Educazione in Giappone – raccontata da giapponesi, vista da occidentale

agosto 2, 2010

Eccomi qui, ancora una volta in uno di quei momenti buchi della mia giornata “lavorativa”, se si può definire tale. Ho finito quello che devo fare e ho anche finito il lavoro che mi sono inventato per ammazzare il tempo (qualcosa che non penso che serva, ma che potrebbe essermi utile sul lavoro in futuro). Sono fermo, frutto della politica di sicurezza delle ditte giapponese. In parole povere ho un problema con il software che sto usando, cioè si blocca di colpo senza preavviso. Di solito la cosa si risolve facendo una notifica alla casa produttrice che tenta di risolvere il problema, ma per fare questo bisogna fornire i dettagli spiegando cosa ha fatto sì che si verificasse l’errore. Quando tento di spedire un’email alla ditta in questione mi viene bloccata dai rigidi sistemi di sicurezza della Mitsubishi che la ritengono pericolosa e quindi viene bloccata. In breve sono di fronte ad un problema che io non posso risolvere ma che non posso neanche lasciare risolvere a chi ne è di competenza. Nel frattempo aspetto…
Intanto che aspetto ne approfitto per parlare di un tema fresco fresco, prima che mi scappi di mente. Infatti la scorsa settimana ho avuto l’onore (o il piacere) di uscire con una maestra, che anche se non è proprio la più bella delle giapponesi che ho conosciuto, mi è stata molto di aiuto per capire la scuola in Giappone e, comunque, abbiamo avuto un’interessante discussione (anche perché una maestra di canto che ha studiato e canta opera in Giappone non capita spesso di trovare). Oltre a Yukie questa settimana ho rivisto Nathan che era stato il mio maestro di inglese in Australia, vive ora a Milano ma ha insegnato 13 anni in Giappone, dove è ritornato questo mese per fare un po’ di vacanza. Una persona molto interessante, anche perché, viste le esperienze simile è in grado di capire i miei stati d’animo che ha passato anche lui durante i suoi primi anni in Giappone. Dal canto mio io posso capire bene come ci si possa sentire ad essere uno straniero in Italia o quantomeno capisco che non sia facile adattarsi alla cultura (che noi spesso diamo per banale e sottintesa). Ma a Nathan dedicherò un post a parte proprio riguardo a come gli stranieri vedono la nostra cultura (rivolto in particolare all’Italia). Quello che mi interessa per ora è la sua esperienza come insegnante universitario in Giappone.

Iniziamo quindi dalle basi. Il sistema scolastico giapponese non è tanto diverso dal nostro. La scuola obbligatoria inizia a 6 anni con la sho-gakko (scuola elementare) che dura sei anni quando l’allievo ha raggiunto l’età di 12 anni circa. A quel punto inizia la chu-gakko (scuola media) che dura 3 anni fino ai 14-15 anni circa. Una prima piccola differenza arriva quando si inizia a considerare il liceo. La koko (l’equivalente del nostro liceo) come da noi non è obbligatoria, ma il 95% dei giapponesi decide di intraprendere questi 3 anni finali per iniziare a lavorare intorno ai 18 anni. Il grado di partecipazione alle università è simile a quello che si incontra in paesi come la Svizzera o l’Italia e la durata degli studi simile (4-5 anni circa).
La grande differenza dalla scuola come la intendiamo noi è nell’organizzazione e nei modi di insegnamento. La scuola giapponese è ispirata al modello americano, dove lezioni teoriche di materie come matematica, lettere e storia è associata all’attività nei cosiddetti club del dopo-scuola.
I club sono attività che si svolgono di solito nel pomeriggio o spesso nei weekend (a volte comprendendo sia il sabato che la domenica). I club possono essere di vario genere, da sport di squadra od individuali, attività più intellettuali quali lo studio di una lingua o lo scacchi,… Considerando queste attività la scuola diventa un impiego a tempo pieno.
Le giornate scolastiche iniziano presto, spesso alle 7-7.30 di mattina per gli studenti e alle 6.30 per gli insegnanti visto che il mattino si fa ginnastica o attività di gruppo e gli insegnanti devono attendere le consuete riunioni e ascoltare le nuove disposizioni del rettore.
Finite le ordinarie lezioni, come detto, arriva il tempo dei club per finire, a dipendenza della scuola verso le 4 o le 5. Gli insegnanti poi hanno ancora lavoro da finire, riunioni a cui partecipare, corsi di aggiornamento e prepararsi per eventuali esami nel caso, come Yukie, siano ancora nuovi nella scuola. In più a volte si aggiungono le lamentele dei genitori e i problemi creati dai ragazzi stessi. Yukie mi diceva che nei periodi peggiori farsi qualche notte in bianco non è così raro.
Per quanto riguarda le vacanza scolastiche scordatevi i 2 mesi di riposo estivo. La scuola fa circa uno-due mesi di vacanza d’estate, ma le attività dei club continuano e vanno a colmare i vuoti lasciati dalle lezioni. In sostanza di vacanza come la intendiamo noi ci sono 2 settimane scarse all’anno, una verso la fine di agosto ed una per l’anno nuovo.
Non è un caso se gli amici che i giapponesi hanno sono in genere i compagni di classe. Quasi per tutte le ragazze con cui sono uscito che hanno invitato un’amica, si trattava della compagnia di classe del liceo, o delle medie, quella con cui si andava a giocare dopo scuola. Quando era a Kanazawa addiritura una volta la mia oka-san ha invitato a pranzo le sue compagnie di classe (ormai tutte sulla cinquantina) e addirittura una sua maestra che sfiora i 90 anni. Durante gli anni della scuola si creano amicizie forti che spesso durano per parecchi anni ed in molti casi per tutta la vita.
Riprendendo il discorso della settimana scolastica; al calendario già abbastanza fitto si aggiunge poi lo stress creato dagli esami di entrata delle università. Per chi intende accedervi infatti si gioca tutto in uno scarso esame di un paio d’ore. Alle migliori università accedono solo quelli che escono dai migliori licei e che riescono a passare gli esami di entrata. E chi esce dalle migliori università ha un posto sicuro nelle migliori compagnie con un alto salario e facili possibilità di carriera. In breve la vita dai 25 anni in poi si gioca tutta in quel lasso di tempo che va dai 12 ai 18 anni. E in questa età che si gioca tutto e dove l’intera società ripone una pressione enorme. I giovani sono spesso spinti a dare il massimo per entrare nei migliori licei e nelle migliori università e i genitori devono sopportare il peso economico richiesto per mandare il proprio figlio in una scuola privata di fama. Sì, perché le scuole non sono gratuite in Giappone, anche quelle pubbliche richiedono una certa partecipazione finanziaria.
Non a caso uno dei più grandi problemi delle scuole è quello creato dalla pressione sugli allievi che spesso sfocia in atti bullismo e ricatti (spesso con ragazza come autrici) che possono anche portare a casi di suicidio giovanile. Il problema è diffuso al punto tale che anche la figlia dell’imperatore (Aiko) ne è stata vittima, facendo parlare televisioni e giornali per almeno un mese.
Tutta questa pressione si scarica poi quando si entra nell’ambiente universitario. Dal momento che si viene accettati in un’università si ha smesso di sgobbare. Non c’è più niente da fare, basta solo il nome della scuola per ottenere un posto di lavoro anche diversi anni prima di finire. Nessuno chiederà mai cosa si abbia fatto durante gli studi o come erano le note. Conta solo essere presenti e dare qualche esame ogni tanto, dove, con un po’ di studio a memoria è garantito passare. Ragion per cui tra gli studenti universitari è diffuso il cosiddetto “baito” ovvero il lavoro part-time (derivante del tedesco “Arbeit”, poi adattato e accorciato dai giapponesi, successivamente “arubaito” e quindi “baito”). A volte il “baito” può essere un vero e proprio lavoro che prende 3 o 4 giorni alla settimana e a volte gli studenti finiscono per fare quel lavoro a tempo pieno finiti gli studi (forse per evitare la vita da ufficio e le ore di straordinario associate). Non conosco quasi nessuno studente che non abbia un “baito”, mentre al contrario in Svizzera sono in pochi quelli che riescono ad associare un lavoro allo studio universitario. Ma soprattutto sono le ragioni ad essere diverse, chi fa lavoro part-time in Svizzera in genere è perché ha bisogno di soldi, mentre in Giappone è più un modo per occupare la mole di tempi libero offerto dalle università.
Nonostante il tempo che i giapponesi investono nello studio quello che ne ricavano è piuttosto modesto. Spesso di tratta di conoscenza passiva, di studio a memoria di una serie di concetti e/o termini che verranno poi chiesti nell’esame. Uno studio completo è inoltre insensato e inutile visto che la vera formazione avviene sul lavoro. Nelle ditte si impara ad usare quelle poche macchine che poi si utilizzeranno per tutta la vita e non è quindi necessario avere una conoscenza ampia e attiva, visto che tanto non si avrà mai l’occasione di metterla in pratica.
Non penso che le dita delle mani bastino per contare i giapponesi che ho conosciuto che studiano lingue straniere come inglese, francese o tedesco ma che non sanno parlarle. Sanno il dizionario a memoria ma non riescono a mettere assieme una frase perché nessuno ha mai chiesto di farlo e per questo non si sono mai posti il problema. Anche i miei colleghi rimangono sempre di stucco per come imparo velocemente ad usare qualcosa di completamente nuovo e per il fatto che di qualsiasi cosa si parli ne so qualcosa, anche senza essere uno specialista.
Non un caso infatti che non sono poche le famiglie che mandano i figli a studiare all’estero, anche se relativamente pochi hanno il coraggio di farlo, visti i grandi rischi derivanti dall’andare in una paese straniero (quindi barbaro) dove si parlano lingue straniere (quindi barbare ed incomprensibili).

In conclusione, con tutto il bene che voglio al Giappone, sono fiero di essere andato a scuola in Svizzera! Dopo avere sentito punti di vista di diverse nazionalità nel corso dei miei studi penso proprio che in Svizzera, piuttosto che banche ed orologi, dovremmo andare fieri delle nostre scuole e del nostro sistema scolastico, anche se, senza voler girare il dito nella piaga, con la riforma di Bologna… (beh, insomma non penso che le cose andranno in meglio).

Sono quasi le 5 e ho finito il mio post, tempismo perfetto,
vi saluto, a presto,
Claudio (-san), Kura-chan e/o Feli (quello che preferite)

Annunci

I giapponesi e l’alcool: un rapporto strano

agosto 1, 2010

Quando si parla di alcool, di bevande alcooliche, che cosa viene da pensare al primo istante? Probabilmente per molti giovani la risposta è divertimento. Ripensandoci un po’ sopra però nella nostra cultura, europea, forgiatasi nelle vicende di greci e romani, dietro alla semplice parola alcool si nasconde molto di più del semplice concetto di divertimento spesso associato all’abuso o ad un uso in grandi quantità. Basti pensare al ruolo che svolge il vino nella nostra cultura e società. L’italiano che si beve un buon bicchiere di rosso a pranzo con un piatto di spaghetti al sugo non lo fa di certo per essere sbronzo al pomeriggio, ma è più un abitudine ed un modo per gustarsi al meglio il pranzo. Oltre ad essere apprezzabile fa inoltre bene alla salute e aiuta ad appisolarsi per la siesta od il pisolino del dopo mangiato.
Spesso poi, la figura dell’intellettuale è associata al vino. Lo scrittore che si beve una Coca-Cola al McDonald’s mentre compone un libro non ha lo stesso fascino e non sembra realistica allo stesso modo quando l’idea dello stesso scrittore al balcone o la veranda di casa con un libro in una mano ed un bicchiere di vino nell’altra. Addirittura anche nella religione cristiana il vino svolge un ruolo importante e in tutti i dipinti dell’ultima cena le bottiglie di vino al tavolo sono innumerevoli e vuote.
Dai tempi più antichi quindi nella nostra cultura l’alcool svolge un ruolo duplice, associato da una parte al divertimento e alla baldoria, spesso della gente che fa la bella vita, e dall’altra ad un’idea più sacra e spirituale che circonda in un immaginario romantico e d’altri tempi grandi pensatori laici di varie epoche.
Come Svizzeri ed Italiani (spero nessuno si offenda per l’accostamento) lo sappiamo bene. La cultura della vigna è ancora ben presente nella nostra realtà e anche se molte conoscenze sono andate perse è ancora molta la gente che si occupa di questa forma d’arte. D’altro canto però, nelle feste popolari sgorgano litri di vino e birra nell’allegria dei partecipanti.
Oltre al vino ovviamente anche la birra è qualcosa a cui siamo abituati. Basti pensare alla “birretta” del dopo lavoro o alla sera al bar con gli amici. Anche se spesso da una diventano parecchie, in molti casi si tratta semplicemente di un modo per concludere al meglio una pesante giornata, magari calda ed afosa. Anche qui ovviamente basta salire di numero e da una “innocente” birretta da bere in tranquillità e compagnia si arriva alle feste più in vigore al nord dove si inizia a contare a litri.
Fin qui mi sono occupato di un mondo che già conoscete, per sottolineare come anche se i tempi cambiano, nella cultura mediterranea l’alcool ed in particolare il vino, sono ancora parte integrante della cultura e della vita di tutti i giorni di molta gente.

Per passare alla prossima parte, il Giappone insomma voglio farvi un piccolo esempio: settimana scorsa sono uscito con una giapponese (Kazue) e le sue amiche che ho conosciuto su internet perché, studiando l’italiano, cercava qualcuno di madre lingua con cui scrivere qualche e-mail e fare quattro chiacchiere. Dopo avere passato la parte ormai classica delle domande su di me e su come trovo il Giappone ed i giapponesi sono stato io a fare un piccolo interrogatorio e chiedere qualche la sua opinione sulla lingua e la cultura giapponese. Un po’ di sorpresa Kazue mi ha detto che la cosa che la meraviglia di più e che gli italiani bevono spesso vino a pranzo (e in più poi vanno al lavoro guidando). Ovviamente alludeva ad il bicchiere di vino rosso con cui ho iniziato questo post.
Altro esempio: Nara, due settimane fa, io e l’altro svizzero, Aris, siamo in visita in compagnia di due giapponesi (Ryoko e Yuki). Un caldo afoso e tremendo, almeno 35°C e per andare da un posto all’altro bisogna camminare sotto la stinca del sole. All’improvviso compare un negozietto e io a Aris decidiamo di prenderci due belle birre gelate da bere mentre si cammina. Ryoko e Yuki ci guardano un po’ ridendo come due alcolizzati che vogliono ubriacarsi in pieno pomeriggio mentre si visitano tempi.

In Giappone insomma l’alcool non è un “esaltatore di gusto” o qualcosa che rende un momento più speciale, è un mezzo, qualcosa di necessario per sbloccare i limiti dati dalle regole e liberare la propria vera personalità. Proprio per questo viene di solito bevuto in compagnia la sera ed in grande quantità e, per lo stesso motivo, l’immagine dell’italiano che si beve un solo bicchiere di vino tutto solo suona al quanto stonata. Allo stesso modo io e Aris con la nostra birretta per rinfrescarci sembriamo fuori luogo, quasi se avessimo bisogno di fare una confessione in un momento ed in un luogo così opportuno e strano.
Prima di tutto quindi in Giappone si beve la sera, a cena. Chi in Giappone cerca un baretto dove andare a bere semplicemente una birra od un bicchiere di qualche alcolico rimarrà piuttosto deluso. Qui si beve nelle cosiddette izakaya, che sono i ristoranti tradizionali giapponesi (in molti casi adattati alla cucina più moderna comunque). Si mangia e si beve quindi, assieme, non esiste l’aperitivo o concetti del genere. Ricordo quando ero in Australia che spesso i giapponesi si lamentavano nei bar per il fatto che non ci fosse niente da mangiare o che anche quando c’era qualcosa si limitava spesso a patatine e stuzzichini.

Secondo: il motivo per cui si beve e per riuscire a parlare. I miei colleghi a volte non sanno nemmeno se il loro vicino di scrivania è sposato o no. Ci lavorano assieme da 10 anni, ma non hanno mai osato chiederlo. Lo pensano ovviamente, fanno speculazioni, ma nessuno lo sa. Non si sa fino a quando non si esce a bere assieme e si può quindi parlare di tutto. All’ultima cena con i colleghi il tema più importante era se un collega fosse sposato o no, visto che quanto pare ha un nuovo anello al dito che sempre quello matrimoniale. Spesso l’alcool non è neanche necessario, spesso non hanno bisogno di essere ubriachi per parlare di certe cose abbastanza tabù. Ho notato che in quelle sere in cui si esce a bere, i colleghi iniziano ad essere diversi già sulla via verso il ristorante. Iniziano già a raccontare scemate ancora prima di bere, quasi fossero già ubriachi alla sola idea di esserlo. Durante l’ultima cena della ditta ho poi anche visto per la prima volta scene di affetto tra colleghi ed amici, cosa che non avrei minimamente sospettato di vedere neanche sotto l’afflusso di alcool.
Questo non vale solo per le cene tra colleghi. Quando esco a cena con ragazze la prima cosa che mi chiedono è: “Dove andiamo?” e noto spesso sono abbastanza insicure finché non si possono sedere ad un ristorante e non hanno fatto l’ordine. Interessante anche il fatto che sono sempre loro le prime a chiedere: “Cosa bevi?” e poi spesso aggiungono “Osake?” (che come molti erroneamente credono non è quello che noi intendiamo come “sake”, che in Giappone si chiama invece “nihon-shu”, ma il termine giapponese per alcool), come a volermi rendere attento del fatto che loro intendono bere qualcosa di alcolico e sono invitato a farlo pure io in maniera di riuscire a parlare in maniera più spigliata. Durante le cene a due sono poi spesso le donne ad insistere: “Bevi ancora qualcosa?”. Ovviamente lo fanno per cortesia solo per metà perché in verità sono loro a volere bere di più in maniera di riuscire a parlare di temi meno formali, ma non vogliono essere le sole a bere.

Terzo: quello che si è detto e fatto la sera prima non è tema di discussione durante la giornata. Se ne può riparlare solo alla prossima cena. Dopo serate pesantissime i miei colleghi si presentano alle 8.00 al lavoro impeccabili e quando io li saluto sorridendo alludendo alla sera prima rispondono con un viso che lascia intendere che la giornata lavorativa è iniziata e che non quello che è successo la sera prima appartiene ad un altra realtà. Ieri sera abbiamo fatto una festa nell’appartamento di un mio amico francese (per la cronaca per confermare la regola che mi impedisci di avere amici maschi giapponesi, oltre a lui erano tutte giapponesi donne, sta quasi diventando una sfida quella di trovare un amico maschio giapponese…). Una mia amica era messa veramente male, forse non abituata al vino. Vedendola veramente concia addormentata in modo abbastanza strano ho detto ad una sua amica: “Dubito che domani riesca ad alzarsi per andare a lavorare”. La sua risposta è stata abbastanza inequivocabile: “Si sveglierà, deve svegliarsi, in Giappone non possiamo prenderci giorni liberi”. Al che ho aggiunto: “Capisco, ma è messa veramente male, anche se si sveglia non penso riesca fisicamente ad andare al lavoro”. Al che la sua amica ha aggiunto: “Vedrai che si sveglia”.
Ed infatti ore 5.15 era in piedi, un po’ stordita ma tutto sommato in forma, ed alle 6.30 si è presentata come se niente fosse alla panetteria dove lavora. Sicuramente non ha detto niente a nessuno sul lavoro e penso che nessuno, vedendola stanca, abbia osato chiederle che cosa abbia fatto la sera prima. Non so come sia andata la sua giornata, ho solo ricevuto un messaggio, verso le 6, dove chiedeva scusa almeno 15 volte a me e poi per nome ad ognuno degli invitati.

Dopo essermi scolato un litro di birra per trovare il coraggio per scrivere questo blog, vi saluto e auguro a tutti gli svizzeri un felice primo di Agosto!

PS: ovviamente scherzavo riguardo al litro di birra; mi adatto ma non mi trasformo, sono e rimango quello che sono, attendo e interessato osservatore. Posso adottare certi usi e costumi, ma questo rapporto con l’alcool è sicuramente qualcosa che lascio ad i miei colleghi, io rimando fedele al mio buon bicchier di rosso!