Inferno e paradiso


Per una volta scrivo di pomeriggio, così da fare passare più veloce il tempo fino alle 5, ora in cui la voce registrata di una gentile signorina annuncia a tutti che la giornata lavorativa è terminata e prega tutti di fare attenzione nel rientrare a casa. Sono piuttosto stanco, forse un po’ perché mi ero abituato all’idea del venerdì di vacanza (ma domani mi tocca lavorare), ma decisamente la ragione principale è stata il weekend scorso a Tokyo. Il motivo ufficiale del mio viaggio era il meeting con il professore giapponese che ha organizzato a me (ed altri 3 svizzeri) tutto il soggiorno in Giappone, compreso quindi, ricerca di una scuola di lingua giapponese e compagnia in cui lavorare. Ho però approfittato del fatto di avere il treno andata e ritorno pagato per farmi 3 giorni di vacanza (ovvero festa) a Tokyo. Ne è valsa decisamente la pena visto che ho avuto la possibilità di vedere amici che vedo raramente e di incontrare nuova gente. Episodio interessante da segnalare ai margini del meeting con il Prof. Mizuno (il professore che citavo prima). Il meeting consisteva in un incontro informale in cui ognuno presentava il lavoro svolto negli ultimi mesi e si discuteva di problemi e/o possibili soluzioni circa l’esperienza ormai quasi conclusa e una seconda parte in cui gli studenti ci presentavano i lavori di ricerca attualmente in corso nel loro dipartimento. A conclusione di tutto siamo stati gentilmente invitati a cenare con loro nel loro locale ricreativo e ci hanno preparato la cena e offerto da bere. Pian piano che la gente finiva di mangiare scompariva gradualmente e si metteva a (far finta di) lavorare alla rispettiva scrivania. Alla fine della cena siamo rimasti al tavolo solo noi 4 svizzeri, i due professori presenti (uno si era aggiunto per cena), uno studente del Bangladesh e un giapponese. Tutti gli altri erano pian piano sgattaiolati verso le proprie scrivanie. Alla fine, trattandosi di sabato sera, abbiamo proposto a tutti di venire con noi a Shibuya (uno dei più popolari quartieri notturni di Tokyo), ma la risposta unanime, con un po’ di imbarazzo, è stata che preferivano rimanere sul posto e sbrigare un po’ di faccende di lavoro. La cosa interessante è che durante tutta la giornata nell’università e nel campus non abbiamo visto quasi nessuno. Tutte le luci degli edifici erano spente e si vedeva solo di tanto in tanto qualcuno intento a fare jogging. Quindi le possibilità sono due: la prima è che siamo capitati nell’unico dipartimento che lavora anche il sabato sera, la seconda è che non volevano darci un’idea di lazzaroni che passano il proprio tempo libero a fare festa e mostrarsi seri di fronte a noi e soprattutto di fronte al professore. Io opto per la seconda aggiungendo anche che forse erano un po’ spaventati dall’idea che a Shibuya avrebbero potuto magari incontrare anche quell’essere strano chiamato “ragazza” che nei dipartimenti di ingegneria si vede solo in fotografia e che tanto intimorisce lo studente “otaku” (geek, fanatico del computer) giapponese.

Altro episodio da segnalare è che sono incappato per la prima volta in 11 mesi in un giapponese scortese. La cosa colpisce ancora di più se si considera che ero nel ruolo di cliente e che quindi dovrei meritarmi una particolare forma di cortesia e tutte le attenzioni del caso. Posso comunque tranquillizzare i lettori che si tratta di un caso molto raro e che anche il mio amico che si trovava con me e che vive da 3 anni a Tokyo era la prima volta che vedeva. La cosa strana è che ripensandoci oggettivamente alla fine non si è trattato di niente di ché, ma quando ci si abitua ad essere trattati come divinità per aver acquistato una caramella da 100 yen (un franco) appare strano sentire un cameriere che non da del lei e che si lamenta con i clienti.

Finita l’esposizione sommaria degli eventi più interessanti della settimana arrivo al tema che intendo trattare oggi. Si tratta di qualcosa a cui intendevo dedicare un post molto tempo prima, ma ogni volta ritenevo che ci fossero temi più interessanti di cui parlare e quindi è sempre stato posticipato. Sicuramente adesso è il momento ideale, continuando a leggere capirete forse anche perché.

Mi è stato detto (giustamente) che leggendo il mio blog si percepisce una certo malcontento, è un susseguirsi di descrizioni di comportamenti nella società giapponese che mi lasciano un po’ perplesso e spesso ne ricavo sollievo solo sapendo di non esserne parte integrante ma di potere approfittare della mia condizione di gaijin (straniero) per rimanerne fuori. In effetti per quanto possa essere affascinante e interessante la cultura giapponese ha molti aspetti problematici e la mancanza di spirito critico e rivoluzionario dei giapponesi fa sì che questi problemi rimangano irrisolti per molti anni. Va anche detto però, facendo un po’ di autocritica, che, essendo cresciuto con la cultura italiana, tendo sempre a criticare tutto e a lamentarmi di tutto, senza soffermarmi troppo sui vantaggi invece che lo stile di vita giapponese porta. C’è poi un’altra cosa che occorre considerare; vivere come straniero in Giappone è all’inizio difficile e ci sono molti problemi culturali da superare, ma cosa dicono i giapponesi che vivono nei paesi occidentali (in particolare Italia e Svizzera)? Anche se tenterò di basarmi su un po’ tutti i racconti che ho sentito, buona parte di questo post sarà basato sull’esperienza di una mia amica, da poco sposata con un italiano, che ha vissuto (e vive tuttora, anche se ancora per poco) in Italia.

In Giappone capita spesso di incontrare giapponesi (in prevalenza donne) che dicono di essere innamorati dell’Italia e che gli piacerebbe andarci a vivere e magari trovarsi un bel italiano, di quelli come si vedono nei film. Di solito tento di spiegare che la realtà non è quella che si vede nei film e neanche facendo un viaggio di due settimane (spesso in gruppo e con guida perdi-più) si riesce ad avere un’idea di come possa essere vivere in un paese straniero. Ricordo di avere incontrato questa mia amica di recente, durante le mie vacanze in Svizzera, e di avere discusso del perché non le piacesse vivere in Italia. Mi ha quindi risposto che la vita di tutti i giorni, nonostante decisamente più tranquilla rispetto al Giappone (lei lavorava come parrucchiera a Tokyo), è piuttosto noiosa e monotona. Si lamentava del fatto che la giornata tipo consistesse in svegliarsi, fare colazione, andare al lavoro, eventualmente tornare a casa per pranzo, ancora lavoro, cena e poi qualcosa la sera, spesso guardare la televisione. Questo genere di vita non mi è sembrata molto diversa da quella che fanno abitualmente i giapponese e le ho quindi chiesto che cosa facesse lei di solito in Giappone. Ci ha pensato un attimo, quasi fosse una domanda troppo stupida o troppo difficile e poi mi ha risposto in maniera abbastanza chiara: “Per esempio mi incontro con le amiche…”. Centro! Non ero forse io che mi lamentavo che in Giappone è difficile fare amicizie? Eppure dopo neanche un anno in Giappone, arrivato con conoscenze pari a zero della lingua, ho un sacco di conoscenze e se ho voglia di fare due chiacchiere con qualcuno non mi ci vuole molto a trovare qualcuno libero la sera (anche se in Giappone bisogna organizzarsi con molto anticipo…). Sembra invece che in Italia, per chi ha gli occhi orientali, non sia così facile fare amicizie. Un po’ perché i cinesi (e in quest’ottica tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla sono cinesi) sono malvisti, ma forse anche perché a non tutti vanno a genio gli stranieri. D’altro canto conosco molta gente che è stata all’estero a studiare e che ha conosciuto tantissima gente, ma si trattava però quasi sempre di altri studenti internazionali e la stessa cosa avviene per gli stranieri che vengono a studiare in Giappone.
Continuando a parlare con la mia amica si scopre che i mariti (compagni) occidentali sono molto premurosi e affettuosi a differenza dei giapponesi che sono freddi e spesso disinteressati. Una cosa che già sapevo e che ho avuto modo di vedere diverse volte. È però vero che tendono ad essere troppo premurosi e a tenere per sé la propria moglie che spesso fatica a fare amicizie fuori da quelle del marito. In Giappone le coppie tendono ad essere molto più aperte. Nelle coppie di convenienza o sposate dalle regole sociali spesso questa apertura si concretizza in una serie infinita di tradimenti di entrambi i partner, ma non rappresenta di certo la regola. Quello che spesso avviene è che una coppia condivide la casa e le spese e si occupa dei bambini ma i coniugi conducono spesso due vite separate con i propri hobby e le proprie amicizie. Il sogno quindi del marito romantico e affettuoso si scontra quindi spesso con la necessità di libertà a cui sono abituate le giapponesi. Un aspetto che evidentemente in un’ora e mezza di film dove la trama si incentra sull’innamoramento è difficile possa passare. Cose che si scoprono solo vivendole.
C’è poi un aspetto della vita di tutti i giorni a cui è difficile rinunciare una volta che ci si è abituati al Giappone. La maggior parte della gente vive nelle città dove si può avere tutto quello che serve 24 ore su 24. Certo, la cosa ha le sue conseguenze, con gente costretta a fare i pesanti turni notturni e vivere a ritmi sfasati. In molti casi però lavori di questo tipo vengono presi da studenti o gente che lo fa come secondo lavoro e nonostante tutto non sono in troppi a lamentarsi. Il numero di quelli che si lamentano può sembrare ancora minore se li si paragona a tutti quelli che si sono lamentati della chiusura dei negozi dei paesi occidentali. In genere la critica è che con la chiusura dei negozi la vita si confina nelle proprie abitazioni e c’è poco da fare o dove andare la sera o la domenica. La vita tranquilla viene certo apprezzata all’inizio, ma alle lunghe tutti sentivano la necessità di potere fare tutto a tutte le ore, anche a condizione di rinunciare a parte di quel relax e quel dolce-far-niente che le società mediterranee offrono.
C’è poi un ultimo aspetto piuttosto interessante da citare, anche solo per curiosità. In molti hanno detto che le donne occidentali sono troppo svestite e che (questo in particolare riferito all’Italia) in televisione non si vede altro che dibattiti politici in cui la gente litiga conditi da presente di tette e culi femminili. Ora, in Giappone per vedere delle donne mezze svestite non c’è bisogno di accendere la televisione; basta andare in centro di ogni città e a qualsiasi ora con qualsiasi clima si troverà qualcuna con una minigonna poco più grande di un fazzoletto. E anche gli show della televisione giapponese non sono incentrati su divulgazione culturale e scientifica ma piuttosto su fesserie e comici che ridono tutto il tempo, il tutto cosparso da giovani donne con gli occhi grandi e ricoperte solo dal sedere in su. Alle critiche riguardo i costumi occidentali ho quindi di solito risposto indicando la minigonna più vicina a me e di fronte al fatto oggettivo non ho in genere trovato ulteriori contestazioni. Devo però ammettere che sono io stesso adesso a vedere come osé i costumi occidentali. In effetti per qualche ragione ancora sconosciuta il modo di vestire giapponese, per quanto mostri quasi completamente le gambe, non risulta troppo provocante o volgare. Sono spesso le occidentali quando si adattano alla moda delle minigonne locali a sembrare strane. Posso quindi capire il disagio che si possa provare nell’arrivare in un paese che viene visto come carino e simile alle fiabe e che invece si dimostra legato a principi meno nobili e romantici.
Se si aggiungono poi i problemi legati ai vari visti e permessi, come quello del dovere lavorare in nero (qui parlo dell’Italia ovviamente), allora la visione mitologica dei paesi occidentali da parte dei giapponesi viene a cadere.

In conclusione quindi sia l’inferno che il paradiso non esistono in Terra e l’immagine che si ha di un paese può essere molto diversa da quella che invece si ottiene vivendoci. Le critiche che faccio spesso sulla società giapponese possono sicuramente essere fatte da un giapponese alla nostra società. D’altra parte è solo tramite il confronto e la visione in modo differente delle cose che spesso si riesce a capire i propri problemi.

Da Inadera, senza rileggere e stanco morto,
Feli-banzai

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