Il Kansai in lungo e in largo: Osaka, Kobe, Nara e Kyoto

luglio 26, 2010

Rieccomi per un post un po’ meno impegnativo e turistico di quelli scritti in precedenza. Ancora una volta scrivo dal lavoro, ma oramai ho capito che nel ruolo di praticante ed in assenza di lavoro da fare (anche volendo lavorare devo prima aspettare che mi arrivano dei campioni di plastica da esaminare) la cosa più importante è non fare troppe domande e fare finta di avere qualche cosa da fare. Una settimana buona è andata via per fare un riassunto di 21 pagine sulla grammatica giapponese ed adesso sono senza ispirazione per un nuovo “finto lavoro” da fare.
Ecco quindi che trovo il tempo per riferire degli ultimi viaggi in Giappone.

Questa volta si tratta del Kansai, la regione dove vivo e lavoro. Il Kansai è fondamentalmente la regione del Giappone formata dalle 4 città Osaka, Kyoto, Nara e Kobe. Questi sono i centri economici e turistici che animano la regione anche se basta uscire di poco dai maggiori centri per trovarsi immersi nel verde (anche se purtroppo serve spesso la macchina visto che per le regioni remote mancano i trasporti pubblici). Il Kansai è stato e lo è ancora il centro economico del Giappone e in diverse epoche la capitale politica di è trovata in questa regione (a Kyoto e Nara per esempio). Visto il facile accesso al mare i porti del Kansai, in particolare Kobe, sono sempre stati di grande importanza per il commercio del Giappone e solo di recente sono stati superati dalla regione di Tokyo. Tutte le principali città del Kansai sono a meno di 2 ore di treno da dove vivo e meno di un’ora da dove lavoro. E quindi per me molto facile fare viaggi di anche solo un giorno per scattare qualche foto o per sentirmi un po’ turista e giramondo senza dovere pensare a prenotazioni e problemi legati a viaggi più lunghi.
Durante gli scorsi 2 mesi quindi in diverse occasioni e accompagnato da gente diversa ho avuto modo di visitare tutti i maggiori centri, alcuni dei quali in diverse occasioni. Ma vado con ordine:

Osaka
Osaka è il centro economico del Giappone. Nonostante Tokyo sia la capitale politica, Osaka svolge ancora il ruolo del leone per quel che concerne produzione industriale e attività economiche di vario genere. E inoltre il centro mediatico del Giappone, le principali reti televisive fanno riferimento su Osaka e i più famosi comici e personaggi televisivi sono originari del Kansai e vivono spesso ad Osaka. Questo centro che raggiunge i 18 milioni di abitanti se si considera l’agglomerato urbano è una città di lavoratori. Durante la giornata la popolazione del centro aumenta di quasi la metà, con l’arrivo dei pendolari che vi si recano per lavoro. Osaka è fondamentalmente una distesa grigia di palazzi e complessi industriali con qualche pachinko (“casinò” giapponese) sparso un po’ qua e là. Rasa quasi al suolo da raid aerei durante la seconda guerra mondiale Osaka è stata costruita durante gli anni di ripresa economica ed è stata quindi concepita come un’immensa macchina devota alla produttività. Per chi arriva dall’Europa fa un po’ l’effetto di un pugno in un occhio. Gli spazi verdi sono rari e durante il giorno non si vede altro che fiumi di gente vestiti come pinguini che di fretta si recano da un posto all’altro per riunioni e faccende di lavoro. Non a caso quei pochi stranieri che lavorano ad Osaka vivono spesso in città come Kobe o Kyoto o (come nel mio caso) in centri più lontani e immersi nel verde.
Anche se come avete capito nessuno parla di Osaka come un paradiso esistono comunque certo piccole cose che la rendono particolare ed interessante. Prima di tutto va citata la cucina. Le specialità di Osaka e del Kansai sono note in tutto il Giappone e quando ho detto ai miei amici di Tokyo che mi trovavo in questa regione mi hanno subito risposto con una lista di cibi che bisogna mangiare o almeno provare. In effetti, parlando per esperienza, devo ammettere che i ristoranti qui offrono ottimi cibi per prezzi modesti (specie se si fa un paragone con la cara Tokyo). La specialità più nota del posto è senza dubbio l’okonomiyaki, una sorta di omelette fatta di una particolare farina con diversi riempimenti quali carne, frutti di mare, verdure,… Anche ottimo è il yaki-soba, degli “spaghetti” anche con diversi riempimenti resi squisiti da una salsina agro-dolce. Per uno snack veloce consiglio comunque il tako-yaki, palline di questa particolare farina con al centro un piccolo pezzetto di polpo.
Oltre alla cucina Osaka offre una modesta vita notturna ed è spesso metà nel weekend di gente anche da piuttosto lontano per una o due pazze notti in centro. Centri come Nanba, Umeda e Tenjin hanno tutto quello che serve per uscire a cena e tornare a casa con il primo treno del mattino. Come spesso accade nel Giappone però è difficile trovare i giusti posti dove uscire la sera e spesso bisogna vagare per un’oretta un po’ a caso prima di scorgere il “baretto” che fa il caso giusto.

Kobe
Kobe è la città più vicina a dove vivo io. Nel weekend con 45 minuti di bus arrivo direttamente in centro per la modica somma di 100 yen (poco più di un franco). Visto l’accesso diretto al mare Kobe è una città piuttosto carina (decisamente più vivibile di Osaka) e offre anche qualche luogo turistico che può valere la pena essere visitato. All’epoca dei primi arrivi occidentali in Giappone, Kobe era il porto più prospero e si trovano infatti i più antichi appostamenti di ambasciate e case straniere. Abbastanza particolare è il quartiere di Kitano dove si trovano ancora molte di queste case e dove ancora oggi risiedono molti degli stranieri di Kobe. Peccato però che, accanto a veri e propri patrimoni storici e culturali, l’industria del turismo giapponese (come spesso accade) ci abbia costruito case in stile Walt Disney con tanto di personaggi vestiti da olandesi, italiani,… Visto l’aspetto piuttosto occidentale Kinano è anche un importante centro dell’industria dei matrimoni zeppo di finte chiese e giardini dove i novelli sposi passano una maratona di fotografie.
Per chi (come me) però conosce un’Europa oltre questi luoghi comuni ci sono certe sottigliezze che possono essere apprezzate e che vale la pena vedere se si dovesse passare per Kitano. Occorre uscire dai percorsi turistici e “perdersi” tra le casette per accorgersi che in effetti ci si trova a tutti gli effetti in una piccola Europa. Le case e le strade non hanno regolarità e logica e spesso si trovano fiori appesi ai balconi. Cosa che non sentivo da tanto tempo poi, il rumore delle forchette che picchiano sui piatti. I giapponesi in effetti mangiando con le bacchette, spesso di legno e plastica, non fanno i rumori che siamo abituati a sentire durante un pranzo in famiglia. Un modo come un altro, un po’ particolare, per sentirsi a casa…
La zona del porto è anche carina anche se niente di eccezionale. Per il momento ho visto solo la zona turistica che, come sempre, è la meno interessante. Alla prossima possibilità vedrò di perdermi per le viuzze del porto commerciale per gustarmi le vere sensazioni e i veri odori della vita di mare.

Nara
Nara è senza dubbio la città più bella del Kansai e l’unica che, turisticamente parlando, vale veramente la pena di visitare. Nel 710 è diventata la capitale del Giappone e lo è rimasta per diversi anni, che le hanno permesso di crescere come luogo religioso e culturale. Molti dei tempi e degli edifici dell’epoca sono rimasti (o sono stati ricostruiti in diverse epoche) fino ai giorni nostri e sono ora ammirabili in tutto il loro fascino. Il Nara koen (giardino di Nara) raccoglie un numero di tempi e pagode impressionante un una giornata di cammino in mezzo al verde. Il tutto accompagnato da daini che, quali animali “sacri”, riempono i prati del parco.
Durante la mia (prima) visita, il che presuppone che ci ritornerò, io e Aris (l’altro svizzero che vive nel Kansai) eravamo accompagnati da Ryoko (la segretaria della scuola di Kanazawa) e dalla sua amica Yuki che, approfittando del lunedì di vacanza hanno visitato (anche loro per la prima volta) la bella Nara. Visitare un luogo come Nara con due giovani giapponesi vuol dire solo una cosa: turismo puro. Infatti prima tappa il famoso Daibutsu che è una statua di Buddha immensa, alta 15 metri, racchiusa nell’edificio in legno più grande al mondo. Spettacolare, veramente! Prese le foto di rito la giornata era già considerata finita. Nonostante a poche centinai di metri fosse pieno di altri luoghi stupendi da vedere, la cosa più importante per un vero turista giapponese è avere una foto con la principale attrazione. Finita la visita al Daibutsu le ragazze hanno quindi insistito per andare a mangiare e visitare un altro tempio, dall’altra parte della città reso famoso da una recente campagna pubblicitaria.
Il secondo “tempio” in realtà è una copia dell’allora sala dei ricevimenti del palazzo reale ricostruita meno di 5 anni fa. Un centro turistico impressionante con fiumi di gente che sale e scende dai bus, scatta una foto e torna e con negozi per souvenir ad ogni angolo.
Va beh, dando priorità alla compagnia e considerando che io e Aris possiamo tornarci quando vogliamo magari in un giorno come meno gente abbiamo accettato di fare anche noi una giornata da veri turisti. Un modo come un altro alla fine per fare un’esperienza in pieno stile giapponese (che si può anche evitare comunque).

Kyoto
Quello di Kyoto si trattava di un come-back, essendoci già stato 3 mesetti fa circa. Approfittando però del fatto che amici francesi erano in visita ho ben pensato di passare una giornata assieme e fare da guida/interprete in una bellissima giornata di sole. Kyoto è stupenda. Immersa ancora nella storia, piena di verde, fiumi e tempi vale decisamente la pena essere vista. Ci sono così tante cose da vedere che un giorno non basta, motivo per cui ci tornerò spesso, magari in occasioni di matsuri (i festival tradizionali giapponesi). Metà della visita il tempio Shimogamo e il quartiere delle Maiko (le apprendiste geishe). Il primo è uno stupendo tempio che insieme al suo sentiero nel bosco è iscritto nei beni dell’UNESCO. Il secondo un quartiere in centro che ha mantenuto le case nell’antico stile giapponese e dove, con un po’ di fortuna, è possibile scorgere qualche Maiko. Su Kyoto scriverò sicuramente ancora e comunque è forse la città del Kansai che meno necessità di essere descritta, essendo già nota e resa nota dai molti turisti che la visitano ogni anno.

Si chiude qui, con l’affascinante Kyoto, questo ultimo (al quale ne seguiranno altri) diario di viaggio,
sperando di un avervi annoiato,
a presto, Claudio (Feli)

PS: finalmente eccovi anche qualche foto; nell’ordine: Osaka, Nara, Kobe e Kyoto

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Il rapporto uomo-donna in Giappone

luglio 25, 2010

Premetto che mi addentro in un tema non facile, sul quale studiosi di scienze umane si sono già concentrati in maniera più seria e scientifica rispetto all’approccio che intendo affrontare io. Tutto quello che racconto quindi va preso per le pinzette e si basa comunque su poco meno di 5 mesi di vita in Giappone. Quindi appunto come detto, non va presa come verità assoluta ed incontestabile.
D’altro canto però nelle ultime settimane il tema è diventato piuttosto interessante e ho pensato potesse essere interessante scriverne a riguardo.
La cosa un po’ strana a cui mi riferisco è che nelle ultime settimane sono molto impegnato finito il lavoro ad incontrarmi con amiche e non conosciute nei modi più disparati. Penso che nella scorsa settimana ed in quella che segue sono uscito a cena o a bere qualcosa con più di 10 ragazze (considerato che spesso mi ritrovavo con 2-3 alla volta visto che la persona con cui ero in contatto invitava anche le amiche). Ovviamente a questo punto c’è chi potrebbe iniziare a pensare male… In realtà in tutti i casi si tratta semplicemente di fare 4 chiacchiere per conoscere un po’ delle rispettive culture. Non essendoci stranieri infatti (e quei pochi che ci sono non parlano giapponese o molto poco) e con l’interesse dei giapponesi per le culture estere avere l’opportunità di fare domande in maniera diretta ad uno straniero è una possibilità più unica che rara. D’altro canto per me è un’ottima possibilità per fare pratica di giapponese, visto che nelle peggiori giornate riesco a dire meno di 10 parole sul lavoro (esclusi gli insulti, in italiano, al computer).
Settimana prossima sono impegnatissimo, domani mi incontro con Yukie, che lavora nella scuola qui accanto, martedì con Chiaki, che ho incontrato in piscina, giovedì c’è il raduno settimanale con allievi e maestre del corso di giapponese (allievi tutti uomini, maestre tutte donne) e venerdì mi incontro con Yasuko, che ho conosciuto su mixi (il facebook giapponese) perché voleva farmi delle domande prima di partire per le vacanze per la Svizzera.
La parte più interessante deve ancora venire: i miei colleghi pagano fino a 100-200 franchi per andare in bar “speciali” dove si può parlare con delle donne e nel mio dormitorio il sabato sera ci sono delle ragazze pagate per andare nel lounge e parlare con i maschietti. E anche qui non bisogna pensare male, non si tratta di prostitute, in Giappone la prostituzione è illegale e il Giappone non è l’Italia; tranne casi abbastanza rari le leggi sono rispettate e vale anche per quella concernente la prostituzione. Quindi da una parte io che faccio fatica a trovare posti liberi nella mia agenda per uscire la sera e dall’altra i miei colleghi (e molti uomini in Giappone) che pagano fiumi di soldi per poter parlare con delle donne.
Era ovvio che non potessi non porgermi la domanda: “ma in che posto vivo?”
E da qui nasce lo spunto per un post che delucidi in breve il rapporto uomo-donna in questo particolare paese.

In partenza bisogna ancora una volta fare il presupposto che come per tutti i paesi del mondo anche qui, non si può parlare del Giapponese-D.O.C. come modello per tutti. Esistono quelli ancora molto conservatori, quelli completamente pazzi e quelli più sullo stile di pensiero occidentale. In generale però certe cose accomunano più o meno tutti.
In misura diversa quindi gli uomini hanno ancora una visione abbastanza feudale della donna, risalente al periodo dei clan samurai. Le donne quindi sono inferiori all’uomo. La donna è comunque trattata bene, i casi di maltrattamento sono rari, ma semplicemente è vista come qualcosa di utilitario, necessario per fare dei figli e preparare la cena alla famiglia. In genere fino al matrimonio i giapponesi vivono in famiglia e una volta sposati hanno il permesso di uscire di andare a vivere con la sposa. In matrimonio deve avvenire prima dei 30 anni (sia per l’uomo che per la donna). Il rischio di non sposarsi prima di questa età è quello di essere combinati dalla famiglia. Anche se questa pratica è gradualmente in via di scomparsa rappresenta ancora una fetta molto importante dei matrimoni. Conseguenza di tutto ciò le giovani coppie si trovano a vivere per la prima volta assieme dopo il matrimonio. Fino a quel momento in genere va tutto bene, ognuno fa la sua vita e ci si incontra qualche volta il weekend per andare a giocare con gli amici. La gerarchia dei sessi ancora non è un tema, perché la coppia svolge due vite separate. Dal momento del matrimonio però la donna si ritrova a dovere “sopportare” il marito che da quel momento diventa il capo. Nella maggior parte dei casi la donna è “costretta” a lasciare il lavoro per occuparsi dei figli e quando non succede i figli crescono praticamente senza famiglia con i genitori presenti (perlomeno in maniera fisica) nel weekend. Nel Giappone classico c’era poco da discutere, una volta fatto il matrimonio le cose vanno lasciate immutate, non si parla di divorzio perché sarebbe un grande disonore per le famiglie. I tempi però cambiano e recentemente sembra che siano in forte aumento i divorzi. In particolare, dato interessante, sono in forte aumento i divorzi di coppie sulla sessantina. Regione? Il marito finisce di lavorare e anziché tornare a casa tutte le sere alle 10-11 è a casa tutto il giorno a pretendere che lo si serva e riverisca. In mancanza della pressione sociale che obbliga la coppia a rimanere sposata il divorzio diventa inevitabile.
In genere comunque il concetto di coppia è abbastanza aperto. In questo caso è corretto pensare male. Sembra infatti che tradire il partner sia una pratica piuttosto diffusa, soprattutto nelle donne da poco sposate che senza bambini e senza un lavoro non sanno come fare passare le giornate quando il marito è via per lavoro. Anche senza volere intendere male comunque spesso quando si esce lo si fa spesso in compagnia di amici o di altre coppie.
Una mia amica giapponese che vive da un anno con il ragazzo italiano vicino a Venezia si lamenta spesso del fatto che in Italia si passa molto tempo con solo il partner e quando c’è altra gente si tratta spesso di altre coppie e quindi si rimane a parlare con il partner non conoscendo spesso gli altri. In Giappone invece le occasioni in cui si esce con il ragazzo/ragazza sono piuttosto rare e in genere si limitano ad eventi e festival. Questo ovviamente ha i suoi vantaggi e svantaggi.
I giapponesi maschietti a quanto pare stanno diventando sempre più timidi ed impacciati mentre invece le ragazze (come d’altra parte un po’ ovunque di recente) sono più decise e meno formali. Tanto che i giapponesi un po’ classici si sono meritati il titolo di “verdura” (yasai-mitai), per distinguerli da chi invece ama la “carne”… Personalmente posso immaginare che avere a che fare con qualcuno che al primo appuntamento arriva con 30 minuti di anticipo, ancora in giacca e cravatta di ritorno dal lavoro e ancora prima di presentarsi si inchina fino a baciarsi quasi i piedi e chiede 5 volte scusa per il ritardo (nonostante fosse in realtà in anticipo) può essere pesante. Per questa ragione gli stranieri sono visti con più interesse. D’altro canto è però risaputo che stranieri “latini” amano un po’ troppo la carne (perlomeno rispetto agli standard giapponesi) e per la ragione opposta molte ragazze evitano di avere a che fare con “dinosauri” nonostante spesso le migliori intenzioni del Tirannosauro in questione. Proprio venerdì mi sono incontrato con una ragazza (e le amiche) che studia italiano e mi diceva che una delle cose che più le ha colpito della cultura italiana è il fatto che agli italiani piacciono le donne. Al che ovviamente ho chiesto: “Perché ai giapponesi non piacciono?” La risposta era (per me) prevedibile: “Sì ma, in modo un po’ differente…”.
Sì, il Giappone È diverso!

Da questo mondo strano, alla prossima,
Kura-chan (diminutivo di Claudio, traducibile come Claudino)

Da questo


Ciao! Mi chiamo Tanaka e lavoro alla Mitsubishi.

luglio 20, 2010

Ciao a tutti, non sono Tanaka ma sempre io a scrivere, fedele ai miei lettori ma sempre con poco tempo da dedicargli. Oggi vi scrivo a degli orari un po’ insoliti; penso che nessuno si mette a controllare l’ora dei miei post, ma se dovesse passarvi in mente di farlo e vi mettesse a controllare il fuso, vi accorgereste che è la una di notte del lunedì mattina… In effetti sia oggi che domani è vacanza e ne ho approfittato per esplorare in lungo e in largo la regione del Kansai. In 3 giorni ho fatto Osaka, Nara e Kyoto, con una media di 4-5 ore di treno al giorno (tanto oramai ci sono abituato).
Vi scrivo a quest’ora però perché sono prima di tutto ispirato e ho voglia di scrivere ma anche perché in questo ultimo mese ho avuto 4 persone in visita dall’Europa ed è stata una buona possibilità per confrontare le mie impressioni sul Giappone con quelle di chi, fresco fresco, arrivare per la prima volta senza nessuna conoscenza del soggetto. La lista delle visite si allungherà ancora, ma le prossime visita sono rientri in terra giapponese e quindi gente che già conosce (meglio di me) questo paese.

I miei ospiti (si fa per dire) sono stati in ordine: Anna (la mia sorellina), Paola (la mia cugina), Céline (compagna di classe all’università, francese) e Romain (anche mio compagno e ragazzo di Céline). In realtà durante queste visite più che ascoltare le opinioni degli altri ho avuto modo di esprimere le mie sotto tiro martellante di continue domande. Spesso infatti quando si parla con altri stranieri che vivono in Giappone certe cose vengono date per scontate e si finisce per parlare di fatti o sottigliezze della vita quotidiana. Invece con gente “nuova” capita di parlare un po’ più in generale e di dovere spesso dare un’opinione o un’interpretazione per cose per cui è richiesta una spiegazione. Uno dei temi su cui ovviamente la discussione si sofferma è quello del lavoro in Giappone, da qui il titolo di questo post.

Leggendo gli ultimi post penso che chiunque non si sia fatto un’idea troppo positiva di questo mio ultimo periodo in Giappone e qualcuno può avere pensato che mi trovi male ultimamente e che mi goda solo quei pochi attimi di sfogo in serata con sporadici amici. Ovviamente io stesso non ho un’opinione molto positiva dell’atmosfera lavorativa in Giappone e quasi sicuramente dovessi restare un po’ più a lungo non rimango a lavorare per una ditta giapponese.
C’è però una cosa che è interessante o importante sottolineare; sono ora quasi 5 mesi che sono in Giappone, il che è un periodo più o meno simile al tempo che ho passato in Australia (7 mesi circa). Posso quindi iniziare a fare qualche paragone tra una cultura di stampo occidentale-anglosassone ed una cultura invece tipicamente asiatica (anche se con grandi influenze occidentali). La società australiana mi si è presentata come un modello piuttosto simile a quello a cui siamo abituati noi in Europa ma con un degrado sociale e culturale profondo e avanzato. Dall’esperienza australiana ho imparato comunque molto, ma poco in realtà mi è servito come esempio. In Giappone invece è un paese radicalmente diverso agli standard a cui siamo abituati. Esistono certi aspetti positivi e molti altri negativi, ma di sicuro da entrambi i lati c’è molto da imparare e molte domande rimangono aperte e offrono spunti di riflessione. Una differenza tra i due paesi è comunque chiara: riguarda ovviamente il tema di recente molto delicato del rispetto e l’educazione. Anche se i Giapponesi spesso e volentieri eccedono nel riguardo, rimango comunque in favore dell’eccesso piuttosto che della carenza.
Tenendo questa considerazione come base intendo quindi rivedere alcune cose che vengono spesso criticate e che anche io personalmente critico spesso e si ritorna quindi sul tema del lavoro.

Spesso mi lamento del mio lavoro e dei miei colleghi (giustamente). La comunicazione sul lavoro è minima e si limita all’essenziale. Nell’ultimo post sono stato un po’ esagerato (d’altra parte ero in un momento di noia mortale incollato alla scrivania). In realtà di gente che ride e scherza al lavoro ce n’è anche se le ragioni per cui lo fanno rimangono spesso limitate a temi legati al lavoro. Gente che sbaglia a fare qualcosa, il collega che ride dell’altro perché si è fatto insaccare dal capo, quello che si dimentica di cambiare le scarpe,… Temi banali ma che però almeno offrono lo spunto per qualche risata. Temi legati alla vita comune però rimangono spesso tabù e se ne sente poco parlare. Ad ogni modo comunque continuo a ritenere scandaloso che si debba aspettare alla serata di festa della ditta per poter esprimere apertamente le proprie opinione e fare discorsi liberi ed incondizionati sotto l’effetto del sake e della birra. Lavoratori seri quindi i giapponesi. Vero, anche se una precisazione va fatta; io mi trovo nella Mitsubishi Electric CO nel reparto di ricerche avanzate sui materiali. Gli ingegneri (purtroppo ma per molti è vero…) non sono noti per essere gente di compagnia e molti si limitano a rimanere in gruppo e parlare di tecnologia e scienza. Già in partenza quindi non posso aspettarmi molto da un punto di vista umano e sociale considerando il lavoro che faccio. Se poi si considera che mi trovo in una della compagnie più conservative e ambite in uno dei paesi che fa dell’ingegneria il cavallo di battaglia, allora ancora di meno posso sperare di trovarmi colleghi variati e con spirito di conoscenza in ambiti fuori dal seminato.
Dico questo per dire che in realtà esistono molti giapponesi, che come molti di noi europei, amano passare il tempo in compagnia e imparare cose nuove tutti i giorni incontrando nuova gente e vivendo nuove esperienze (o semplicemente leggendo un buon libro, non serve fare molto in realtà). Ovviamente si tratta però di gente che lavora in proprio e che lavora in piccole ditte spesso nell’artigianato o a diretto contatto con la clientela. Non mi trovo dunque in una terra di pinguini neri in giacca e cravatta con la 24 ore, ma mi trovo semplicemente a condividerne l’iglù e basta uscirne per scoprire un mondo diverso.
Voglio però mettere una nota positiva anche per i tanto criticati pinguini in questione. La cosa buona è che perlomeno non si tratta di gente cattiva, ma anzi sono tutti gentilissimi e pronti ad aiutarti nel caso di bisogno. Molti di loro vanno fieri di poter dire che grazie al loro lavoro e i loro sforzi per poter salire nella gerarchia sociale hanno potuto permettersi una casa e mantenere moglie e bambini. Anche se sono dell’idea che la cosa serva poco quando il padre in settimana è praticamente inesistente e il weekend poco presente, rimane quindi qualcosa che onorifica il loro lavoro e che quindi li rende delle brave persone. Questo non toglie ovviamente che nessuno gli proibisce di partire dall’ufficio alle 5 (come da contratto) per dedicare tempo alla loro famiglia, come d’altra parte certi colleghi fanno.

In sostanza quindi esistono molte cose che ho imparato in Giappone che non intendo imitare. Però guardando i miei colleghi dal mio mondo a parte, da cui giudico e critico, non posso che avere uno spirito di compassione per chi è buono d’animo, ma poco “intelligente” e autonomo per vivere una vita indipendente e responsabile crescendo e imparando dagli sbagli e dalla gente comune.
Detto con un po’ di cattiveria forse ma senza volere offendere nessuno: un po’ scemi sì, ma perlomeno brava gente.

Un saluto a tutti prima di andare a nanna,
Claudio


Il Giappone che lavora (e la sua vera anima)

luglio 6, 2010

Ciao a tutti,
rieccomi; vi scrivo dal lavoro, cosa che non dovrei fare, ma d’altra parte mi sono annoiato di continuamente chiedere se c’è qualcosa da fare e cosa posso fare.
In effetti dopo le prime due settimane in cui sono stato presentato agli altri membri del gruppo il lavoro è diventato noioso a morte e anche conoscendo un po’ meglio i colleghi mi sono accorto che alla fine non siano proprio le persone più simpatiche e socievoli.
Penso che i punti della faccenda siano essenzialmente due:
– come straniero sarò eternamente considerato nullo in giapponese e qualsiasi cosa che comprenda la lettura o la scrittura in giapponese mi viene deliberatamente vietata. A nessuno passa per la testa che visto che il tempo non mi manca potrei perlomeno provare a leggere o scrivere, anche considerato che conosco bene la grammatica e che con il computer diventa tutto più semplice.
– nella politica delle ditte tipicamente giapponese (come è il caso purtroppo della mia) viene prima di tutto la sicurezza e evitare che ci siano problemi. Infatti se in Europa sono generalmente apprezzato per il mio lavoro ho come l’impressione che qua siano un po’ contrariati dal mio atteggiamento sul lavoro. Sono molto più svelto e formato dei miei colleghi e imparo molto in fretta cose nuove nonostante i problemi linguistici, cosa che li ha stupiti più di una volta. Ma, grosso punto negativo, non sono ripetitivo. Dimentico spesso le cose, come per esempio di mettere il cappellino quando esco, le chiavi dell’armadietto, un giorno ho dimenticato a casa la tessera per entrare; arrivo con orari flessibili (in genere tra le 8.30 e le 9.00, il contratto me lo consente ma sembra che comunque la cosa non piaccia troppo), siedo in maniera scomposta al computer e parlo in maniera forse un po’ troppo entusiasta del tempo libero.

E difficile dire se sia il lavoro da ingegnere o la ditta dove mi trovo. Già in Europa (o meglio in Svizzera) non ho mai gradito l’ambiente di lavoro da ingegnere, ma qui le cose hanno decisamente preso la via del non ritorno. In sostanza dalla settimana scorsa a questa parte passo le giornate ad inventarmi qualcosa da fare. All’inizio facevo almeno finta di lavorare, visto che mi sentivo un po’ in colpa a non far nulla, ma da una settimana circa me ne sto un po’ fregando e lascio che gli altri si chiedano che cosa sto facendo quando mi vedono scrivere al computer in una pagina internet. In effetti sembra che a loro faccia comodo così, non devono occuparsi di me e non c’è il rischio (peraltro molto pericoloso) che esca dalla ditta senza cappellino o dimentichi la luce accesa nel laboratorio. Standomene seduto davanti al computer non rovino l’immagine del gruppo con atti impuri come quelli descritti sopra.

Quello che mi chiedo oramai da quando sono qui è se erano già così prima di iniziare a lavorare o se sono diventati scemi a furia di seguire le regole inutili e insensate dettate dalla ditta. Il sospetto è che fossero già predisposti in partenza e che quindi il processo che gli ha resi scemi sia venuto come una successione logica di eventi. La mia paura ovviamente è di avvicinarmi alla loro situazione in questi 9 mesi, anche se la repulsione per lo stile di vita dell’impiegato giapponese è forte al punto tale che spero possa rappresentare un ottimo esempio per quello che non voglio diventare.
Tra le 8 di mattina e le 5 di pomeriggio ho come la sensazione di non vivere, ma di sopravvivere in un mondo fantastico, fatto di robot e mummie che salgono e scendono dai treni dirette verso le differenti ditte da forze misteriose e inspiegabili. La cosa non è così triste per me perché riesco a coglierne il punto di vista critico, di chi arrivando da fuori è in grado di dare un giudizio basato su criteri differenti. Ho quindi imparato a prendere con il verso giusto anche questi aspetti poco positivi della quotidianità della maggior parte dei giapponesi. Io vivo nel mio mondo; sul treno studio i caratteri giapponesi (o dormo, se trovo un posto per sedermi, in piedi ancora non riesco…) e sul lavoro riesco a sorridere per cose che di bizzarro non hanno in sé assolutamente nulla.

Settimana scorsa c’erano in visita la mia sorellina e la mia cugina (spero di riuscire a scrivere un post a riguardo) e per l’occasione siamo andati a Kanazawa a visitare gli Asano, la mia famiglia di accoglienza. Mi ha fatto piacere scoprire, parlando con la mamma del mio lavoro, che molte cose stupiscono anche i giapponesi stessi e che sono in molti (la mamma in primis) a respingere di principio questo stile di vita lavorativo giapponese tipico degli impiegati delle grandi industrie. In particolare era unanime il dissenso verso un atteggiamento collettivista nel seguire regole e nel cercare di eliminare i rischi in tutto che porta conseguentemente ad un annientamento della personalità e dell’espressività degli individui. Ci sono un sacco di regole, la maggior parte banali, che i giapponesi devono seguire sul (a anche fuori dal lavoro) per lavorare per grossi ditte. La maggior parte di esse sono scritte (non andare in bici dopo aver bevuto, anche fuori dal tempo di lavoro, non ascoltare musica con le cuffiette mentre ci si reca al lavoro, non indossare infradito o calzoncini, sempre sul tragitto casa-lavoro, mai avere addosso una chiavetta USB o qualcosa che possa memorizzare dati,…) anche se ne esistono molto non scritte che tutti seguono.
Conseguenza più che logica di tutto ciò: a chi passa troppo tempo in posti simili viene a mancare una personalità, l’autonomia, la capacità di prendere decisione e addirittura la volontà di voler cambiare qualcosa della propria vita.

Tutto cambia quando si va a bere con i colleghi. Lì, e solo in quel momento, si può ridere e scherzare. Le “cene di lavoro” sono innumerevoli e ogni scusa è buona per farne una. In quel momento si può parlare di ciò che si vuole, sempre e comunque senza fare niente di stupido o irrispettoso, visto che la sicurezza viene sempre e comunque al primo posto nella graduatoria delle priorità. Anche in questo, per fortuna, ho trovato il pieno consenso della okaa-san (la mamma giapponese) che, come me, non vede perché si possa essere socievoli solo dopo 2 boccali di birra.

Leggendo fino a qua può forse sembrare che la vita qui non vada troppo bene. In effetti però prendo tutto come esperienza e come pretesto per imparare, ma soprattutto alle 5 ho finito di lavorare e mi si aprono le porte ad un altro mondo: quello femminile in sostanza.
In effetti se i giapponesi maschi sono dei perfetti robot ripetitivi abili a seguire le regole e ripetere in eterno istruzioni, il mondo del Giappone al femminile e colorato e dinamico, non segue regole e non ha paura di ciò che è nuovo e diverso. Il 90% circa degli amici che ho fuori dal lavoro sono donne. E non perché sia andato a cercarmele o perché rifiuto di avere amici uomini ma le sole con le quali si può avere un discorso che non sia incentrato su temi di lavoro e carriera e che sorridono quando di parla sono per l’appunto donne. Donne a cui non tocca lavorare, da cui non ci aspetta una carriera, che cucinano, viaggiano, imparano lingue estere e amano incontrare gente che condivide i propri interessi.
E tutto un mondo a sé, che riempe il centro di Osaka e di ogni città di colore e vita e che a mio parere (e non solo) rappresenta la vera anima del Giappone moderno.

Dopo un mesetto passato per di più da solo o con quelle persone che già conoscevo o che ho “dovuto” conoscere per lavoro ho finalmente degli amici nella mia città ed ad Osaka. Forse per caso, forse per le ragioni descritte sopra si tratta di 4 donne e ad un giapponese che ama l’Italia e che condivide il dissenso per la società tradizionalista giapponese incentrata sul lavoro (o meglio sul tempo passato sul lavoro, vista la bassa efficienza dei giapponesi).
Con lui (che ama farsi chiamare Josh) ho passato una piacevole serata in una izakaya (ristorante tradizionale giapponese) della mia città e penso proprio che non sia l’ultima!
Ho poi conosciuto una ragazza in piscina che abita a quattro passi da me e che lavora in una panetteria in centro. Avendo passato 2 anni in Canada non rappresenta affatto il modello tradizionale ed infatti abbiamo avuto una piacevole conversazione a mollo tra l’acqua calda della sauna della piscina.
Il mio giapponese è diventato autonomo, sono in grado di incontrare gente e intrattenermi in lunghe discussioni con termini che non conosco. Imparo ascoltando e dalla gente comune.
Sono questi incontri e queste discussioni a tempo perso su temi (apparentemente) banali a riempirmi il cuore e a tenerlo al caldo durante i più grigi momenti della routine settimanale.

Un saluto a tutti i miei fedeli ed appassionati lettori,
come sempre,
Feli