Ma in Giappone si lavora tanto?


Inizio il post mettendo già sul piatto un tema che intenderò trattare più in avanti: sono le 9.55 di un mercoledì mattina qualunque, sono al lavoro e cosa non strana mi trovo a scrivere nel mio blog. Lavoro in Giappone per una ditta giapponese e ho capo e colleghi esclusivamente giapponesi. Il mio ufficio è su di un piano immenso, penso che ci siano circa 150-200 persone e ognuno è libero di vedere sul mio grande schermo quello che sto facendo. Finestra di Firefox aperta a pieno schermo e sito di wordpress chiaramente visibile, non è necessario che nasconda il fatto che mi sto occupando di faccende poco inerenti il lavoro. Forse la cosa può sembrare un po’ strana a chi ha l’idea del Giappone come una terra di lavoratori instancabili. E per mettere risalto la cosa aggiungo che domani ho vacanza (ancora) e che nella tabella oraria da metà dicembre a metà gennaio risultavano 11 giorni lavorativi; un po’ strano forse in un paese che non smette mai di lavorare, anche nel periodo di festa. Sospendo brevemente il tema e lascio il lettore riflettere su questa domanda che mi sono sentito domandare molto frequentemente quando ero in Svizzera:
“Ma è vero che in Giappone si lavora tanto?”

Passo quindi a raccontare della mia consueta vita tra lavoro, serate in compagnia, studio dell’alfabeto kanji nel tempo libero sul treno e viaggi, dove mi porta il cuore e mi concede il portafoglio. Questa sera parto per Tokyo, per una volta non è una scelta mia, nel senso che mi ci porta il lavoro, ma la cosa non mi dispiace assolutamente. Sabato ho un meeting con il professore che mi ha organizzato tutto il soggiorno in Giappone (scuola di lingue e lavoro) in cui dovrò brevemente illustrare il mio lavoro e dire come mi sono trovato in ditta. Una formalità di due orette massimo, ma ne ho quindi approfittato per prendere un venerdì di vacanza e farmi 3 giorni a Tokyo. Cosa piacevole è che per una volta non mi tocca soffrire in un bus notturno ma posso viaggiare comodamente con il rapido shinkansen che accorcia i tempi di quasi un terzo, il tutto gentilmente pagato dalla ditta quale viaggio di lavoro (il quale in effetti è, anche se solo in parte…). Peccato che in base alle promesse che avevano fatto all’inizio sarei dovuto andare in diverse sedi del Giappone e vedere i luoghi di produzione (più interessanti del centro di ricerca che assomiglia ad una distesa desolata di computer); promessa che è stata rinnovata ad ogni cena tra colleghi ma che a questo punto ho seri dubbi venga mantenuta. Nel frattempo, però ne approfitto per godermi 3 giorni a Tokyo e rivedere amici che non vedo spesso.

Ma ritorniamo al titolo ed il tema con cui avevo aperto questo post; ci avete pensato alla domanda? Sempre convinti che il Giappone sia una terra di lavoratori insaziabili? Inizio rispondendo alla domanda senza dare la risposta. Il problema infatti è che la domanda in sé è mal formulata; in Giappone prima di tutto chi lavora tanto, tutti? E poi che cosa si intende lavorare tanto; orari di lavoro, stress causato dall’attività lavorativa? Riconsiderando la domanda in questa maniera diventa più semplice dare una risposta e capire che differenze esistono tra il mondo del lavoro nipponico e quello occidentale.
Do una rapida occhiata al calendario della ditta, i giorni di vacanza sono indicati in rosso; conto quelli tra il lunedì e il venerdì (il sabato e domenica è sempre vacanza), parto da gennaio e scendo rapidamente fino a dicembre per l’anno 2011 (o meglio l’anno 23 del regno dell’attuale imperatore). 23! In un anno i giorni di feriali che cadono in settimana sono 23. Conto brevemente i giorni festivi che cadono in settimana per il 2011 nel Canton Ticino (Svizzera) e la conta (posso essermi sbagliato di qualche giorno) arriva a 12; la metà insomma. Come è possibile che in un paese come il Giappone dove si ha l’idea che la gente lavori anche la notte o la domenica ci siano così tanti giorni festivi? Una delle prime spiegazioni che vanno date è che in Giappone quando un giorno festivo cade di domenica (e forse anche di sabato, non sono sicuro comunque) viene recuperato di lunedì, quindi non esiste la possibilità che in un anno particolare ci siano poche ferie per sovrapposizioni con il weekend. Questo fatto inoltre fa sì che si creino una miriade di ponti sul fine settimana. Va poi aggiunto che la mia ditta è particolarmente generosa in quanto a vacanze ed inoltre hanno pensato bene di fare lavorare i dipendenti quando le vacanze cadono di mercoledì per poi fare recuperare il giorno di vacanza in un altro periodo dell’anno per fare un ponte di 4 o 5 giorni. Insomma, in Giappone esistono una miriade di ferie nazionali che cadono sempre in settimana. La brutta notizia per contro è che non esiste un obbligo (o perlomeno la legge non è così rigida in materia) di chiusura nei giorni di festa e quindi a godere a pieno di questi giorni feriali sono solo i dipendenti di banche e uffici. Per chi lavora nella vendita al dettaglio o nel ramo del commercio o del turismo i giorni feriali sono i più pesanti, visto che bisogna sopportare la mandria di impiegati d’ufficio in vacanza quel giorno. Gli svantaggi del fare un lavoro giudicato “semplice” in un paese economicamente “avanzato”. A rendere ancora più pesanti i lavori fuori dai grossi uffici dei centri è il fatto che spesso il weekend si lavora e in genere il giorno di riposo settimana è solo uno. Tanti giorni di festa nazionale quindi, ma solo per pochi eletti però.
Oltre alle ferie nazionali vanno poi aggiunti i giorni di ferie personali. In 9 mesi di pratico ho avuto a disposizione 14 giorni, che, se estesi su un anno fanno poco più di 18 giorni. In totale quindi i miei giorni di festa in settimana sull’arco dell’anno sono 41, non male per un paese di estenuanti lavoratori! A questo punto sorgerà un dubbio sugli orari di lavoro. Qualcuno si chiederà: con così tanti giorni di ferie si dovrà compensare con gli orari di lavoro. Intendo bloccare il dubbio sul nascere; il mio contratto (uguale a tutti i miei colleghi, tranne che per il salario…) parla chiaramente di 7:45 al giorno, da farsi preferibilmente nel seguente modo: 8:30-12:12, pausa pranzo, 13:00-17:00. Anche qui meno delle solite 8 ore giornaliere della maggior parte dei lavori europei. Altro dubbio allora: i ritmi di lavoro devono essere insostenibili! Escludendo il fatto che sto scrivendo in tempo di lavoro (il che dovrebbe essere già un indizio), allungo un po’ lo sguardo e c’è un collega che dorme; tenta di restare sveglio di fronte allo schermo ma gli occhi continuano a chiudersi e di tanto in tanto la testa cade a pendolo e si rialza di scatto. Memorabile poi la scena del mio collega che in laboratorio si tagliava le unghie dei piedi…
Oltre a questo quadro già di per sé paranormale si aggiungono ancora i “shuccho”, ovvero i viaggi di lavoro. Il venerdì in ufficio sembra di essere in una landa desolata; tabellone delle presenze chiazzato di rosso a marcare il nome e il luogo di chi è in viaggio di lavoro, atmosfera piatta e tranquilla e di tanto in tanto qualcuno che chiama per cercare un assente. I viaggi di lavoro consistono fondamentalmente in due fasi molto importanti: il meeting e la cena. La seconda ovviamente è più importante della prima. Nel meeting si discutono di quelle cose che già si erano discusse per e-mail o per telefono e ci si ringrazia e ci si inchina di tanto in tanto. Nella cena invece bisogna bere quantità fuori controllo di vari alcolici in modo da potere arrivare a dire le cose come stanno e discutere dei problemi che il giorno dopo si sono già dimenticati. I viaggi di lavoro hanno per destinazione spesso località poco romantiche dove esistono enormi centri di produzione industriale. Ma con un po’ di fortuna si può finire a Okinawa (le tropicali isole del sud), Kyushu (l’isola principale più a sud del Giappone) oppure in Cina o Corea.

Penso che a questo punto ho scioccato il lettore. La domanda che a questo punto arriva è ovvia:
“Ma dove è il trucco allora? Perché si parla sempre del Giappone come un paese stressato dal lavoro?”
Arrivo subito al punto. Quello che ho descritto sono le condizioni contrattuali e la mia vita. Un giapponese non finisce di lavorare alle 17 ma continua fino almeno alle 20 o le 22 (nonostante gli straordinari non siano pagati…). Un giapponese non si prende i giorni di vacanza personali e spesso si sente in obbligo di andare a giocare a golf con i clienti e prendere parte alle attività e riunioni extra-settimanali della ditta (tutte cose che non è assolutamente obbligato a fare). Il Giappone è stato un paese feudale per moltissimi anni e il principio di fedeltà e sottomissione al Signore (il capo, il padrone) è rimasto profondamente integrato e si è adattato ai nuovi vincoli della società moderna. Quindi il principio è ora visto che sottomissione al datore di lavoro. Si sentono in obbligo moralmente di mostrare il proprio impegno e aspirano a loro volta a diventare capo in modo da essere poi adorati. Quindi anche quando non c’è troppo lavoro fanno comunque modo di trovarsene oppure di allungare i tempi per quello previsto. Inoltre a causa dei principi portati dalla religione scintoista nella vita è necessario impegnarsi, in tutto. Non trovano quindi troppo fastidio nel fare lavori ripetitivi o noiosi perché hanno la possibilità di rendersi utile e impegnarsi in qualcosa. Tutti questi fattori assieme fanno in modo che nonostante ci siano buone condizioni di lavoro siano loro stessi a complicarsi la vita. Nei viaggi di lavoro poi subiscono lo stress di formalità portata all’estremo, volendo sempre essere più formale dell’altro finendo per trasformare un viaggio di lavoro che potrebbe anche avere uno scopo in un viaggio di formalità. Spesso poi sprecano la possibilità di fermarsi sul luogo qualche giorno avendo il biglietto già pagato dalla ditta per giusti motivi. Quindi un viaggio di lavoro in Corea che potrebbe essere esteso nel weekend con un solo giorno di vacanza (ammesso che il viaggio di lavoro sia di giovedì o martedì) diventa una maratona di un giorno tra taxi attese all’aeroporto e formalità di transito.
Va poi aggiunto che i giorni di malattia vanno presi dalle ferie personali. In realtà la cosa è poco chiara in materia, pare che per periodi prolungati (e malattie serie) è possibile ottenere congedo pagato, ma la burocrazia a riguardo è così impressionante che nessuno osa affrontare la sfida. In pratica però aggirandosi in Giappone d’inverno si vede parecchia gente con la mascherina, preoccupati di ammalarsi e quindi dovere rimanere a casa dal tanto amato lavoro.
Finisco con una ciliegina sulla torta. In Giappone si va in pensione in genere attorno ai 60 anni e la gente vive l’anzianità in maniera molto diversa rispetto alle società occidentali. Piena salute, voglia di fare, viaggiare e scoprire; una rinascita dopo anni di lavoro, niente di meglio per ripagarsi dell’età adulta passata davanti ad una scrivania.

Ancora una volta poi è necessario menzionare che le condizioni di lavoro variano drasticamente a dipendenza del lavoro, della formazione e del datore di lavoro. Io mi trovo in una condizione particolarmente fortunata. La Mitsubishi è una grossa ditta e io mi trovo tra la gente che svolge i lavori ritenuti più difficili (ricerca avanzata) e quindi più protetti dal sistema (discutibile) che vuole che laureti godino di condizioni molto migliori dei normali lavoratori. Se leggete il blog di un dipendente di fast-food probabilmente il quadro risulterà molto diverso. Ci tenevo però a dare uno sguardo critico e diverso da quello diffuso in maniera erronea che vuole il Giappone come una terra dove lavorare 24 ore al giorno è un obbligo per tutti.

In conclusione quindi il Giappone continua a meritarsi l’immagine di paese di lavoratori. Ma lo stress è tutto di altro tipo rispetto alle condizioni di lavoro in Europa e soprattutto l’immagine del dipendente alle 11 di sera ancora in ufficio non è frutto di un obbligo ma di una volontà. Ancora una volta quindi essere la pecora nera occidentale meno sensibile alle pressioni sociali ha i suoi vantaggi.

Da Osaka (ancora per poco),
Feli (-san, -kun, -sama, -pyon o -chan, quello che preferite)

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4 Responses to Ma in Giappone si lavora tanto?

  1. Quang ha detto:

    Bell’articolo 😉

  2. Ale ha detto:

    grazie!! stavo pensando di trasferirmi in Giappone e mi sono ritrovata in questo post. peccato per la situazione difficile che questo Paese sta ora attraversando.. speriamo in una ripresa.

  3. Pedrina ha detto:

    Bella spiegazione. Grazie!

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