando ci si siede al tavolo si mettono le gambe sotto la coperta e si accende il piccolo riscaldamento. Anche se il locale resta di per sé freddo è possibile mangiare con calma e fare quattro chiacchiere senza pensare il freddo circostante. Al momento vivo in una casa condivisa in cui siamo in 7 e il salotto, dove è posto il kotatsu, è l’unico posto dove è sempre possibile trovare qualcuno. Si mangia assieme, si chiacchiera, si guarda la tele e si beve. Non è raro trovare qualcuno al mattino che, assopito dal calduccio e magari qualche bicchiere di troppo, rimane vittima del tepore del kotatsu. Un modo molto sociale e amichevole per trovare compagnia e un po’ di caldo nei freddi mesi invernali.

Un ultimo trucco contro il freddo delle case giapponesi è il bagno. Quando ci si immerge nell’acqua calda per mezz’oretta non si sente il freddo per la mezz’oretta che segue. È quindi possibile mettersi sotto le coperte (congelate) camminando sui pavimenti (congelati) senza notale il fatto che la biancheria stesa stia iniziando a congelare.
Le case giapponesi possono mancare di riscaldamento, lavatrice, lavastoviglie e molte altre cose, ma l’unica cosa che non mancherà mai è l’acqua calda. Una misera soddisfazione…

Inutile dire che il risveglio al mattino mi ricorda i film di guerra in cui le truppe tedesche si muovono verso la Russia e finiscono per morire assiderate. In genere dormo con un training pesante, la cuffia e due paia di calze. Ho anche considerato l’ipotesi di dormire con la tuta da sci nel caso le temperature dovessero ulteriormente scendere ma fino adesso non sembra essere il caso.
Al risveglio le temperature in camera oscillano tra i 0.4°C (record stabilito venerdì mattina) e i 5°C circa. Uscire dalle coperte e mettersi i vestiti ghiacciati e il primo dei molti shock termici della giornata. Prendo il pane e la marmellata (che conservo in camera visto che è freddo quanto il frigorifero) e corro direzione salotto dove mi aspetta il caldo kotatsu. I miei coinquilini sono già lì. Bene, almeno il kotatsu è già caldo e pronto ad ospitare le mie gambe in cerca di tepore. “Ben svegliato, fa freddo…” mi dicono. “Ben svegliati, porca (biiit) fa freddo sì” aggiungo. Le conversazioni sul freddo continueranno fino alle 9 di mattina circa. Esco dal kotatsu per lavare i piatti che ho usato e arriva il secondo shock termico. Di fretta mi lavo i denti (sempre in salotto). Mi vesto (leggero shock termico provocato dalla giacca congelata) ed esco di casa notando come la temperature interna ed esterna siano identiche.
Arrivato al lavoro si sussegue il coro dei colleghi: “Fa freddo” inizia il primo, “Fa freddo sì” aggiunge il secondo. “A Sanda nevicava” precisa un terzo, “Deve fare freddo allora” constatano gli altri. “A Osaka fa freddo pure lì?” chiede un altro. “Ovvio che fa freddo” rispondo. “Eppure sei svizzero, dovresti essere abituato…”; ecco, è in questo preciso istante mi sforzo a rimanere cordiale ed evito un “no” secco che sarebbe lo sfogo di tutti gli shock termici del mattino. Con il sorriso e una sforzata cordialità preciso: “In Svizzera farà freddo fuori, ma almeno è caldo in casa”. In quel momento arriva un altro collega che, dopo aver salutato aggiunge: “Fa freddo”, e tutta la conversazione re-inizia da zero.

È dal salotto, con le gambe sotto il kotatsu, che vi scrivo e da qui vi saluto, sperando che la biancheria nella lavatrice non si sia congelata…

Un caloroso saluto 😉
Claudio

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