Tempo e denaro, i “kombini”

novembre 26, 2010

Rieccomi (finalmente)…

Guardando velocemente il mio blog ho notato con rammarico che novembre ancora non appare nella barra accanto, ad indicare che questo mese non ho scritto nemmeno un misero post. Prima che arrivi la fine del mese è quindi necessario correre ai ripari, ed eccomi dunque a dare nuova vita ad un blog che ormai era quasi sulla via dell’abbandono.

Di recente in effetti sono stato piuttosto occupato e, cosa alquanto strana per i lettori del mio blog, mi è anche capitato di lavorare, per davvero si intende. Infatti anche se in Giappone le cose vanno molto più lentamente che altrove, pure qui sto iniziando a diventare un po’ indipendente ed il progetto a cui lavoro sta diventando pian piano di mia competenza e decido io cosa è necessario fare e che direzione prendere nella ricerca. Anche con i colleghi le cose vanno meglio, in parte mi sono abituato al lavoro abbastanza solitario dell’ingegnere e in parte dopo 6 mesi che si lavora assieme inizia ad esserci un po’ di dialogo tra colleghi. In ogni caso non penso proprio che potrei fare un lavoro del genere in un posto come quello dove mi trovo adesso per tutta la vita o per un periodo di tempo più lungo del mio pratico attuale.

Un sera dopo un nomikai (serata di festa con i colleghi) tornando in treno con il capo ho osato chiedergli che salari ci sono nella ditta ed ho scoperto che c’è una scandalosa differenza salariale tra un impiegato di ufficio (ingegnere nel mio caso) ed un classico professionista come può essere il venditore, la commessa o un artigiano. Inoltre lascia abbastanza perplessi il modo con cui i salari salgono rapidamente e si raddoppiano in fretta restando a lungo nella stessa ditta. Se poi si pensa che chi come me che lavora in un ufficio ha molte più vacanze e i weekend liberi, a dispetto di chi invece fa lavori più normali che ha come periodo massimo di vacanza 3 o 4 giorni e si ritrova con un unico giorno libero magari il martedì o il giovedì quando tutti gli amici lavorano, la cosa è ancora più triste e ingiusta. Facendo un analisi veloce si finisce poi con lo scoprire che la necessità di avere tutto a disposizione 24/24 tutti i giorni della settimana ha fatto sì che il weekend e la domenica in particolare diventi del tempo a disposizione dei soli ricchi, cioè gente che, come me, lavorando in ufficio ha la domenica di vacanza e può così passare la giornata in un centro commerciale spendendo i soldi che non si ha avuto il tempo di spendere in settimana. Chi invece lavora con la clientela ha orari più flessibili e legati agli orari di apertura e chiusura dell’attività. Sono quelle persone che in genere si incontrano nei bar, che hanno il tempo e la voglia di stare in compagnia e fare quattro chiacchiere, ma che non hanno i soldi e il tempo per permettersi un piccolo viaggio o per fare qualcosa di un po’ diverso. La differenza tra questi due generi di persone sta in genere semplicemente in un pezzo di carta che certifica che il soggetto in questione ha un titolo universitario. In altre realtà l’avere fatto l’università (sebbene non significhi essere migliori di altri, come purtroppo molti ancora credono…) significa avere conoscenze approfondite in un determinato ramo che consentono di svolgere lavori più complessi che, generando un profitto più alto, possono permettere un salario maggiore. Anche se trovo la cosa un po’ ingiusta in Giappone lo è ancora di più, visto e considerato che (come riportato in precedenza) nelle università non si impara fondamentalmente molto o molto poco di utile per il futuro lavorativo. In pratica quindi avere una laurea in Giappone significa semplicemente avere avuto ottimi voti al liceo e essere figlio di genitori che hanno potuto permettersi le alte rette annuali. Il tutto diventa un circolo vizioso piuttosto preoccupante: chi è già benestante è in grado di guadagnare soldi in poco tempo che deve spendere in quel poco tempo che ha a disposizione, chi invece, magari per scelta, ha deciso di intraprendere professioni lontani dagli uffici si ritrova con più tempo libero (ma meno vacanze) e pochi spiccioli da spendere.

Una cosa che mi aveva stupito una volta, parlato con un’amica di lunga data, una giapponese che avevo conosciuto in Australia, che ora vive in Italia da un anno circa e si è recentemente sposata con un italiano, è stata la risposta alla domanda circa cosa di più le mancasse del Giappone. Senza quasi nemmeno pensarci mi aveva risposto di istinto i “kombini”. Kombini è una delle molte parole di uso frequente in giapponese che derivano dall’inglese e che poi sono state storpiate per essere adattare alla pronuncia giapponese. Chi conosce l’inglese ed è dotato di parecchia fantasia ha forse capito che il termine si riferisce alla parola “convenience store”, ovvero quello che in italiano potrebbe essere chiamato emporio (anche se il termine è ormai un po’ antiquato), cioè quei negozietti una via di mezzo tra supermercato e chiosco che vendono tutti quei generi di prodotti di cui si ha più o meno sempre bisogno. In genere vi si trova cibo, bevande, sigarette, riviste, batterie, prodotti per l’igiene e l’estetica e, nel caso del Giappone, un vasto assortimento di cravatte per gli uomini (e di mutandine per le donne, un curioso abbinamento). In tutta l’Asia questo genere di negozi è molto diffuso e gli affari in genere vanno alla grande, visto che è sufficiente metterne uno per ogni stazione di treno e la clientela è assicurata tra il primo treno del mattino e l’ultimo della notte. In effetti la loro comodità è indiscutibile; hai voglia di una birra da bere con gli amici alle 11 di sera? Puoi stare sicuro che c’è un kombini a meno di 10 minuti aperto. Hai bisogno di prelevare dei soldi? Meglio andare al kombini che è più vicino delle banche, poi già che sei lì si possono prendere le caramelle, quelle buone al gusto di o-mochi. Anche se servono francobolli o semplicemente ci si annoia mentre si aspetta il treno la risposta è sempre il kombini. Un’immagine abbastanza interessante e reale del Giappone, lontana dagli stereotipi di geishe e samurai, è quella degli impiegati in giacca e cravatta che leggono fumetti e riviste per adulti nei kombini mentre aspettano, magari un po’ ubriachi, l’ultimo treno per rientrare a casa.

Insomma una lunga descrizione per dire che i kombini sono una parte (che può anche assumere toni quasi romantici e pittoreschi) della società giapponese contemporanea così come lo esano le geishe e i samurai durante il medioevo. Ricordando il discorso fatto ad inizio post riguardo le conseguenze che si sono avute in Giappone con la creazione di una società altamente urbanizzata e che vive 24/24 , la domanda che viene da porsi ora è: ne vale veramente la pena? È proprio tutto necessario a qualsiasi ora del giorno e della notte, il lunedì così come la domenica? E chi sarà a pagarne le conseguenze? Domande che fanno riflettere.

Il legame tempo-denaro compare in un altro aspetto molto interessante della cultura giapponese moderna. Facendo il turista nel paese c’è una cosa che non si può fare a meno di notare; i luoghi più belli e suggestivi sono quelli dove non bisogna pagare l’entrata e dove non è necessario fare la coda. Ovviamente prima di addentrarmi in dettaglio nel discorso va detto come al solito che la cosa non può essere presa come regola e che occorre fare qualche precisazione. Ogni giapponese, essendo abituato alla cucina locale, è curioso di assaggiare qualcosa di estero, sia esso francese o italiano, piuttosto che coreano o cinese. Un po’ come a noi piace mangiare una volta ogni tanto sushi o tailandese oppure ancora una buona paella catalana (evito di dire spagnola perché conosco molti catalani). Quindi per me che voglio mangiare qualcosa di “etnico” in Giappone la scelta è vastissima, mentre i giapponesi che vogliono mangiare cucina estera hanno una scelta limitata. Lo stesso discorso si può fare per i luoghi turistici. I giapponesi hanno già visto tanti tempi quante sono le chiese che abbiamo visto noi nelle gite scolastiche. Ecco quindi spiegato perché vogliono andare a Disney-Land a vedere le gondole, cosa invece che a me non fa proprio impazzire dalla voglia. Una ragione quindi del fatto che per me sia più semplice trovare qualcosa di “particolare” è quindi spiegata con il fatto che sono per definizione diverso in quanto temibile “gaijin” (straniero). È però sempre interessante vedere come ragionano i giapponesi. Se non ci va nessuno non ne vale la pena. Quasi tempo e denaro siano indicatori di qualità assoluti che si possano applicare alla totalità delle cose. Mi è capitato spesso di mangiare in ottimi ristoranti senza aver speso una fortuna e avere aspettato un solo minuto quando nel ristorante accanto la gente aspettava un’ora per pagare magari il doppio di quello che avevo speso io. A Namba (il quartiere notturno e della moda di Osaka) c’è un negozio di donuts dove la coda per entrare è normalmente tra la mezz’ora e i tre quarti d’ora. Nessuno sa se quai famigerati donuts siano veramente buoni o no, ma quando chiedo ai miei amici se li abbiano già mangiati mi rispondono sempre di no ma che sono curiosi di assaggiare perché se c’è così tanto da aspettare significa che sono di certo buoni. Stessa cosa con i luoghi turistici. Basta spesso scendere una fermata oltre quella indicata oppure perdersi per una stradina laterale per scoprire luoghi molti più affascinanti dell’attrazione principale.

Ovviamente tutti gli aspetti descritti in questo post non sono tanto diversi da altre società di massa e consumistiche, ma il Giappone, con la sua storia particolare e con la tradizione che ancora esiste e si mescola alla modernità, rimane un caso isolato e particolare e, anche nella vita di tutti i giorni in quei piccoli gesti quotidiani, non manca mai di stupire e di crearsi un’immagine da un fascino e di una semplicità quasi imbarazzante. Così anche oggi ho condiviso con voi una piccola parte di questo mondo dove esisto, vivo, sopravvivo e sogno (queste ultime parole non sono del tutto mie, ma spero che chi mi ha ispirato non si offenda dell’uso, vero Chiara?).

A presto,
Claudio e/o Feli

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