Addio (e arrivederci!)

marzo 19, 2011

Svuotare la valigia è un po’ come fare un viaggio nei ricordi: ci sono tantissimi regali e oggetti che mi ricordano qualcuno o qualche momento particolare. E poi gli odori, gli odori che ancora trattengono i vestiti che non ho fatto in tempo a lavare prima della partenza. L’odore di umido dei vestiti che avevo quando ho fatto i bagni di sabbia a Beppu, l’odore dei gas di scarico di camion che mi travolgevano facendo autostop all’entrata dell’autostrada, l’odore della casa di Machiko, da cui mi sono fermato qualche notte a Fukuoka e poi ancora l’odore che i vestiti hanno preso durante le ultime settimane passate dal mio amico francese di Sanda. E poi i ricordi, quelli che non hanno bisogno di oggetti e odori per essere rievocati; momenti, attimi, luoghi, persone, impresse nella memoria come graffiti su un muro. Non serve sgranare gli occhi per notarli, sono lì alla vista di tutti e per l’autore è molto di più di una semplice combinazione di forme e colori: sono emozioni.

Sono partito; scrivo di mattina presto ancora rintontito dal fuso orario troppo stanco per svuotare i bagagli e troppo sveglio per riuscire a riprendere sonno. Un anno, dodici mesi stupendi e tutto si è giocato nell’ultima settimana, partendo senza nemmeno avere avuto il tempo di salutare tutti; solo gli amici più stretti durante un veloce ritrovo nel solito bar del giovedì sera, quello che seguiva il corso di giapponese donato da volontari. Volontari come quelli che mi hanno fatto fare più di mille chilometri in autostop da Osaka fino all’estremo sud del Giappone (escludendo Okinawa): Kagoshima.

Il succedersi degli eventi penso che sia chiaro a tutti, forse anche a chi tra qualche anno leggerà questo post: la terra trema nel nord-est del Giappone, dopo poco tempo un’onda spaventosa si abbatte sui villaggi appena toccati dal terremoto e colpisce anche un complesso nucleare comprendente sei reattori che si surriscaldano ed iniziano a rilasciare vapori radioattivi. Milioni di persone rimangono al freddo ed al buio, proprio nel periodo in cui dovrebbe iniziare la colorata primavera. È una corsa contro il tempo: da una parte per riprendere il controllo dei reattori nucleari e dall’altra per evitare che la gente già colpita dalla catastrofe rischi di morire di fame o di freddo. Il mondo intero rimane a fiato sospeso dividendosi tra pessimisti che vedono l’apocalisse come dietro le porte e gli ottimisti che confidano nella speranza e una misteriosa consapevolezza che tutto si risolverà a breve.
Appartengo agli ottimisti, forse per aver lasciato il cuore nella causa giapponese e per non riuscire a credere che un paese che da 50 anni combatte contro catastrofi possa cadere così facilmente.

Seguendo l’ordine cronologico questo avrebbe dovuto essere l’ultimo dei post, preceduto dalle mie ultime settimane al lavoro, il viaggio in Corea del Sud e lo stupendo viaggio nel Kyushu, l’isola maggiore al sud del Giappone. Ma ho preferito scrivere adesso, nel momento in cui questo meraviglioso anno nel paese del sol levante conosce la parola “fine”. Immagino che molti dei lettori vogliano sapere come si viveva in Giappone tra notizie di terremoti e morti e timori legati ai problemi nelle centrali nucleari. Senza dubbio c’è tanto da scrivere a riguardo e molte cose interessanti possano venir dette da chi ha potuto parlare con i giapponesi durante la settimana successiva il terremoto ad ha potuto fare un confronto diretto tra le notizie riportate nelle testate estere ed in quelle giapponesi.
Ma preferisco scrivere questo post a breve, magari ancora in giornata o domani (quando i ricordi sono ancora freschi) e immergermi ora nella memoria di questo anno passato all’estremo est.

Non è stato un anno facile; vivere in Giappone non è come vivere negli Stati Uniti o in Germania. Anche lì ovviamente le differenze culturali esistono ma non sono così marcate come lo possono essere per il Giappone. E ovviamente molte delle differenze sono portate dalla lingua, radicalmente diversa dalle lingue europee a cui siamo abituati per grammatica, alfabeto e utilizzo. Ma probabilmente la parte più dura in quest’anno è stata nella mia scelta (in parte voluta, in parte “dettata”) di volere immergermi completamente in questa cultura orientale. Il mio visto oramai scaduto ancora conserva chiaramente scritto “visto per attività culturali”. Ho sempre scherzato riguardo al fatto che fare l’ingegnere non sia di certo la più culturale delle professioni o delle attività. Eppure ripensandoci e pensando ai miei colleghi ho come l’impressione che niente potrebbe essere stato più efficacie se non proprio il fatto di restare per 9 mesi in una ditta come la Mitsubishi che conserva ancora dopo centinaia di anni dalla fondazione i caratteri di una società basata sul gruppo e sul rispetto. Ho imparato molto restando in silenzio dietro lo schermo del mio monitor e semplicemente osservando l’ambiente circostante. Mi sono spesso lamentato dell’eccessivo tempo libero sul lavoro e degli incarichi spesso insensati.
C’è voluto un anno, ma ora molti dei misteri che avvolgevano quell’ufficio del quinto piano fanno parte della normalità e seguono una logica che, per quanto assurda e irrazionale, possiede le sue regole ha dimostrato più volte di potere avere anche una propria efficacia.

Il gruppo; quanto è difficile entrare a far parte di un gruppo nella società giapponese! Quante volte mi sono lamentato del fatto di rimanere diverso per il semplice fatto di essere straniero. Eppure ce l’ho fatta, in extremis, ma le lacrime lasciate alla partenza e gli abbracci tra colleghi dopo aver festeggiato l’ultimo giorno di lavoro dimostrano che oramai ho ottenuto quel biglietto, il biglietto che permette l’accesso alla società giapponese, che da tempo speravo di poter ricevere.
E c’è voluto anche il terremoto. Avrei fatto volentieri a meno di vederlo, ma le immagini e le storie di gentilezza, di collaborazione hanno fatto il giro del mondo e molta gente è rimasta perplessa nel vedere queste piccole persone spaventate da ogni cosa, restare tranquille e composte durante attimi così paurosi e terribili. Amici mi hanno riferito di pensare di morire negli attimi in cui la terra ha tremato eppure sono rimasti calmi e hanno fatto quanto di più giusto c’era da fare: stare uniti. Qualche lacrima mi è caduta pensando a quelle persone che ho spesso un po’ ridicolizzato e deriso per l’eccessiva paura di fronte a qualsiasi rischio e pericolo che in un momento come quello di un terremoto devastante riesce a fare la cosa giusta senza finire nel panico.

Non bisogna ora cadere nell’inganno di fronte ad una catastrofe di lodare, dimenticando i difetti di un paese che non è senza dubbio il paradiso. Problemi sociali, burocrazia pressante, spesso mentalità chiusa e assenza di spirito di iniziativa sono e continuano ad essere peculiarità del Giappone che entrano in conflitto con la mia personalità. Ma durante quest’anno ho avuto una possibilità unica di conoscere un modo di vivere e di pensare diverso che tra pregi e difetti in determinate situazione è in grado di dimostrare la propria efficacia. Un paese tuttavia che cambia, seppur lentamente, e che diventa sempre più interesse da parte del mondo occidentale in ricerca di un nuovo sogno dopo che gli Stati Uniti sono oramai realtà quotidiana. È probabile che nei prossimi anni non cambi niente (anche se la catastrofe del momento lascerà le proprie cicatrici e le proprie memorie) ma vale comunque la pena tenere un occhio su quel lato di mondo che non manca occasione per stupire.

Cosa mi riserva il futuro è una domanda alla quale non ho ancora una risposta specifica. La voglia di tornare in quella terra che tanto mi ha insegnato e tanto mi ha dato è forte e presente e le possibilità si possono sempre creare. Che si tratti di paradiso o inferno voglio tornare a farne parte e contribuire in momento difficile come quello attuale.

Insomma è probabile che si tratti di un arrivederci (e a presto!),
dalla Svizzera italiana,
Feli

Annunci