Piccolezze di tutti i giorni

aprile 24, 2010

Ciao a tutti,
ci sono un paio di piccole di cui volevo scrivere da tempo ma che non ho mai avuto il tempo di fare. Niente di particolare in verità, ma piccole differenze e punti in comune che ho pensato fosse interessante raccontare. Entro nel dettaglio; davanti a me c’è un foglio un po’ incasinato con diverse cose scritte, in un angolo sono annotate un paio di cose che non volevo dimenticarmi di scrivere: religione, mattino, pane e riso.

Vado in ordine e comincio dal primo dei temi della lista: religione. Se non mi sbaglio devo avere accennato qualcosa in uno dei precedenti post, spero di non ripetermi!
In Giappone esistono due religioni dominanti: il shintoismo e il buddismo. La cosa interessante è come le due religioni possano convivere in armonia e come (a mio modo di vedere) la filosofia nascosta dietro di esse spieghi molti aspetta della cultura giapponese.
Parto dal primo punto: tolleranza. Girando per il Giappone come un normalissimo turista è difficile notare la differenza tra tempi buddisti e shintoisti. Le differenze ci sono e una volta notate possono quasi sembrare enormi, ma non sono di certo comparabili e quelle per esempio tra chiese e tempi. Entrambi i tempi sono costruiti all’incirca allo stesso modo; un arco all’entrata, il tempio principale e tante casette un po’ sparse ovunque. Il tutto decorato con giardini perfettamente tenuti, specchi d’acqua e qualche ciliegio.
Vista la somiglianza all’inizio è difficile notare che in alcuni casi i tempi sono così vicini da condividere la stessa area. La prima volta (a Kyoto) è stata Maiko (una mia amica) a farmi notare che il tempio poco distante da quello in cui ci trovavamo era di un’altra religione.
Ragionando di logica le due religione dovrebbero essere in conflitto, visto che solo il shintoismo è veramente giapponese, mentre il buddismo è stato importato dalla Cina. Eppure non lo sono, la gente che si reca nei due tempi sale spesso le stesse scale per arrivarci e le strade si dividono solo all’entrata dei due edifici.
Sia buddismo che shintoismo non hanno vere e proprie regole. Non esiste un libro scritto dove è detto cosa di può fare e cosa no, cosa bere e cosa no. In sostanza nel buddismo lo scopo è raggiungere armonia con la natura. Il shintoismo invece si dedica alla devozione di diversi Dei attraverso venerazioni e offerte. Entrambe le regione, quindi, non si ostacolano una con l’altra, ma anzi possono coesistere in perfetta armonia.
Questo stile di vita lo si ritrova nella società giapponese moderna. Prima di partire avevo sentito da molti parlare del Giappone come un paese molto complesso con una società altrettanto complessa. In realtà, per come l’ho visto fino adesso il Giappone è un paese molto semplice da capire; bastano le due regole base: rispetto e gentilezza. Tutte le usanze, le mode e i modi sono nient’altro che decorazioni, rifiniture; una complessa cornice che avvolge un disegno molto semplice. Tutto questo può essere ricondotto alla religione, penso. Non avendo vere e proprie regole, quello che una persona fa o pensa non deve essere giudicato a condizione che vi sia rispetto. È per questa ragione che a, mio modo di vedere, il Giappone può essere visto come un paese paese “pazzo”. Ognuno si esprime come vuole perché ha il diritto di farlo; con il risultato che gente diversa, comportandosi in modo diversamente origina un mix unico e qualvolta irrazionale che è il Giappone.

Punto due: il mattino. Ovunque nel mondo il mattino è abbastanza regolare; la solita routine. Qui le cose sono ancora più estreme. Ogni mattina la cosa si ripete alle perfezione.
8.22: esco di casa.
8.27: davanti alla Coop incontro sempre la stessa donna sulla 30ina che indossa sempre lo stesso tailleur grigio opaco.
8.29: arrivo alla fermata del bus e circa un minuto dopo passa una Honda con targa gialla con il tubo di scarico elaborato.
8.30: arriva il furgoncino per handicappati che prende la signora che abita di fronte alla fermata.
8.31: arriva la studentessa con già 3 strati di trucco correndo; la signora con gli occhiali scuri attende all’entrata della casa per proteggersi dal vento, parla con l’altra signora, quella con l’ombrello verde.
8.32: arriva il bus e anche la signora che abita nella casa poco distante. Sul bus la studentessa di rifà i primi 3 strati e ne aggiunge un altro paio; ora di arrivare alla mia scuola ha compiuto una trasformazione completa.
Questo particolare non è forse niente di veramente tipico del Giappone, ma è comunque qualcosa che ho trovato un po’ strano e inusuale, specie per la misura delle cose.

Ultimo punto: pane e riso. Una cosa che mi ha sempre stupito (e infastidito) del giapponese è la miriade di nomi che esistono per dire semplicemente “riso”. Il chicco di riso che è sulla pianta ha un nome che cambia quando viene raccolto e messo assieme ad altri nelle confezioni. Una volta cotto il riso cambia ultimamente nome e diventa “gohan” (perdonatemi ma i primi due nomi non li conosco).
Ovviamente poi non esiste solo una qualità di riso e ogni tipo ha un suo nome particolare.
In Asia il riso ha la stessa funzione che ha da noi il pane, ovvero accompagna i pasti. Mi sono quindi chiesto perché non si può semplicemente chiamare “riso” il riso come noi chiamiamo semplicemente “pane” il pane. Mi sono poi fermato un attimo è ho realizzato che alla fine anche da noi esiste un solo tipo di pane: c’è il lunghino, la pagnotta, la ciabatta, la treccia, la piadina, la pitta, la focaccia, la michetta,…
Anche noi in italiano poi cambiamo termini quando ci riferiamo alla stessa cosa a volte. Pensate al latte di mucca e la carne di manzo; non ci riferiamo in fondo allo stesso animale?
Ripensandoci quindi siamo noi tutti ed essere strani e in fin dei conti di differenze tra Europa e Asia ce ne sono meno di quanto possiamo credere. Tutto sommato è solo una questione di stile; avendo tanto riso qui si sono sbizzarriti con i nomi e noi, con il tanto grano, abbiamo fatto la stessa cosa con il pane. Non siamo poi così diversi alla fine…

Alla prossima,
Feli


Tokyo

aprile 19, 2010

Rieccomi, in ritardo sui tempi previsti (come al solito…).
Tanto per iniziare una piccola considerazione ai lettori (e non). Diversa gente si è scusata (per email o al telefono) per non leggere regolarmente il blog. Ci tengo quindi a precisare che non è affatto un problema, visto che scrivo per il piacere di farlo e anche per avere un diario personale che mi possa aiutare in futuro a ricordare come è stata la mia esperienza in Giappone. Quindi non è assolutamente necessario scusarsi.

In famiglia e a scuola tutto procede molto bene, come è sempre stato fino ad ora. Il Giapponese migliora di giorno in giorno. Qualche volta, come è normale quando si impara una lingua, mi sembra di non migliorare affatto, ma è solo una questione di giorni e di punti di vista, poi le cose migliorano.
Gli insegnanti sono cambiati e anziché timide “giovani” giapponesi abbiamo ora professoresse di esperienza che più che insegnare ci indottrinano a velocità ultrarapida di informazioni grammaticali. All’inizio è stato un po’ uno shock il cambio di ritmo, ma devo ammettere che ora abbiamo le basi necessarie per accelerare un po’ il passo ed è quindi giusto cambiare ritmo (anche se un po’ doloroso…).

Lo scorso weekend (non quello appena concluso, quello di 2 settimane fa) abbiamo avuto 5 giorni di vacanza a cavallo del weekend visto che il nostro corso di lingue era arrivato a metà (passa in fretta il tempo!).
Ne ho dunque approfittato per andare a vedere Tokyo, visto che da Kanazawa sono solo 3 ore e mezza in treno. Avendo scuola solo il mattino di giovedì sarei potuto partire il pomeriggio. Sono però partito solo venerdì mattina, in modo da risparmiare una notte d’albergo e soprattutto per poter ammirare il parco di Kanazawa eccezionalmente aperto ed illuminato la notte durante il periodo della sakura. Come potete giudicare dalle foto (disponibili QUI) ne è valsa decisamente la pena.
Già durante il giorno il parco (Kenroku-en), di solito piuttosto tranquillo e sparso, in maniera un po’ casuale, di turisti era parecchio animato. La sera era veramente stracolmo di gente. Ad ogni albero c’era qualcuno con una macchina fotografica (o il telefonino…) pronto a fare una foto e nei posti più belli le coppie facevano la fila per aspettare il momento per poter fare una foto sotto il ciliegio illuminato. Per quella sera Kanazawa, che di solito è una città fin troppo tranquilla, si è felicemente alimentata di vita. Di suggestiva e particolare bellezza sono i riflessi nell’acqua. In alcuni casi l’immagine riflessa era praticamente identica all’originale!
Alla chiusura del parco partitella a bowling con i miei compagni (4 partite su 4, dominate!) e rientro a casa per preparare i bagagli per Tokyo.

Parlando di Tokyo ci potrebbero essere pagine da scrivere. I miei ricordi (visto che ormai sono trascorse 2 settimane) iniziano già dal viaggio. Andando da Kanazawa a Tokyo si passa da una parte all’altra del Giappone. Ci si accorge quindi del perché in Giappone sono tutti così ammassati in poco spazio: il Giappone non è un’isola in effetti, ma una serie interminabile di montagne. La linea del treno spesso passa a malapena sulla costa e in alcuni casi viadotti sul mare sono stati costruiti per consentire il passaggio. Nell’entroterra si passa attraverso larghe vallate (sempre abitate) e tunnel che consentono di andare in maniera più o meno di diretta da una città all’altra.
A metà strada ho dovuto cambiare treno; ad Echigoyuzawa per essere precisi, che d’inverno (assieme a Sapporo) è una delle località sciistiche giapponesi più frequentate. L’ultimo tratto l’ho fatto con il famoso shinkansen (il treno ad alta velocità giapponese). Tre quarti d’ora prima di arrivare avevo già l’impressione di essere nel centro di Tokyo. Infatti c’erano case ammassate una contro l’altra ovunque e ad ogni stazione le strade colme di pubblicità sembravano far credere di essere arrivati. Tokyo è immensa, non solo per la popolazione di circa 35-39 milioni di abitanti (Svizzera circa 7, Italia circa 60 per dare un’idea) ma soprattutto per l’estensione. A Tokyo infatti i grattacieli sono molto meno di altre città con una popolazione paragonabile a causa dei frequenti terremoti. Ragion per cui la città si estende su un’area incredibilmente grande.
Visto che quindi dire Tokyo è un po’ come dire Italia è difficile dare una definizione unica alla città. Solo nel centro (che è la parte che ho visitato io), tra una stazione e un’altra del metro, l’atmosfera può essere decisamente diversa.
Il primo giorno ho avuto l’onore (e il piacere) di avere una guida personale, Megumi, che è stata la mia coinquilina in Australia per un paio di settimane. In primis siamo andati a Shibuya, che può essere considerato il centro giovanile e della vita notturna di Tokyo. Lì si incontrano un sacco di giovani, vestiti in modo differente e con completamente diversi stili. È pieno di piccoli ristoranti e karaoke e subito balzano all’occhio i colori sgargianti e le scritte luminose che catturano l’attenzione del turista neofita. Pochi decine di minuti a piedi si arriva ad Harajuku che è considerato il quartiere “pazzo” della moda giapponese. Ad Harajuku si incontrano sicuramente le “cosplay” ovvero le ragazze vestite come personaggi dei cartoni animati. La cosa bella di Tokyo (e in generale del Giappone) è che nessuno di giudica per il tuo aspetto. Alternativi, punker, gabber e tutte le persone di stili piu disparati e diversi camminano per le stesse strade e nessuno (tranne i turisti) si gira per dare un’occhiata un po’ sospetta.
Le differenze appaiono evidenti quando si entra Yoyogi, che è uno dei parchi centrali a Tokyo. Dire che c’è di tutto è ancora dire niente. Giusto per dare un’idea vi stilo una breve lista delle cose che ho visto: gente che fa pranzo sotto i ciliegi, gente che prova i balletti dei cartoni animati, un giovane che suona la chitarra, un vecchietto che suona la fisarmonica, uno che si allena con una frusta, due vestiti da pirati che si fumano un sigaro, gente in bici, a piedi, in rollerblade, gente che prega, che studia, che canta,…, alcuni vestiti alla moda, qualcuna “svestita” (si intendono le minigonne giapponesi…), alternativi, con cappello di paglia, con la piuma rosa,… Potrei continuare all’infinito. La cosa bella è come tutte queste persone così diverse siano uguali nel modo di rispettarsi.
Oltre ai contrasti tra le persone Tokyo sorprende per i contrasti di paesaggio. Uscendo dalla affollatissima Harajuku si arriva in 5 minuti ad un tempio shintoista (jinja) dove regna la più assoluta calma, quasi da non credere.
Venerdì sera sono poi andato in un piccolissimo bar di amici (meglio dire amiche) di Megumi che potrebbe essere ribattezzato come il mio fans-club di Tokyo visto l’interesse nella mia persona. A riguardo mi viene in mente un particolare dei giapponesi che apprezzo ma che è un po’ eccessivo a volte: quello dei complimenti. Come straniero, qualsiasi cosa fai ti meriti i complimenti dei giapponesi. Fin qui è una cosa buona, anche se a volte ci si sente un po’ presi in giro; faccio un esempio: dopo 2 mesi che sono qua mi sento ancora fare i complimenti perché so mangiare con le bacchette… Insomma, mangiando ogni giorno si impara, non è cosi difficile! Sono quindi arrivato alla conclusione, in accordo con altri stranieri che vivono in Giappone, che i giapponesi fanno questo per vero stupore, per fare conversazione e perché credono che sia impossibile che uno straniero di adatti alle loro usanze.

Venerdì notte visto che non avevo riservato niente e tutti gli ostelli erano pieni ho fatto l’esperienza di dormire in un “hotel a capsule”. Si tratta di un hotel dove anziché avere una camera di ha solo un piccolo letto un po’ simile alle cuccette dei treni. Esperienza particolare anche se non così terribile come avevo sentito dire.

Sabato mi sono fatto lo stesso giro di venerdì ma in solitudine (Megumi lavorava). Così non dovendo concentrarmi sul giapponese (con Megumi ci siamo alternati in giapponese ed inglese) ho potuto prendere delle foto e godermi un po’ l’ambiente metropolitano “pazzo” di Tokyo. Sono quindi ritornato a Shibuya e Harajuku e più tardi sono andato a Shinjuku che è la piazza finanziaria e lavorativa di Tokyo. Una sola stazione di metrò e l’ambiente è completamente diverso. Visto che era sabato c’era poca gente, ma i pochi presenti lasciavano intendere come è l’ambiente in settimana: una miriade di giapponesi in giacca e cravatta (o tailleur per le donne) inespressivi con aria seria e la 24ore stretta con orgoglio alla mano. È triste pensare che spesso è questa parte che i giapponesi considerano come il “vero” Giappone.
Dall’altra parte della stazione di Skinjuku il quartiere di “pachinko” e luci rosse. Il “pachinko” è il gioco d’azzardo giapponese. In teoria il gioco d’azzardo è illegale in Giappone; ma visto che il “pachinko” è considerato un gioco di abilità è ammesso, anche se di fatto più che pratica ci vuole fortuna.
Sul “pachinko” da solo potrei scrivere un blog a parte, vista la particolarità di questo gioco e il suo ruolo nel Giappone. Ma c’è un’aspetto più interessante del quartiere losco di Tokyo: gli “yakuza”.
La “yakuza” è la mafia giapponese. Si può pensare che, come in tutto il mondo, la mafia è un organo segreto e i suoi membri sono sconosciuti e si devono nascondere. In Giappone non è così (anche qui le cose cambiano comunque…). Gli “yakuza” si vestono in maniera da farsi riconoscere. Chiunque (me compreso) sa riconoscere un “yakuza” in base alle scarpe e allo stile dei capelli. Anche la polizia sa chi sono e cosa fanno. Ma il Giappone è una società formata sullo specchio dei giapponesi. Quindi ognuno svolge un ruolo necessario a mantenere questa (imperfetta) società. Tuttavia, visto che il male è parte integrante dell’esistenza umana, ci deve essere qualcuno che fa il cattivo. Questo ruolo è svolto dai “yakuza”. C’è una sorta di equilibrio tra mafia e forze dell’ordine. Quando la mafia si spinge troppo oltre la polizia compie qualche soffiata e fa capire che un limite va rispettato.

Sabato sera mi sono incontrato con Remo, un ticinese che ho conosciuto a Zurigo che studia a Tokyo da 3 anni e che mi ha ospitato per il resto del soggiorno. Domenica sarei dovuto andare a Disneyland con Megumi ma per ragioni familiari ha dovuto rinunciare. Tutto sommato mi è andate bene, visto che sabato sera ho fatto (troppa) festa con altri svizzeri che studiano a Tokyo e domenica sarebbe stato impossibile alzarmi presto per andare Disneyland.

Lunedì e martedì il tempo non era un granché. Ne ho approfittato dunque per riposarmi un po’ e vedere qualche museo e l’università di Tokyo, che in Giappone è un po’ come Harward è un America. Lunedì pomeriggio ho fatto un salto ad Akihabara, anche chiamata “città elettrica”. Per molti è un luogo culto, essendo la capitale dei videogiochi e dei manga. Ma per chi, come me, è poco interessato a questo lato del Giappone non rappresenta un gran che. Da annotare che ad Akihabara ho trovato la più grande concentrazione di italiani in Giappone fino ad ora.
Di rilievo il fatto che lunedì sera sono uscito a cena con un’altra giapponese che avevo conosciuto in Australia e abbiamo parlato tutta la sera solo ed esclusivamente giapponese! Un giapponese scarso, logico, ma dopo neanche 2 mesi riuscire ad esprimermi in giapponese è abbastanza sorprendente trovo.
Martedì, prima della partenza sono andato nel parco centrale di Tokyo, che si trova a 10 minuti a piedi dalla stazione. Anche lì stessa scena di Shinjuku; gente in vestiti formali e auto europee nere un po’ ovunque. Nonostante fosse martedì e fosse pieno di gente, a me sembrava una parte della città morta. In stazione c’erano addirittura i lucida scarpe, che credevo fosse una professione ormai scomparsa da anni.

Vi ringrazio per l’attenzione, visto il post veramente lungo;
a presto,
Feli (o Claudio se preferite)

PS: come al solito ecco le foto di Tokyo; QUI


Penisola di Noto e sakura

aprile 6, 2010

Rieccomi!
Avevo previsto un post sulla religione e sulle università in Giappone, prima di questo, ma mi sa che arriverà più tardi, vedrò di scrivere qualcosa di interessante e ispirato durante il viaggio per Tokyo il prossimo weekend.
Mi dedico dunque a parlarvi un po’ di quello che è successo la scorsa settimana e soprattutto il grande evento dell’anno in Giappone: la sakura (la fioritura dei ciliegi)!

Settimana scorsa è stata una settimana normale. Casa, scuola e qualche volta piscina. Niente di particolare da segnalare quindi, oltre al proseguimento dell’attività per fare la tazza da te.
La scorsa settimana seconda tappa; rifiniture alla tazza. In pratica dopo avere dato una forma piuttosto grossolana con l’apposita macchina si trattava di fare la rifinitura, ed in particolare incavare la base. Niente di complicato, ma come sempre per queste attività manuali, molta pazienza e cura del dettaglio. Visto che lavorando con l’argilla ci si sporca in fretta le mani non sono riuscito a fare foto, ma provvederò a fornire una foto della tazza finita una volta disponibile.

Evento culmine della settimana, ancora una volta, il weekend. Questa volta niente litigi organizzativi, sul dove e come andare, visto che il viaggio era tutto organizzato (e pagato) dalla scuola. Meta del viaggio la penisola di Noto, che è la regione turistica della prefettura di Ishikawa, il “cantone” dove vivo. Si tratta di una piccola penisola (per il Giappone perlomeno) poco abitata dove la gente ancora vive principalmente di agricoltura (del riso) e pesca.
Tutta la scuola ha preso parte al viaggio, quindi i 3 tailandesi e i 13 francesi arrivati 2 settimane fa. Non ero più abituato a sentire così tanto francese, specie in Giappone. Anche perché oramai in classe si comunica in giapponese (o si prova perlomeno) e addirittura con Aris (un mio compagno) ci scriviamo in giapponese, con il risultato che a volte non ci capiamo l’uno con l’altro…
Tornando a Noto; la prima tappa del viaggio era l’autostrada-spiaggia. Per me un déjà-vu, visto che ero stato in un posto simile in Australia. In breve si tratta di un tratto di spiaggia (scusate il gioco di parole) dove è possibile guidare come su una normale autostrada, ovviamente a velocità molto più ridotte.
La seconda tappa è decisamente stata molto più interessante. Ci siamo fermati a visitare un jinja (tempio “shinto”, la religione di origine giapponese). Niente di particolare, visto che in Giappone ce ne sono un po’ ovunque, da piccoli a monumentali, se non fosse che quel mattino si teneva una cerimonia particolare.
Nella regione ai tempi giravano molti serpenti (così pare). La tradizione serve quindi a scacciare i serpenti richiamando il potere divino. Ci sono 3 arcieri che, a turno, tirano delle frecce ad un bersaglio che viene spostato in avanti ogni volta che ognuno tira. Lo scopo è, tiro dopo tiro, arrivare al bersaglio finale (fisso) e lanciare l’ultima freccia per uccidere il serpente. Una volta che l’ultima freccia viene lanciata la gente si accalca per prendersi un pezzo del bersaglio, simbolo di fortuna.
Cerimonia molto interessante e carina, anche perché siamo capitati quasi per caso. In occasioni del genere spicca sempre il contrasto tra tradizione e modernità.
I giovani giapponesi (specie quelli nati in città relativamente piccole) sono ancora molto conservatori e legati alle credenze e le tradizioni (o perlomeno è questa l’idea che mi sono fatto io). Eppure spicca sempre in modo quasi ridicolo il modo in cui si vestono e con cui si comportano. Mi ricordo che all’incontro di wrestling a cui avevo assistito c’erano diverse ragazze vestite in kimono a prendere foto con il telefonino da mandare alle amiche.
Scrivendo mi rendo conto di quante cose potrei dire partendo da semplici considerazioni come questa. Voglio però tenere questi aspetti per dopo, o magari un post separato, per poter continuare a raccontare del viaggio a Noto.
Quindi saliti sul bus si riparte per un altro tempio. Prima però fermata sul mare per prendere delle foto ad un panorama mozzafiato deliziato, in un caso più unico che raro, dalla calda presenza del Sole. E qui devo fare un piccolo annesso; il paesaggio in Giappone.
Le città, ovviamente, non sono niente di eccezionale; palazzi, strade e negozi. Si potrebbe dire lo stesso per Zurigo, Sydney o Roma. Ovviamente gli svizzeri, gli australiani e gli italiani che le abitano le rendono diverse per chi ci vive, ma come paesaggio si assomigliano tutte. La vera bellezza del Giappone però è nei contrasti tra montagna e mare. L’entroterra giapponese, anche a pochi chilometri dal mare, assomiglia molto alla Svizzera. Le case sono diverse e anziché vigneti qui si trovano campi di riso arroccati sulle pendici. Ma la sensazione guidando per le strade è quella di “casa”, con un continuo sali-scendi, curve a destra e sinistra e piccoli tunnel di tanto in tanto. La cosa più bella è però come questo paesaggio si mischi con armonia al mare, che impetuoso si scaglia contro le cime. Le cinque terre d’oriente, per spiegarmi.
Proprio in mezzo alle montagne di trovava il secondo tempio che abbiamo visitato, questa volta buddista (la seconda religione più diffusa in Giappone). I tempi buddisti sono sempre molto affascinanti e imponenti e personalmente li trovo molto più impressionanti dei modesti jinja giapponese.
Anche qui abbiamo avuto la fortuna di assistere ad un rito (questa volta normale, di routine) buddista.
Interessante come religioni come quella buddista e cristiana si possano assomigliarsi se si considerano gli aspetti alla base della ricerca di Dio. Come nelle messe cristiane, anche nei riti buddisti suoni, profumi e preghiere vengono usate per avvicinarsi al divino, o per creare un luogo particolare dove la sua presenza possa essere accolta. Nei riti buddisti vengono usate grossi tamburi e speciali campane e incensi particolari creano una speciale atmosfera.
Dal divino al ludico, tappa finale per sabato, l’albergo. Vista mare e onsen (terme giapponesi) a disposizione, cose volere di più? Peccato solo che l’onsen (dove si entra nudi) era separato per sessi (esistono anche quelli dove uomini e donne usufruiscono delle stesse vasche).
Sveglia, colazione a base di pesce e per rimanere in tema, visita al mercato del pesce di Wajima. Era la prima volta che mi recavo in un tipico mercato giapponese e di certo non sarà l’ultima. Il pesce è freschissimo e l’atmosfera è proprio quella di un vero mercato; tirare il prezzo, pretendere qualcosa in più, gente che urla, che ti offre assaggi,… Al mercato, per ovvie ragioni, i giapponesi sono molto meno formali e “educati” del solito, ma tentano in tutti i modi di venderti i loro prodotti. Finita la transazione però sbuca di nuovo il vero giapponese, con 13 inchini, 25 grazie e 112 arrivederci (uno più uno meno…).
Prima di pranzo visita al museo dove sono conservate le lanterne che vengono portate per il paese durante la festa tradizionale che si tiene alla raccolta del riso. Peccato che nel mio periodo a Kanazawa non ci sono feste tradizionali, perché deve essere veramente bello potere assistere ad una di queste.
Ultima tappa prima del ritorno a Kanazawa alle risaie sul mare. In pratica sono delle risaie che hanno la particolarità di essere costruite a precipizio sul mare, un po’ come i vigneti nel canton Vaud (per fare un esempio più locale per chi legge). Niente di eccezionale, ma molto bello e un ottimo soggetto per le foto, visti i bei contrasti di colori regalati da una giornata stupenda.
Concludo la parte della penisola di Noto con le foto, che chi ha avuto la voglia di leggere fino a qui, può gustarsi cliccando QUA.

Passo ora bruscamente al secondo tema del titolo: la sakura.
Sakura è il nome del ciliegio giapponese. Sicuramente se avete visto delle foto del Giappone, una di essa era durante la fioritura dei ciliegi. Il paesaggio infatti cambia di molto durante questo breve periodo. Le città grigie si colorano di un bianco chiarissimo e sgargiante e luoghi di solito insignificanti si riempono di vita e gente, che sotto gli alberi mangia e beve sake.
I giapponesi non fanno altro che parlare della sakura per i 2 o 3 mesi prima del suo arrivo. La ragione non è solo legata alla sua bellezza, ma anche al particolare momento in cui i fiori sbocciano.
L’anno finanziario giapponese (perlomeno quello tradizionale), inizia il primo di Aprile. I contratti di lavoro vengono rinnovati la stessa data e eventuali trasferimenti nelle compagnie avvengono anche a inizio Aprile. Nello stesso periodo inizia l’anno scolastico per scuole e università e si tengono i famigerati esami che decidono a quali università si ha il diritto di accedere.
Come se non bastasse ad Aprile viene seminato il riso e si inaugura così un nuova stagione di raccolta.
Per tutte queste ragioni, quindi, l’arrivo della primavera è molto particolare e i fiori di ciliegio sono dei piccoli messaggeri di buon augurio per il nuovo anno.
Purtroppo la sakura dura nel migliore dei casi un paio di settimane; perché basta una piovuta un po’ forte per fare cadere tutti i petali.
Oggi ho finalmente imparato ad usare la nuova macchina fotografica e mi sono quindi recato nei posti più belli a fare qualche foto; il risultato è visibile QUI.

Questo week-end vado a Tokyo (anche se a dire la verità non so ancora come, quando e dove intendo dormire, ma vedrò di decidere il giorno prima della partenza come al solito…), dopo un mese e mezzo nella tranquilla Kanazawa, 5 giorni pazzi a Shibuya è proprio quello che ci vuole!

A presto,
Feli(moto)


Kyoto e telefonino, bello (e) impossibile

aprile 4, 2010

Ciao a tutti,
rieccomi dopo due settimane di assenza. Ci sono tante cose da dire e quindi vedrò di dividere il tutto in 2 post, uno per ogni settimana trascorsa. Sono state due settimane piuttosto impegnate, soprattutto per quel che concerne i weekend, dove di solito trovo il tempo per scrivere. Ragion per cui solo ora riesco a trovare uno spiraglio per aggiornarvi sulle ultime novità dal paese del Sol levante.

Partiamo dalla grande novità; ho un telefono cellulare! La cosa può sembrare evidente; chiunque se trascorre un anno in un paese straniero si compra una carta nel paese dove intende stare. La cosa è un po’ meno evidente in Giappone. Indovinate perchè?
Ovviamente al negozio di telefonia nessuno parla inglese ed io (come al solito) ho voluto andarci da solo per imparare a cavarmela da solo nelle situazioni quotidiane. Sono sicuro che se avessi chiesto la okaa-san mi avrebbe aiutato, ma le cose semplici a me non piacciono; come si spiega se no che con tutti i paesi anglofoni al mondo proprio in Giappone sono voluto andare?
Risultato: telefono e abbonamento stipulati; poco più di 3 ore passare al negozio! Va detto che per i giapponesi stessi è difficile capire come funzionano gli abbonamenti, la cosa è logicamente più difficile quando ci sono problemi di comunicazione…
Innanzitutto in Europa siamo abituati che per gli abbonamenti si parte dal prezzo base e poi questo sale quando si aggiungono opzioni. Invece qui in Giappone partono mostrando quanto si paga al massimo e poi il prezzo scende se si rinuncia a certe opzioni.
Alla fine me la sono cavata con molti disegni, l’help-line telefonica in inglese e molti (moltissimi) gesti ed esempi illustrati.
Ho optato per un iPhone (nonostante sia stato sempre contrario), visto che ha il grande vantaggio di potere installare ottimi dizionari, che qui possono rappresentare la sopravvivenza in certe situazioni.
Devo ammettere che forse per la prima volta mi sono sentito un po’ frustato, anche se penso che sia normale dopo 3 ore passate per avere un telefono. Mi ha un po’ consolato il fatto che nessuno dei miei compagni è riuscito a fare meglio di 2 ore (a parte la ragazza che ormai aveva già imparato la procedura da noi e che si è fatta accompagnare dalla mamma come traduttrice…).

Una volta ottenuto il telefono speravo che i problemi fossero finiti, invece pochi giorni dopo sono dovuto ritornare al negozio (dove ormai sono famoso) per alcuni chiarimenti. La cosa tuttavia non mi ha infastidito più di quel tanto, visto che ormai le commesse (peraltro molto carine) hanno imparato la lingua dei gesti e quindi adesso la comunicazione è molto più veloce.
Il motivo della seconda visita era chiedere chiarimenti sul sistema telefonico giapponese. Scrivendo così posso sembrare un idiota, ma vi posso assicurare che qui capire come mandare un messaggio non è così evidente. Il problema infatti non è la lingua del telefono, visto che ho impostato l’inglese, ma il numero di telefono ed email.
Infatti quando si stipula un abbonamento si ottengono 2 indirizzi email ed un numero di telefono. Per le telefonate è chiaro; si digita il numero che si intende chiamare e si clicca sul tasto “cornetta”. Per mandare i messaggi la cosa è un po’ più complicata. Se voglio mandare un SMS ad una persona che hai il mio stesso provider (compagnia telefonica) devo utilizzare il numero di telefono. Se invece la persona ha un abbonamento presso un’altra compagnia allora devo utilizzare l’indirizzo email del telefono. Quindi quando si conosce una persona nuova e si vogliono scambiare i numeri di telefono è necessario dare il numero, l’indirizzo email del telefono e sapere a quale compagnia “appartiene”.
L’indirizzo email del telefono può essere facilmente cambiato e garantisce quindi anonimato. Questo sistema è usato in Giappone per fare in modo di evitare di dare il numero di telefono a persone che si conosce da poco. Infatti con l’indirizzo email non si possono fare chiamate e non si può risalire al nome dell’utente e in più può essere cambiato in 10 secondi. Nel caso quindi, che si ha dato l’indirizzo, ha una persona poco fidata, è facile impedirle di scrivere semplicemente cambiando indirizzo.

Tutto questo complicato discorso dei numeri di telefono mi richiama ad un tema piuttosto particolare qui; quello dell’anonimato e della privacy.
Se chiedete ad un giapponese qualcosa del Giappone vi risponderà che è pericoloso. Guidare è pericoloso, conoscere gente il sabato sera è pericoloso, viaggiare è pericoloso,…
In realtà il Giappone è un paese molto sicuro. La porta di casa da noi è sempre aperta e l’entrata è chiaramente visibile dalla strada. Il tasso di criminalità è molto basso e anche gli incidenti stradali sono molto pochi (perlomeno se paragonato ad altri paesi). Eppure per i giapponesi è tutto “abunai”, pericoloso. La ragione esatte di queste credenze non la conosco. È però vero che ogni volta che si chiede “perchè” i giapponesi richiamano un fatto di cronaca (magari di 2 anni prima) di una persona che dall’altra parte del paese ha subito un episodio spiacevole. Questo basta a rendere l’intera nazione “abunai”.
Per la stessa ragione è pericoloso dare il proprio numero di telefono a persone che si conosce solo da una sera, visto che probabilmente qualche anno fa una ragazza è stata tempestata di telefonate per avere fatto questo grave e pericoloso errore.

Questa settimana l’unica attività scolastica è stata quella della tazza da tè. Il lavoro si svolge in 3 pomeriggi. In questo primo pomeriggio abbiamo dato la forma alla tazza, un po’ come nel famoso film “Ghost” usando le apposite macchine per modellare l’argilla. Successivamente raffineremo la forma e in un terzo pomeriggio vedremo di dipingere la tazza.
L’attività è stata alquanto carina, visto che nessuno di noi prima d’ora aveva lavorato con dell’argilla utilizzando delle macchine professionali. La cosa non è così semplice come può sembrare, è abbastanza semplice rompere la tazza durante la lavorazione. Il risultato però è ottimo e alla fine di questi tre mesi potrò avere una mia tazza, con delle bacchette interamente fatte a mano!

Per concludere in bene la settimana siamo andati a Kyoto per l’inizio della “sakura”, la fioritura dei ciliegi. Per l’occasione è emersa in maniera abbastanza evidente la differenza tra veri svizzeri e svizzeri mezzo sangue. La classe infatti è composta dal sottoscritto ed Aris (mezzo svizzero-francese e mezzo armeniano) che rappresenta la parte meno seria e meno preoccupata e l’altra metà invece più seria e attenta ad avere sempre tutto sotto controllo.
Conclusione, dopo che Diana e Jerome hanno discusso per una settimana su come andare a Kyoto e dove dormire, Aris in una mezz’oretta ha provveduto a noleggiare una macchina e prenotare un alberghetto da quattro soldi. Scelta azzeccata visto che nonostante il traffico essere in auto si è rivelato decisamente un vantaggio.

A Kyoto ho incontrato un giapponese che era nella mia classe in Australia, Maiko.
Kyoto è una città stupenda. È molto tranquilla, nonostante si tratti di una città enorme, e ci sono tempi e luoghi bellissimi un po’ ovunque. Sabato siamo riusciti a vedere il tempio d’oro “kinkaku-ji” e altri tempi molto famosi. Il tutto all’inizio della “sakura” (la fioritura dei ciliegi) che rende la città ancora più incantevole.
Alla sera ci siamo lasciati guidare dalla nostra guida locale per scoprile la Kyoto notturna. È stupendo vedere come una città così tranquilla e incantevole di giorno, sia capace di animarsi la notte con una miriade di locali e bar che qui a Kanazawa sono inesistenti.

Qui in famiglia va sempre tutto benone e il giapponese progredisce lentamente ma in maniera costante. Sto iniziando pian piano ad imparare anche i “kanji” (i caratteri giapponesi derivanti dal cinese) e devo ammettere che nonostante siano parecchio difficili l’interesse e la curiosità è tale che la voglia di studiare non manca. A scuola si è aggiunto un gruppo di 3 tailandesi e 13 francesi che saranno in Giappone per un programma simile al nostro di 2 mesi.

Dalla terra dei samurai (per ora è tutto),
mi scuso per eventuali errori nel testo ma ho scritto il tutto un po’ di fretta bevendo un bicchiere di “ume-syu” (liquore all’albicocca) e qualche errore può essermi scappato…
Feli

PS: le foto come al solito sono QUI