Mi piace! Il bello del Giappone

settembre 21, 2010

Rieccomi! Martedì, primo giorno della settimana dopo un lunedì di vacanza. Gruppo di lavoro in riunione per un meeting segretissimo a cui io non posso assolutamente partecipare (si starà discutendo dei colori per la nuova linea di frigoriferi Hello Kitty probabilmente). Ho finito il lavoro che mi occupa da un paio di settimane ed avrei bisogno di iniziare a fare delle misurazioni su campioni di plastica, ma per fare questo ho ovviamente bisogno del mio superiore che è, come detto, in riunione. Calma piatta in ufficio: nessuno che urla al telefono, nessuno che urla anziché parlare per dire al collega accanto che la plastica ha la proprietà X, la segretaria non ha nessuno con cui spettegolare sul fatto che un collega potrebbe essersi sposato e anche il capo non ride come un tricheco per sembrare allegro. Oggi poi sono tutti abbastanza di buon umore e abbastanza tranquilli perché stasera si va a bere (come già detto in Giappone tra colleghi neanche si prova a dire si va a cena, ma si va direttamente sullo scopo in maniera diretta). Sono ormai due settimane che me lo sento dire: “Martedì si va a bere, ti ricordi vero?” come dei bambini che vanno al mare per la prima volta. Anche se sarà una delle poche volte in cui mi diverto con i colleghi sta sera non ho molta voglia, visto che mi demoralizza abbastanza il fatto di sapere che anche se stasera saranno abbastanza alla mano, domani tornano sulle solite lunghezze d’onda, molto lontane dalla mia. Ma tutto sommato ci sarà da divertirsi. Il mio giapponese sta pian piano sfondando anche sul lavoro, anche se non parlando mai mi vieni difficile progredire (nel linguaggio lavorativo, ovvio). Ciononostante settimana ho fatto una presentazione in giapponese. Di livello scarso, ovvio, ma credo che sia stato meglio così che se l’avessi fatta in inglese e nessuno avrebbe capito. Poi le presentazioni della ditta sono l’ideale per fare pratica per un futuro in cui mi potrebbe toccare di parlare di cose più serie ad un pubblico più attento. In pratica tutti a parte il capo dormono, quindi non si sente troppo la tensione dell’audience!

Dopo gli ultimi post penso che l’immagine del Giappone sia piuttosto calata tra i miei lettori. Non che niente di quello che abbia scritto sia vero, ma ovviamente si vedono subito i punti negativi ed è più facile parlare di essi che neanche delle cose che vanno bene, che sono date come scontato o come “minimo indispensabile”. Quindi il Giappone non è cosi negativo come l’ho descritto ma ci sono tante, molte cose che apprezzo. Questa volta voglio parlare dei pregi della società nipponica.
Prima di fare questo devo comunque chiarire un paio di cose riguardo ai post precedenti. Va detto che quasi tutte le cose negative di cui ho parlato riguardavano il mondo del lavoro ed in particolare la società per cui lavoro e l’ambiente che si crea in ufficio. Il fatto che io sia qui a scrivere adesso (in piena giornata lavorativa) può già far pensare che le cose così male non vanno, visto che molti vorrebbero forse essere al mio posto. Ovviamente anche avere poco da fare è pesante, ma è comunque molto più salutare che essere pieni di lavoro fino al collo e fare fatica a gestire lo stress. Ad ogni modo quello che voglio dire è che di stranieri che lavorano in Giappone per società giapponesi ne conosco ben pochi. Quasi tutti gli stranieri residenti in Giappone (occidentali) lavorano per compagnie estere o si sono fondati la propria. Lì metodi di lavoro e gestione del tempo seguono schemi europei e nonostante i colleghi siano comunque in gran parte giapponese l’atmosfera che si respira è completamente diversa. E dunque possibile avere una normalissima vita lavorativa in stile europeo pur vivendo in Giappone e i vantaggi non sono pochi.

Esistono molte cose positive in Giappone, come la sicurezza, il paesaggio (serve un’auto però), la qualità della vita, la cucina (che non è solo buona ma anche salutare), la generale organizzazione e la disponibilità dei giapponesi. Ma esiste qualcosa che rende molto particolare il Giappone per me e per gli stranieri che vi abitano e cioè che non sono giapponese! Potrà sembrare qualcosa di ovvio, ma i vantaggi dell’essere uno straniero (a differenza dei paesi europei) sono tantissimi. Come straniero nessuno di aspetta niente da te, nessuno si immagine che tu possa conoscere la cultura giapponese e le usanze e quindi nessuno pretende che tu ti adegua. Per esempio qui in ufficio i nuovi arrivati arrivano la mattina presto al lavoro per mostrarsi diligenti agli occhi del capo. Quelli che arrivano in ritardo (nonostante ci siano orari flessibili) vengono visti male, come maleducati. Io non arrivo mai in anticipo (a meno che intendo finire prima) eppure la cosa non sembra infastidire troppo. Tutti lo sanno che sono europeo e che secondo la nostra cultura si lavoro poco. Che sia vero o no nessuno lo sa, ma sono perdonato. Se poi un giorno mi capita di rimanere in ufficio fino alle 19 tutti lo notano e si stupiscono (e preoccupano un po’). Stesso discorso per quanto riguarda la lingua. Ovunque vada la gente si rivolge in giapponese e si aspetta una risposta in inglese o qualcosa del tipo “no speak Japanese”. Quando rispondo in giapponese o perlomeno mi sforzo di farlo divento subito l’ospite d’onore e vengo servito con particolare riguardo. Discorso ovviamente ovvio per la lingua scritta. In realtà me la cavo abbastanza bene per essere qui da soli 6 mesi, ma non riesco ovviamente a leggere tutto (e in realtà non riesco a leggere quasi niente). Se però riesco a leggere un carattere su 100 vale come grande sforzo nella comprensione della lingua. Questi sono vantaggi tutto sommato ovvi e “sudati”, visto che imparare il giapponese implica i suoi sforzi ed grazie ai continui incoraggiamenti che si trova la voglia di farlo. Ricordo che in Australia più di una volta sono stato insultato per essere uno straniero e non parlare bene l’inglese. Mi ricordo una volta in particolare che mi trovavo su un bus con i miei compagni di classe e amici (in prevalenza asiatici e sud-americani quindi) e si parlava tra di noi in inglese. Ad un certo punto un simpatico signore che mostrava saggezza da quasi ogni poro e che alitava di birra da quelli rimanenti ci ha apostrofato in maniera molti dialettica e pertinente rendendoci attenti del fatto che dovevano andarcene dal suo paese che gli apparteneva e che invece non aveva niente a che vedere con noi. Ovviamente i modi non erano così rosei ed eleganti come descritti, ma comunque quel simpatico individuo dimenticava forse che se l’Australia appartiene a qualcuno questi sono gli aborigeni e che etnicamente parlando eravamo entrambi dell’etnia caucasica

Essendo stranieri in Giappone esistono poi vantaggi meno diretti. Per esempio esistono luoghi in Giappone dove la maggior parte dei Giapponesi non va. Esistono cose che nessuno fa. Esistono quindi una marea di cose che si possono fare ma che sono ad un occidentale verrebbero in mente. Per molte cose (e non solo a me) il Giappone ricorda molto l’Italia. Tutti quanti sono influenzati dalla televisione e dai media, vanno tutti in vacanza nelle stesse spiagge, parlano la stessa lingua (e solo quella) e amano fare le cose che fanno gli altri. Il vantaggio di essere uno straniero qui è di non essere cresciuto con quella mentalità, di non vedere tutto secondo dei criteri dettati dalla massa, ma di vedere tutto con un occhio nuovo, diverso. Inoltre, parlando diverse lingue più il giapponese, posso tranquillamente scegliere se frequentare stranieri o indigeni, posso partire in vacanza restando in un bar a fare quattro chiacchiere.

Per i giapponesi tutto questo non è permesso. Da un giapponese ci si aspetta che si comporti come tale e se dovesse fare qualcosa di diverso prende subito una connotazione negativa, indipendentemente se quello che abbia fatto sia qualcosa di buono o no. In Giappone quello che fanno gli altri è giusto, il diverso è sbagliato. Gli stranieri sono diversi in partenza: viso, lingua, corporatura, modi, costumi e quindi deve comportarsi in maniera diversa. Sarebbe strano se uno straniero si comportasse come un indigeno. Altrove chi non si adegua subito viene rapidamente escluso e sfugge quindi la possibilità che si adatti. Qui invece tutto quanto viene fatto in direzione di comprensione e interesse verso la cultura locale viene accolto con entusiasmo e con altrettanto entusiasmo nasce naturale un interesse per chi venuto da lontano.

La cosa vale anche al contrario però. Molti giapponesi dopo essere stati all’estero per diversi anni faticano o proprio non riescono a riadattarsi alle usanze del loro paese di origine. Avendo vissuto all’estero si sono abituati a stili di vita più distesi, regole meno severe e più individualità. Conoscono una lingua in più rispetto ai loro connazionali che sono rimasti in patria e sanno vedere le cose secondo un’altra prospettiva. Molti hanno studiato in prestigiose università o ricoperto importanti cariche in compagnie all’estero. Ma tornati in Giappone tornano ad essere quello che erano. Nessuno conosce le università in cui sono andati e nella nuova compagnia (ammesso ritornino in patria per lavorare) vengono considerati come degli incapaci perché nuovi arrivati. Gli anni passati all’estero sono un bel ricordo ma appaiono come degli anni bui per molti. Sembra di non essere più tornati nello stesso posto o che questo sia cambiato nel frattempo. Anche se la cosa può avvenire all’inverso (cioè gente che ha assolutamente bisogno di tornare) i giapponesi che faticano a tornare in terra natia non sono pochi.

Insomma, in conclusione (di questo post si intende), il Giappone ha molti pregi e altrettanti svantaggi. La cosa bella è che mentre i pregi sono accessibili e tutti, molti dei punti negativi toccano solo i giapponesi stessi, dando quindi un mare di possibilità a chi invece arriva da lontano.

Feli-banzai

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Non solo riso, la cucina giapponese

settembre 8, 2010

Dopo essermi dedicato di recente a temi abbastanza difficili e problematici della società giapponese mi occupo finalmente di qualcosa più positivo e di facile lettura. Qualcosa che mi sta particolarmente a cuore, in Giappone come nel resto del mondo: la cucina, il mangiare. La lettura di questo articolo è consigliata dopo i pasti visto che intendo suscitare l’appettito del lettore e mi auguro di riuscire nel mio intento.

Per le buone forchette il Giappone è senza dubbio un vero e proprio paradiso. Innanzitutto è il secondo paese al mondo per numero di ristoranti (474’048 per la precisione), preceduto solo dagli Stati Uniti (566’020, 20’800 per la Svizzera, ). Se si considera però il numero di ristoranti per abitante il Giappone domina con un ristorante ogni 266 persone (contro la densità di ristoranti americana che si ferma a solo un ristorante ogni 547 persone e quella svizzera di 374 ). I ristoranti di Tokyo nell’insieme hanno ricevuto il doppio delle stelle Michelin che quelli dell’intera Parigi e i Tokiotti possono scegliere tra più di 200’000 ristoranti.
Oltre a fattori statistici il Giappone brilla sicuramente per rapporto qualità prezzo per tutto quello che concerne il ramo della ristorazione ed in generale dell’alimentazione. Con meno di 1000 yen (poco più di 10 franchi svizzeri al cambio attuale) si può fare un pasto completo in un ristorante, seduti al tavolo e serviti da un cameriere. L’acqua è sempre gratuita e subito servita quando si arriva al tavolo assieme ad una salviette umida e calda per lavarsi le mani. Se si è fortunati al posto dell’acqua c’è dell’ottimo tè che può essere caldo o freddo a dipendenza delle stagioni e dei gusti.
In genere i migliori ristoranti per qualità-prezzo si trovano all’ultimo piano dei centri commerciali per attirare i clienti. Questo vale un po’ in tutto il mondo, ma in Giappone può quasi essere presa come regola. In genere lì si trovano ristoranti di ogni genere, dalla cucina tradizionale giapponese a vari tipi di cucina estera. In genere sono arredati in maniera più o meno occidentale con tavoli e sedie nonostante servino cibi tradizionali. Ristoranti di questo genere hanno spesso una specialità unica con molte varianti. Per esempio esistono ristoranti che si occupano solo di “omuraisu” (cioè un’omelette con all’interno il risto, i dettagli seguiranno) ma si può scegliere tra decine di combinazioni di riso, omelette e salsa con cui vengono serviti. Per chi intende andare sul tradizionale consiglio quindi una cosiddetta “izakaya”, ovvero il tradizionale ristorante giapponese. Arredamento rigorosamente interamente in legno (anche se all’interno di grattacieli) e atmosfera tipica giapponese. In genere i tavoli sono disposti in maniera tale che si può mangiare sia seduti per terra che con le gambe distese come se si fosse seduti su una sedia. Il tavolo è alto 30 cm rispetto al pavimento ma sotto di esso c’è una fossa dove si possono allungare le gambe se si desidera sedersi. Nelle “izakaya” non c’è mai un menu unico, ma bisogna comandare singoli piattini (dal prezzo di al massimo 5 franchi) e poi si mangia un po’ di ognuno. L’ideale è essere in 5 o 6 persone in maniera da gustare diverse cose. Il menù in genere è classico ma incredibilmente svariato, comprendendo verdure, carne, pesce e dessert con un’ampia scelta su liquori e drinks locali ed esteri. Izakaya più moderne offrono anche piatti come pizza o fantasie occidentali, ma se si vuole mangiare ottima cucina estera (cioè la nostra…) sconsiglio di farlo in una in un posto tale, per questo esistono ristoranti appositi. Le izakaya sono anche i posti dove i giapponesi vanno per bere, visto che non esistono i bar come gli intendiamo noi. In Giappone se si beve lo si fa un posto dove si può anche mangiare. Visto che quindi oltre al mangiare si aggiunge anche qualche birra il costo di una cena in una izakaya può lievitare fino a 2000-2500 yen (poco meno di 30 franchi). Infine per i più avventurosi e più curiosi esistono, spesso nei luoghi più “malfamati” (ammesso che esista un luogo tale in Giappone) o inaspettati, una miriade di “ramen-ya” ovvero piccoli ristorantini (a volte c’è posto per al massimo 5 persone) che servono semplici ramen (simili a spaghetti, seguirà descrizione). I ramen-ya sembrano dei bar per come è disposto l’arredamento, un bancone spesso a “L” dove i clienti siedono sul lato esterno e il cuoco (spesso gerente) rimane all’interno dove tutti i macchinari della cucina sono disposti a vista dei clienti. Il cuoco cucina sotto gli occhi del cliente intanto che guarda la televisione o discute. I ramen-ya sono di gran lunga i miei posti preferiti, specie se mangio da solo. Lì si radunano le persone più interessanti e stravaganti e anche quando non ci sono clienti si possono sempre scambiare quattro chiacchiere con il cuoco. Tutto quello scritto in precedenza riguardo ai giapponesi non vale per i frequentatori usuali dei ramen-ya; spesso si rivolgono a te in maniera secca e diretta, a volte anche volgare o in dialetto, e le conversazioni anche se interessanti non sono sempre per forza facili. A Sanda, dove vivo, ho la mia ramen-ya di fiducia dove vado quasi ogni settimana da 3 mesi a questa parte quando mi sono trasferito. Ormai il proprietario mi conosce bene e mi fermo sempre a fare quattro chiacchiere finito di mangiare. Nelle giornate afose mi offre un gelato e nonostante non stia troppo attento a raffinare il linguaggio quando mi parla non manca mai dell’attenzione per il servizio del cliente tipica giapponese: se finisco l’acqua non dimentica mai di riempirmi il bicchiere. Esistono poi clienti di ogni genere; da quelli che vengono solo per leggere il giornale, quelli che vogliono vedere la partita di baseball in compagnia e quelli che invece vengono solo per bere una birra. Tutta gente però sempre molto alla mano di stampo decisamente diverso da quello cui sono abituato tra colleghi. In cibo poi è sempre ottimo. Insomma adoro le ramen-ya e tutto quel piccolo mondo che gli gira attorno, specie la piccola “dosanko” (questo è il nome; pellicano tradotto) di Sanda.
Al limite se considerarli ristoranti (in effetti non lo sono) esistono poi i venditori ambulanti. Piccoli furgoncini, simili a piccole “api” a quattro ruote che si appostano di solito alle fermate di treno vicino a grandi ditte o quartieri industriali per vendere qualche pasto veloce a chi torna tardi dal lavoro. Anche lì in genere poca cortesia (per gli standard giapponesi) o quanto serve, gente alla mano, prezzi modici e ottimo cibo. La scelta giusta quando si torna a casa con il primo treno la domenica mattina. Un’annotazione finale riguardo ai “konbini” (convenient store) sparsi ovunque su tutto il territorio giapponese. Infatti anche il cibo precotto offerto dai piccoli supermercati è a buon mercato e sempre ottimo, non se paragonato ai ristoranti, ma afferma comunque ancora una volta come la qualità culinaria in Giappone sia alta anche nei posti più improbabili.

Se mi sono dedicato così a lungo a parlare dei ristoranti ed in generale ad i luoghi dove è possibile acquistare del mangiare è perché in effetti in Giappone si mangia spesso fuori. Quasi tutti gli uomini giapponesi non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire cucinare e anche le donne, prima di sposarsi e fare quindi un corso di cucina per poi potere soddisfare il marito, non sono messe molto meglio. Quindi anche nel mangiare, come in altre cose, il Giappone è molto specialistico. Chi cucina è solo chi fa quello di lavoro, non c’è spazio per il dilettantismo. Tornando al discorso base quindi, non avendo una cucina e avendo avuto poche possibilità per cucinare so cosa vala pena mangiare ma non ho idea di come si cucini…

Riguardo ai pasti: qualsiasi persona che viene in Giappone per la prima volta penso che possa rimanere stupita per la varietà di cibi che esistono. Ovviamente bisogna fare qualche sforzo, tentare ed assaggiare; si può fare un mese mangiando tutti i giorni il sushi, ma sarebbe un peccato visto tutto quello che il Giappone ha da offrire. Vedrò quindi di elencare un po’ prelibatezze della cucina nipponica:

1. ramen, soba e udon: Tutti e tre sono delle specie di “spaghetti”. Sono fatti con una combinazione di riso e farina a dipendenza del tipo e della qualità e vengono di solito serviti con un brodo caldo. Ne esistono di una infinità di combinazioni di cui non conosco i nomi perché in genere mi limito a farmi consigliare a voce. Il classico comunque sono i ramen serviti con verdurine tagliate sottili ed una fettina di carne di manzo. Consiglio personale per gli amanti del curry sono gli udon al curry, in particolare quelli dove il brodo ha una consistenza abbastanza densa e saporita. Anche per i vegetariani ne esistono un’infinità di sorti, un consiglio per chi ha il palato raffinato ed i gusti difficili i soba serviti freddi accompagnati da un set di tempura (vedi sotto). Essendo una specialità introdotta dalla Cina, ramen in particolare, sono una specialità del sud del Giappone (o ovest a dipendenza di come si guarda la carta), di Fukuoka in particolare.
2. omuraisu: Piatto semplice, ideale per chi non va troppo d’accordo con cucina etnica e preferisce rimanere su gusti più tradizionali. Si tratta di una sorta di “calzone” con all’interno riso e dove anziché esserci il pane a coprire c’è un’omelette. È un piatto che in genere basta da solo per riempire e viene mangiato con forchetta e coltello, quindi anche i meno esperti con le bacchette possono tirare un sospiro di sollievo. Anche qui le combinazioni sono infinite. Il riso può essere semplicemente bianco oppure essere condito con verdure o pomodoro tagliato fine a dadini e in genere l’omelette viene ricoperta con una salsa per darne più gusto.
3. tonkatsu: Si tratta di una semplice bistecca di carne di maiale impanata in una maniera particolare che le dà un gusto ottimo. Il tonkatsu si trova solo oppure abbinato a diversi cibi. Quando solo in genere viene servito con insalata tagliata fine e con una salsa agrodolce dove le fettine possono essere intinte prima di essere mangiare (usando le bacchette tutto è sempre servito tagliato). Esistono poi diversi set che possono comprendere riso e tonkatsu, omuraisu e tonkatsu, ramen e tonkatsu e via dicendo. Un pezzo classico della cucina giapponese, un obbligo a chi capiti di andare in Giappone.
4. shabu-shabu: La fondue chinoise alla giapponese. Carne di manzo viene immersa in un brodo bollente che ricorda molto la fondue chinoise delle nostre latitudini. Il brodo però è inizialmente acqua lievemente saporita a cui vengono poi aggiunte diverse verdure e diversi tipi di funghi per darle gusto. Sia la carne che la verdura intinta vengono mangiate e alla fine è possibile bere il rimanente brodo insaporito dalle varie aggiunte.
5. sukiyaki: Simile al shabu-shabu ma anziché usare un brodo poco saporito viene usato un brodo agrodolce dal gusto molto forte ma comunque ottimo e che si abbina perfettamente con le verdure e gli accompagnamenti usati. Unico difetto del sukiyaki è che è difficile trovare dei ristoranti che lo servono ed è spesso piuttosto caro.
6. ika: tradotto come calamaro, viene servito intero tagliato a fettine sottili in una salsa agrodolce (simile a quella del sukiyaki). Lo si trova spesso venduto per strada durante le feste popolari e quasi sempre nelle izakaya. Il gusto del pesce è già di suo ottimo, a renderlo superbo è la salsina che lo accompagna. Consigliato nelle piccole cittadine sul mare dove il pesce arriva fresco di giornata.
7. Tenpura: un altro classico della cucina giapponese. Anche se penso che sia abbastanza conosciuto da non necessitare descrizione vedrò di spenderci due parole. Tenpura è una salsa in cui vengono intenta carne, verdura o pesce prima di essere messi nell’olio bollente. Nonostante si tratti fondamentalmente di cibo fritto al palato risulta estremamente delicato e per niente pesante anche perché viene fatto asciugare abbastanza a lungo prima di essere servito. Classici cibi fatti a tenpura sono il gambero (consiglio personale), il peperoncino verde (lievemente piccante) e la melanzana. Spesso servito in set con altre pietanze o semplicemente con del riso in bianco. Il punto di partenza per scoprire la cucina di questo paese.
8. careraisu: libera lettura giapponese dell’inglese “rice curry” ovvero riso al curry. Si tratta forse di quello che i giapponesi mangiano più spesso. È un piatto semplicissimo: del semplice riso bianco cosparso di salsa al curry spesso comprendente pezzi di pollo e carote. Si può trovare un po’ ovunque ma lo consiglio in particolare nei ristoranti che fanno questo come piatto principale per la varietà degli accompagnamenti disponibili. È un piatto che mangiato troppo di frequente può dare un po’ la nausea ma se ne sente subito la mancanza quando non si mangia per un po’.
9. Pan: ovvero il pane. Vi chiederete perché dovrei consigliare di mangiare pane in Giappone. In effetti però le panetterie sono incredibilmente popolari e diffuse in Giappone e che lo si creda o no il pane e tutti i dolci fatti con esso sono veramente ottimi e raffinati. In questo poi i giapponesi hanno avuto il pregio di essere stati capaci di adattare a modo loro un’arte puramente occidentale. Si trovano infatti combinazioni di gusti orientali ed occidentali perfettamente amalgamati che, se di passaggio di qua, è necessario assaggiare.
10. o-kashi: i dolci giapponesi classici. Gli ingredienti di base sono riso, sesami e fagioli rossi e sono una vera e propria prelibatezza. Hanno un gusto un po’ particolare e all’inizio possono piacere poco (come nel mio caso) ma una volta fatta l’abitudine non si riesce a farne a meno. Il più classico di tutti è l’o-mochi, una sorta di spiedino di riso dolce simile per consistenza alle gomme colorate della Haribo. Disponibile in diversi gusti, in genere tè verde e sakura (fiore di ciliegio).
11. …e potrei continuare all’infinito!

Come avrete notato ho esplicitamente omesso sushi e sashimi proprio per sottolineare come siano solo una goccia in quel grande oceano di gusti e sapori che è la cucina giapponese. La prossima volta che vi capita di andare in un ristorante orientale date un’occhiata alla carta, con un po’ di fortuna anche in Europa riuscite a trovare qualcosa nella lista!

Un assaggio (ehm… un abbraccio),
Claudio alias Feli


Problemi (e possibili soluzioni) nell’ambito del mondo lavorativo nipponico

settembre 8, 2010

Questa mattina per una volta non scrivo per noia o per occupare il tempo. Finalmente ho qualcosa da fare, qualcosa che forse può essere utile a qualcuno anche se dubito purtroppo che possa essere utile a qualcosa, come purtroppo accade in ingegneria, se non per aumentare i profitti della società per cui si lavora e, magari, ridurre di qualche grammo le emissioni di CO2 su scala globale, a scapito di tonnellate prodotte per lo sviluppo, per poi pubblicizzare il prodotto come “eco”). Ma non voglio parlare di questo.

Stamattina come detto ho da fare, ma non voglio mostrarmi troppo efficiente, sono già abbastanza efficiente usando ogni tanto un po’ di tempo per faccende private che non voglio abituarli troppo bene (parlando di efficienza; ieri dopo avere fatto un lavoretto e letto con calma il giornale online ho detto al mio superiore: “Ho finito!”, la sua risposta è stata eloquente: “Hai già finito, cavoli come sei veloce!”; se non avessi letto il giornale…). Quindi arrivato ispirato in ufficio mi prendo una pausetta per scrivere questo post.

Come al solito parto prendendo spunto da una discussione avuta di recente e questa volta il tema è freschissimo, trattandosi di una discussione avuta ieri sera con un’amica. Si parlava di salute e si discuteva di quelle credenze popolari riguardo alle cose che fanno bene e male nel Giappone ed in Europa. Si è poi passati al parlare del fatto se ci fossero malattie comuni e diffuse in Europa e a cosa fossero legate. Fermandomi a pensarci un attimo non mi sono venute in mente malattie veramente diffuse se non il cancro (che mi sembra sia un problema ovunque, non solo in Europa) o le classiche influenze e febbri stagionali e non. Riflettendoci ancora un secondo mi sono in effetti accorto come le malattie classiche come le intendiamo, quelle per cui è necessario prendere qualche medicina e passare qualche tempo a letto, non siano tutto sommato molto diffuse. Non che nessuno si sia mai ammalato, ma si tratta sempre di cose diverse e spesso frutto di incidenti o cattive abitudini derivanti da diversi stili di vita. Forse perché ne sono stato direttamente toccato, ma mi è però venuto come quel sospetto di come i problemi psichici sia in costante aumento e come questi problemi stiano forse diventando tra i più diffusi. Quindi riformulando la risposta ho detto che in effetti disturbi psichici come disturbi dell’appetito o dell’umore, senza essere una piaga collettiva, siano comunque piuttosto diffusi. Senza che la cosa mi stupisse troppo mi ha risposto che anche in Giappone la situazione è molto simile e che in effetti lei stessa ne fosse stata più o meno toccata.

Stamattina arrivato in ufficio avevo già dimenticato quella conversazione, preso nello studio dei geroglifici giapponesi e nella lettura di un libro, ma alla vista del mio piano dove lavoro e dei miei colleghi quelle parole mi sono ritornate come familiari. Per un attimo mi è quasi sembrato strano come in un luogo tanto tranquillo e così neutrale si possano nascondere tanti fantasmi. Eppure un attimo dopo tutto è diventato logico e chiaro come una limpida giornata di maggio. Come detto nel mio ufficio e nella maggior parte delle grandi ditte giapponesi l’atmosfera è piuttosto tranquilla, ognuno si occupa delle proprie faccende, discute di lavoro o di faccende banali in maniera discreta e cortese, la segretaria gira donando la nuova edizione del giornale interno con una fotografia sorridente del presidente che saluta tutti, il capo
è in riunione, un po’ di gente è via per lavoro, gente che va verso la fotocopiatrice, presentazioni dei nuovi arrivati, inchini e così via. Tutto è tranquillo e quasi idilliaco (se tralasciamo le facce da zombi di chi ha dormito 4 o 5 ore…). In un luogo come questo il pensiero che ci possano essere problemi sembra quasi impossibile. Per quale ragione dovrebbero esserci dei problemi? In effetti penso che per la maggior parte di problemi proprio non ce ne siano. Si tratta di arrivare in ufficio la mattina e eseguire con cura i propri compiti. Eppure per quanto la cultura ci abbia dato impronte diverse apparteniamo pur sempre alla stessa specie, quella umana. Nessuno di noi è in grado di vivere ogni giorno alla stessa maniera e anche ammesso che uno ci riesca piccoli problemi, piccole paure della quotidianità si accumulano e ad un
tratto è necessario aprire la valvola di sfogo e lasciare scorrere il tutto fuori da dove era venuto. Ora, quando questo avviene è necessario che ci sia una persona ad ascoltare, sia essa un amico/a, un familiare o il partner. Questo appare logico per noi, ognuno di noi ha in genere parecchi amici e anche se il numero non conta, si trova sempre la persona giusta (anche se a volte non è semplice) pronta ad ascoltare. È però fondamentale che con questa persona ci sia un rapporto di confidenza. Ci si può benissimo confidare con un Pinco Pallino qualunque, ma la cosa non funziona allo stesso modo e a volte non funziona affatto.

Nel mondo lavorativo giapponese (e non solo) anche se tutto sembrare andare liscio i problemi esistono. Divergenze di opinione, odio per il superiore, fastidio per il continuo parlare a voce alta del vicino,… Spesso però tutte queste cose vengono taciute. Nessuno osa dire niente a nessuno, troppo rispetto e gerarchie invisibili ma esistenti fanno in modo che ordini vadano presi come dati e discussioni si limitano a brevi critiche senza però andare troppo oltre per paura di offendere il collega. All’inizio io stesso non conoscendo bene i limiti mi astenevo da dare troppo direttamente la mia opinione e evitavo di dire in maniera diretta a qualcuno se pensavo avesse torto. Un po’ per perdita di rispetto dopo avere fatto lavori saputamente inutili che mi sono stati dati giusto per il gusto di farlo e un po’ dopo avere capito che dire la propria nel modo giusto è accettabile ho quindi trovato il modo di essere diretto senza offendere e mancare di rispetto. I giapponesi però questo modo di comportarsi non lo impareranno mai, non hanno l’indole, il carattere e quelli che ce l’hanno non lavorano di certo come ingegneria alla Mitsubishi ma fanno piuttosto i comici in televisione o gli yakuza (malavita giapponese). Così facendo i piccoli problemi si accumulano, piano piano ma inesorabilmente fino a che ad un certo punto il bicchiere è sul punto di traboccare. A questo punto
serve qualcuno che sia pronto ad ascoltare e a cui si trovi il coraggio di parlare. Trattandosi spesso di faccende di lavoro sembra normale che questa persona si debba trovare nella cerchia dei colleghi, ma le cose (ovviamente) non sono così, visto che i rapporti sono troppo formali e come detto manca il dialogo su faccende private. Viene subito in mente il partner ma anche qui spesso siamo sulla strada sbagliata. In coppie non sposate o senza figli il dialogo spesso è vivo e presente, ma dopo il matrimonio l’uomo si concentra spesso sulla carriera in modo eccessivo trascurando la donna che quindi smette di considerarlo alla stessa maniera di come lo considerava prima delle nozze. Con il figlio le cose poi si aggravano visto che il senso di maternità in Giappone è molto forte e la madre spesso si mette alle difese del figlio spesso quando il padre non lo considera abbastanza. La famiglia può essere una soluzione ma spesso anche qui le regole sono un po’ troppo rigide e poi i figli non vogliono mostrarsi deboli nei confronti dei genitori. Rimangono quindi gli amici (che sono quasi sempre compagni di classe), ma con il passare degli anni e spesso dopo essersi trasferiti lontano da casa per lavoro i rapporti si affievoliscono e diventa quindi difficile confidarsi. Manca dunque una vera valvola di sfogo e quindi l’accumularsi dei problemi sfocia in disturbi e malattie che sono poi difficili da curare.

Il titolo annovera anche “possibili soluzioni” e intendo quindi elencarne qualcuna. Innanzitutto il dialogo è fondamentale e sarebbe indispensabile instaurare un dialogo. La società moderna giapponese in generale è molto più aperta e meno formale di quanto lo fosse parecchi anni prima. Frutto dell’immigrazione e dell’avere preso sul serio di certi problemi sociali da parte del governo le cose stanno velocemente cambiando. Come al solito sono in particolare le donne a fare da motore per questo cambiamento ma anche i maschietti di stanno facendo trascinare. Grandi aziende come la Mitsubishi però esistono da più di cent’anni e le abitudini ed i modi si tramandano di generazione in generazione. Questa settimana è arrivato un giovane studente giapponese per un stage e si leggeva chiaramente nei suoi occhi di come lui stesso fosse stupido o quasi scioccato per la freddezza dei rapporti. Essendo aziende di lunga storia controllate da famiglie che si tramandano le usanze e i metodi di dirigenza per le grosse ditte è difficile cambiare. Tutto si svolge all’interno e sforzi vengono fatti per favorire in maggiore internismo e un senso di appartenenza. Con molta calma qualche sforzo è stato fatto per distendere i rapporti tra colleghi: tornei di vari sport, feste e serate,… ma anche i questi avvenimenti l’atmosfera è quella di una giornata di lavoro. Se veramente di intende fare dei cambiamenti quindi, questi devono essere fatti dall’interno alla base, è inutile mettere dei gerani su una casa che fatica a stare in piedi da sola per renderla più nuova. Se veramente di intende rimetterla in sesto bisogna che si re inizi a considerare le fondamenta e ai gerani si può pensare dopo.

Dal canto mio ho la fortuna e l’onore (di onore si tratta visto che c’è molto da imparare stando qui) di dover restare solo altri 6 mesi e di essere in grado di passare al mio mondo immaginario e critico quando mi pare. Poi, essendo straniero, ho molte concessioni che non sono concesse agli indigeni. Posso criticare in maniera diretta anche superiori e vengo comunque visto come educato per il fatto che mi sforzo nell’esprimermi in giapponese. Posso arrivare in ritardo al mattino perché non ho messo la sveglia e in generale posso sbagliare. La vita in Giappone con lo statuto di “gaijin” (straniero) ha un sacco di vantaggi che non sono concessi ai locali e quello di potere essere schietti e dire la propria è uno di questi. Inoltre poi conosco molta gente a cui posso riferire delle piccole cose di ogni giorno. Per una ragione a me
ancora non chiara esprimo un certo senso di fiducia e mi capita anche quindi spesso che siano gli altri (a volte quasi perfetti sconosciuti) a confidarsi con me. Come sempre dunque come straniero in Giappone c’è tanto da imparare ed esistono tantissimi vantaggi e cose belle da scoprire, lo stesso non vale purtroppo per i giapponese da cui ci si aspetta un atteggiamento molto diverso e che inoltre non riescono ad imparare molto dalla loro stessa cultura. Non a caso infatti giapponesi che hanno vissuto a lungo all’estero (a volte anche qualche anno basta) hanno problemi a reintegrarsi perché vengono visti e trattati come giapponesi (in maniera rigida e fredda dunque) ma non si sentono più tali e si sono abituati a modi più rilassati e pretendono di essere trattati come stranieri. Ma di questo parlerò un’altra volta…

Un saluto a tutti,
Claudio e/o Feli


È pericoloso! Un paese nella paura ma che previene i rischi (veramente?)

settembre 3, 2010

Ciao a tutti! Come al solito mi scuso per il ritardo e per non essere stato molto attivo di recente, ma il mese di agosto tra vacanze ed impegni vari è stato piuttosto impegnativo e spero di riuscire a recuperare a settembre che si prospetta come un mese più tranquillo (ed economico si spera, dopo gli eccessi vacanzieri di agosto…).

Sul lavoro le cose vanno meglio e ho finalmente qualcosa di interessante (o perlomeno per gli standard attuali) da fare che mi tiene occupato e fa passare il tempo. In questo momento però stanno usando il computer che servirebbe a me e quindi ne approfitto per farmi una pausa più che meritata questa settimana (non se si considerano gli ultimi 3 mesi nell’insieme!). Il tema di questo post è probabilmente uno degli aspetti che mi pesano di più sulla vita in Giappone, forse più di cose come il lavoro o la gestione del tempo. Chi mi conosce sa che sono un amante del rischio sotto tutti i suoi aspetti. Mi piacciono gli sport estremi, sia quelli dove si corre il rischio di farsi male, che quelli dove il rischio non esiste ma si è spinti al limite dello sforzo fisico. Adoro tutte le varianti di mezzi a due ruote, la moto in particolare, ma senza dimenticare la bicicletta e la mountain-bike, per essere sicuri di poter sbattere la testa contro qualche albero. Anche nella vita mi piace cambiare, prendermi qualche rischio nelle decisioni e portare avanti progetto di cui non sono sicuro dell’esito. Se non c’è un minimo di rischio non mi piace.  Ed eccomi quindi in un paese molto pericoloso, dove però si fa di tutto per evitare che le cose peggiorino. Ma tutta questa sicurezza funziona davvero, serve? Il mio punto di vista dopo ormai mezzo anno in Giappone.

Chi arriva in Giappone senza conoscere la lingua una delle prime parole che impara è quasi certamente “abunai”, seguito da “dame”. La prima significa semplicemente “pericolo”, mentre la seconda può essere tradotto come “stop, non devi farlo”. Se ci si mette a tradurre letteralmente le conversazioni dei giapponesi il rischio sembra esagerato all’eccesso. Ogni giorno mi capita di sentire od usare una delle due parole. In realtà il significato in italiano ed in giapponese assume espressioni un po’ diverse. Se in italiano “pericoloso” viene usato per qualcosa che mette seriamente a rischio la nostra integrità in Giappone viene più che altro usato per qualcosa che non va fatto. Il concetto di pericoloso non si rifà spesso all’esperienza o all’istinto come invece siamo abituati noi, ma quanto ad una collettività che detta le regole per giudicare il rischio delle cose. Faccio un esempio semplice per spiegare quello che intendo dire. Chiunque abbia preso la scossa una volta sa che cosa voglia dire l’effetto del sentirsi passare la corrente e rimanere storditi per 5 minuti. Viene da sa capire che se per sfortuna il salvavita non funziona o le non stacchiamo subito le dita dalla prese ci si può anche rimanere secchi. D’altra parte nessuo di noi si butta da un palazzo perchè d’istinto la paura ci induce e a non farlo facendoci capire che è pericoloso.  In Giappone invece le cose vanno un po’ diversamente. Ovviamente anche qui istinto e esperienza aiutano a valutare il rischio ma poi si aggiunge il fattore sociale che rende cosa a prima vista banali inutili. Vi aiuto con un paio di esempi. In ditta la prima settimana ho avuto un meeting sulla sicurezza. Lavorando in laboratori di ricerca dove esistono alte correnti elettriche e radiazioni di ogni tipo uno si aspetta che si venga istruiti su come prevenire incidenti e come comportarsi le cose vadano storte. Invece si è trattato di un diktat di cose che non devo fare. Quindi invece di sapere dove stanno i rischi e come devo comportarmi mi è stato detto cosa non devo fare per evitarli. Un esempio su tutti: per arrivare al mio ufficio devo fare 10-15 minuti a piedi tra i magazzini e i laboratori della ditta. Strade larghe con marciapiedi ben marcati e poco (se non niente) traffico. Secondo le regole non mi è consentito entrare con scarpe scoperte e pantaloncini corti. Questo perchè è pericoloso. Il principio dietro questa pensata è che se nessuno lo fa ci deve essere una ragione ed è che esiste un rischio nel farlo. Quindi se nessuno mette i pantaloncini è perchè evidentemente è pericoloso  e quindi è meglio fare altrettanto. Se uno si mettesse a ragionare in maniera logica arriverebbe facilmente alla conclusione che con 35 gradi e umidità del 80% non è molto salutare vestire jeans e arrivare di corsa al lavoro, perlomeno per gente come me che soffre il caldo. Ma probabilmente qualche anno fa qualcuno che vestiva vestiti corti si è fatto male e quindi si è arrivati alla conclusione (logica peraltro) che se avesse avuto jeans si sarebbe potuto evitare.

La stessa regola ovviamente vale anche al contrario. Su tutti i treni in Giappone esiste una zona ogni 2 vagoni dedicata ad anziani e bambini dove è scritto chiaramente (in giapponese ed inglese, quindi non esitono scuse) che bisogna spegnere i telefoni per rispetto della gente che occupa i posti e per evitare loro danni causati dalle radiazioni dei telefonini. Ora ovviamente l’utilità di questa soluzione è discutibile, specie in un paese come il Giappone dove esistono antenne ovunque e il treno stesso è dotato di diversi sensori elettromagnetici per la sicurezza e la gestione del traffico ferroviario. Ma tralasciando questo aspetto la cosa interessante è vedere che gente in piena salute giovane o meno occupa i posti con il telefono in mano, navigando su internet e inviando messaggi trascurando completamente quando scritto dietro le spalle e in fronte. Ragione per questo comportamento? Forse l’avrete già capito… se tutti lo fanno significa che non è pericoloso, non è dannoso per la salute e quindi non è necessario spegnere i telefoni (o anche solo fare finta di farlo).  Esempio analogo se si considera l’automobile. Guidare un’auto è considerato pericoloso. Il motivo è logico ogni giorno ci sono incidenti e qualche volta qualcuno muore. Fin qui tutto logico, anche se la tecnologia fa progressi, guidare rimane sempre pericoloso, e anche se il rischio è oramai molto basso da essere quasi trascurabile mi sembra corretto dire che nel guidare un’auto esiste sempre un certo rischio. Tuttavia in Giappone nulla è logico o scontato, specie se si pensa con la nostra logica. Quindi in autostrada esiste un limite di 80 km/h che quasi nessuno rispetta, tutti vanno a 100-120 km/h circa. Indovinate perchè? Primo perchè i radar scattano a 120 km/h, secondo perchè visto che tutti lo fanno è sicuro. Con un pò di logica (questa volta oggettiva) se guidare è pericoloso di suo, sorpassare i limiti di 40 km/h è altrettanto pericoloso. Eppure il concetto di sociale in Giappone è forte al punto tale che i rischi cadono quando tutti non li considerano.

Risultato di una visione così standardizzata è semplificata è che la prevenzione in Giappone è un completo fallimento. La prevenzione ha senso quando si conoscono i rischi e cosa li rende tali. Quando in Svizzera ho lavorato per 3 mesi in un laboratorio con forti radiazioni e materiali pericolosi come il plutonio e l’uranio la prima cosa che ho dovuto fare era un corso che mi istruiva con i rischi a cui andavo incontro. Mi trovavo in uno dei laboratori più pericolosi in Svizzera per quel che riguarda radiazioni, ma conoscevo i rischi e sapevo come comportarmi per ridurli e cosa fare in caso di incidenti. Non mi è stato proibito niente ma il concetto era chiaro: ti trovi in un area potenzialmente pericoloso, se non sai quello che stai facendo chiedi, non prenderti rischi inutili. Faccio un esempio pratico. Come regola base quando si trattano materali radioattivi bisogna essere il più distante possibile, avere delle protezioni il più pesanti possibile e fare il tutto il più velocemente possibile. Sapendo questo si può fare qualsiasi cosa in piena sicurezza. Il concetto giapponese in questi casi è molto semplice, non si fa, non si tocca e quindi non è neanche necessario chiedere, visto che il rischio è stato completamente arginato. I risultati di questa politica di prevenzione sono chiari e drammatici in molti casi. Gli incidenti esistono, ma se si sanno prevedere e se si sa con che cosa si sa a che fare si possono risolvere in modo rapido ed efficiente. La cosa non funziona se si parte con il principio che gli incidenti non esistono eliminati i rischi. Ritorno all’automobile. Guidare è pericoloso e tutti i giapponesi si complimentano sempre con me per avere avuto il coraggio di guidare in Giappone nonostante sia pericoloso e si guidi dalla parte opposta rispetto alla Svizzera. Se è veramente pericoloso uno dovrebbe guidare con prudenza, guardare regolarmente negli specchi e negli angoli morti, limitare la velocità e fare tutte quelle cose necessarie per la sicurezza. Niente di questo fanno i giapponesi, si limitano a ripetere che è pericoloso e che ci si può fare male. Almeno una volta mi è capitato di fare un incidente (non guidavo io) per il semplice motivo che la gente non guarda e non rispetta le regole, si limita a fare quello che fa l’automobile davanti fa o quello che si fa di solito in quel posto. Inoltre basterebbe andare una volta in un centro specializzato o in un grande parcheggio vuoto a fare qualche scemata per imparare cosa fare in caso le cose vadano storte, ma è pericoloso, quindi non si fa.

Discorso tristemente simile per gli sport. Fare sport è decisamente salutare ed utile. Anche gli sport pericolosi con le dovute precauzioni e il giusto abbigliamento possono essere svolti in piena (o quasi) sicurezza. Visto il rischio i giapponesi non sono dei grandi sportivi. Si limitano a sport come golf o baseball che non sono troppo impegnativi e sono sicuri. Il risultato è che quella volta che gli capita di andare a sciare o in mountain-bike si fanno male seriamente non avendo nessuna preparazione a riguardo. Un sacco di gente nel mio ufficio a problemi a camminare. Non conosco le cause, ma è però vero che in un paese dove non esistono rischi ci si aspetta che la gente viva in piena salute fisica perlomeno. Anche qui però devo essere molto critico. Un sacco di gente fuma, dorme 3-4 ore per notte e quando beve non bada a misure. Ovviamente visto che lo fanno tutti la cosa va bene. La cosa che un po’ mi infastidisce è che quando si entra nel discorso droghe allora vengo visto come un pazzo con bada a rischi perchè vengo da un paese piuttosto liberale a riguardo. Tutti mi dicono come radioline che le droghe sono pericolose perchè causano dipendenza, quasi ripetessero una frase già fatta che gli è stata impressa alla nascita. Rispondo allora come tutto sia tollerabile purchè sia in misura e che i rischi solo legati come sempre ad un eccesso. Faccio l’esempio dell’alcool (che come riportato in un post precedente è un po’ un problema) e lì in genere ricade il silenzio come per dire “non ci avevo mai pensato prima”.

Quindi se dovesse capitarvi di andare in Giappone e qualcuno dovesse dirvi “abunai” non bisogna prenderlo troppo sul serio. Basta darsi un’occhiata in giro, notare che si è gli unici a stare facendo quella cosa ed è subito chiaro che questo “abunai” non va tradotto come pericoloso. Si risponde gentilmente con un inchino con la nuca e si continua quindi a fare quella cosa (pericolosa) che si stava facendo con la speranza che un giorno tutti lo faccino spinti dall’esempio di quel pazzo straniero incorrente dei rischi. Magari un giorno anche il Giappone diventerà finalmente veramente pericoloso!

Un saluto a tutti con la promessa di essere un po’ più attivo a settembre,
a presto, Feli