L’incubo dell’impiegato: i viaggi di lavoro


Oggi è l’ultimo giorno feriale di questa settimana, visto che domani è vacanza, strano… E visto che domani è vacanza oggi spopola andare in “viaggio di lavoro”, strano… Su 11 colleghi nel mio gruppo oggi sei sono in “viaggio di lavoro” e solo cinque sono presenti in ufficio. Il motivo del perché utilizzo le virgolette nella parola “viaggio di lavoro” lo capirete a breve.

Due settimane fa sono stato a Shizuoka in viaggio di lavoro. Shizuoka è una città un centinaio di chilometri a sud di Tokyo, famosa per essere vicina al monte Fuji che in effetti nei giorni sereni (come era il caso di quando sono andato io) è ammirabile in tutto il suo splendore. A Shikuoka c’è la fabbrica dove vengono assemblati i frigoriferi e il mio capo ha dunque pensato di mandarmi un collega che doveva recarsi per discutere alcune faccende circa l’uso di un nuovo materiale per la fabbricazione di pannelli isolanti. Il motivo del mio viaggio era di farmi vedere almeno uno volta prima di finire il pratico una catena di montaggio, cioè qualcosa di concreto dopo avere solo studiato aspetti abbastanza teorici e comunque lontani dagli aspetti della produzione. Il mio collega come detto aveva un meeting con alcuni responsabili del posto che non è durato più di un’oretta e mezza scarsa. Al seguito c’era poi un terzo collega, da poco trasferito a Tokyo, che si trovava lì per ragioni ancora poco chiare, forse per la stessa ragione mia, ma anche lui di preciso non lo sapeva bene. Il mio collega che organizzava il viaggio ha voluto arrivare abbastanza presto, intorno alle 9:30, il che significa che mi sono dovuto alzare alle 5:30 per arrivare in orario nonostante i treni ad alta velocità (peraltro in leggero ritardo a causa delle abbondanti nevicate lungo il tracciato). Abbiamo raggiunto la fabbrica in bus, fatto le necessarie presentazione e dalle 10:30 fino a mezzogiorno circa ci hanno presentato la ditta e illustrato le varie fasi in cui il frigorifero viene costruito, partendo da semplici pannelli di metallo e granulati di plastica. Molto interessante devo ammetterlo. Abbiamo mangiato pranzo in ufficio, assieme al personale di Shizuoka e poi nel primo pomeriggio si è svolto il meeting in cui io e il mio collega di Tokyo non c’entravamo assolutamente niente. La sintesi del meeting si può riassumere a breve: il responsabile del posto ha descritto i cambiamenti che intendono fare e gli altri hanno acconsentito praticamente su tutto o quasi. Apparentemente i particolari erano già stati discussi in un’altra circostanza e il meeting serviva solo nel caso in cui ci fossero cambiamenti dell’ultimo momento necessari, cosa che non si è rivelata il caso (sinceramente essendo completamente estraneo alle trattande non ho dato troppa attenzione e ho invece studiato un po’ di giapponese sul telefonino). Alle 4 avevamo finito la nostra visita. Siamo quindi andati a vedere l’attrazione principale della città che è una statua di Gundam (un personaggio dei cartoni giapponesi degli anni ’80). Alle 4:30 anche la visita alla città era finita e i miei colleghi sembravano già piuttosto effervescenti. La ragione? Ovviamente finito il lavoro è indispensabile andare a bere tra colleghi; come si fa a parlarsi se non si è almeno un po’ ubriachi! Logico, no? Insomma…
Abbiamo quindi vagato per le vie della città fino alle 5, ora in cui le izakaya (ristoranti giapponesi) aprono e siamo andati a bere.
Sapevo bene che i giapponesi cambiano parecchio durante le cene tra colleghi e si lasciano andare a confessioni e verità che non direbbero mai e poi mai nell’ambiente lavorativo, ma non mi aspettavo tanta sincerità? Tra una birra e qualche bicchiere di sakè il mio collega ha dovuto ammettere:
“Vedi, quando torniamo dai viaggi di lavoro e siamo stanchi e ci lamentiamo sono tutte bugie. Anche se in effetti di solito non sono così esagerati come oggi…”, nel senso che di solito si finisce più tardi, “…si tratta pur sempre di una liberazione. So benissimo che il lavoro in ufficio è piuttosto pesante e noioso e le relazioni molto distaccate, ma visto che sono spesso via per viaggi di lavoro sono contento così.”
Il mattino dopo però ovviamente tutto era tornato un tabù. Arrivato in ufficio si è limitato a dirmi: “È stata dura ieri, vero?”, ridacchiando, forse perché ancora un po’ ubriaco. Ho risposto con un sorriso ben sapendo che battute o commenti fuori dal lavoro sono banditi in ufficio nonostante tutti sanno bene che tipo di viaggio si è trattato.
Come al solito è giusto fare qualche riflessione a riguardo, considerando che questi viaggi sono riservati a quegli/quelle eletti/e che hanno posizioni in ufficio. Il biglietto di andata e ritorno per Shizuoka (pagato ovviamente dalla ditta) costa quanto il salario di mezza settimana (o in qualche caso una settimana intera) di molti giapponesi. Per molti giapponesi non è uno spreco perchè questo genere di viaggi contribuisce ad aumentare la voglia di lavorare e l’attaccamento verso la ditta che offre il lavoro. I treni ad alta velocità sono di solito occupati per l’80% da gente in viaggio di lavoro che si reca in qualche luogo strano per un meeting benissimo sbrigabile in video conferenza e per poi andare a bere con i colleghi. Ovviamente a molta gente fanno anche piacere perché si può andare negli hostess bar (i famosi bar dove su pagamenti di grandi cifre si può bere e parlare con belle donne) senza correre il rischio di essere scoperti dalla moglie, che a sua volta è contenta dell’assenza del marito per stare con l’amante. A quanto pare in ditta sono parecchio graditi i viaggi a Himeji perché lì le ragazze sono parecchio belle. Il mio collega è giusto a Himeji oggi; non mi sembrava troppo dispiaciuto dall’idea di andarci… Può perlomeno consolare il fatto che almeno (a differenza di altri posti) le donne non arrivano a tanto e soprattutto non sono pagate ne dai contribuenti ne dai clienti della ditta in questione che si limita a pagare spese di trasporto e nel caso di più giorni di alloggio.
Rimane la domanda se non sia forse il caso di alleggerire i rapporti nella vita quotidiana in modo che sprechi di questa portata al solo scopo di accrescere la motivazione diventino del tutto inutili. Ovviamente esistono poi viaggi di lavoro necessari (e qui infatti non uso le virgolette), nel caso per esempio che si tratti di ispezionare una macchina oppure in caso di riunioni importanti in cui la presenza fisica è preferibile, ma posso assicurarvi che in Giappone si tratta di una piccola minoranza.

Ieri c’è stata la mia cena di addio (nonostante tutti i commenti negativi devo ammettere che la cosa mi rende un po’ triste…). Come al solito è stato un evento interessante e una volta in più ho potuto conoscere questo strano mondo del lavoro giapponese. Prima di tutto può far ridere il fatto che dopo ormai quasi 9 mesi ci sono colleghi (per fortuna almeno non nel mio gruppo ma nel più vasto dipartimento, 40 persone circa) che ancora non sanno da che paese vengo o che lingua parlo. Ovviamente non penso di essere e non voglio essere la star ma trovo comunque strano che dopo così tanto tempo uno sappia solo il mio nome perchè compare nelle e-mail…
La prassi era che ognuno faceva un breve discorso su di me e su di un collega che dopo più di vent’anni lascia la ditta per andare a lavorare per il governo. La sintesi dei discorsi era la seguente:
“Io non conosco bene Claudio ma l’ho visto qualche volta in ufficio. Una volta ci ho forse anche parlato. Penso che era sempre molto occupato e che ha fatto molte cose difficili nel suo lavoro, ma non lo so bene. Sembra una persona simpatica e alcuni colleghi che ci hanno parlato mi hanno detto anche che parla bene giapponese.”
La cosa imbarazzante è che molta gente aveva poco da dire anche per l’altro festeggiato che, come detto, in ditta ci lavora da 20 anni ed è inoltre il capo di un gruppo. Poi molti si sono scusati in maniera privata o hanno detto che gli sarebbe piaciuto avere più a che fare con me.
“Mi dispiace che non sono mai potuta venire a nuotare con te…” per esempio.
Un mio collega che avevo invitato ad uscire insieme sabato sera mi ha scritto un e-mail lunedì mattina per chiedermi scusa per non essere venuto. Dove sta il problema? Che è seduto di fianco a me, e un metro circa dalla mia sedia…
In effetti se fossi stato un po’ più insistente nel proporre attività sociali forse sarei riuscito a creare qualche buon rapporto, ma di fronte alle continue scuse e giustificazioni alle lunghe ho preferito lasciar perdere, preferendo altri contesti per incontrare gente.
Emblematico poi il discorso del mio capo che si è scusato per non essere stato un buon capo e per avermi spesso lasciato senza lavoro (stupido lui, perché parte dei suoi straordinari la farei volentieri io nel mio tempo regolare…). Ha però aggiunto che gli piacerebbe parlare della mia esperienza e di vedere se in futuro c’è qualcosa che si possa fare. Così oggi ho colto la palla al balzo e gli ho proposto di andare a mangiare assieme nelle prossime settimane (sapendo che per parlare di certe cose con i giapponesi hanno bisogno di essere almeno un po’ ubriachi). La risposta ovviamente era proprio quello che mi aspettavo: “Non penso di avere tempo ma vediamo…”.
Magari i miracoli avvengono pure in Giappone; vedremo.
Ed io? Che cosa ho detto magari qualcuno si chiederà?
Ho evitato di fare il giapponese elogiando il lavoro e dicendo che è stato eccezionale e che tutti sono stati così amichevoli e sociali, ma comunque devo ammettere che non avevo commenti negativi da fare. Sono stato sincero dicendo che all’inizio sarei voluto scappare, mi sono poi pian piano abituato ed ora mi dispiace dover partire (sono stato abile nel non dire da dove, visto che anche se mi piacerebbe restare in Giappone ma preferirei cambiare lavoro o ditta). Ho poi aggiunto di avere imparato molto e anche se all’inizio l’ambiente dell’ufficio mi ha un po’ scioccato ho comunque potuto imparare molto, sia sul piano professionale che su quello umano. E in effetti devo ammettere che nonostante tutte le critiche il rispetto e la gentilezza che si trova in Giappone basta in buona parte a coprire tutti gli aspetti negativi. Ciò non toglie che potrei fare una lista chilometrica con le cose che vorrei cambiare… Nonostante tutto rimango di indole italiana, non va mai bene niente!

Tra i pochi superstiti ai “viaggi di lavoro” del giovedì,

Feli

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