L’arte di nascondere la verità (con riflessioni sul Natale)

dicembre 20, 2010

Ultimo post dal Giappone per quest’anno e molto probabilmente anche ultimo post dell’anno. L’arrivo in Svizzera è previsto per Mercoledì 22 in serata a Zurigo, anche se, visto lo scalo a Londra, al momento bloccata dal maltempo, è meglio non fare previsioni troppo precise e ottimiste circa l’ora e la data esatta.

Sotto Natale nel Paese del Sol Levante tutto trascorre tranquillo come nel resto dell’anno. Il Natale non è una festa tradizionale (visto che il Giappone non è un paese cristiano) e viene festeggiato in maniera un po’ commerciale un po’ allo stesso modo di Halloween e San Valentino. Tipicamente il Natale in Giappone è la festa delle coppie. Chi ha il ragazzo/a trascorre la giornata con il partner (anche se non sempre Natale è un giorno festivo, molta gente lavora) e chi invece è single trova un modo per tenersi occupato/a, magari lavorando, per non sentirsi troppo solo/a. Ovunque si possono trovare addobbi natalizi e alberi di Natale, ma viene fatto più che altro con il pretesto di attirare gente verso i centri commerciali e i centri delle maggiori città che neanche per commemorare una festa e una tradizione che qui non esiste. Personalmente a me non dispiace affatto questo modo di affrontare il periodo di “feste” e le festività natalizie. Non essendoci appunto questa tradizione anche il dovere e lo stress dei regali è quasi del tutto assente. Come detto i centri commerciali approfittano del Natale per attirare clientela, ma la cosa non è così maniacale come da noi (o perlomeno è ancora accettabile). Ogni occasione è buona per richiamare lo spirito di compratore consumistico e quindi anche il Natale è una festa come molte altre, come lo può essere l’arrivo dell’autunno o della primavera. È proprio questo che mi piace del Natale orientale, è una festa come molte altre, certo importante, ma non genera tutto il caos maniacale che avviene invece purtroppo spesso nei paesi occidentali. Personalmente considero il Natale come un momento per incontrarsi e per riflettere sull’anno appena trascorso. Sono quindi molto contento che mi troverò in Svizzera in questo particolare momento.
L’unica cose insopportabile in questo periodo è la musica natalizia che è presente ovunque. Come ho precedentemente scritto in uno scorso post il Giappone è maestro nel fare rumore quando assolutamente evitabile e anche in questo periodo dell’anno non potrebbe essere altrimenti. Tralasciando i centri commerciali dove le note natalizie sono scontate, anche posti meno sospettabili si adeguano alla massa. Settimana scorsa sono stato all’acquario di Osaka (tra l’altro stupendo) e mi sono fatto 2 ore di visita con le cantilene che si potevano sentire in ogni angolo dell’edificio, sia dentro che fuori.

Il nuovo anno invece in Giappone è una festa tradizionale da trascorre solitamente in compagnia della famiglia. A dimostrare che il nuovo anno è qualcosa di integrato nella società da diverse generazioni c’è il fatto che esistono diversi piatti e pietanze tipiche da consumare proprio nella notte di capodanno. Ogni regione ha varianti diverse per un piatto che trova origini comuni in tutta la nazione. Tipicamente poi il primo di gennaio ci si reca al tempio per dare un tocco di spiritualità all’anno da poco incominciato. Capodanno, visto appunto il suo legame forte con la cultura, è uno dei pochi giorni di vacanza rispettato da quasi tutti i giapponesi. Interessante, per la cronaca, il fatto che nonostante Natale non sia un giorno feriale lo è invece il 23 di dicembre, giorno in cui il beneamato imperatore compie gli anni.

Finita l’introduzione riguardante il periodo specifico in cui scrivo vengo ora al tema che ho scelto per il post odierno. Si tratta di uno degli aspetti più classici e più controversi e uno dei temi più discussi tra gli stranieri che vivono in Giappone; come citato nel titolo: l’arte di nascondere la verità.
Bisogna partire dal presupposto che nella società giapponese uno degli aspetti più importanti è quello del cosiddetto “wa” ovvero la preservazione dell’armonia del gruppo. Concetti descritti nei precedenti post come la paura del diverso e la difficoltà di integrarsi in gruppi già esistenti possono essere tutti ricollegati al concetto di “wa”. La cosa più importante quindi è di evitare conflitti e tenere lontano in tutti i modi tensioni che si possano creare in un gruppo e più in generale nella società stessa. Tutto quello che è strano, diverso, è dunque potenzialmente un elemento scatenante che potrebbe nuocere all’armonia di gruppo ed è quindi da evitare. Questo spiega spesso l’atteggiamento di massa della maggior parte dei giapponesi. La politica per esempio è incredibilmente monotona e lenta in Giappone, così come lo è la burocrazia. Il motivo essenzialmente è che non è ben visto dire la sfacciata verità. Ho deciso di raccontare oggi di questo aspetto visto che recentemente sono accaduti due fatti piuttosto interessanti.
Il primo è che incredibilmente mi è accaduto di parlare di politica durante l’ultima cena della ditta (il cosiddetto “bonenkai”, ovvero cena di fine anno), prima assoluta dopo quasi 10 mesi in Giappone. Quando ho sentito che colleghi seduti poco lontano da me parlavano di qualcosa di nuovo, diverso, mi sono messo ad ascoltare più attentamente e ho quindi notato che in effetti proprio di politica si trattava. Mi sono quindi introdotto nel discorso e ho evidenziato come stessero toccando dei temi piuttosto inusuali. Al che mi hanno risposto che, in effetti, si trattava di qualcosa di inusuale e ho quindi replicato che, d’altra parte, vista la monotonia della politica in Giappone ci sia poco di interessante da dire. Poi il collega ha precisato: “In realtà non è che i giapponesi non si interessano di politica, ma non osano dire quello che pensano, se lo tengono per loro soltanto.”, ho quindi aggiunto: “Forse è proprio per quello che tutto prosegue così lentamente!”.
Il secondo esempio riguarda una mia amica che da tempo intende lasciare il proprio lavoro (una sorta di pasticcera alla giapponese, che produce dolcetti tipici giapponesi). È un lavoro che le piace molto e, nonostante le tocca spesso lavorare quando gli impiegati fanno festa, non le dispiace troppo e le consente comunque di fare degli orari fissi con pochi straordinari. Tuttavia le relazioni con i colleghi sono improponibili. Il nipote del proprietario della ditta, suo superiore, le lancia addosso ripetutamente secchiate d’acqua e in due occasioni le ha quasi ustionato una mano con acqua bollente. Il loro capo, al corrente dei fatti, non dice niente, trattandosi di un parente del proprietario e anzi, non perde occasione per accusare la poverina per ogni errore che possa esserci o anche per fatti totalmente inesistenti. Il motivo per tutto questo è semplicemente gelosia dopo che Kana (il nome della mia amica) ha vinto dopo soli tre anni il concorso di pasticceria della regione del Kansai. In altre realtà le cose scoppierebbero in litigi, la verità verrebbe messa in faccia e si finirebbe con un paio di licenziamenti in tronco. In Giappone invece non è buona cosa licenziarsi se non per ragioni di matrimonio, specie in una regione di campagna come quella dove vivo io. Ultimamente Kana sta cercando di trovare un modo per andarsene dal posto dove lavora, ma la cosa non è semplice perché non può dire la verità e non vuole che succedano troppi sconvolgimenti.

Questi due esempi servono a spiegare quanto sia importante in Giappone nascondere la verità e dire le cose in maniera indiretta e spesso incoerente con i fatti reali. Esistono quindi due modi di parlare e di dire le cose: il cosiddetto “hon’ne” che è la verità nuda e cruda (ed è quindi da evitare) e il cosiddetto “tatemae” (ovvero facciata) che è una finzione che evita di dire come stanno le cose (da usarsi in tutte le situazioni). Per spiegare la differenza tra i due concetti posso prendere un buon esempio che ho trovato su un altro blog che di tanto in tanto seguo. Facciamo finta che ci si reca in stazione per prendere un biglietto (per un concerto per esempio) e il biglietto in questione non è disponibile. In Europa abbiamo quindi la situazione del commesso che cerca nel computer e che, comunque con cortesia, informa il cliente: “Mi dispiace ma il biglietto da lei richiesto non è disponibile. Posso cambiare data se lo desidera.” In Giappone la cosa va parecchio per le lunghe; il commesso cerca nel computer e vede che di fatto per la data indicata tutti i biglietti sono già stati venduti. Dirlo in maniera diretta sarebbe però troppo scioccante. Perde allora tempo chiedendo diverse volte la data in conferma per essere sicuro che non mi sia sbagliato. Una volta certo che il biglietto non c’è inizia quindi il teatro: “Aspetti un attimo, sembrerebbe che si sia un errore, dovrei chiedere al capo. La prego di attendere con tanta grazia, gentile cliente.” Entra quindi nell’ufficio ed esce assieme al capo. Entrambi guardano lo schermo del computer facendo strane facce e strani versi. Si mettono a discutere tra di loro e poi infine, dopo magari 10 minuti, il commesso si arrende e senza dire comunque le cose in maniera diretta afferma: “Devo scusarmi con lei in maniera solenne e sono molto dispiaciuto, ma sembrerebbe che non si sia il biglietto da lei chiesto. Potrebbe però trattarsi di un errore. Provi a chiedere in un’altra agenzia. Siamo veramente dispiaciuti per la cosa e ci scusiamo nel più solenne dei modi.” Ovviamente ho gonfiato un po’ le cose, ma nella realtà questo genere di conversazione non si svolge in maniera poi molto diversa. Basti pensare al modo in cui si risponde al telefono in modo formale; “Buongiorno, c’è il signor Fujimoto?”. Si tratta del collega seduto accanto che è via per viaggio di lavoro. Risposta (tragicomica, dopo avere ringraziato il cliente per avere chiamato): “Aspetti che controllo… Chotto i masen ga…” (il che significa letteralmente “un po’ non c’è però”). Insomma quale modo più diretto per dire come stanno le cose?! Di stesso livello tragicomico è il modo di chiamare al telefono, che inizia con una presentazione della propria persone che può essere tradotta come: “Pronto, buongiorno, sono Fujimoto però…”. In realtà quel “però” non ha nessuno significato, ma tra stranieri in Giappone la più originale delle proposte interpretative è la seguente: “Pronto, buongiorno, sono Fujimoto però preferirei essere morto così non dovrei disturbarla in questo momento con la mia brutta voce.”.

Scherzi e barzellette a parte, l’uso della verità è uno dei più grandi errori che vengono commessi quando si tratta con il Giappone in ambito diplomatico o commerciale. Il modo particolare che ho descritto fino ad a questo punto per esporre i fatti è in realtà una vera e propria arte, che, se usata nel modo giusto, riesce a far passare il messaggio senza colpire oltremodo il destinatario. Una delle più grandi difficoltà infatti che vengono incontrate in incontri formali (spesso commerciali) con il Giappone è proprio quella più che della lingua di capire che cosa in realtà si stia dicendo e se le condizioni sono state accettate o se c’è scetticismo a riguardo.

Per concludere, in breve, per quanto particolari e discutibili siano i modi della cultura e società giapponese hanno di fatto portato ad una società che è stata capace di vivere in armonia e con grande stabilità per diversi secoli e che in parte continua ad esserlo. Vista la mia ancora scarsa conoscenza in materia lascio aspetti più critici a persone più competenti e a meglio conoscenza dei delicati aspetti che tali discussioni toccano. Una cosa però è indiscutibile: per quanto affascinante, misterioso, strano, pericoloso o malato possa essere il Giappone rimane di fatto un paese molto interessante e conoscere i modi e le usanze non può che essere sempre più utile in un contesto globalizzato.

A presto,
ClaudioFeli

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L’unione fa la forza

dicembre 14, 2010

Spinto da una vena ispiratrice che sembra durare ancora per un po’ e rilassato per avere raggiunto con qualche settimana di anticipo gli obiettivi prestabiliti per il mio progetto, finisco ancora una volta nel mio blog per raccontarvi qualcosa di nuovo sul particolare luogo in cui mi trovo.

È un periodo piuttosto tranquillo; sul lavoro va tutto bene senza particolari colpi di scena, oramai mi sono abituato ai ritmi giapponesi, a fare le cose senza chiedere (per evitare di sentirmi dire che è pericoloso e non posso farlo) e alle giornate silenziose degli ingegneri (tranne quando rispondono al telefono che urlano). D’altro canto tra una settimana torno in Svizzera per Natale e tra meno di 3 mesi il mio pratico è finito, quindi anche quelle seccature che all’inizio sembravano insopportabili sembrano sempre più leggere e meno fastidiose. Una cosa forse un po’ strana è che in genere gli stranieri che hanno vissuto in Giappone a lungo iniziano a non notare più certe cose che all’inizio spiccano subito all’occhio (o si fanno sentire nell’orecchio). Un esempio possono essere tutte le cose carine in posti completamente fuori luogo. Per spiegarmi meglio, per quel che concerne l’impatto visivo, vi do qualche esempio: le insegne di divieto con la poliziotta in versione cartone animato che è così carina e ridicola che ti viene voglia di fare proprio il contrario, i ripari dei lavori in corso a forma di rana che stonano così tanto con il resto della strada che non si può evitare di non notarli e rischiare di tamponare l’auto davanti o ancora i vari cartelli di pericolo che sembrano usciti da un cartone animato di Willy il Coyote. Più terribile e meno sopportabile (perlomeno secondo me) è l’inquinamento acustico di rumori e segnali di avvertimento spesso del tutto inutili e benissimo evitabili. Uno su tutti la cantilena continua all’inizio e alla fine delle scale mobili che dice di fare attenzione e spiega che la scala, quando ferma, potrebbe mettersi in movimento (come se in Giappone in città come Tokyo e Osaka nessuno abbia mai visto o preso una scala mobile). Quando si considera che in stazioni grosse ci sono diverse decine di scale mobili vicine, non è difficile immaginare che baccano possano fare. Anche non molto gradito è l’uso di megafoni che amplificano (neanche lo facessero apposta) le vocine già abbastanza acute delle giapponesi e che vengono usati in luoghi o manifestazioni dove c’è tanta gente per dire comunicazioni semplici del tipo “non spingete”, “non si possono prendere foto” (anche se lo fanno tutti comunque), “per l’uscita andate dritti” (quando praticamente sei già uscito) o semplicemente per ringraziare di avere preso parte all’evento e ritornarci ancora. Rimane per me ancora un mistero l’uomo in giacca e cravatta sempre impeccabile che all’incirca una mattina su due è alla stazione a ringraziare la gente che prende il treno. Certo, è piacevole sentirsi dire grazie il lunedì mattina alle 7:30, ma sarebbe anche utile sapere che cosa ho fatto per meritare tanti ringraziamenti.
Questa lunga descrizione per dire che gente che vive in Giappone da molto tempo sembra non farci più neanche caso a queste cose, invece pare proprio che per me è qualcosa che non può passare inosservato e nonostante siano eventi quotidiani ogni volta mi viene da pensare: “Ma è proprio necessario?”. Spesso poi mi metto a rispondere in italiano utilizzando un livello verbale non proprio all’altezza della forma di cortesia del mio “interlocutore” (lascio al lettore immaginare le varie colorite espressione che si possono usare in tale situazioni).

Lo scorso week-end ho fatto il test di conoscenza della lingua giapponese che sarebbe potuto andare bene… se solo avessi studiato un po’ di più. Mi ha fatto però piacere notare che le mie lacune sono solo nella scrittura (a causa della miriade di simboli, “kanji”) usati, mentre invece ho un ottimo livello orale, specie se si considera che ho iniziato lo studio di giapponese solo 10 mesi fa. Da un po’ di tempo a questa parte sento sempre di meno dirmi che sono “jozu” (bravo) in giapponese, segno che inizio veramente a cavarmela bene. Ho anche notato inoltre che da un paio di mesi a questa parte non uso quasi più il dizionario quando parlo con qualcuno. Certo di parole che non conosco ce ne sono ancora una miriade, ma spesso riesco comunque a seguire una conversazione senza capire tutto e, quando proprio non capisco, riesco a farmelo spiegare in giapponese, senza bisogno di dizionario. In effetti, pensandoci un attimo, tra le cose che mi piacciono del Giappone e di tutti i suoi aspetti probabilmente la lingua è una delle cose che più mi affascina. Oltre all’alfabeto che offre la possibilità di fare costruzioni semplici che però racchiudono significati complessi e molto profondi, la lingua parlata è un mondo in continuo cambiamento e, anche se formalmente riconosciuta come lingua unica, il giapponese parlato si divide in differenti livelli di cortesia e complessità e può cambiare in modo impressionante da persona a persona e da contesto a contesto. C’è sempre qualcosa da scoprire e da imparare e ogni volta che si riesce a leggere qualcosa viene voglia di studiare di più per ampliare le proprie conoscenze. Nella lista dei desideri poi rimane sempre la voglia di imparare a scrivere a mano, anche se, visto tempo e praticità, mi limito ancora a scrivere tramite computer e telefonini dove i caratteri però appaiono sempre allo stesso modo e perdono il fascino e le variazioni possibili solo con la scrittura su carta con inchiostro e pennello.

Il tema che ho scelto per oggi riguarda qualcosa che forse non è nuovo a chi ha fatto l’esperienza di vivere all’estero per più o meno lunghi periodi di tempo. Senza perdermi in lunghi giri di parole arrivo al punto e ciò di cui intendo parlare è il modo in cui avvengono le amicizie e in cui si diventa parte di un gruppo in Giappone, modalità che, guarda caso, risulta essere piuttosto diversa dalle concezioni occidentali e spesso anche dal resto del mondo asiatico stesso di cui il Giappone ne fa parte. In generale chi arriva solo in un nuovo paese e inizia una nuova realtà deve aspettarsi un periodo iniziale di relativa solitudine. Si cambiano un po’ le proprie abitudini e si esce spesso anche da soli, conoscendo molta gente in poco tempo incontrata nei modi più disparati. È d’altra parte indubbiamente l’aspetto più affascinante del viaggiare soli. C’è tanta di quella gente che si ritrova nella stessa condizione in città grandi come quelle Giapponesi che basta andare nel bar giusto o in un caffè per trovare qualcuno che ha voglia di fare quattro chiacchiere. In Giappone non è difficile incontrare (e riconoscere) stranieri che spesso non conoscendo la lingua e essendo in viaggio per lavoro cercano qualcuno con cui scambiare due parole. A volte però la cosa rischia di diventare un circolo vizioso e quando si inizia a frequentare solo “gaijin” (stranieri) si finisce poi per rimanere nel gruppo e finire con il parlare inglese tutto il tempo senza fare minimi progressi con la lingua del posto. Basti pensare ai tanti americani che dopo decine di anni all’estero ancora non parlano (o molto poco) la lingua locale. O quindi sempre cercato di socializzare con i giapponesi, cosa d’altra parte non troppo difficile. Visto l’interesse per le culture estere e la scarsità di stranieri (in particolare che parlano giapponese) basta un pretesto stupido per iniziare a parlare dei soliti discorsi quali le differenze tra il mio paese e il Giappone, il fatto che noi europei parliamo molte lingua, la cucina,… Spesso poi, per l’entusiasmo di avere un amico “gaijin”, si riceve la carta da visita con la richiesta di scrivere se ci siano problemi e di farsi sentire magari per andare a cena (quindi a bere secondo quanto intendono qui). Ovviamente (per chi legge da un po’ di tempo il blog la cosa sarà già chiara) è più facile che la persona in questione sia di sesso femminile, vista l’eccessiva timidezza dei maschietti e la loro vita lavorativa “impegnata”. Anche quando si incontra una coppia è spesso la moglie che si fa avanti con il biglietto da visita. La cosa un po’ strana in Giappone però è che, nonostante sia facile incontrare gente e farsi amici per la serata, è incredibilmente difficile riuscire a continuare un’amicizia anche solo per una settimana. Posso fare due esempi piuttosto particolari.
– Nel periodo dei mondiali, per le partite dell’Italia giravo con la maglia della nazionale (statisticamente la maglia dell’Italia si può vestire più volte, rispetto a quella della Svizzera, anche se quest’anno è andata un po’ male…). Aspettando il bus davanti a casa ho incontrato un giapponese sulla trentina che, appassionato di calcio italiano, era tutto contento che ci fosse qualcuno che potesse insegnargli un po’ di italiano. Parlando sul bus si scopre poi che anche lui lavora per la Mitsubishi e anche lui non sembra troppo entusiasta delle politiche di sicurezza e prevenzione. Mi porge quindi il biglietto da visita dove annota il suo numero di telefonino e aggiunge di chiamare una volta che si può andare a mangiare qualcosa assieme. E infatti il sabato si esce assieme presso un “izakaya” (ristorante tradizionale giapponese) dove mi regala due taccuini per studiare il giapponese e mi offre la cena (inutile il tentativo di dire “lascia perdere, non c’è bisogno”). Da lì in poi ho chiamato qualche volta, ma sembra che fosse sempre occupato o irreperibile.
– Un venerdì sera stavo tornando da Osaka con l’ultimo treno (partenza mezzanotte circa) e di fianco a me c’era un giovane giapponese (la mia età circa) che, quasi con lacrime agli occhi, scorreva sull’iPhone e la PSP delle fotografie della Svizzera che sembravano molto quelle delle sue vacanza. In modo cortese chiedo dunque (anche se la domanda era stupida) se si trattasse di foto della Svizzera. Stupito, ma contento, risponde che in effetti proprio della Svizzera si trattava e che c’era stato qualche mese prima. Quando gli dico che io sono svizzero gli si illuminano gli occhi come un coniglio quando vede un TIR (per citare la Littizzetto). Mi racconta quindi delle sue vacanze e di quando sia bello il mio paese e di quanto gli faccia schifo il suo lavoro e di come abbia voglia di andare all’estero. Si scopre poi che abita a poche fermati di bus da casa mia e, come scontato, mi chiede numero di telefono e dice che sarebbe bello se andassimo a mangiare qualcosa assieme. È poi seguita una settimana o due in cui ogni sera ricevevo un messaggio che in breve diceva che aveva appena finito il lavoro (intorno alle 22-23 circa), che gli ha fatto piacere incontrarmi e che sarebbe bello se si andasse a mangiare qualcosa assieme. Da lì in poi buio; per quel che ne so io potrebbe anche essere morto…

Insomma, come avrete capito quello che intendo dire è che qui è molto facile incontrare gente, ma è molto difficile stringere un’amicizia, anche solo per breve periodo di tempo. Il motivo lo si capisce quando si sente un giapponese parlare dei propri amici o chiedere a me dei miei. Quasi mai un giapponese dirà la parola “amico” da sola; quasi sempre alla parola “amico” si aggiunge un’etichetta che lo cataloga. Esistono quindi diverse etichette; le più comuni sono gli amici di scuola, di lavoro o del club (attività post-scolastiche). Sembrerebbe che se non c’è un contesto che unisce due persone non è possibile essere amici. Quando sono io a parlare dei miei amici mi viene spesso chiesto: “Ma che amico è?”. Al che spesso mi ritrovo un po’ bloccato perché, sebbene come per tutti la maggior parte della gente la si conosce tramite scuola e lavoro, esiste molta gente che non ricordo più bene come ho conosciuto, spesso amici di amici. Noi occidentali (e italofoni in particolare) siamo poi abituati a presentare amici ad altri amici; sicuramente ci è capitato spesso di uscire con un amico che si conosce bene e suoi amici fino a quel momento completamente estranei. In Giappone invece questo non avviene quasi mai. Gli amici delle scuole elementari si incontrano solo tra di loro e non si mischiano con quelli delle scuole medie. Gli amici del lavoro poi non sono da confondere con quelli del club del baseball che sono tutt’altra cosa.

In termini più tecnici questo modo di avere i conoscenti in forme di gruppi che si radunano intorno ad un’istituzione comune viene chiamato con i termini di “uchi” (ovvero all’interno o casa) e “soto” (cioè esterno, al di fuori). Questa sorta di società a clan si tramanda dai tempi più antichi e veniva usata dai capi famiglia per mantenere il controllo e assicurarsi che la propria famiglia non si mischiasse con individui esterni. Questa concezione è rimasta ancora integrata nella mentalità moderna adattandola a modelli più moderni quali possano essere lo Stato, la compagnia o la scuola. Lo svantaggio ovvio è che risulta molto difficile entrare a fare parte dell’ “uchi”, ma il vantaggio è che una volta dentro si ha garantita la fedeltà e la protezione da parte dei propri membri. Come avrete capito gli stranieri appartengono per definizione alla categoria dei “soto”. Capire e rispettare la cultura indigena e stringere qualche piccola amicizia con gente del posto rappresenta un primo passo per essere accettati e avere il privilegio di diventare membro speciale di una società tanto particolare quanto intrigante.

A presto,
Claudio alias Feli alias Kura-chan


Le stagioni dei colori: l’autunno e la primavera

dicembre 2, 2010

Rieccomi, motivato a mantenere la promessa fatta di almeno 3 o 4 post al mese. Oggi però non voglio trattare temi legati alla società e alla cultura giapponese ma parlare, dopo tanto tempo, di una caratteristica paesaggistica che rende il Giappone particolarmente affascinante durante i cambi di stagione.
In generale, in qualsiasi parte del globo dove le 4 stagioni sono riconoscibili (bisogna quindi escludere equatore e poli) i cambi di stagione sono rappresentati da colori vivaci associati al cambiamento del clima. La primavera è il periodo della fioritura, con i prati che si riempono di mille colori, dall’azzuro tenue e il rosa delicato al più vivace rosso dei papaveri o l’innocente bianco delle margherite. Gli alberi poi si riempiono pian piano di foglie e i paesaggi delle prealpi diventano nuovamente verdi e pieni di vita. L’autunno invece avviene un po’ l’inverso; le foglie passano dal verde a graduazioni sul marrone e il grigio, con sfumature di rosso, giallo e arancione. Una volta secche iniziano poi a cadere e a ricoprire i boschi di una soffice coltre colorata. Camminando per il bosco autunnale è solito sentire quei rumori che le foglie secche accatastate fanno quando calpestate. Alle nostre latitudini poi l’autunno è la stagione delle castagne. Le si trova ovunque, dalle più piccole e piatte alle più grosse e appetitose. Basta aggirarsi per un qualsiasi sentiero ticinese per incontrare una famiglia o persone che, con l’apposito sacco, sono intenti a raccogliere i piccoli spinosi regali dell’autunno. Caldarroste, torta di castagne, marmellata, marron glacé, crema di castagne sono solo alcune delle svariate ricette che esistono per gustarsi al meglio il frutto protagonista del momento.

Il Giappone si trova a grandi linee alla stessa latitudine della Svizzera. Essendo un paese parecchio esteso da sud a nord (e da est ad ovest), un po’ come l’Italia, il clima cambia di molto tra le isole tropicali di Okinawa e la regione quasi siberiana di Hokkaido. In generale però la maggior parte della popolazione vive nel centro, dove si concentrano i centri urbani di Tokyo, Osaka, Nagoya e la più piccola ma meglio conosciuta Kyoto. La regione in cui mi trovo non è quindi diversa, come clima, dalla Svizzera. Se si aggiungono un paio di gradi in più sull’arco dell’anno (che bastano a rendere l’estate torrida e l’inverno meno rigido) le differenze sono minime.
Ragion per cui i cambiamenti di stagione sono molto forti e riconoscibili dai colori della natura e la gente sembra cogliere con particolare stupore questi attimi di passaggio. È proprio forse questo elemento di stupore a rendere molto caratteristico e a donare un velo di magia e di serenità alle stagioni giapponesi. Un’altra spiegazione può essere che i giapponesi non sopportano particolarmente né il freddo (visto che molte case non sono riscaldate), né il caldo (parere condiviso dal sottoscritto, visto che le estati sono calde, umide e lunghe); quindi appena una stagione mite c’è sempre una buona ragione per festeggiare e gioire.
Ma a rendere particolarmente belli i cambiamenti di clima sono senza dubbio i colori. La primavera giapponese è oramai un marchio caratteristico che distingue il paese. La sakura (i fiori di ciliegio) è un elemento onnipresente nella vita in Giappone anche durante tutto l’arco dell’anno. Basti pensare che le monete da 100 Yen hanno proprio raffigurati dei fiori di ciliegio in fioritura. Ma Sakura è anche un nome molto diffuso tra le ragazze, un gruppo musicale e uno dei nomi più usati per caffè, ristoranti o karaoke. Viaggi dall’estero (e dal Giappone stesso) vengono organizzati per i turisti al fine di cogliere il periodo della fioritura salendo dall’isola meridionale dello Kyushu (dove causa clima più mite inizia prima) fino a Kyoto, ritenuto uno dei posti migliori per osservare le varie sfumature dei colori primaverili. Per chi vive in Giappone questo è un momento magico e particolare. La gente non fa che parlare d’altro. Tutti vogliono sapere dove sono i posti migliori per vedere la sakura o se in una città piuttosto che un’altra è già iniziata. È anche uno dei pochi periodi dell’anno dove si incontra gente in mezzo alla natura: chi passeggia con il cane in riva al fiume sotto la coltre bianco-rosa dei ciliegi, chi ne approfitta per andarci con la propria ragazza e chi invece decide di fare un picnic proprio sotto lo spettacolo che la natura offre (il cosiddetto “hanami”, letteralmente guardare i fiori, che è di solito una festa durante la quale, assieme al pasto si beve anche del buon sake in compagnia).
Ristoranti e luoghi pubblici sono poi addobbati a tema, con fiori (spesso finti) che circondano i locali e menu a tema che hanno come piatto forte proprio i caratteristici fiori. I templi già belli durante l’intero anno si riempiono di nuova luce e il contrasto tra lo scuro legno usato nelle costruzioni e il bianco della sakura mette il risalto le differenze che, in un’armonia del tutto speciale, rendono il Giappone un paese intrigante e ricco di elementi da scoprire. La gente si riversa a fiumi armata di macchina fotografica e voglia di scattare bellissime foto da tenere con cura come attimo intramontabile.
Il periodo della fioritura dura all’incirca un paio di settimane. Nel migliore dei casi, se il tempo rimane secco, i petali si depositano sul terreno trasformandolo in un strato di neve primaverile e lasciando posto alle verdi foglie che sostituiscono i sottili fiocchi bianchi ormai a riposo al suolo. Pian piano la magia inizia a svanire e l’alzarsi delle temperature annuncia l’arrivo dell’estate. I boschi si ricoprono di nuovo verde e la gente riprende a parlare del tempo meteorologico.

Dopo svariati mesi passati sudando e lamentandosi del torrido caldo finalmente il clima si fa più mite. I pesanti discorsi sul clima estivo si fanno sempre meno frequenti e la gente inizia ad apprezzare e a lodare l’arrivo dell’autunno. È il periodo ideale dell’anno per visitare città quali Kyoto o Nara, che non essendo troppo grandi possono essere facilmente percorse in bici. A segnalare in maniera inequivocabile l’arrivo dell’autunno sono dei fiori che sbucano dal terreno come dal nulla e crescono rapidamente sbocciando in un fiore rosso vivace. Anche se associati alla morte (sbocciano nel periodo in cui si ricordano i defunti, “okuribi”, e se non erro vengono spesso depositati sulle tombe), o forse proprio per quello, hanno un fascino occulto che in un messaggio cupo ma formale annuncia un periodo di grossi cambiamenti nella natura. Infatti una volta caduti (in genere fioriscono per neanche due settimane) arriva in marcia trionfale l’autunno con i suoi vivaci colori. In Giappone, un po’ a mia sorpresa, le castagne esistono e sono anche qui ovviamente associate con il gusto autunnale. Tuttavia, i castagni non sono così diffusi e la raccolta delle castagne e riservata agli abitanti che vivono in prossimità delle piante, frutti che poi vengono venduti nei vari mercati e supermercati. Per fortuna però il gusto è lo stesso autentico e anche le dimensioni non hanno nulla di che invidiare alle più grande delle castagne delle nostre latitudini. Ricette e specialità poi sono svariate e saporite. Le castagne possono essere aggiunte ovunque. In genere però si preferisce aggiungerle al riso per dargli un ottimo gusto stagionale oppure renderle ingrediente re dei classici “o-kashi” (i dolci giapponesi). Posso assicurare agli amanti delle castagne che l’autunno non è un periodo di nostalgia culinaria.
Il fatto poi di non avere solo castagni è poi di grosso vantaggio quando si considerano i colori autunnali. In genere i castagni seccano lasciando foglie sulle tonalità marroncine che, sebbene cambiando i colori dei boschi, non creano forti contrasti. In Giappone invece le differenze di colori sono enormi ed eccezionali. Si passa dal giallo quasi psicadelico al rosso fuoco, spesso in alberi che so trovano adiacenti. Ancora una volta i templi già magici in primavera accolgono l’arrivo dell’autunno a porte spalancate trasformandosi in veri e propri cammini che sembrano portare verso il cielo stellato. Al meglio il “koyo” (come viene chiamato il passaggio ai colori autunnali) è da vedere la notte, con l’illuminazione notturna che rende i luoghi di culto ancora più misteriosi ed incantati. Ma spesso però basta fare un giro a piedi per i boschi o un viaggio in auto tra le strade di montagna per immergersi a pieno nell’incanto della natura. Anche se in genere la primavera giapponese è maggiormente pubblicizzata e conosciuta, penso che forse l’autunno sia forse anche meglio. Anche in questo caso ristoranti e luoghi pubblici si vestono a tema, inserendo elementi decorativi nei piatti e variando a riguardo i propri menu.

Insomma, un paese dove i contrasti ne fanno la vera natura, la natura stessa non può che farne parte.

Dall’oceano di colori del Giappone anche questa volta,
Claudio (Feli)


Così fan tutte(i)

dicembre 1, 2010

Primo giorno del mese e primo post. Continuassi di questo ritmo sarebbe senza dubbio un mese di grande produttività, se non fosse per la mia poco costanza da cui vedrò di correre ai ripari per garantire almeno 3 o 4 post al mese. Oggi è una giornata anonima; il treno era stranamente in ritardo e sono arrivato con 20-25 minuti di ritardo al lavoro (strano come in Giappone appena un treno deve aspettare un minuto al semaforo poi i ritardi si allungano in modo sproporzionato lungo il tragitto. Forse che non sono abituati ad avere imprevisti e appena le cose vanno anche solo un filo storto nessuno sa come gestirle?). Dal punto di vista lavorativo sono un po’ ad un punto morto. Il modello che intendevo adottare sembra non descrivere troppo bene il fenomeno di cui mi occupo e di altri modelli ce ne sono pochi. Il rischio e che mi tocchi iniziare di nuovo tutto dalla base e adesso sono troppo stanco per farlo; ho bisogno di una pausetta.

Questo week-end sono tornato a Kanazawa dalla mia famiglia di accoglienza in compagnia di Cristina (la ragazza da cui mi sono fermato quando sono stato in Cina il mese scorso), che era in vacanza in Giappone, e Zeno, un ex compagno di liceo che studia ora a Kyoto nell’ambito dei suoi studi universitari. Con lui è sempre piacevole avere discussioni sul Giappone visto che parliamo la stessa lingua (ed è l’unica persona che conosco con cui posso parlare italiano in Giappone) e visto che la lingua, la storia e la cultura giapponese sono il suo ambito di studi. Possiamo quindi avere scambi di opinioni tra chi la vita giapponese la vive tutti i giorni nella sua forma più conservativa (il sottoscritto) e chi si trova in un ambiente più internazionale ma ha molte conosce accademiche acquisite sul tema (Zeno)
Durante il viaggio di ritorno da Kanazawa abbiamo avuto modo di discutere un po’ e di gettare qualche possibile abbozzo di soluzione che potrebbe risolvere alcuni problemi che avvolgono la società giapponese (anche se bisogna sempre essere critici e in particolare di recente è necessario puntarsi il dito e chiedersi quale poi sia veramente la società problematica…). Abbiamo passato diversi temi in rassegna e probabilmente quello di cui intendo raccontarvi può essere uno di questi.

C’è una cosa che forse che ha avuto amici o amiche nipponiche ha sentito dire: che in Giappone ci si deve sposare prima dei 30 anni. Personalmente mi ricordo di diverse giapponesi che avevo conosciuto all’estero che riferendosi a se stesse o ad amiche mi dicevano che devono assolutamente sposarsi perché stanno per raggiungere i 30 anni e dopo quell’età sono vecchie e non possono più sposarsi. In realtà non esiste nessuna regola, nessuna legge o nessuna religione che impone che ci si debba sposare prima dei 30 anni, ma come spesso accade in questo paese è una cosa che fanno tutti.
Il Giappone è un paese con una società altamente complessa e dove è importante seguire le sottili ma rigide regole che vengono implicitamente imposte dal comportamento della maggioranza. In poche parole chi non fa quello che fanno gli altri è tagliato fuori. Il paese è saldamente tenuto lontano dal resto del mondo da diverse miglia di mare (dalle centinaia alle migliaia a dipendenza dei punti) e la percentuale di stranieri si aggira intorno all’uno percento (che comprende però anche molta gente nata e cresciuta in Giappone). Il paese ha avuto lunghi periodi storici in cui è rimasto completamente isolato dal mondo e ogni forma di infiltrazione estera è stata bloccata e repressa. Anche la lingua inoltre non aiuta forme di cambiamento da culture estere trattandosi di un idioma completamente differente, per alfabeto, grammatica e logica dalle lingue europee e del resto dell’Asia.
Conseguenza di tutto ciò il Giappone è un paese di forte coesione sociale. Il matrimonio quindi rientra anch’esso nell’ambito e diventa uno strumento tramite il quale ci si uniformizza ai modi applicati dalla maggioranza.
Mi spiego meglio e con parole più semplici. Quasi nessuno si sposa a 30 anni. I giapponesi (uomini e donne) a 30 anni sono quasi tutti sposati e hanno avuto o stanno pensando di avere un bambino. È quello che fanno tutti, la regola non scritta che governa la vita quotidiana in società. Chi non si sposa sotto quel limite di età è diverso e quindi mal visto. Essere diversi in Giappone non è qualcosa che si può paragonare ai nostri “alternativi”, essere diversi qui significa non esistere, essere socialmente inesistenti. La cosa è spesso molto più discriminatoria per la donna che per l’uomo. L’uomo infatti dopo il matrimonio non cambia di molto la sua vita quotidiana; continua a lavorare e cambia semplicemente l’indirizzo di residenza. La donna invece deve stare a casa e occuparsi della casa e dei bambini. Una donna quindi che passati i 30 anni ancora lavora è per forza di cose non sposata e quindi facilmente etichettatile come “diversa”. Con l’avvicinarsi della soglia di età limite la pressione sociale (sulle donne in particolare) cresce in modo spiccato e nel peggiore dei casi è la famiglia che tenta di combinare il matrimonio. Parenti e amici si fanno pressanti nel chiedere se ancora non ci sia qualche eletto e nel tentare di combinare con gli amici. Le cosiddette “kompa” (cene organizzate allo scopo di trovarsi il ragazzo/ragazza, in genere 4 o 5 amici uomini che si conoscono tra di loro incontrano per cena 4 o 5 amiche donne che si conoscono tra di loro ma vedono per la prima volta gli uomini “abbinati”) diventano un appuntamento a scadenza mensile e pian pian ci si inizia ad accontentare pur di trovare qualcuno con cui sposarsi e potersi mettere il cuore in pace. Quello che è più importante è trovare qualcuno che vada bene, non deve essere il compagno ideale, ma qualcuno di sufficiente per il solo scopo di potersi finalmente sposare. Passati i 30 anni da single le cose iniziano a peggiorare gradualmente; le amiche sposate con cui si usciva iniziano a vedere di cattivo occhio l’amica zitella, sul lavoro si rimane un po’ isolati e si finisce quindi per frequentare gente nella medesima condizione. L’ideale spesso è trovare uno straniero, un po’ per la legge del par condicio (uno straniero è “diverso” per definizione quindi si adatta bene alla situazione) e un po’ perché essendo di diversa cultura non fanno caso all’età del partner.

La cosa ancora più ridicola però avviene dopo il matrimonio. Fino a qual momento la felice coppietta vive separata nella casa dei rispettivi genitori. Ognuno ha un lavoro e ci si vede nelle sere in cui entrambi non fanno straordinari o nei week-end. Tutto va bene; le ragazze sono innamoratissime dei propri compagni e i ragazzi sono contenti di avere una compagna e quindi essere come gli altri. Visto il poco tempo che si passa assieme e le vite abbastanza separate ci sono poche ragioni per litigare e il tempo in compagnia passa in maniera serena. Alcune coppie decidono poi di andare a vivere assieme anche se questo è un caso ancora piuttosto raro, sebbene per fortuna in crescita. Arriva poi il momento del matrimonio e di colpo le cose cambiano. La coppia può ora vivere sotto lo stesso tetto. L’uomo, ora sicuro e consapevole di essersi adattato alla maggioranza e di essere come gli altri sposato, può concentrarsi pienamente sul lavoro. In più ora non deve neanche preoccuparsi di pulire la casa o di preparare il mangiare perché questo è compito della donna. Quando arriva il bambino (che è la tappa obbligatoria dopo il matrimonio) la donna è costretta a lasciare il lavoro per dedicarsi al bambino. Inizia quindi un vita in solitaria con i figli. Il padre che finalmente può dedicarsi ai lunghi straordinari diventa quasi un fantasma, assente per la maggior parte del tempo e vago quando presente. La moglie, da poco mamma, inizia quindi ad affezionarsi al bimbo e vedere quasi il marito come un nemico che non se ne prende cura. Inizia inoltre un periodo di noia e con molto tempo libero. Quando il bambino dorme (e il marito) lavora non c’è niente da fare. L’uomo inizia ad infastidirsi del fatto che la moglie, fino a poco tempo prima affezionata e premurosa, sia diventata fredda e assente. Quasi in contemporanea inizia quindi il balletto dei vari amanti. Il tutto procede a meraviglia fino alla pensione quando la coppia che non si frequentava da ormai 30 anni si ritrova a dovere questa volta vivere (e non solo dormire) sotto lo stesso tetto.

Certo, quello che ho appena raccontato non è forse diverso da come le cose andavano (e purtroppo forse vanno ancora in alcuni casi) nei paesi occidentali fino a poche decine di anni fa. Quello che rimane interessante però è nel fatto che in Giappone tutto questo non è affatto malvisto e nessuno ne mette a discussione i problemi di natura sociale e psicologica ad essa legati. C’è poi un altro aspetto interessante da osservare. I diritti civile in Giappone valgono ormai da diverso tempo allo stesso modo sia per gli uomini che per le donne; entrambi hanno diritto di voto, c’è la parità nei salari (penso, spero…) e in generale da un punto di vista giuridico e formale vengono trattate allo stesso modo degli uomini. L’unica differenza rimane quella della funzione sociale: l’uomo a cui viene associata quella del lavoro e la donna a cui equivale l’immagine di madre di famiglia.
A causa dei progressi fatti nell’uguaglianza tra i sessi si è però creato un paradosso: le donne sono molto più emancipate e spesso meglio istruite dei loro colleghi maschi. Semplicemente hanno il tempo per farlo. Hanno il tempo di leggersi un buon libro, di studiare una lingua straniera e inoltra vedono il loro bambino diventare uomo. Non c’è quindi da stupirsi se sia molti più semplice e molto più interessante entrare a contatto con il mondo femminile piuttosto che quello maschile.

Con l’augurio di avere un po più di costanza nel futuro,
a presto,
Claudio (e/o Feli)