Fine della vacanza… si lavora!

giugno 20, 2010

Ciao a tutti!

Vi scrivo bevendo un tè alle rose, tradizione serale di Kanazawa, per sentirmi un po’ “a casa” e per lasciare fuggire un po’ la mente dalle mura di questo dormitorio che ricorda più un’ospedale che neanche il luogo che dovrebbe essere.
La vacanza è finita, da due settimane lavoro a tempo pieno per il centro di ricerca in tecnologie avanzate della Mitsubishi Electric (Mitsubishi Denki come direbbero i giapponesi) ad Amagasaki.
L’inizio è stato abbastanza scioccante, non solo per me ma anche per gli altri svizzeri da quanto ho sentito. I 3 mesi a Kanazawa sono stati davvero eccezionali e la compagnia e il divertimento non mancavano mai. Forse è stato proprio questo il problema: passare da un ambiente famigliare in cui mi ero ricavato uno spazio ad un dormitorio a camere singole dove ognuno vive approssimativamente la propria vita in solitaria.
Se mi fermassi qui a scrivere potrebbe restare un’immagine desolata di me che tutto solo passo le giornate tra lavoro e camera del dormitorio. In realtà le cose non vanno così male, anzi, ci sono tanti punti positivi dell’avere iniziato una vita lavorativa.
Ciò non toglie che i primi 3 giorni siano stati parecchio duri e avrei detto di non riuscire mai ad abituarmi a questa nuova realtà. Invece dopo sole 2 settimane si può dire che sono già quasi abituato alla vita lavorative e pian pian sto iniziando a godermi i vantaggi che essa offre.
Ma veniamo quindi al punto chiave e a uno dei temi di cui si parla molto riguardo al Giappone: il lavoro.

In Europa se ne parla molto e spesso l’immagine che ci si fa dei giapponesi è quella di piccoli robot che lavorano senza sosta con aria impassibile e senza emozioni. Dopo 2 settimane posso dire che qualcosa di vero c’è, anche se esistono molti altri aspetti positivi. Ovviamente in generale si tende sempre a giudicare gli altri senza essersi guardati in casa propria.
I giapponesi lavorano tanto, è vero. I miei colleghi lavorano spesso fino alle 9 di sera (cosa che mi hanno riferito e che spero di non sperimentare mai) e tutti i giorni si presentano in punto alle 8:30-9 di mattina. L’atmosfera di lavoro è però molto diversa da quella che esiste in Europa. In Svizzera ho lavorato circa un annetto, sommando tutti i pratici che ho fatto, sempre nel ramo dell’industria e/o della ricerca. In tutti i casi ho sempre visto molta pressione sul posto di lavoro, la gente è costantemente stressata, beve un caffè dietro l’altro e corre per andare da un posto all’altro. Non si perde in discussioni inutili per non perdere tempo e riuscire a finire di lavorare per le 5 o al massimo le 6. Logicamente c’è sempre lo sfaticato di turno che passa le giornate al computer a scrivere agli amici, ma non rappresenta di certo la regola.
In Giappone invece l’ambiente di lavoro è molto disteso, ognuno si prende il tempo necessario per fare i lavori e la gente si perde spesso in discussioni sulla vita quotidiana, spesso le donne. Se c’è da aspettare 20 minuti per i risultati di un’analisi li si trascorrono discutendo e facendo battute.
In Europa c’è una visione negativa del posto di lavoro e si tende spesso a vedere la ditta per cui si lavora come un ladro che fa i soldoni e che paga poco i dipendenti. In Giappone invece la ditta è come una famiglia, gli amici sono tutti lì e le grandi ditte come la Mitsubishi offrono tutto ai dipendenti. Ti danno un’alloggio, la colazione, il pranzo, la cena; ti mettono a disposizioni i loro centri sportivi, si preoccupano che non ti succeda niente sul lavoro,… Forse per questo i giapponesi si sentono in debito e sentono come necessario prestare il loro servizio. La formazione spesso avviene anche nelle ditte, rimane per me ancora un mistero che cosa facciano i giapponesi nelle università. Da noi c’è il più anziano che ogni settimana dà corsi per utilizzare un programma di computer come se si fosse a scuola. C’è un libro, ci sono dei compiti da fare e il corso si svolge tra computer e lavagna.
Inoltre per quelli nuovi (come me) c’è un tutore che ti segue passo per passo, che ti spiega tutto, ti mostra tutto, da soli non si fa quasi niente all’inizio. In Europa invece spesso si riceve il compito all’inizio dello stage o del lavoro e bisogna arrangiarsi da soli, facendo domande solo se necessario.
Personalmente preferisco il sistema europeo, visto che mi sento in colpa per quel poveretto che deve prendersi del tempo per spiegarmi cose che spesso so già o che potrei imparare nello stesso tempo leggendomi un libro. Ciò nonostante ritengo sia nobile il modo in cui si viene considerati quando si è nuovi in una ditta in Giappone.
Per dare un’idea di come sia radicata l’idea di “famiglia” nelle imprese posso raccontarvi di un aneddoto che è successo nella prima settimana che lavoravo.
In Giappone è comune andare a bere con i colleghi una volta ogni tanto e quando gente nuova arriva o altri cambiano reparto allora si fanno le cose in grande. In due settimane sono già andata ad un “informal drinking” e alla festa di benvenuto del gruppo. Questa settimana ci sarà la festa di benvenuto della divisione, la prossima quella di addio di un collega e l’arrivo in un altro gruppo di una nuova persona. Insomma almeno una volta alla settimana c’è una scusa per uscire a cena, bere e fare pagare il tutto dal capo o dalla ditta. Già questo la dice abbastanza lunga sui rapporti che esistono tra i colleghi, ma non era questo che volevo raccontare.
Durante la prima serata a cui sono andato c’era una mia collega, il capo del mio gruppo (circa 10 persone) e il capo della divisione (circa 40 persone). Nel mezzo di una conversazione su qualche tema banale la collega ha annunciato che intende sposarsi l’anno prossimo. Quasi tutti se lo aspettavano, visto che il ragazzo in questione lavora nello stesso edificio, anche se nessuno aveva mai osato chiedere o sospettare che ci potesse essere una relazione. Ma la cosa che più mi ha stupito è che la ragazza ha chiesto al capo se la cosa le andasse bene, se accettava il matrimonio, quasi si trattasse del padre dello sposo!

Insomma, lavorare in Giappone (come straniero) non è male. L’atmosfera sul lavoro è decisamente buona e colleghi simpatici. Preciso come straniero visto che nessuno si stupisce quando alle 5 lascio la scrivania perché sanno che da noi esistono altre “usanze”.

Il punto negativo è il dormitorio. In generale sono sempre stato abbastanza allergico a quei giapponesi che vedono nella vita solo lavoro e carriera. Per fortuna i miei colleghi sono abbastanza “normali” da questo punto di vista e riconoscono che la vera vita è quella che inizia una volta finito il lavoro. Non che voglia discreditare l’importanza del lavoro, ma occorre senza dubbio trovare un equilibrio tra lavoro, tempo libero ed amicizie.
La gente con cui “vivo” questo equilibrio non sa che cosa sia. La maggior parte di essi passa la vita abbastanza in solitaria o perlomeno quando si tratta di restare nel dormitorio. Si alza, si mette il completo nero (per non sentirsi diverso), fa colazione, non si lava i denti (per non perdere tempo), va al lavoro (e dorme sul treno), torna a casa la sera tardi e fa cena (da solo).
Visto che il dormitorio si trovo fuori dal mondo (ad un’ora e mezzo dal centro, tra le montagne) non esiste molta possibilità di svago. Perdi più il quartiere è uno di quelli costruiti negli anni ’90, con palazzoni enormi inespressivi, dove la gente rimane solo per dormire e si reca ogni giorno in centro per lavoro.

Per fare fronte alla desolazione del dormitorio mi riempo le giornate in maniera da dovere passare solo la notte nella mia camera. Nella settimana mi riesce abbastanza bene, mi incontro con amici e colleghi finito il lavoro (al meglio con amiche per dare un po’ di colore alla vita e sfuggire dal nero delle uniforme dei business-man), vado a nuotare o semplicemente vado a farmi un giro a Nanba, un coloratissimo e straordinario quartiere del centro, dove si incontra tutto quel Giappone che io adoro e apprezzo.

In generale non mi lamento, sto imparando molte cose su questo paese, come sempre in bene ed in male, ma entrambe sono molto utili ed arricchenti. Ora si tratta però di farsi qualche amicizia fuori dal lavoro, con quei giapponesi (o quelle giapponesi) un po’ alternativi che sanno apprezzare il tempo libero, la natura e le amicizie. Per fortuna ce ne sono sorprendentemente molti(e), ma visto il mio lavoro non è sempre semplice incontrarli(e).

Concludo così il post più lungo (così penso) aspettando la mia sorellina e cugina che arrivano domani ad Osaka. Come al solito le foto non sono ancora pronte, ma vedrò di renderle disponibile a breve.
Da Shin-Sanda un saluto,
Claudio (o Feli se preferite)

PS: il soggetto della classica rassegna fotografica questa volta è il torneo di softball del reparto di ricerche avanzate della Mitsubishi che si è svolto 2 settimane fa, le foto si trovano QUI


Ultimi giorni a Kanazawa

giugno 13, 2010

Ciao a tutti!
Come d’abitudine mi tocca scrivere al passato, visto che non trovo mai il tempo al momento giusto per raccontarvi della mia vita in Giappone “in tempo reale”.
Oggi quindi sarà la volta di raccontarvi dei miei ultimi giorni a Kanazawa, visto che oramai è una settimana circa che vivo e lavoro poco lontano la Osaka.

Partiamo quindi dall’ultimo weekend di maggio. In quel weekend a Utatsuyama (una piccola montagna a due passi da Kanazawa) si teneva un torneo di sumo. Come per il torneo di wrestling la mamma della famiglia di accoglienza di uno degli svizzeri aveva 3 biglietti gratis.
Ne abbiamo quindi approfittato per andare ad assistere il torneo. Anche se era ormai maggio inoltrato e in teoria il periodo estivo sarebbe già dovuto iniziare quella domenica faceva parecchio freddo e non smetteva di piovere. Il torneo si teneva al coperto, nel senso che solo i lottatori potevano beneficiare della copertura, mentre il pubblico era costretto a guardare gli incontri sotto l’ombrello.
Personalmente non trovo il sumo particolarmente interessante. Trattandosi di un torneo per scuole di sumo liceali a rendere interessante la cosa era tutto il supporto che i compagni di classe davano ai loro rappresentanti. Abbastanza impressionante (e preoccupante) la mole dei lottatori, specie pensando che si trattava di studenti di al massimo 20 anni (anche se molti ne avevano al massimo 15).
Per la cronaca il liceo di Kanazawa si è classificato solo secondo e il torneo è stato vinto da Saitama.

L’ultima settimana a Kanazawa è stata piuttosto impegnativa. Nonostante non abbiamo fatto attività con la scuola avevo diverse cose da preparare per i giorni finali. Si trattava quindi di ripassare velocemente il giapponese per il testi finale, preparare una presentazione su un tema a scelta, preparare il discorso di ringraziamento per le famiglie di accoglienza e qualcosa da fare insieme ai miei compagni svizzera durante la festa di addio.
Come presentazione ho scelto di parlare del rapporto tra la lingua e la cultura giapponese. La presentazione (ovviamente) era da farsi in giapponese, quindi nient’affatto semplice per chi studia il giapponese da soli 3 mesi. Nonostante tutto, comunque, me la sono cavata egregiamente, con i complimenti dei professori.
Il giovedì dell’ultima settimana a Kanazawa è venuto a trovare la okaa-san uno studente svizzero (Nicolas) che era stato ospite 8 anni prima. Visto che si trovava già in Giappone con la moglie (giapponese) per mostrare il figlio alla famiglia di lei ha pensato bene di passare a Kanazawa a salutare la okaa-san e passare a scuola per rivedere i maestri.
Giovedì sera abbiamo quindi avuto una cena in grande formato con Nicolas, moglie e bambino e gli altri studenti svizzeri che hanno fatto il corso con me.
Venerdì giornata finale, con festa di addio, consegna dei “diplomi” e una miriade di discorsi di ringraziamento. Jerome ha tenuto il discorso di ringraziamento alla scuola e agli insegnanti, mentre invece a me è toccato fare, come anticipato, quello per le famiglie di accoglienza.
Finita la parte officiale a scuola ci siamo tutti recati (insieme al gruppo francese, che anche loro finivano la stessa settimana) in un hotel poco distante per una festicciola di addio in compagnia di insegnanti e famiglie. Durante la festa si sono tenuti diversi discorsi e abbiamo dovuto cantare una canzone a nostra scelta.
Su mia idea abbiamo preso una canzone giapponese per bambini sugli animali e anziché usare i classici rana, cane e gatto abbiamo inserito degli elementi un po’ più elvetici quali mucca, marmotta, svizzero tedesco e fondue. Anche se si trattava di qualcosa un po’ improvvisato la cosa è stata piuttosto apprezzata.
Gli ultimi giorni a Kanazawa sono stati piuttosto tranquilli, un po’ di festa, ultime compere, preparare i bagagli e un po’ di meritato riposo. Una sera ho poi preparato un ottimo risotto, facendo così contenta la okaa-san che è abituata a dover sempre cucinare per tutti.
Su proposta della okaa-san martedì siamo andati a visitare un tempio dove vengono formati i monaci. Si trova a circa un’ora, un’ora e mezza da Kanazawa (a dipendenza se guido io o la okaa-san), vicino alla città di Fukui. Anche se ho visto parecchi tempi in Giappone, quello in questione si tratta senza dubbio del più grande e bello che abbia visto. In primis per le dimensioni, visto che si tratta di stabili enormi tutti connessi tra di loro ma sicuramente anche per la posizione (immerso tra le montagne) e per la maniacale cura del dettaglio nella costruzione degli edifici e nei giardini.
Finita la visita rientro a Kanazawa per preparare i bagagli e mangiare l’ultima cena in famiglia.

Le ultime foto di Kanazawa sono visibili cliccando QUI

Un saluto dalla desolata Sanda,
Claudio

PS: lo staff della scuola ha preso delle foto durante le attività che abbiamo fatto e ce le ha donate l’ultimo giorno durante la festa di addio; le foto sono visibili QUI


Il Giappone di cui farei volentieri a meno…

giugno 2, 2010

Ciao a tutti,
un post veloce ma necessario, per sfogarmi su quello cose del Giappone di cui farei volentieri a meno.
Chi ha letto il blog regolamente sarà arrivato alla conclusione che in giappone mi trovo bene e che i giapponesi mi stanno simpatici. In effetti è vero, non si può di certo dire che qui mi trovi male. Ci sono però degli aspetti dei giapponesi che faccio piuttosto fatica a sopportare:
1. “jôzu” – chi ha studiato un po’ di giapponese sa di sicuro di cosa parlo. “jôsu” significa bravo, talentato e i giapponesi lo dicono per tutto agli stranieri. Qualsiasi parola dico in giapponese me lo ripetono diverse volte, spesso anche applaudendo. Il culmine è stato quando me lo sono sentito dire dopo avere semplicemente detto “arigatô” (grazie). Spesso me lo dicono anche perchè riesco ad usare le bacchette… ma insomma, dopo 3 mesi che uno vive in Giappone, avrà imparato ad usarle, non è così difficile.
2. “hai” – si può dire di no qualche volta. Prima di arrivare in Giappone mi ero sentito dire da molti che i giapponesi dicono sempre di sì. Falso, chiunque non capisca una lingua straniera tende a dire di sì, anche se non capisce. Quante volte l’abbiamo fatto con il tedesco o l’inglese. Si ripete di sì fino a quando l’interlocutore fa una domanda alla quale si deve fornire una risposta completa e allora si deve ammettere di non avere proprio capito tutto. Quindi in conclusione non è una caratteristica dei soli giapponesi di dire sempre di sì quando non si ha capito. Al contrario però è una caratteristica tutta giapponese di non dire mai di no. Per cortesia, logico, ma la cosa può dare fastidio alle lunghe. I giapponesi sono campioni nell’inventare scuse per non dire direttamente di no, anche se io ci ho messo un po’ a capire che si trattave solo di invenzioni per rimanere “cortesi”.
3. “abunai” – già avevo citato che in giappone è tutto pericoloso per i giapponesi. La cosa diventa ancora più estrema quando si entra sotto la loro responsabilità. Come stranieri bisogna fare in modo che non ci succeda niente, perchè se accade qualcosa c’è il rischio che la gente pensa che la persona carico non si è presa cura di noi. Quindi niente auto e niente bici per i movimenti, visto che sono pericolosi. Ad Aris (un compagno svizzero) gli hanno proibito di giocare a baseball nel team della compagnia per cui lavora perchè se si dovesse fare male l’immagine della società ne risentirebbe. Una delle cose che si sente dire più spesso è di fare attenzione, che è pericoloso. A Tokyo prima che arrivi un treno in stazione l’annuncio dice chiaramente: “Visto che è pericoloso, allontanarsi dalla piattaforma”. È gentile che ci venga detto di stare lontano, ma non è necessario specificare che è pericoloso, posso arrivarci anche da solo che farsi investire da un treno non è un’esperienza piacevole!
4. softJapan. In Giappone visto che è tutto pericolo tutti gli sport sono “soft” e piccoli. Softball (baseball con le palle morbide), soft-tennis, soft-volley, soft-golf (non ricordo il nome esatto, ma non è molto diverso comunque),… Quando i giapponesi dicono fare sport è quello che dalle nostre latitudini si chiama giocare, andare in un prato e lanciarsi la palla. La cosa è abbastanza comprensibile per le ragazze, ma non capirò mai i ragazzi. Spesso poi il fare sport si limita ad un’attività singola e ben definita di un solo sport. Per esempio nel tennis prendere le palline che vengono lanciate da una macchina o fare più canestri possibile in 2 minuti per il basket. Il principio dello fare sport in compagnia per divertimento è abbastanza remoto. Se si fa dello sport lo si fa in maniera seria, da professionisti, se non niente.
5. La routine. I giapponesi (in particolare gli uomini) adorano la routine: sveglia, colazione, treno, lavoro, pranzo, lavoro, treno, cena (lavoro) e nel weekend niente di speciale o al massimo ancora lavoro. Uscire a cena con qualcuno in settimana è impensabile perchè è stanco dal lavoro del giorno e deve lavorare il giorno dopo. Lo stesso discorso vale per il venerdì (visto che è stanco dal giorno prima) e la domenica (visto che lavora il giorno dopo). Il sabato poi spesso ci sono i membri del club o i colleghi, quindi un gruppo chiuso di cui non si può entrare a fare parte se si arriva dell’esterno. Proporre ad un giapponese di fare qualcosa di “diverso” come per esempio appunto uscire a cena o andare a bere qualcosa rappresenta un no (ovviamente non direttamente espresso) sicuro. Non che non abbiano tempo, ma non rientra nella routine e quindi è rischioso e/o pericoloso. Ragion per cui quasi tutti i giapponesi che conosco sono donne, che sono molto meno conservatrici e riescono trovare energia da risorse inesauribili. In effetti non sono il primo a dirlo (e ci sono anche studi a riguardo) che il Giappone è basato sulla donna, che nonostante la società maschilista, rappresenta la vera anima e cuore del Giappone.

A calmarmi per fortuna il paesaggio che si incontra viaggiando in treno in Giappone e l’annuncio del capotreno che con molta cortesia mi dice quanti chilometri mancano alla destinazione,
a presto,
Feli-san

PS: per questo post non servirebbero foto. Sul tema “abunai” però posso mostrarvi le foto di un intervento dei pompieri a cui ho assistito. In pratica si trattava di un piccolo focolaio tra canne di bamboo. Sul posto si sono recati circa 20 camion (alcuni sono poi subito ripartiti) e almeno 30-40 uomini tutti vestiti con le tute in massima protezione. Le foto sono QUI


Tateyama e Shirakawa – La montagna in Giappone

giugno 2, 2010

Un saluto a tutti i fedeli lettori,
questa volta vi ho fatto aspettare più del solito, ma le ultime settimane di scuola sono state piuttosto impegnative per ragioni scolastiche e non e solo ora trovo del tempo per scrivere un “nuovo” post.
In effetti quello che vi racconterò risale ormai a due o tre settimane fa, ma tenterò di raccontarlo come se fosse appena successo.
In questo momento mi trovo sul treno, direzione Osaka per iniziare una nuova vita (di lavoro) che mi auguro possa essere altrettanto interessante (anche se di certo sarà meno divertente) quanto i 3 mesi che ho passato a Kanazawa. Passo proprio ora a fianco della gigantesca fabbrica della Komatsu, nota costruttrice di scavatrici e macchine movimento terra. Ma di queste ultima settimana a Kanazawa e dell’inizio della vita lavorativa vi parlerò più tardi, spazio ora ai ricordi e all’aria fresca delle Alpi giapponesi.

Kanazawa, nonostante sia una città di 400’000 abitanti, non offre molte attrazioni turistiche. Specie per chi come me si ferma 3 mesi ed ha quindi il tempo di visitare tutti i luoghi più o meno noti ma meritevoli di una visita. Kanazawa però è il punto di partenza per chi intende immergersi nel mondo della montagna giapponese. Ovviamente città come Nagano (nota per avere ospitato le Olimpiadi del 1998) sono anche località turistiche di montagna, ma si limitano ad offrire servizi sportivi e lasciano poca libertà di improvvisazione. Da Kanazawa le Alpi distano a neanche un’ora di auto e nelle giornate di bel tempo si vede l’Hakusan, la terza vetta giapponese.
Uno dei luoghi turistici più gettonati nel periodo di inizio estate – fine primavera e l’Alpine Road, che da Toyama (una città a 40 min da Kanazawa) arriva fino a Nagano passando in pieno per le Alpi. Una delle caratteristiche che la rendono famosa (perlomeno qui in Giappone) è il fatto di essere aperta a partire da maggio e di passare a tratti in mezzo a veri e propri muri di neve che passano i 10 metri di altezza.
Con Jerome (il nome suggerisce che non si tratta di un giapponese ma di uno svizzero) siamo andati una domenica a vedere con i nostri occhi di cosa si tratta.
Sveglia di buon ora, treno da Kanazawa a Toyama (super express) e poi trenino mezzo diroccato per andare da Toyama a Tateyama, un paesino dove parte la funicolare per raggiungere la Alpine Road.
Una delle grandi differenze tra la Svizzera e il Giappone a livello paesaggistico la si incontra quando si penetra nelle montagne. In Svizzera siamo abituati ad avere casette un po’ ovunque, anche nei luoghi più disparati e i villaggi di montagna (anche se ormai non più abitati) si contano a dismisura.
Basti pensare a tutti i paesini che si incontrano salendo la valle Verzasca o la valle Maggia e il modo, a volte selvaggio, come le case sono state costruite sui monti sulle rive del lago di Lugano.
In Giappone invece non appena inizia la montagna e la vegetazione si fa più fitta la vita scompare completamente. È impressionante come si esce di botto dalla densità della città e si arriva in un attimo nel nulla. È vero che in effetti visto l’attività sismica in Giappone non è consigliato azzardarsi a soluzioni ardite come in Svizzera, ma il cambiamento è così netto da fare quasi effetto. In un attimo si precipita in un altro mondo, niente case, una sola strada deserta, natura lasciata allo stato selvaggio, niente risaie, fine della vita umana.
Riprendendo il viaggio, arrivati a Tateyama abbiamo preso una piccola funicolare stile Pilatus, dove in pochi minuti siamo saluti di diverse decine (se non centinaia di metri). In vetta c’era un bus ad aspettarci che ci ha portato fino alla meta finale, le pendici del monte Tateyama (da cui prende nome il paesino). Impressionante la quantità di neve che si incontra in quota. Nonostante i soli 2500 metri e il fatto che fosse già maggio (e quindi relativamente caldo) il bus verso la fine della strada passava tra muri di neve che lo facevano sembrare un giocattolo di qualche piccolo neonato.
Arrivati alla meta c’è un enorme edificio che pullula di turisti giapponesi vestiti come sherpa per una spedizione di un mese nel polo sud. Nella zona ci sono molte vette raggiungibili facilmente e rappresenta un luogo perfetto per chi vuole cimentarsi nello sci fuori pista senza correre troppi rischi. Visto che il giappone è un’isola vulcano non mancano le terme con l’acqua che viene direttamente dal sottosuolo. Io e Jeromo siamo andati a spasso tra un vetta e l’altra con i giapponesi che ci guardavano come se fossimo pazzi ad avventurarci in un luogo tanto selvaggio in jeans e scarpe da ginnastica.Rientro in serata con jeans inzuppati dalla neve e scarpe irriconoscibili.

La settimana dopo su proposta della okâ-san siamo andati (okâ-san, Sawako, Tayô-san e amica della okâ-san) a Shirakawa che è un paesino sperduto in mezzo alle montagne dichiarato patrimonio di culturale dall’UNESCO.
Come detto paesini in mezzo alle montagne sono molto rari in Giappone, ragion per cui appena se ne trova uno diventa subito in polo turistico. Shirakawa si trova ad un’ora e mezza circa di auto da Kanazawa. Si deve proprio passare per il nulla, per regioni desolate per raggiungerlo e per un’autostrada incredibilmente nuova a deserta (in Giappone le autostrade sono state ragione di polemica degli ultimi 10 anni per i costi eccessivi e i debiti che hanno generato).
Il paesino è molto carino, tante piccole case di legno con i tetti di piante di riso essicate cosparse di piccole risaie che ne esaltano i colori. Tutto è ben conservato e attenzione è stata curata anche ai luoghi dedicati ai turisti per lasciare il tutto in armonia. Dopo avere preso qualche foto dalla collina poco distante siamo andati nel museo che spiega come vengono costruiti i particolari tetti e le tradizioni che esistono nel paese. Finita la breve visita siamo andati in un caffè molto carino dove la particolarità era che si poteva scegliere la tazza dove bere il tè, tra le diverse decine di splendide tazze che si trovavano nella vetrina dietro il bancone.
Ancora un giretto in paese per ammirare le case e prendere qualche foto e poi bagnetto rilassante nelle terme e rientro a Kanazawa.

Dalle splendide risaie che decorano il tragitto tra Kanazawa e Osaka è tutto,
a presto,
Claudio

PS: le foto di Tateyama e Shirakawa sono QUI