Inferno e paradiso

gennaio 28, 2011

Per una volta scrivo di pomeriggio, così da fare passare più veloce il tempo fino alle 5, ora in cui la voce registrata di una gentile signorina annuncia a tutti che la giornata lavorativa è terminata e prega tutti di fare attenzione nel rientrare a casa. Sono piuttosto stanco, forse un po’ perché mi ero abituato all’idea del venerdì di vacanza (ma domani mi tocca lavorare), ma decisamente la ragione principale è stata il weekend scorso a Tokyo. Il motivo ufficiale del mio viaggio era il meeting con il professore giapponese che ha organizzato a me (ed altri 3 svizzeri) tutto il soggiorno in Giappone, compreso quindi, ricerca di una scuola di lingua giapponese e compagnia in cui lavorare. Ho però approfittato del fatto di avere il treno andata e ritorno pagato per farmi 3 giorni di vacanza (ovvero festa) a Tokyo. Ne è valsa decisamente la pena visto che ho avuto la possibilità di vedere amici che vedo raramente e di incontrare nuova gente. Episodio interessante da segnalare ai margini del meeting con il Prof. Mizuno (il professore che citavo prima). Il meeting consisteva in un incontro informale in cui ognuno presentava il lavoro svolto negli ultimi mesi e si discuteva di problemi e/o possibili soluzioni circa l’esperienza ormai quasi conclusa e una seconda parte in cui gli studenti ci presentavano i lavori di ricerca attualmente in corso nel loro dipartimento. A conclusione di tutto siamo stati gentilmente invitati a cenare con loro nel loro locale ricreativo e ci hanno preparato la cena e offerto da bere. Pian piano che la gente finiva di mangiare scompariva gradualmente e si metteva a (far finta di) lavorare alla rispettiva scrivania. Alla fine della cena siamo rimasti al tavolo solo noi 4 svizzeri, i due professori presenti (uno si era aggiunto per cena), uno studente del Bangladesh e un giapponese. Tutti gli altri erano pian piano sgattaiolati verso le proprie scrivanie. Alla fine, trattandosi di sabato sera, abbiamo proposto a tutti di venire con noi a Shibuya (uno dei più popolari quartieri notturni di Tokyo), ma la risposta unanime, con un po’ di imbarazzo, è stata che preferivano rimanere sul posto e sbrigare un po’ di faccende di lavoro. La cosa interessante è che durante tutta la giornata nell’università e nel campus non abbiamo visto quasi nessuno. Tutte le luci degli edifici erano spente e si vedeva solo di tanto in tanto qualcuno intento a fare jogging. Quindi le possibilità sono due: la prima è che siamo capitati nell’unico dipartimento che lavora anche il sabato sera, la seconda è che non volevano darci un’idea di lazzaroni che passano il proprio tempo libero a fare festa e mostrarsi seri di fronte a noi e soprattutto di fronte al professore. Io opto per la seconda aggiungendo anche che forse erano un po’ spaventati dall’idea che a Shibuya avrebbero potuto magari incontrare anche quell’essere strano chiamato “ragazza” che nei dipartimenti di ingegneria si vede solo in fotografia e che tanto intimorisce lo studente “otaku” (geek, fanatico del computer) giapponese.

Altro episodio da segnalare è che sono incappato per la prima volta in 11 mesi in un giapponese scortese. La cosa colpisce ancora di più se si considera che ero nel ruolo di cliente e che quindi dovrei meritarmi una particolare forma di cortesia e tutte le attenzioni del caso. Posso comunque tranquillizzare i lettori che si tratta di un caso molto raro e che anche il mio amico che si trovava con me e che vive da 3 anni a Tokyo era la prima volta che vedeva. La cosa strana è che ripensandoci oggettivamente alla fine non si è trattato di niente di ché, ma quando ci si abitua ad essere trattati come divinità per aver acquistato una caramella da 100 yen (un franco) appare strano sentire un cameriere che non da del lei e che si lamenta con i clienti.

Finita l’esposizione sommaria degli eventi più interessanti della settimana arrivo al tema che intendo trattare oggi. Si tratta di qualcosa a cui intendevo dedicare un post molto tempo prima, ma ogni volta ritenevo che ci fossero temi più interessanti di cui parlare e quindi è sempre stato posticipato. Sicuramente adesso è il momento ideale, continuando a leggere capirete forse anche perché.

Mi è stato detto (giustamente) che leggendo il mio blog si percepisce una certo malcontento, è un susseguirsi di descrizioni di comportamenti nella società giapponese che mi lasciano un po’ perplesso e spesso ne ricavo sollievo solo sapendo di non esserne parte integrante ma di potere approfittare della mia condizione di gaijin (straniero) per rimanerne fuori. In effetti per quanto possa essere affascinante e interessante la cultura giapponese ha molti aspetti problematici e la mancanza di spirito critico e rivoluzionario dei giapponesi fa sì che questi problemi rimangano irrisolti per molti anni. Va anche detto però, facendo un po’ di autocritica, che, essendo cresciuto con la cultura italiana, tendo sempre a criticare tutto e a lamentarmi di tutto, senza soffermarmi troppo sui vantaggi invece che lo stile di vita giapponese porta. C’è poi un’altra cosa che occorre considerare; vivere come straniero in Giappone è all’inizio difficile e ci sono molti problemi culturali da superare, ma cosa dicono i giapponesi che vivono nei paesi occidentali (in particolare Italia e Svizzera)? Anche se tenterò di basarmi su un po’ tutti i racconti che ho sentito, buona parte di questo post sarà basato sull’esperienza di una mia amica, da poco sposata con un italiano, che ha vissuto (e vive tuttora, anche se ancora per poco) in Italia.

In Giappone capita spesso di incontrare giapponesi (in prevalenza donne) che dicono di essere innamorati dell’Italia e che gli piacerebbe andarci a vivere e magari trovarsi un bel italiano, di quelli come si vedono nei film. Di solito tento di spiegare che la realtà non è quella che si vede nei film e neanche facendo un viaggio di due settimane (spesso in gruppo e con guida perdi-più) si riesce ad avere un’idea di come possa essere vivere in un paese straniero. Ricordo di avere incontrato questa mia amica di recente, durante le mie vacanze in Svizzera, e di avere discusso del perché non le piacesse vivere in Italia. Mi ha quindi risposto che la vita di tutti i giorni, nonostante decisamente più tranquilla rispetto al Giappone (lei lavorava come parrucchiera a Tokyo), è piuttosto noiosa e monotona. Si lamentava del fatto che la giornata tipo consistesse in svegliarsi, fare colazione, andare al lavoro, eventualmente tornare a casa per pranzo, ancora lavoro, cena e poi qualcosa la sera, spesso guardare la televisione. Questo genere di vita non mi è sembrata molto diversa da quella che fanno abitualmente i giapponese e le ho quindi chiesto che cosa facesse lei di solito in Giappone. Ci ha pensato un attimo, quasi fosse una domanda troppo stupida o troppo difficile e poi mi ha risposto in maniera abbastanza chiara: “Per esempio mi incontro con le amiche…”. Centro! Non ero forse io che mi lamentavo che in Giappone è difficile fare amicizie? Eppure dopo neanche un anno in Giappone, arrivato con conoscenze pari a zero della lingua, ho un sacco di conoscenze e se ho voglia di fare due chiacchiere con qualcuno non mi ci vuole molto a trovare qualcuno libero la sera (anche se in Giappone bisogna organizzarsi con molto anticipo…). Sembra invece che in Italia, per chi ha gli occhi orientali, non sia così facile fare amicizie. Un po’ perché i cinesi (e in quest’ottica tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla sono cinesi) sono malvisti, ma forse anche perché a non tutti vanno a genio gli stranieri. D’altro canto conosco molta gente che è stata all’estero a studiare e che ha conosciuto tantissima gente, ma si trattava però quasi sempre di altri studenti internazionali e la stessa cosa avviene per gli stranieri che vengono a studiare in Giappone.
Continuando a parlare con la mia amica si scopre che i mariti (compagni) occidentali sono molto premurosi e affettuosi a differenza dei giapponesi che sono freddi e spesso disinteressati. Una cosa che già sapevo e che ho avuto modo di vedere diverse volte. È però vero che tendono ad essere troppo premurosi e a tenere per sé la propria moglie che spesso fatica a fare amicizie fuori da quelle del marito. In Giappone le coppie tendono ad essere molto più aperte. Nelle coppie di convenienza o sposate dalle regole sociali spesso questa apertura si concretizza in una serie infinita di tradimenti di entrambi i partner, ma non rappresenta di certo la regola. Quello che spesso avviene è che una coppia condivide la casa e le spese e si occupa dei bambini ma i coniugi conducono spesso due vite separate con i propri hobby e le proprie amicizie. Il sogno quindi del marito romantico e affettuoso si scontra quindi spesso con la necessità di libertà a cui sono abituate le giapponesi. Un aspetto che evidentemente in un’ora e mezza di film dove la trama si incentra sull’innamoramento è difficile possa passare. Cose che si scoprono solo vivendole.
C’è poi un aspetto della vita di tutti i giorni a cui è difficile rinunciare una volta che ci si è abituati al Giappone. La maggior parte della gente vive nelle città dove si può avere tutto quello che serve 24 ore su 24. Certo, la cosa ha le sue conseguenze, con gente costretta a fare i pesanti turni notturni e vivere a ritmi sfasati. In molti casi però lavori di questo tipo vengono presi da studenti o gente che lo fa come secondo lavoro e nonostante tutto non sono in troppi a lamentarsi. Il numero di quelli che si lamentano può sembrare ancora minore se li si paragona a tutti quelli che si sono lamentati della chiusura dei negozi dei paesi occidentali. In genere la critica è che con la chiusura dei negozi la vita si confina nelle proprie abitazioni e c’è poco da fare o dove andare la sera o la domenica. La vita tranquilla viene certo apprezzata all’inizio, ma alle lunghe tutti sentivano la necessità di potere fare tutto a tutte le ore, anche a condizione di rinunciare a parte di quel relax e quel dolce-far-niente che le società mediterranee offrono.
C’è poi un ultimo aspetto piuttosto interessante da citare, anche solo per curiosità. In molti hanno detto che le donne occidentali sono troppo svestite e che (questo in particolare riferito all’Italia) in televisione non si vede altro che dibattiti politici in cui la gente litiga conditi da presente di tette e culi femminili. Ora, in Giappone per vedere delle donne mezze svestite non c’è bisogno di accendere la televisione; basta andare in centro di ogni città e a qualsiasi ora con qualsiasi clima si troverà qualcuna con una minigonna poco più grande di un fazzoletto. E anche gli show della televisione giapponese non sono incentrati su divulgazione culturale e scientifica ma piuttosto su fesserie e comici che ridono tutto il tempo, il tutto cosparso da giovani donne con gli occhi grandi e ricoperte solo dal sedere in su. Alle critiche riguardo i costumi occidentali ho quindi di solito risposto indicando la minigonna più vicina a me e di fronte al fatto oggettivo non ho in genere trovato ulteriori contestazioni. Devo però ammettere che sono io stesso adesso a vedere come osé i costumi occidentali. In effetti per qualche ragione ancora sconosciuta il modo di vestire giapponese, per quanto mostri quasi completamente le gambe, non risulta troppo provocante o volgare. Sono spesso le occidentali quando si adattano alla moda delle minigonne locali a sembrare strane. Posso quindi capire il disagio che si possa provare nell’arrivare in un paese che viene visto come carino e simile alle fiabe e che invece si dimostra legato a principi meno nobili e romantici.
Se si aggiungono poi i problemi legati ai vari visti e permessi, come quello del dovere lavorare in nero (qui parlo dell’Italia ovviamente), allora la visione mitologica dei paesi occidentali da parte dei giapponesi viene a cadere.

In conclusione quindi sia l’inferno che il paradiso non esistono in Terra e l’immagine che si ha di un paese può essere molto diversa da quella che invece si ottiene vivendoci. Le critiche che faccio spesso sulla società giapponese possono sicuramente essere fatte da un giapponese alla nostra società. D’altra parte è solo tramite il confronto e la visione in modo differente delle cose che spesso si riesce a capire i propri problemi.

Da Inadera, senza rileggere e stanco morto,
Feli-banzai

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Ma in Giappone si lavora tanto?

gennaio 20, 2011

Inizio il post mettendo già sul piatto un tema che intenderò trattare più in avanti: sono le 9.55 di un mercoledì mattina qualunque, sono al lavoro e cosa non strana mi trovo a scrivere nel mio blog. Lavoro in Giappone per una ditta giapponese e ho capo e colleghi esclusivamente giapponesi. Il mio ufficio è su di un piano immenso, penso che ci siano circa 150-200 persone e ognuno è libero di vedere sul mio grande schermo quello che sto facendo. Finestra di Firefox aperta a pieno schermo e sito di wordpress chiaramente visibile, non è necessario che nasconda il fatto che mi sto occupando di faccende poco inerenti il lavoro. Forse la cosa può sembrare un po’ strana a chi ha l’idea del Giappone come una terra di lavoratori instancabili. E per mettere risalto la cosa aggiungo che domani ho vacanza (ancora) e che nella tabella oraria da metà dicembre a metà gennaio risultavano 11 giorni lavorativi; un po’ strano forse in un paese che non smette mai di lavorare, anche nel periodo di festa. Sospendo brevemente il tema e lascio il lettore riflettere su questa domanda che mi sono sentito domandare molto frequentemente quando ero in Svizzera:
“Ma è vero che in Giappone si lavora tanto?”

Passo quindi a raccontare della mia consueta vita tra lavoro, serate in compagnia, studio dell’alfabeto kanji nel tempo libero sul treno e viaggi, dove mi porta il cuore e mi concede il portafoglio. Questa sera parto per Tokyo, per una volta non è una scelta mia, nel senso che mi ci porta il lavoro, ma la cosa non mi dispiace assolutamente. Sabato ho un meeting con il professore che mi ha organizzato tutto il soggiorno in Giappone (scuola di lingue e lavoro) in cui dovrò brevemente illustrare il mio lavoro e dire come mi sono trovato in ditta. Una formalità di due orette massimo, ma ne ho quindi approfittato per prendere un venerdì di vacanza e farmi 3 giorni a Tokyo. Cosa piacevole è che per una volta non mi tocca soffrire in un bus notturno ma posso viaggiare comodamente con il rapido shinkansen che accorcia i tempi di quasi un terzo, il tutto gentilmente pagato dalla ditta quale viaggio di lavoro (il quale in effetti è, anche se solo in parte…). Peccato che in base alle promesse che avevano fatto all’inizio sarei dovuto andare in diverse sedi del Giappone e vedere i luoghi di produzione (più interessanti del centro di ricerca che assomiglia ad una distesa desolata di computer); promessa che è stata rinnovata ad ogni cena tra colleghi ma che a questo punto ho seri dubbi venga mantenuta. Nel frattempo, però ne approfitto per godermi 3 giorni a Tokyo e rivedere amici che non vedo spesso.

Ma ritorniamo al titolo ed il tema con cui avevo aperto questo post; ci avete pensato alla domanda? Sempre convinti che il Giappone sia una terra di lavoratori insaziabili? Inizio rispondendo alla domanda senza dare la risposta. Il problema infatti è che la domanda in sé è mal formulata; in Giappone prima di tutto chi lavora tanto, tutti? E poi che cosa si intende lavorare tanto; orari di lavoro, stress causato dall’attività lavorativa? Riconsiderando la domanda in questa maniera diventa più semplice dare una risposta e capire che differenze esistono tra il mondo del lavoro nipponico e quello occidentale.
Do una rapida occhiata al calendario della ditta, i giorni di vacanza sono indicati in rosso; conto quelli tra il lunedì e il venerdì (il sabato e domenica è sempre vacanza), parto da gennaio e scendo rapidamente fino a dicembre per l’anno 2011 (o meglio l’anno 23 del regno dell’attuale imperatore). 23! In un anno i giorni di feriali che cadono in settimana sono 23. Conto brevemente i giorni festivi che cadono in settimana per il 2011 nel Canton Ticino (Svizzera) e la conta (posso essermi sbagliato di qualche giorno) arriva a 12; la metà insomma. Come è possibile che in un paese come il Giappone dove si ha l’idea che la gente lavori anche la notte o la domenica ci siano così tanti giorni festivi? Una delle prime spiegazioni che vanno date è che in Giappone quando un giorno festivo cade di domenica (e forse anche di sabato, non sono sicuro comunque) viene recuperato di lunedì, quindi non esiste la possibilità che in un anno particolare ci siano poche ferie per sovrapposizioni con il weekend. Questo fatto inoltre fa sì che si creino una miriade di ponti sul fine settimana. Va poi aggiunto che la mia ditta è particolarmente generosa in quanto a vacanze ed inoltre hanno pensato bene di fare lavorare i dipendenti quando le vacanze cadono di mercoledì per poi fare recuperare il giorno di vacanza in un altro periodo dell’anno per fare un ponte di 4 o 5 giorni. Insomma, in Giappone esistono una miriade di ferie nazionali che cadono sempre in settimana. La brutta notizia per contro è che non esiste un obbligo (o perlomeno la legge non è così rigida in materia) di chiusura nei giorni di festa e quindi a godere a pieno di questi giorni feriali sono solo i dipendenti di banche e uffici. Per chi lavora nella vendita al dettaglio o nel ramo del commercio o del turismo i giorni feriali sono i più pesanti, visto che bisogna sopportare la mandria di impiegati d’ufficio in vacanza quel giorno. Gli svantaggi del fare un lavoro giudicato “semplice” in un paese economicamente “avanzato”. A rendere ancora più pesanti i lavori fuori dai grossi uffici dei centri è il fatto che spesso il weekend si lavora e in genere il giorno di riposo settimana è solo uno. Tanti giorni di festa nazionale quindi, ma solo per pochi eletti però.
Oltre alle ferie nazionali vanno poi aggiunti i giorni di ferie personali. In 9 mesi di pratico ho avuto a disposizione 14 giorni, che, se estesi su un anno fanno poco più di 18 giorni. In totale quindi i miei giorni di festa in settimana sull’arco dell’anno sono 41, non male per un paese di estenuanti lavoratori! A questo punto sorgerà un dubbio sugli orari di lavoro. Qualcuno si chiederà: con così tanti giorni di ferie si dovrà compensare con gli orari di lavoro. Intendo bloccare il dubbio sul nascere; il mio contratto (uguale a tutti i miei colleghi, tranne che per il salario…) parla chiaramente di 7:45 al giorno, da farsi preferibilmente nel seguente modo: 8:30-12:12, pausa pranzo, 13:00-17:00. Anche qui meno delle solite 8 ore giornaliere della maggior parte dei lavori europei. Altro dubbio allora: i ritmi di lavoro devono essere insostenibili! Escludendo il fatto che sto scrivendo in tempo di lavoro (il che dovrebbe essere già un indizio), allungo un po’ lo sguardo e c’è un collega che dorme; tenta di restare sveglio di fronte allo schermo ma gli occhi continuano a chiudersi e di tanto in tanto la testa cade a pendolo e si rialza di scatto. Memorabile poi la scena del mio collega che in laboratorio si tagliava le unghie dei piedi…
Oltre a questo quadro già di per sé paranormale si aggiungono ancora i “shuccho”, ovvero i viaggi di lavoro. Il venerdì in ufficio sembra di essere in una landa desolata; tabellone delle presenze chiazzato di rosso a marcare il nome e il luogo di chi è in viaggio di lavoro, atmosfera piatta e tranquilla e di tanto in tanto qualcuno che chiama per cercare un assente. I viaggi di lavoro consistono fondamentalmente in due fasi molto importanti: il meeting e la cena. La seconda ovviamente è più importante della prima. Nel meeting si discutono di quelle cose che già si erano discusse per e-mail o per telefono e ci si ringrazia e ci si inchina di tanto in tanto. Nella cena invece bisogna bere quantità fuori controllo di vari alcolici in modo da potere arrivare a dire le cose come stanno e discutere dei problemi che il giorno dopo si sono già dimenticati. I viaggi di lavoro hanno per destinazione spesso località poco romantiche dove esistono enormi centri di produzione industriale. Ma con un po’ di fortuna si può finire a Okinawa (le tropicali isole del sud), Kyushu (l’isola principale più a sud del Giappone) oppure in Cina o Corea.

Penso che a questo punto ho scioccato il lettore. La domanda che a questo punto arriva è ovvia:
“Ma dove è il trucco allora? Perché si parla sempre del Giappone come un paese stressato dal lavoro?”
Arrivo subito al punto. Quello che ho descritto sono le condizioni contrattuali e la mia vita. Un giapponese non finisce di lavorare alle 17 ma continua fino almeno alle 20 o le 22 (nonostante gli straordinari non siano pagati…). Un giapponese non si prende i giorni di vacanza personali e spesso si sente in obbligo di andare a giocare a golf con i clienti e prendere parte alle attività e riunioni extra-settimanali della ditta (tutte cose che non è assolutamente obbligato a fare). Il Giappone è stato un paese feudale per moltissimi anni e il principio di fedeltà e sottomissione al Signore (il capo, il padrone) è rimasto profondamente integrato e si è adattato ai nuovi vincoli della società moderna. Quindi il principio è ora visto che sottomissione al datore di lavoro. Si sentono in obbligo moralmente di mostrare il proprio impegno e aspirano a loro volta a diventare capo in modo da essere poi adorati. Quindi anche quando non c’è troppo lavoro fanno comunque modo di trovarsene oppure di allungare i tempi per quello previsto. Inoltre a causa dei principi portati dalla religione scintoista nella vita è necessario impegnarsi, in tutto. Non trovano quindi troppo fastidio nel fare lavori ripetitivi o noiosi perché hanno la possibilità di rendersi utile e impegnarsi in qualcosa. Tutti questi fattori assieme fanno in modo che nonostante ci siano buone condizioni di lavoro siano loro stessi a complicarsi la vita. Nei viaggi di lavoro poi subiscono lo stress di formalità portata all’estremo, volendo sempre essere più formale dell’altro finendo per trasformare un viaggio di lavoro che potrebbe anche avere uno scopo in un viaggio di formalità. Spesso poi sprecano la possibilità di fermarsi sul luogo qualche giorno avendo il biglietto già pagato dalla ditta per giusti motivi. Quindi un viaggio di lavoro in Corea che potrebbe essere esteso nel weekend con un solo giorno di vacanza (ammesso che il viaggio di lavoro sia di giovedì o martedì) diventa una maratona di un giorno tra taxi attese all’aeroporto e formalità di transito.
Va poi aggiunto che i giorni di malattia vanno presi dalle ferie personali. In realtà la cosa è poco chiara in materia, pare che per periodi prolungati (e malattie serie) è possibile ottenere congedo pagato, ma la burocrazia a riguardo è così impressionante che nessuno osa affrontare la sfida. In pratica però aggirandosi in Giappone d’inverno si vede parecchia gente con la mascherina, preoccupati di ammalarsi e quindi dovere rimanere a casa dal tanto amato lavoro.
Finisco con una ciliegina sulla torta. In Giappone si va in pensione in genere attorno ai 60 anni e la gente vive l’anzianità in maniera molto diversa rispetto alle società occidentali. Piena salute, voglia di fare, viaggiare e scoprire; una rinascita dopo anni di lavoro, niente di meglio per ripagarsi dell’età adulta passata davanti ad una scrivania.

Ancora una volta poi è necessario menzionare che le condizioni di lavoro variano drasticamente a dipendenza del lavoro, della formazione e del datore di lavoro. Io mi trovo in una condizione particolarmente fortunata. La Mitsubishi è una grossa ditta e io mi trovo tra la gente che svolge i lavori ritenuti più difficili (ricerca avanzata) e quindi più protetti dal sistema (discutibile) che vuole che laureti godino di condizioni molto migliori dei normali lavoratori. Se leggete il blog di un dipendente di fast-food probabilmente il quadro risulterà molto diverso. Ci tenevo però a dare uno sguardo critico e diverso da quello diffuso in maniera erronea che vuole il Giappone come una terra dove lavorare 24 ore al giorno è un obbligo per tutti.

In conclusione quindi il Giappone continua a meritarsi l’immagine di paese di lavoratori. Ma lo stress è tutto di altro tipo rispetto alle condizioni di lavoro in Europa e soprattutto l’immagine del dipendente alle 11 di sera ancora in ufficio non è frutto di un obbligo ma di una volontà. Ancora una volta quindi essere la pecora nera occidentale meno sensibile alle pressioni sociali ha i suoi vantaggi.

Da Osaka (ancora per poco),
Feli (-san, -kun, -sama, -pyon o -chan, quello che preferite)


Siamo in guerra?

gennaio 14, 2011

Tornato dopo due splendide settimane di vacanza in Svizzera si riprende con il ritmo quotidiano. Ripresa molto tranquilla visto che nella prima settimana mi è toccato lavorare solo 3 giorni a causa delle feste di inizio anno (le più importanti in Giappone) e in questa seconda settimana sono a quota 4 ed è già venerdì (lunedì era la festa di raggiungimento dell’età adulta). Non mi posso di certo lamentare di questo inizio molto tranquillo. Il volo di ritorno è andato benissimo, con arrivo in perfetto orario e mi sono ripreso al fuso orario molto rapidamente (nonostante fossi un po’ malato al mio arrivo). Il weekend è stato ricco di eventi piacevoli e di belle giornate in compagnia e nonostante il freddo mi sto godendo questi ultimi mesi in Giappone.

Sabato scorso sono quindi stato invitato da un amica (maestra di Giapponese al corso offerto da volontari) al pranzo di inizio anno dei maestri delle cerimonia del tè in cambio di aiutarla a sgomberare tutti i mobili finito il pranzo. Piacevole sorpresa scoprire che si trattava di un pranzo abbastanza importante con tutti i più noti maestri della regione. Inoltre il mangiare era ottimo e decisamente abbondante e ho avuto la possibilità di assistere alla cerimonia del tè fatta da gente che proprio se ne intende. Durante il pranzo poi c’è stata anche un’esibizione di danza classica giapponese e ho avuto modo di fare quattro chiacchiere con i vecchietti giapponesi, che rimangono senza dubbio una fascia di età che apprezzo molto per spontaneità, calore e voglia di vivere. Anche la signora seduta accanto a me sull’aereo era una signora già di età avanzata e una volta scoperto che parlavo giapponese ha iniziato a parlare e sommergermi di domande senza però perdersi troppo in complimenti e formalità come farebbe invece un giovane della mia età.
Domenica sono invece andato con un amico francese sul Rokko-san, una montagna poco distante da Kobe dove si può godere della migliore vista sul Kansai. Trovo sempre affascinante in Giappone come uscendo di poco dalle città tutto diventi improvvisamente selvaggio e isolato. Camminando in montagna ci sono certe zone dove non si vede altro che verde nonostante ci si trovi poco lontano da una delle regioni più urbanizzate al mondo. Una passeggiata che ci stava tutta, specie quando come metà c’è una cittadina termale! Peccato solo per il tempo; un freddo polare con a tratti pioggia e un po’ di neve.
Non contento del freddo che ho preso nella giornata di domenica, lunedì ho pensato di andare a Nara con Kana (la mia ragazza), per vedere ancora una volta questa fantastica cittadina immersa nel passato. Dopo avere noleggiato una bici ed avere girato rapidamente per il parco famoso per il numero impressionante di tempi e la presenza costante di cervi, ci siamo diretti verso le tombe imperiali, meno conosciute ma degne di un’occhiata veloce specie se dotati di bicicletta. Ultima tappa, ormai all’imbrunire nel centro storico della città per un giretto nelle strette case tra caffè, negozietti di artigianato e antiche case di legno. A fare da contorno alla bella giornata i kimono coloratissimi delle ventenni che in quella giornata festeggiavano la loro entrata nel mondo adulto. E la giornata ancora non era finita perché in serata mi sono incontrato con una giapponese che avevo incontrato una volta a Milano cercando come fare il biglietto della metrò. Con lei e una sua amica (entrambe che hanno vissuto a lungo all’estero) abbiamo finalmente avuto una discussione un po’ critica sulla società giapponese in cui ho avuto una rara opportunità di dire la mia senza dovere velare tutto da bugie e mezze verità con una serie infinita di “ma” e “però”.
Insomma, non c’era modo migliore per iniziare l’anno nuovo in Giappone e il futuro promette molto bene con il prossimo weekend colmo di impegni e quelli successivi segnati da un viaggio a Tokyo (per presentare il mio lavoro) e a Kanazawa (per salutare famiglia che mi ha ospitato i primi 3 mesi e viaggiare un po’ insieme a Kana tra il mare e le montagne di Ishikawa).

Inizio di post tranquillo e sereno per passare ad un tema che, senza allarmismo un po’ mi preoccupa (e quanto pare non sono l’unico). Tenterò di fare un po’ di giornalismo e di fornire informazioni con tanti di fonti restando oggettivo nel presentare il tema, anche se i risultati non sono garantiti.
È di pubblico dominio che in Asia ultimamente c’è parecchia tensione e innumerevoli provocazioni sono successe durante l’ultimo anno. La più evidente è senza dubbio l’attacco della Corea del Nord alla Corea del Sud senza alcuna ragione e in pieno disaccordo alle convenzioni internazionali. Da aggiungere poi, poco indietro nel tempo, le tensioni tra Cina a Giappone a causa dell’incidente tra un peschereccio cinese e una nave della marina giapponese. Notizia poi recentissima e l’apparente successo cinese nel costruire un aereo da combattimento di quinta generazione con caratteristiche stealth (cioè invisibile o difficilmente rivelabile dai radar). Insomma, anche se veri e propri atti bellici sono per fortuna limitati, non è sbagliato dire che nell’estremo oriente ci sia una certa tensione con ogni paese intento a mostrare i propri muscoli nella speranza di spaventare i possibili nemici. E in questo clima di tensione dove la Corea del Nord gioca da jolly, la Cina mostra fieramente i propri sviluppi e gli Stati Uniti cercano disperatamente di mantenere la propria supremazia (con azioni che hanno fatto molto discutere), il Giappone non sembra contribuire alla stabilità e dall’interno qualche segnale inizia a preoccupare (non solo i più attenti).
Prima di continuare il discorso è necessario fare qualche accenno sullo stato della politica di difesa in Giappone. Teoricamente un articolo di legge emanato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale proibisce al Giappone si avere un esercito e di ricorrere a misure di armamento. In pratica però esistono le cosiddette “forze di autodifesa” che nonostante il nome ingannevole è nient’altro che un normale esercito con truppe di terra, marina ed aeronautica. Il Giappone inoltre, nonostante questa contraddizione, ha il settimo budget militare più altro al mondo (fonte SIPRI). Se la notizia del nuovo aereo militare cinese ha colpito tutti è giusto dire che anche il Giappone ha in progetto un aereo simile (il Mitsubishi ATD-X) che prevede di fare volare entro il 2014. Fondamentalmente, nonostante si professi come un paese pacifico, il Paese del Sol Levante è dotato di un esercito imponente con una marina tra le più forti al mondo.
È notizia di dicembre (NZZ) che il Giappone intende spostare le proprie forza armate da Hokkaido (nel nord del Giappone) dove erano stanziate durante la guerra fredda per controllare la minaccia russa al sud del paese per essere pronte a proteggere il paese da nemici più attuali quali la Cina e la Corea del Nord. Questo avvicinamento di eserciti intorno alla penisola delle coreana non è un buon segno dopo che il Giappone ha mostrato la propria capacità di far fronte a crisi internazionali come quella con la Cina dello scorso anno. Per l’occasione tentativi di dialogo sono stati rifiutati dal governo nipponico e, solo per fare un esempio, nella mia ditta sono stati proibiti viaggi di lavoro in Cina, misura che, a mio modo di vedere, più che calmare un conflitto serve ad allontanare ancora di più possibilità di dialogo.
Parlando con un mio amico studente di lingua e cultura giapponese e asiatica di questi segnali preoccupanti ha prima minimizzato la cosa. Qualche giorno dopo però mi ha fatto notare come in televisione girino serie televisive su eroi storici “poco innocenti”, cosa molto meno presente durante il suo ultimo soggiorno in Giappone due anni fa.
L’ultimo segnale un po’ preoccupante l’ho avuto questo weekend quando andando a Nara ci siamo ritrovati in una città con bus, treni e molte case con in bella vista la bandiera nipponica. A me la cosa non aveva dato troppo fastidio, trattandosi un giorno di festa nazionale (anche se in effetti la ragione del giorno festivo non aveva niente a che vedere con il tema dello stato, come “festa della repubblica” o “giorno della liberazione”). È stata Kana, vedendo tutte quelle bandiere ad esclamare: “Ma siamo per caso in guerra?!”
Informatasi sulla ragione di tutte quelle bandiere Kana ha poi scoperto che si tratta di una misura del governo giapponese per risollevare lo spirito di patriottismo che sembra essere sceso in questi ultimi anni. In un clima non necessariamente tra i più tranquilli non si tratta proprio di una mossa necessaria.

Tralasciando i discorsi militaristici e di armamenti sarebbe comunque triste se un paese come il Giappone che, dopo avere passato periodi di apertura e chiusura verso l’estero, sembrava finalmente aprirsi, ricomincerebbe ad avere paura di tutto quanto arriva da oltre oceano. Un po’ triste il fatto che in un contesto di discorsi che farò a febbraio mi è stato sconsigliato di fare il discorso che avevo previsto, basato sul fatto che anche culture diverse hanno radici comuni, perché piacerebbe poco alla giuria.

Non conoscendo la situazione all’interno di altri paesi asiatici mi auguro che non tutti stiano prendendo decisioni volte a ridurre il dialogo come quelle che si stanno prendendo negli ultimi tempi in Giappone.

Per il primo post del 2011 è tutto,
a presto,
Feli(ce)!