Toccata e fuga


Rieccomi! Dopo quasi 3 mesi di assenza ritorno a scrivere nel mio blog. Un caso? Forse, fatto sta che scrivo ora, come sempre, dalla terra dell’assurdo, da quel paese dove nonostante tutto quello che è passato il sole continua a sorgere.
Sono tornato; una visita lampo, ma sono qui. Di nuovo sul treno che da Kanazawa si dirige a sud verso Osaka, di nuovo con i campi di riso verdi e bagnati dall’acqua che riflette il cielo con riflessi color smeraldo. Ancora qua, di nuovo, un anno dopo il mio arrivo in questo paese, tre mesi dopo la mia partenza e poco dopo il terremoto e i successivi eventi di cui tanto si è sentito parlare.
Il treno scorre veloce e silenzioso tra le curve montagne ricoperte di varia vegetazione, i campi di riso con le piccole casette sparse tra le stradine e i canali d’irrigazione, i paesini e le più grandi città. Al suo interno la solita clientela: omini bianchi assonnati che con il telefono in mano cercano di scrivere un messaggio lottando contro il sonno, le immancabili oba-chan (nonnine) con i loro discorsi su pietanze e viaggi e qualche pazzo alle prese con una qualche console di gioco. Nessuno straniero; prevedibile su una linea poco turistica.

Insomma, tanto si è parlato di questo Giappone radioattivo negli ultimi tempi che vedendo tutta questa normalità potrei pensare di trovarmi in un altro paese dove si parla comunque giapponese. Ma la domanda che tutti si pongono e che mi sono posto pure io medesimo è ovviamente: veramente niente è cambiato?
In procinto di rispondere va fatta un’essenziale considerazione: in questi giorni mi sono mosso tra il Kansai e l’Hokkoriku che sono due regioni abbastanza lontane dal nord-ovest del Giappone che terremoto e tsunami hanno reso celebre. Quindi se già nei giorni successivi al terremoto era difficile a prima vista notare dei cambiamenti, a maggior ragione è difficile adesso che le cose si sono un po’ calmate.
Che cosa è cambiato quindi? Radiazioni, uso della corrente e dell’acqua? Queste sarebbero forse le risposte che potrebbero sembrare ovvie ad uno straniero che leggendo i giornali si è fatto un’idea (non per forza sbagliata) del Giappone attuale. Avevo in programma di recarmi in Giappone con un dosimetro per misurare l’attuale livello di radiazioni, ma nonostante le molte conoscenze nella ricerca nucleare non sono riuscito a procurarmene uno. Ad ogni modo i valori forniti dal governo e quelli di fonti indipendenti (sebbene differenti) risultano ben sotto la soglia di allarme anche per regioni relativamente vicine a Fukushima. I valori attuali per la regione dove mi trovo parlano di 0.032 (fonti accademiche; sotto i 0.2 μSv/h si parla in genere di radioattività naturale; la soglia per civili è di 1 μSv/h e si sale a 10 μSv/h per persone professionalmente coinvolte con radiazioni; valori indicativi che possono variare tra paese e paese a dipendenza delle leggi in vigore). Quindi nulla sembra essere cambiato circa radiazioni. Anche l’acqua (sebbene si hanno meno indicazioni, una lacuna abbastanza preoccupante) non sembra rappresentare un pericolo se non nelle immediate vicinanze di Fukushima.
E allora la domanda si ripete: che cosa è cambiato? A mio modo di vedere la gente sta cambiando. In un anno che ho trascorso in Giappone solo una volta ho sentito parlare di politica e nessuno si è mai lamentato del governo o delle grosse società e dello stra-potere che gli è concesso grazie a raffinati e collaudati sistemi di corruzione. Eppure in neanche una settimana che mi trovo qui ho già sentito toccare il tema dell’energia atomica parecchie volte e durante la cena di ieri sera si è largamente parlato del primo ministro Kan e della Tepco (la società che gestisce gli impianti di Fukushima). È pur vero che come diciamo giustamente in italiano “tra il dire il fare c’è di mezzo il mare” ed il Giappone è un isola separata da un grande mare da una parte e da un oceano dall’altra. Ma in un paese dove le critiche possono essere solo pensate, mentre i complimenti sono nella norma, il fatto che si arrivi a fare dell’autocritica con discussioni accese e partecipazione collettiva è già di per sé una piccola rivoluzione. Il deterioramento dell’economia poi potrebbe aumentare il malcontento e con un po’ di fortuna magari potrebbero esserci cambiamenti in senso positivo. Ma è ancora presto per dirlo.
In sé quindi in Giappone non è ancora cambiato molto, ma la gente sta cambiando. E sta cambiando proprio dopo un lungo periodo in cui alcune usanze giapponesi sono state messe più volte in discussione dall’estero e, anche a cause della crisi degli anni ’80, anche la gente qui ha iniziato a capire che vendere televisioni in tutto il mondo non significa essere un paese perfetto. Speriamo in bene per il futuro quindi.
Un po’ di rammarico però per come il Giappone è ora recepito all’estero. Pur comprendendo le nostre preoccupazioni e la gravità del problema c’è un po’ di tristezza nel vedere pochi turisti e pochi stranieri proprio adesso quando il turismo sembrava in piena espansione. D’altra parte però sembra che l’interesse per quello che l’estero pensa del Giappone sia salito. Diverse persone non solo mi hanno chiesto che cosa si dice del Giappone all’estero ma anche che cosa noi occidentali consigliamo di fare.
L’unica cosa che mi rattrista un po’ è vedere questa partecipazione popolare nel problema e questa voglia di cercare una soluzione ben sapendo che nelle sfere del potere corrotte cambierà ben poco e comunque non ci si può aspettare rivoluzioni.
Anche in questo, ancora una volta il Giappone ricorda molto l’Italia, con un po’ più di gentilezza e assurdità…

Ed è proprio dall’assurdità che parte la ragione della mia visita lampo: un colloquio di lavoro. Già qui viene spontaneo chiedersi: “Ma era proprio necessario andare fino a lì?”. La domanda diventa ancora più ovvia quando si considera che il colloquio era per lo stesso lavoro, lo stesso gruppo di lavoro, la stessa ditta e lo stesso edificio dove lavoravo durante il mio precedente anno in Giappone. Mi ha consolato sapere che anche i giapponesi stessi pensano che le tradizionali ditte giapponesi siano un po’ esagerate riguardo sistemi di assunzione. In effetti basta fare due calcoli veloci per capire quanto possa essere costato uno “scherzo” del genere alla ditta. La ragione ufficiale data da Mitsubishi per giustificare la necessità è che per essere assunto come dipendente devo fare l’esame di entrata e il colloquio al pari dei giapponesi. In parole povere io non sono diverso da nessuno e devo passare la procedura ufficiale come tutti. E fin qua la cosa potrebbe avere ancora un minimo di senso. Un senso di giustizia ed uguaglianza anche, viviamo in un mondo giusto e corretto dove ognuno ha le stesse opportunità, che bello! Ah sì? E allora perché io posso bocciare l’esame e perché sono dovuto venire qui per fare un esame che posso anche bocciare? Infatti l’esame d’entrata è un esame di cultura generale che comprende comprensione alla lettura (in giapponese), storia (giapponese), matematica e scienza (in giapponese). Ben sapendo che l’esame è difficile per i giapponesi stessi è stato deciso che gli stranieri possono anche bocciarlo… Inoltre al colloquio era presente il mio precedente capo che è stato colui che ha consigliato la mia assunzione e che mi ha fatto venire fino a qua, che dire, forse aveva già un’idea prima che iniziassi a parlare, o no?
Insomma viaggio pagato fino in Giappone per fare un esame che posso bocciare e un colloquio con persone che già conosco, logico vero? Beh, bentornato in Giappone mi sono detto. E tutto ha di nuovo senso!

Un saluto dall’Assurdistan,
Feli

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