Fine della sopravvivenza, inizio della vita!

marzo 23, 2010

Ciao a tutti (konnichi-wa o konban-wa, a dipendenza di quando leggete questo post),
scusate il ritardo nella pubblicazione, ma settimana scorsa sono stato parecchio impegnato e nonostante abbia avuto 3 giorni di weekend sono riuscito a trovare solo oggi il tempo per scrivere della scorsa settimana.

Prima di iniziare con la consueta descrizione della settimana ci tengo a volere spiegare un particolare dell’ultima galleria fotografica e in particolare dell’ultima foto (clicca QUI). Forse qualcuno di voi si è chiesto perché mi sono messo a fare la foto a dei semplici timbri. In realtà si tratta sì di timbri ma sono molto più importanti di quanto si possa credere. In Giappone i documenti non vengono firmati a mano, ma vengono firmati usando dei timbri come quelli nella foto dove è scritto il cognome di famiglia o il nome della ditta che rilascia il documento. Nel timbro di sinistra (in legno) è inciso “Feliciani” in caratteri giapponesi, mentre il quello di destra (in corno) “Claudio”, sempre in caratteri giapponesi (Katakana, per chi avesse letto l’ultimo post). Se si intende aprire un conto in banca o fare un abbonamento telefonico è indispensabile firmare i documenti con questi timbri. Per usi più importanti lo stampo può poi essere registrato elettronicamente in maniera che un timbro corrisponda ad una (e solo una) persona.
I timbri nella foto sono stati ordinati via internet, ma più avanti avremo un’attività dove faremo lo stesso tipo di lavoro a mano incidendo del legno.

Sbrigata questa dimenticanza inizio con la scorsa settimana.
Martedì ho avuto un’attività piuttosto particolare e divertente. Abbiamo avuto l’opportunità (e l’onore) di indossare veri kimono giapponesi. Anche se guardando le foto (la galleria si trova QUI) sembra di tratti di vestiti piuttosto semplici, in realtà il kimono (sia maschile che femminile) è composto da diversi strati e cinture. Questo significa prima di tutto che per poterlo indossare correttamente è necessario dovere fare un corso che può durare parecchie settimane e secondo che anche quando ci si fa vestire da qualcun altro la vestitura dura 15-20 minuti. Ne vale la pena, comunque, sia da un punti di vista estetico che per la comodità. Ho trovato geniale infatti la gonna nel kimono maschile, che ai tempi serviva per potere cavalcare i cavalli senza strappare i vestiti ogni volta che si divaricavano le gambe. Ci si riesce a muovere benissimo e non a caso infatti i samurai erano famosi per le arti di combattimento uomo ad uomo. Ultima curiosità; il kimono che abbiamo indossato ha un valore di circa 2000 franchi…
Per il kimono femminile invece vale il discorso esattamente opposto. Comodità zero ed aspetti estetici valorizzati al massimo. Con il kimono femminile indossato camminare è molto difficile (non parlo per esperienza…), perché la gonna è lunga e stretta e limita il movimento delle gambe. Inoltre (come per quello maschile) sotto la “semplice” veste esterna ci sono un sacco di altri vestiti, cinture (quella esterna più nota e bella si chiama “obi”) e cordine. A causa di questo quando ci si trova all’interno tiene molto caldo (almeno secondo quando sentito dire).
Ovviamente non tutte le giapponesi che vestono il kimono (come la mia okaa-san per esempio) seguono sempre la tradizione di tutte le sottovesti e quindi i kimono “casual” sono in genere più leggeri e comodi. I kimono femminili possono essere estremamente cari: kimono da matrimonio decorati a mano possono raggiungere anche svariate decine di migliaia di franchi.
Interessante il fatto che dopo essere scomparso quasi completamente, il kimono femminile, sta lentamente tornando di moda e non è così raro trovare donne di tutte le età vestite in kimono a fare la spesa in città.

Sabato ci siamo uniti ad un vasto gruppo di insegnati di inglese in Giappone per una visita alla fabbrica di sake (liquore giapponese) “fukumitsuya”. Si tratta di una nota fabbrica in città che produce ancora sake seguendo i metodi tradizionali e la sua fondazione risale al lontano 1625!
La fabbrica non si è mossa dal luogo originale dove è stata fondata, perché sotto le sue fondamente sgorga una sorgente d’acqua di estrema purezza. L’acqua infatti scende dalle montagne passando attraverso le rocce e dopo cento anni di lento percorso nel sottosuolo sgorga dalla sorgente.
La qualità dell’acqua è fondamentale nella produzione del sake, visto che questa è il solo ingrediente necessario insieme al riso. Il riso coltivato nelle risaie di montagna infatti viene lavato in diversi processi fino ad essere bianco come farina. Viene poi bollito e lasciato fermentare in diversi modi secondo tempi e procedimenti secolari. Quando il riso ha raggiunto il giusto punto di fermentazione viene pressato e da esso si ricava il sake.
Durante la guida abbiamo avuto modo di vedere tutti (o quasi tutti) gli stadi della produzione e degustare il prodotto finale così come tutti i diversi stadi. La visita è stata decisamente interessante e ben organizzata e ovviamente la degustazione ottima.
Devo ammettere che non sono mai stato un grande amante del sake, eppure tutte le diverse varietà che ho provato mi sono piaciute molto. Forse i sake che ho assaggiato in Europa non erano proprio dei migliori, ma penso che però avere visto tutta la procedura di preparazione e tutta la cura e la tradizione ad essa legata possa avere dato più gusto a questo famoso liquore giapponese.

In serata ho avuto un incontro piuttosto particolare.
Giovedì sono andato inusualmente a mangiare da solo, visto che mi sono sganciato dai compagni di classe per fare delle piccole commissioni. Ero a mangiare al ristorante quando un giapponese mi si è avvicinato per chiedermi da dove venissi. Alla risposta “Svizzera” è susseguita la domanda: “che lingua parlate”. Quando ho citato l’italiano, questo giapponese mi ha chiesto “Ah, parli italiano?” (in italiano…).
Così siamo rimasti d’accordo di incontrarci sabato sera per una cena e quattro chiacchiere. All’appuntamento si sono poi aggiunti i miei compagni svizzeri e un insegnante di italiano di Kanazawa. Questo insegnante è l’unica persona nella prefettura in grado di insegnare italiano, su una popolazione che passa il milione di persone. Impressionante il fatto che quest’ometto sulla sessantina nonostante sia stato in poche occasioni in Europa si esprimeva in un italiano e francese perfetto.
Ho poi scoperto che il giapponese che avevo incontrato al ristorante è stato un anno e mezzo a Roma a lavorare in nero facendo foto ai turisti giapponesi e poi rivendendole come cartoline. L’italiano l’aveva imparato da zero sul posto semplicemente parlando con la gente in strada. Decisamente una persona molto particolare e strana, che però è stata un’ottima guida per la vita notturna a Kanazawa.
Infatti nonostante il Giappone di giorno sia un posto quasi perfetto e sicuro la notte si trasforma in un luogo diverso. La zona del centro è piena di yakuza (i mafiosi giapponesi) che si recano nei locali più cari per godere della compagnia di bellissime donne. Anche qui il Giappone riesce ad essere molto particolare. Infatti quando dico compagnia intendo il senso letterale della parola. Si tratta di locali dove per circa 50 franchi si può parlare e bere qualcosa in compagnia di una donna molto bella e truccatissima per un’oretta. Nient’altro. Ho un’amica giapponese che ha fatto questo lavoro per un breve periodo perché a corto di soldi e mi ha garantito che si tratta semplicemente di parlare. Esistono ovviamente casi dove il cliente si spinge oltre, ma sono molto rari, e la polizia è molto severa a riguardo.
Il Giappone la notte, comunque, è molto diverso dal giorno.

Domenica era vacanza (inizio della primavera). In Europa la definiamo sfortuna avere vacanza di domenica, in Giappone invece non cambia niente. Se la vacanza cade di sabato o domenica viene recuperata di lunedì. Questi speciali lunedì di vacanza vengono anche chiamati “happy monday”.
Domenica, dicevo, sono andato a vedere un incontro di wrestling. Infatti il caso vuole che nella famiglia di un compagno svizzero, il figlio è arbitro professionista di wrestling e quindi aveva i biglietti gratis per l’incontro. Anche se non sono un grande amante del wrestling mi sono comunque goduto lo spettacolo e ho provveduto a fare un piccolo video per chi si chiedesse se i giapponesi sanno fare wrestling (eccolo QUI, addirittura disponibile in FullHD!).

Lunedì come detto era vacanza. La mia famiglia ha quindi organizzato una piccola escursione ad una vicina montagna. Nel viaggio di andata ci siamo fermati da amici che ci hanno offerto un tè nel modo più tradizionale giapponese, con brace e teiera in un locale completamente in legno stupendo. Siamo poi andati alla base della montagna dove c’è un ristorante italiano in un bellissimo edificio in legno. Il tavolo dove abbiamo mangiato era un asse di 10 metri interamente ricavata da un unico albero, spettacolare. Inutile dirlo (visto che in Giappone mi sono oramai abituato), la pizza era ottima! Forno a legna in pietra e ingredienti di prima scelta. Devo ammettere che ancora dopo 3 settimane sono stupito dalla varietà gastronomica in Giappone. Si riesce a trovare di tutto di ottima qualità e i ristoranti esteri sono sempre ottimi. Questa settimana ho mangiato dei vermicelles che erano ottimi e il pane che mangio alla mattina (con la marmellata fatta in casa) è come quello nostrano (beh, diciamo quasi…).
È molto interessante il cambiamento di paesaggio quando si passa da città a montagna. Le città giapponesi sono vaste e piuttosto piatte, un po’ come quelle americane. Supermercati in materiali prefabbricati ad un solo piano immensi, case con al massimo due piani,…
Pian piano che ci si avvicina alle montagne le case diventano molto simili e quelle svizzere o tirolesi (giusto per intenderci) e i villaggi si riempiono di colori del legno. È interessante notare come nonostante le differenze culturali l’appartenenza alla razza umana ci unisce nelle scelte di vita quando la natura si impone.
Per concludere la giornata di lunedì visita al poco distante museo degli insetti. All’interno c’era una sala con una miriade di farfalle immense nel loro ambiente naturale ricreato, stupendo.
Per ringraziare della bellissima giornata, lunedì ho pulito a titolo gratuito la macchina (conciata dalla sabbia portata dal vento dalla Cina sabato) e ho preparato una mia specialità per cena.

Con la mia famiglia va sempre meglio. Ormai ci si conosce abbastanza bene e andiamo molto d’accordo. Spesso la sera rimango fino a tardi a parlare del più o del meno e guardiamo film assieme. Ho anche finalmente scoperto di cosa si occupano i singoli membri; sono una famiglia di artisti!
Il papà (otoo-san) è un pittore e scultore di arte giapponese. Mercoledì è stata qui una finlandese che gli ha commissionato un quadro con pesci come soggetto. La mia sorella è (era come dice lei) un attrice di teatro. Recita un particolare teatro giapponese (che io non avevo mai sentito), dove gli attori vestono kimono, ma a differenza del kabuki (il tradizionale teatro giapponese) ci sono parecchi combattimenti. Inoltre, infatti, è maestra di recitazione per il combattimento giapponese e ha avuto modo di conoscere uno dei curatori dei combattimenti di Kill Bill.
La mamma (okaa-san) invece si occupa di cucina. Fa catering, ha un piccolo ristorante (per 10 persone al massimo) e fa corsi privati di cucina. Inutile dire che mangio bene!
Fuori casa c’è un fratello ingegnere (che vive a Boston) e una sorella che lavora a Tokyo (non so di cosa si occupa esattamente).

Chiudo qui questo post chilometrico, cercherò di farne più spesso un po’ meno lunghi…
A breve intendo scrivere qualcosa sul perché di questo viaggio in Giappone e su quello che farò in questo paese. Penso che scriverò un post anche su i luoghi comuni sui giapponesi, su quali siano veri (secondo me) e quali invece siano pure invenzione o esagerazioni di cose esistenti ma circoscritte.

Ringrazio il mio pubblico per l’attenzione e la pazienza,
ja mata ne,
Claudio


La lingua e l’alfabeto, uno specchio della cultura giapponese

marzo 15, 2010

Ci tenevo a scrivere un post a parte su un aspetto che io trovo molto interessante riguardo il rapporto tra la lingua e la cultura giapponese.
Uno degli aspetti che ho sempre trovato molto interessante del Giappone ed i suoi abitanti è la capacità di associare tradizione con modernità e tradizioni locali con quelle più esotiche. A volte le diverse parti sono in profondo contrasto in Giappone, ma in generale si può dire che i giapponesi sono riusciti a trovare un’armonia unica tra passato, presente e futuro da un lato e modi locali ed esteri dall’altro. La cosa è evidente per quel concerne gli usi e i costumi; la mia okaa-san (la mamma della famiglia che mi ospita) per esempio, ama parlare inglese, adora la cucina, la musica e l’arte straniera ed è circondata di regali e souvenir portati dagli studenti internazionali che sono stati in casa. Eppure veste sempre il suo tradizionale kimono e quando cucina giapponese (vale a dire molto spesso) non mischia mai ingredienti orientali con quelli occidentali, ma sta bene attenta a mantenere i sapori originali della cucina che conosceva da bambina.
Ci si accorge subito di questi contrasti in perfetta armonia girovagando per Kanazawa. Tempi antichi di centinaia di anni si trovano a pochi passi da centri commerciali, senza creare dissociazione tra i diversi stili ed epoche. Inoltre girando in città si incontrano parecchi nomi italiani ed esteri in generale: la strada “Prego”, l’edificio “rifare”, la panetteria “amare”, i karaoke tappezzati di frasi francesi, cartelloni pubblicitari in inglese,… eppure la città mantiene un perfetto spirito giapponese. Non direi proprio che si posso definire Kanazawa una città multietnica per questi semplici aspetti. Per fare un paragone penso che Kanazawa e Zurigo siano molto simili per quel che riguarda la diversità che si può incontrare in centro, eppure mentre Zurigo è una città “di mondo”, la stessa cosa non vale per Kanazawa.

Senza essere un antropologo o un esperto in scienze sociali penso però che la chiave per questa capacità unica del Giappone di mischiare tempi diversi ed influenze diverse senza perdere le origini risiede nella lingua, soprattutto nella sua forma scritta.

Per spiegarvi cosa intendo devo fare una breve introduzione nella lingua giapponese. Probabilmente chi se ne intende più di me troverà la mia spiegazione molto grossolana e semplificata, ma spero perlomeno di dare un’idea a riguardo.
Fino a circa 2000 anni fa il giapponese era una lingua solamente parlata, non esisteva una forma scritta. La scrittura del giapponese fu introdotta dai cinesi. I giapponesi iniziarono l’alfabeto cinese per scrivere i suoni della lingua loro lingua fino a quel momento solo parlata. I caratteri cinesi usati nel giapponese vengono chiamati kanji. Ancora oggi il cinese e il giapponese hanno molti caratteri simili (se non uguali in alcuni casi), anche se la pronuncia e il significato sono completamente differenti. È un po’ come il tedesco e l’italiano, stesso alfabeto, differenti lingue. Il kanji comprende diverse migliaia di simboli, e ancora oggi per i giapponesi stessi risulta piuttosto complesso .
Proprio a causa di questa complessità intorno al 500 DC iniziò a diffondersi un alfabeto semplificato (chiamato hiragana) che con solo 46 simboli riusciva a esprimere tutti i suoni del giapponese. L’hiragana divenne rapidamente l’alfabeto usato dalle donne che, non avendo accesso a un’istruzione avanzata, non erano in grado di usare il complesso kanji. Col tempo, per comodità, anche gli uomini iniziarono ad usare l’hiragana e con il tempo i due alfabeti iniziarono a combinarsi. Nel moderno giapponese kanji ed hiragana sono usati assieme e in una singola frase simboli dei due alfabeti si combinano.
Intorno all’anno 1000 una successiva semplificazione si introdusse nel giapponese risultando nel terzo alfabeto (anch’esso di 46 caratteri) chiamato katakana. Il katakana è usato oggi per le parole straniere ad i suoni. Quindi per esempio se voglio scrivere che mi piace la caffè (che non è una parola di origine cinese o giapponese) mi toccherà transcrivere il suono inglese di “caffè” (visto che il caffè è stato introdotto in Giappone dagli americani) con l’alfabeto katakana. Caffè infatti in giapponese si pronuncia ko-hi-ii (dall’inglese “coffee”).
Può succedere che in una sola frase gli alfabeti usati siano tre. Un esempio, spero abbastanza chiaro, è dato QUI.

Per spiegarvi come, secondo me, l’uso di 3 alfabeti giochi un ruolo fondamentale nella capacità del Giappone di amalgamare tradizione con modernità, inizio con un paio di esempi.
In italiano se vogliamo usare una parola inglese, per esempio “training” o “coach”, ci tocca trascriverla allo stesso modo con cui viene scritta in inglese. La cosa è ovvia visto che italiano e inglese sono basati sullo stesso alfabeto. Siamo però abituati a pronunciare “training” alla inglese e oramai la parola è diventata di uso corrente nella lingua italiana.
Nelle lingue europee se si intende evitare l’invasione di parole straniere l’unica possibilità è creare parole nuove nella lingua di casa. Questo accade per esempio con il francese, dove buona parte del vocabolario informatico è stato re-inventato dai francesi.
Nelle lingue europee, derivanti dal latino, è dunque difficile una coesistenza tra parole di diverse lingue, a causa dell’alfabeto comune. Per fare un esempio chiaro: la parola “goal” può essere considerata oramai una parola italiana, o rimane ancora un concetto esotico? Tutti sanno che “goal” deriva dall’inglese, eppure non si differenzia più da altre parole puramente italiane.

Nel giapponese le cose sono invece differenti; le parole straniere vengono scritte con il katakana, e considerando che gli alfabeti non sono equivalenti, la pronuncia giapponese con quella originaria sono spesso differenti (e di molto!). Succede quindi che i contributi esotici nella lingua giapponese sono facilmente riconoscibile e “contrassegnati”. Inoltre, la pronuncia viene storpiata, dando una nuova origine alla parola inizialmente sconosciuta. Succede dunque che prodotti e concetti portati da oltremare vengono resi giapponesi tramite la lingua.
Con un po’ di attenzione si nota che spesso parole estere vengono però scritte anche con l’alfabeto latino. In genere però questa scrittura svolge il ruolo di marchio, logo e la stessa cosa, ma in giapponese viene ripetuta più in basso.
Qualsiasi persona è in grado di leggere l’alfabeto romano (visto che i computer in tutto il mondo hanno la tastiera con i soliti 26 caratteri), quindi le lingue europee non rappresentano un mistero. Anche se non riusciamo a capire cosa vuol dire una frase in norvegese riusciamo comunque a leggerla e lo stesso vale per gente abituata ad altri alfabeti. Un giapponese in Italia riesce a capire che nel ristorante offrono pizza e sushi, anche se non sa l’italiano.
In Giappone invece un italiano non sa che quella serie di strani caratteri vogliono dire pizza. Solo un giapponese, o qualcuno che l’ha studiato ha accesso alla lettura. Quindi, nonostante il giapponese sia ricco di termini stranieri, la comprensione della scrittura rimane riservata ai suoi abitanti.
A mio modo di vedere questa capacità particolare del giapponese di trasformare concetti esotici e assimilarli nella lingua, fa sì che si possa scoprire il resto del mondo senza veramente conoscerlo, mantenendo quindi un certa tradizione.

Per spiegare come antico e moderno si miscelino nella lingua basti pensare che aereo in giapponese viene scritto con caratteri antichi di 2000 anni, semplicemente combinando il simbolo di grosso, oggetto e volante (che vola).

Ovviamente con la lingua e l’alfabeto soli non si spiega una cultura o un popolo. Penso però che in generale, ed in particolare per il giapponese, questo punto giochi un ruolo importante.
Inoltre, come è ovvio, questa rimane la mia opinione e sarei contento di leggere commenti e/o critiche a riguardo.

A presto con qualcosa di meno pesante…
Feli


Una settimana intensa

marzo 12, 2010

Ciao a tutti, rieccomi dopo una settimana di assenza dal blog.
Penso che sarò costretto a limitare i post ad uno alla settimana, visto che sono sempre piuttosto occupato tra attività, scuola e la vita in famiglia. Cercherò però di raccontare il più possibile in questi pochi post. Inizierò quindi col parlarmi della mia ultima settimana, gli spunti per curiosità e cose interessanti mi verranno durante il racconto.

Lo scorso week-end è stato molto tranquillo, ma era esattamente quello che avevo bisogno per recuperare completamente il jet-lag e per rilassarmi dopo i primi giorni piuttosto burrascosi. Quindi sabato sveglia in tarda mattinata e poi visita al museo di arti moderne con i compagni di classe svizzeri. La cosa forse più interessante di questo museo è il fatto che è stato progettato da due giapponesi (Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa) che sono gli stessi che hanno progettato il neo-inaugurato Rolex Learning Center dell’EPFL di Losanna. L’edificio infatti è molto particolare: è un cerchio perfetto e la parete esterna è un’intera vetrata. L’interno è anche concepito con una serie di vetrate che lasciano entrare la luce solare e nell’insieme si può dire perfetto per un museo di arte moderna. L’esibizione era senza dubbio all’altezza dell’edificio, con una serie di effetti luminosi che coinvolgono i visitatori invitandoli a riflettere sull’inefficacia dei sensi e la differenti sfaccettature dell’esistenza. In breve ne valeva decisamente la pena.
Usciti dal museo ci siamo messi a camminare un po’ a caso e siamo finiti nel quartiere samurai. Si tratta di un quartiere poco distante dal centro dove le case sono ancora rimaste nello stile medievale, completamente in legno e con piccoli giardini particolarmente ben tenuti. Purtroppo non abbiamo visitato l’interno, che in genere è la parte più interessante di queste case, vista la particolarità delle stile delle camere.

Lunedì abbiamo avuto la visita a Kenroku-en, che è la principale attrazione della città e il motivo per cui un gran numero di turisti (quasi tutti giapponesi) si reca a Kanazawa ogni anno. Kenroku-en è semplicemente un giardino in stile tipicamente giapponese. A renderlo famoso sono le sue dimensioni e la sua bellezza, ed è ritenuto il terzo per importanza e bellezza di tutto il Giappone, preceduto solo dai famosi giardini di Kyoto. In effetti bisogna ammettere che merita la fama che gli si attribuisce, vista la cura con cui sono curati i dettagli e la bellezza della natura che si incontra al suo interno. Personalmente però ho trovato molto più interessanti le case del tè che vi si trovano dentro. Si tratta di case unicamente adibite alla cerimonia del te, dove la gente si trovava (e si trova tuttora) in cerimonie molto tradizionali per bere il tè. L’interno è deliziosamente semplice ma curato, con il pavimento in sottile stuoia di vimini e la struttura in legno. Di una bellezza unica sono le porte e le finestre in legno e carta. All’interno di una di esse abbiamo avuto la possibilità di prendere parte alla cerimonia del tè (in forma in-ufficiale). Dopo 10 minuti che sono stato in ginocchio, nella posizione dei rituali giapponesi, non sentivo più i piedi. E pensare che le cerimonie vere possono durare delle ore…
Finita la visita ai giardini siamo stati accompagnati al castello di Kanazawa che si trova poco distante. Si tratta di un imponente castello bianco che veniva usato per la difesa della città in epoca feudale. Il castello è circondato da ciliegi giapponesi, il che lascia presagire che al momento della fioritura (“sakura”, per inizio aprile in teoria) è uno dei posti dopo vale la pena andare. Interessante del castello, oltre al fascino estetico, la particolare struttura interna impiegata per la costruzione. Una miriade di legni di diverse dimensioni si intrecciano per sorreggere la struttura.

La vita in famiglia va molto bene. Il mangiare è ottimo e la compagnia pure. Da questa settimana si aggiunta pure la nonna che sarà con noi per un mese per essere assistita, visto che ha rotto il braccio. Ho così l’onore di abitare nella stessa casa con 4 generazioni diverse, il piccolo Tayo-san, la mamma (Sawako-san), la nonna (Mieko-san) e la neo-arrivata bis-nonna. Il mio giapponese migliora piuttosto in fretta ed è oramai consuetudine fermarmi dopo cena a parlare di diversi temi dopo cena. In Giappone i temi delle conversazioni sono piuttosto ristretti. In genere si parla di mangiare o di vita dei tutti giorni. Molte persone amano parlare di hobby o sport. Esistono solo due temi di cui i giapponesi non parleranno mai: politica e religione. Non tanto perché siano tabù ma perché sono considerati molto noiosi dalla maggior parte della gente, e finire in uno di questi temi equivale e essere tagliati fuori dal discorso.

La scuola va anche molto bene, per essere una scuola di lingue è piuttosto impegnativa, anche se non mi lamento, visto che tutto sommato il giapponese mi interessa e quindi ci vado volentieri. In sole 2 settimane sono riuscito a imparare i due alfabeti base del giapponese; l’hiragana e il katakana, composto ognuno da 46 ideogrammi! La brutta notizia è che ora mi manca il terzo alfabeto e li si parla di migliaia di simboli. La seconda brutta notizie è che per leggere il giapponese la conoscenza del terzo alfabeto è indispensabile.
Nonostante ciò, già solo conoscendo l’hiragana e il katakana ci si sente molto meglio. Si scopre che molte delle parole che sono scritte per strada sono straniere e si inizia quindi a capire qualcosa in più. Per esempio su un cartellone pubblicitario sulla via di scuola c’è scritto “bisukotto”, in caratteri giapponesi ovviamente. Finalmente dopo 2 settimane ho capito che la ditta in questione produce semplicemente biscotti…

Giovedì ho avuto forse l’attività più interessante fino adesso: la decorazione delle bacchette. Detto in breve abbiamo decorato la parte superiore di semplici bacchette monocromatiche giapponesi con una foglio d’oro. La regione dove mi trovo infatti è nota per la produzione di fogli d’oro estremamente sottili che vengono usati per decorazioni di svariati oggetti e tipi. Anche se il procedimento per decorare le bacchette è piuttosto semplice il risultato è ottimo. Vedrò di pubblicare delle foto a riguardo.
Di ritorno dall’atelier siamo passati per il quartiere delle geishe, che è un’altra parte della città che ha mantenuto lo stile del Giappone medievale. Anche in questo caso, come per il quartiere samurai, ne valeva proprio la pena.

Per quanto riguarda la vita in Giappone in generale posso proprio dire di trovarmi bene. Per il momento mi sembra che il Giappone si basi su pochi concetti semplici e chiari e poi gli usi e i costumi sono il risultato di queste regole. Mi spiego meglio; qui le cose da tenere a mente sono due.
Primo rispetto e cortesia. I Giapponesi chiedono scusa sempre, anche quando vogliono rimproverarti e ringraziano sempre, anche quando sono loro ad aver fatto qualcosa per te. A volte la cosa è un po’ esagerata, ma penso che quando si debba vivere in così tanti in così poco spazio questo principio è fondamentale per potere vivere in armonia.
Secondo: ognuno ha una sua funzione, ben chiara e definita. In Giappone ci sono certi lavori che possono sembrare inutili e forse per noi lo sono. Eppure ognuno rispetta che fa questo lavoro perchè è cosciente che nel suo piccolo contribuisce a fare funzionare il tutto. Questo significa anche che ognuno deve dare il meglio di se stesso in quello che sa fare meglio per servire il prossimo. Penso che non sia un caso che qui il servizio sia al top. Ognuno da il massimo perchè si aspetta lo stesso dagli altri e qui sembra che la cosa funzioni.

Di curioso rimane ancora il rapporto con i bambini. Oggi sono andato in piscina, che sono 15-20 minuti da casa a piedi. Lungo la strada si incontrano un sacco di bambini sui 6-7 anni, probabilmente ci deve essere una scuola. Tutti mi fissano stupiti e forse anche un po’ spaventati. Le meno timide (o forse le più curiose) sono in genere le bambine che, credendomi americano (qui tutti quelli che non sono giapponesi vengono considerati americani), mi salutano: “hallo!” o “konnichi-wa!” e poi si mettono a ridere imbarazzate.

Le foto delle prime due settimane a Kanazawa le trovate cliccando QUI (mi devo scusare le molte foto sono un po’ sovraesposte, ma ho preso la macchina fotografica da poco e devo ancora abituarmi alla modalità manuale…).

A presto,
Feli


All’inizio di una grande avventura, anche un po’ di paura…

marzo 5, 2010

Ciao a tutti,
ecco che ho trovato finalmente il tempo per aprire il mio blog e per pubblicare il primo post. Per il momento ho tenuto lo stile standard anche se presto vedrò di renderlo un po’ più carino.

Incomincio subito arrivando al punto: l’inizio del mio viaggio in Giappone. A essere sincero mi sarei aspettato un inizio un po’ più tranquillo e meno emozionale. Anche se la motivazione prima della partenza non è mai mancata, durante il viaggio ho avuto dei ripensamenti e allo scalo a Londra mi veniva quasi voglia di prendere il primo volo per la Svizzera e tornare a casa. Nel volo per il Giappone ero piuttosto nervoso e a Tokyo Narita abbiamo dovuto fare un secondo atterraggio a causa del vento laterale (si ringrazia il comandante per aver fatto credere che al secondo atterraggio non c’era vento… dal finestrino non sembrava proprio!). Arrivato in Giappone è poi successa una cosa strana: mi sentivo come a casa… Forse per il suono della lingua o probabilmente per la cortesia e la gentilezza dei giapponesi mi sono subito sentito più tranquillo. Questione però di pochi giorni visto che poi un po’ di tensione mi è tornata al momento di andare in famiglia e nell’imbarazzo di non capire le loro discussioni e non riuscire a rispondere alle loro domande.
Frutto di questi sali e scendi di ansia e tensione mi sono rovinato l’appetito i primi giorni e mangiare non mi veniva molto naturale.
Per fortuna ora le cose si sono sistemate e stasera ho pienamete apprezzato il riso al curry, anche perchè si tratta di uno dei miei piatti giapponesi preferiti.
Detto dell’inizio burrascoso passo a descrivirmi un po’ la mia prima settimana in Giappone.

Dunque, iniziamo dalla famiglia, che è forse la parte più importante per me in questo momento di ambientamento. Siamo in 5, incluso me: oka-san (55), oto-san (60), imoto (27) e il suo bambino tayo-san di 8 mesi. Quelle parole che avete appena letto non sono i nomi dei membri della famiglia, ma i termini giapponesi per mamma (oka-san), papà (oto-san) e sorella (imoto). Io, infatti, non sono considerato un ospite della famiglia, ma un loro membro e per questo ci tengono che li chiami come mamma e papà piuttosto che con i loro nomi (ad eccezione del mio “nipote” che è chiamato per nome; tayo-san).
Può sembrare banale ma devo ammettere che sono veramente gentili e cordiali, quasi all’esagerazione a volte. La oka-san è venuta a prendermi a scuola il primo giorno (quando siamo stati affidati alle famiglie) con uno splendido kimono che indossa spesso anche in casa. All’inizio, come detto, ero molto in imbarazzo per non riuscire a comunicare anche se ora ci siamo adattati gli uni con gli altri e inserendo qualche parola in inglese nelle frasi riusciamo a farci capire egregiamente. In ogni caso oka-san e imoto parlano inglese e in casi estremi possono tradurmi qualche frase. Comunque il giapponese è pieno di parole inglesi, italiane, francesi e tedesche e con un po’ di fantasia inserendo “u” un po’ ovunque si riesce a trovare una parola esistente in giapponese (un paio di esempi: il latte, miruku, da milk o maaketo, da supermarket, lo zaino, rukusaku, dal tedesco Rucksack).
Per quelli che si preoccupavano per la mia dieta, arriva la rassicurazione: mangio bene e a sufficienza. Per il momento ho mangiato un po’ di tutto, la zuppa miso, riso (ovvio), shabu-shabu (praticamente uguale la fondue chinoise), riso al curry, tempura, carne, pesce, molta frutta e verdura… Il sushi l’ho mangiato solo a pranzo quando dobbiamo arrangiarci noi con il mangiare, a conferma che in Giappone non si mangia sempre solo sushi come molti credono. Addiritura una sera la oka-san ha preparato la pasta ai frutti di mare per farmi sentire a casa, e devo ammettere che non aveva niente da invidiare con quella che si potrebbe trovare in Italia, specie per la qualità del pesce.

Sempre riguardo al mangiare, sono rimasto veramente stupito per la varietà di cibi che si riescono a trovare qui. I ristoranti italiani sono ovunque (c’è n’è uno in centro che si chiama “il nosutro paradiso”…) e sembrano buoni. Un po’ sorprendentemente la città è anche piena di pasticerrie tedesche e francesi, oltre naturalmente ai classici fast-food americani. Ieri sono andato a fare la spesa con la oka-san e mi sono veramente sentito a casa, si riesce a trovare veramente di tutto. Ho mangiato una focaccia che abbiamo comprato al supermercato e, nonostante non fosse buona come quelle italiane, non potevo di certo lamentarmi. Al mattino mi offrono sempre il pane (cosa che per esempio era quasi inesistente in un paese occidentale come l’Australia) anche se il piatto forte a colazione è la minestra di verdure oppure verdure bollite con l’uovo.

Un altro tema interessante di cui potrei parlare è il fascino dell’essere gaijin in Giappone (gaijin significa straniero). Al primo giorno siamo stati invitati da VIP del governo per un incontro per onorificare il fatto che 4 svizzeri studieranno il giapponese per bensì 3 mesi (una cosa del genere è impensabile nei paesi anglofoni). Per l’occasione ero abbastanza teso visto che dovevamo presentarci in giapponese e in più si trattava di parlare a persone piuttosto importanti nella regione (infatti c’era un articolo su uno dei giornali principali il giorno dopo, con foto! – clicca qui per dare un’occhiata). Nonostante la formalità fosse estrema le tematiche dell’incontro si sono rivelate piuttosto banali e si è finiti di parlare del medagliere delle olimpiadi (il Giappone non ha fatto nessun oro…), della neve, del Giappone e della Svizzera,…
Interessante il fatto che il meeting doveva iniziare alle 15:00, ma 5 minuti primi dell’inizio ognuno era già seduto ai posti assegnati (occhio a non sbagliare posto). Ciònonostante abbiamo dovuto aspettare che la lancetta scattasse le 15 in punto per iniziare la riunione!
Così per la cronaca avevamo in interprete a disposizione, meno male!
Continuando con l’aspetto del gaijin; il prossimo week-end ci è stato chiesto di assistere alla visita giudata dei giardini imperiali. Il motivo? Si tratta di giovani che faranno la guida in inglese e noi dobbiamo giudicarli e spiegarli con ci si comporta con gli occidentali e eventualmente correggere l’inglese (cosa probabile…). Maestri ci cultura e modi occidentali insomma.
La gente in generale sembra abituata a vedere stranieri (anche se ce ne sono veramente pochi; in una settimana ne avrò contati 10…), ma le bambine sembrano non capire il fatto che un non-giapponese possa prendere il loro stesso bus… mi è già capitato più volte di essere osservato quasi ossessivamente con un aria interrogativa per tentare di capire a quale pianeta appartengo, o se si tratta solo di un’illusione ottica! Stesso discorso per tayo-san, all’inizio era quasi spaventato, pian pian sto diventando la grande attrazione.

La scuola va bene per il momento, siamo una classe con i 4 svizzeri che fanno parte del programma dell’EPFL. Le lezioni sono in un inglese mischiato al giapponese e abbiamo 3 maestri diversi che si alternano ogni giorno. Sono tutti molto bravi e gentili (in effetti sono tutte donne, quindi brave e gentili). Purtroppo però faccio un po’ di fatica a seguire, visto che gli altri 3 svizzeri che hanno fatto un semestre di giapponese a Losanna hanno già lavorato con il libro che stiamo usando e per loro è molto semplice perchè si tratta di ripetizione. In particolare loro hanno già fatto l’hiragana (uno dei 3 alfabeti giapponesi, composto da 46 simboli) il che li rende piuttosto avvantaggiati. Io penso di essere più in avanti con la grammatica e strutture complesse, ma per il momento questa conoscienza mi serve a poco…

Ora aggiungo un po’ di considerazioni di ordine sparso:
– le toilet hanno la tazza riscaldata (geniale), uno spruzzo che consente di pulire il sedere finiti i bisogni e il foehn per asciugare le ciappe
– secondo le statistiche della prefattura di Ishikawa qui si lavorano in media 40.1 ore alla settimana e a giudicare da gli orari di apertura dei negozi (10-18) non mi sembrano troppo stressati. Per contro molti negozi sono aperti la domenica.
– se vi capita di andare in Giappone vi suggerisco di recarvi in una banca qualunque poco prima della chiusura (di solito alle 15), noterete tutta la procedura di inchini per ringraziare la clientela
– adoro la cortesia e l’usanza degli inchini giapponese, lo trovo semplicemente un modo molto civile e rispettoso di vivere in società
– i giapponesi guidano abbastanza come pazzi, diciamo che non sono comparabili a italiani o francesi, ma di sicuro nel guidare non sono così ordinati e regolamentati come invece ci si possa aspettare
– con l’inglese in Giappone non si riesce a fare molto, per fortuna i giapponesi sono così disposti ad aiutarti che una maniera per capirsi la si trova sempre
– qui il tempo fa schifo, ho dato un’occhiata alle statistiche e pare che nel 2007 ci sono stati 10 giorni limpidi; per settimana prossima hanno dato neve e dimenticare l’ombrello qui quando si esce di casa può essere fatale (per fortuna che mi sono sempre lamentato di Zurigo!)
– a un’oretta da qui c’è un resort sciistico, a 10 minuti il mare, un bel contrasto, tipico in Giappone
– il mangiare costa pochissimo, con al massimo 6-7 fr. si fa un pasto completo e ottimo, con al massimo 10 fr. si mangia al ristorante, sopra i 20 fr. si è già quasi nella categoria “lusso”

Concludo qua il mio primo post. I prossimi post penso che saranno molto simili, visto che tutto quello che succede qua per me è una novità. Più in avanti mi piacerebbe concentrarmi su tematiche particolari, e sono aperto a domande o suggerimenti a riguardo.
Tenterò di entrare nella psiche collettiva e di dare una mia risposta a quelle domande classiche e non che riguardano le culture orientali. Questo però richiederà un certo tempo e non posso garantire il risultato, quindi per il momento gustatevi i miei racconti.

Ja mata ne,
Claudio (-san per chi legge)

PS: al momento ho poche foto perchè ho avuto poco tempo e sto ancora imparando ad usare la macchina, pubblicherò a breve