Il mio terremoto


Sono sul treno, ancora. Il treno sembra essere uno dei posti ideali per scrivere. Silenzioso, anonimo e quando non si sa più che cosa scrivere basta guardare fuori dal finestrino con uno sguardo imbambolato per qualche minuto e come per magia riaffiora subito alla mente quanto si voleva scrivere. Questa volta però niente risaie o casette in legno con i tetti neri, ma imponenti montagne verdi, campi di grano e solidi casoni in cemento armato. In breve non sono in Giappone, ma in Svizzera. Una tratta ben conosciuta; la Chiasso – Zurigo, che mi porta alla città che mi ha cresciuto e rovinato, formato e reso felice: quella città dove ho passato 4 anni delle mia giovane e breve vita.

Da qualche giorno ho iniziato a leggere il libro di Pio D’Emilia fresco di stampa (e probabilmente ci vorrà ancora non più di un giorno per finirlo, visto la facilità di lettura e i contenuti vicini alla mia esperienza personale). Il libro si intitola “Tsunami nucleare” (editore Il Manifesto) e racconta l’esperienza personale dell’autore, Pio D’Emilia appunto, che come corrispondente di SKY TG24 si è ritrovato a coprire tutta la devastazione che ha colpito il Giappone in quel fatale venerdì 11 marzo. Un ottimo libro in cui si rispecchia l’amore e l’odio dell’autore per il Giappone mentre descrive, stupito (nonostante abiti da un ventennio circa in Giappone), la calma e la gentilezza dei giapponesi di fronte ad un evento di dimensioni mai viste nella storia recente del paese. Leggendolo non hanno potuto che venirmi alla memoria i ricordi di quei giorni, che sebbene ho vissuto da lontano difficilmente verranno cancellati dalla mia mente. E proprio leggendo il libro mi sono ricordato che avevo promesso (e mi ero promesso) di offrire un pezzo “giornalistico” tutto personale sulla vicenda e raccontare l’incredibile vicenda che per fortuna o purtroppo pochi stranieri in quel momento in Giappone possono raccontare.

Il tutto inizia in una stupenda spiaggia di Beppu. Beppu è una località termale nel nord del Kyushu, la grande isola che si trova al sud del Giappone, l’isola che per intenderci ospita la (purtroppo) celeberrima cittâ di Nagasaki e la meno conosciuta ma non per questo meno bella città di Fukuoka (qualche nuotatore si ricorda magari di questo nome dopo i mondiali di nuoto di qualche anno fa). Il Kyushu è un’isola scarsamente abitata (ad eccezione delle grosse città dove si accumula la gente) cosparsa di verdi montagne e colline e un grande numero di vulcani, molti dei quali ancora in attività. A causa del grande numero di vulcani esistono molte località termiche che approfittano del calore presente nel sottosuolo per scaldare corpi e anime dei turisti (perlopiù giapponesi) che le frequentano. Beppu è probabilmente una delle più grandi città del genere. I bagni termali si contano a decine (diverse decine) e osservando la città dall’alto si possono contare gli interminabili camini fumanti dove viene rilasciato il vapore in eccesso nei bagni. Io mi trovavo lì con Machiko, una ragazza che avevo conosciuto durante un volo di ritorno all’aeroporto di Parigi (dove cambiavamo entrambi aereo per Zurigo). Dopo averla “salvata” dalle trafile burocratiche dell’aeroporto di Parigi (il nostro volo era stato cambiato su Parigi perché Londra era chiuso per neve) e averla aiutata a fare i biglietti e imbarcarsi sul volo giusto utilizzando il mio frammentario francese, Machiko si sentiva in debito con me. Approfittando quindi del fatto che mi trovavo in vacanza a Fukuoka nei suoi giorni di libero (e non avendo programmi) mi ha proposto di portarmi a Beppu, circa due ore di auto da Fukuoka.
Quindi dopo essere stati in una onsen (bagno termale) con vista mare e aver mangiato un ottimo pasto giapponese, ancora accaldati per il bagno, decidiamo di dirigersi verso la spiaggia per un “must” della regione: un bagno di sabbie (o suna-onsen come direbbero i giapponesi). La sabbia della spiaggia, scaldata dall’acqua termale, viene cosparsa sul corpo coperto solo da una sottile yukata (una sorta di kimono estivo anche usato quando si esce dai bagni termali) lasciando scoperta solo la faccia. Di fronte a noi il mare, piatto come una tavola nonostante un filo di vento. Qualche gabbiano che si lamenta per la mancanza di pesci e la sagome di qualche industria in lontananza quasi a volere ricordare che il paradiso (in Terra) non esiste. Calma piatta e candore delle sabbie ci trasportano in un mondo che rimane connesso alla realtà tramite un sottile filo dorato; Morfeo mi soffia dolcemente sulla guancia rimasta scoperta e mi addormento. Altrettanto fa Machiko.
Ci svegliamo quando il caldo inizia ad essere non più un piacere ma una pena e dopo esserci levati di dosso i chili di sabbia ci dirigiamo verso le rispettive docce. Dopo essermi tolto ogni granello di sabbia e vestito mi dirigo ancora assonnato verso la saletta di attesa equipaggiata con una moderna TV a schermo piatto.
Le riprese dall’elicottero mostrano un’onda muoversi lenta verso la costa. Il tutto è accompagnato da diverso testo ma faccio fatica a comprendere di cosa si tratti. Cerco di sforzarmi e accumulare tutte le ore di studio passate a decifrare quegli strani segni e inizio a cogliere la prima parola: il primo simbolo sembra essere “tsu” e il secondo quello corrispondente a onda, ma non mi ricordo come si legge. Faccio lavorare la fantasia e guardando le immagini mi appare evidente che si tratti di uno tsunami. Di colpo anche il simbolo vicino a quel 8.9 mi appare famigliare: jishin (terremoto). 8.9 deve quindi trattarsi della magnitudo, una bella scossa! Pian piano riesco a decifrare le notizie che attraversano lo schermo e quando Machiko arriva in un misto tra preoccupazione e fierezza per essere riuscito a leggere mostro lo schermo. Lei con una naturalezza che credevo solo sua ma che si è dimostrata essere comune tra la gente del Sol Levante mi risponde: “Ah, uno tsunami, bisogna allontanarsi dalla costa.”
Infatti da lì a poco il personale del centro ci dice di uscire che è appena stato diramato un allarme tsunami per tutto il Giappone ed è necessario che andiamo. Si scusano, ovviamente. Li ringrazio, ovviamente. Niente giustifica una mancanza di cortesia, emergenze comprese.
Decidiamo quindi di tornare a Fukuoka, anche perché a Beppu abbiamo oramai fatto tutto. Nonostante il Kyushu disti a oltre mille chilometri dall’epicentro del terremoto dirigersi verso l’altro è una buona idea. Siamo entrambi tranquilli. Fukuoka rimane sulla costa occidentale del Giappone ed è una delle poche città dove non esiste nessun allarme tsunami (o l’altezza prevista non supera i 30 cm). Durante il viaggio di ritorno guido tenendo un occhio alla TV installata a bordo (ecco come succede che il numero di incidenti in Giappone sia così altro) anche se nella sperduta natura del Kyushu il segnale è quasi ovunque assente. Machiko dorme, è stanca dopo aver fatto la notte in bianco lavorando al turno notturno per un hotel poco lontano dalla stazione di Hakata dove lavora. Guardo il telefono e mi accorgo di avere ricevuto una telefonata dai miei genitori in Svizzera. Strano a quell’ora. Richiamo e mi accolgono delle voci stranamente preoccupate; parlano di devastazione, di un terremoto potente come non mai e mi chiedono ovviamente come stia. Io vista la perfetta giornata cullato dalle acque termali non potevo star meglio. Guardo la televisione che parla di una decina di morti e spiego come i terremoti siano una cosa normale in Giappone e come a me stesso sia già capitato di essere svegliato nella notte da una scossa. Niente di grave quindi, la sola scocciatura di avere i treni un po’ in ritardo al massimo.
Continuiamo il viaggio verso Fukuoka e iniziano a fioccare E-Mail sul mio telefonino. Molte dalla Svizzera, tutte che chiedono preoccupate di me e altrettante dal Giappone che si preoccupano per la mia salute e mi consigliano di stare lontano dalle coste. Provo a chiamare Machiko che non trova più il telefono e mi accorgo che le linee sono bloccate. In quella notte i messaggi mi arriveranno a singhiozzo, talvolta con ore di ritardo. Una mia amica a Tokyo è ferma in centro e non può tornare a casa visto il blocco dei trasporti. Tento di aiutarla contattando conoscenti che abitano a distanze a accettabili dal centro ma il ritardo nella messaggistica non aiuta e alla fine si rassegna. Anche i genitori di Machiko sono a Tokyo per lavoro. Eppure né lei né la sorella maggiore con cui vive sembrano essere preoccupate. “Non è meglio se li chiamiamo?” dice la sorella maggiore. Entrambi stanno bene ma sono anche loro bloccati in centro. Aeroporto e treni bloccati e hotel pieni. “Va beh, passeremo la notte qui.” si dicono quasi si trattasse di qualcosa di normale. Qualche problema anche all’hotel dove lavora Machiko dopo che i computer che gestiscono le transizioni delle carte di credito (quasi tutti a Tokyo) sono fuori uso. Ma a parte qualche problema “tecnico” non sembra essere successo niente di grave. Dieci morti (di cui parla la televisione) non sono niente per una città di 30 milioni di persone con grattacieli che passano i 300 metri di altezza colpita da un terremoto simile. Evidentemente i media e le autorità ancora non potevano valutare la situazione nel Tohoku in quel momento. La miriade di messaggi che mi arriva da amici giapponesi che mi raccontano di scene d’apocalisse quando la terra tremare mi preoccupano un po’, ma tutti stanno bene e la calma dei giapponesi che mi circonda mi contagia e dormo tranquillo. Al risveglio la televisione è ancora in diretta dalle scene della devastazione; durante la notte e per tutti i giorni a venire sarà un terribile leitmotiv. Il numero delle vittime è salito a oltre cento e ma si ipotizza che possano essere più di mille. In più si parla di un’emergenza nucleare. Tento di capire i dettagli e sembrerebbe un difetto al sistema di raffreddamento d’emergenza. Le barre di spegnimento sono state inserite completamente e correttamente appena la scossa è stata rilevata. Conoscendo bene il funzionamento di una centrale nucleare e la natura e gli effetti delle radiazione non mi preoccupo troppo del problema, specie confrontandolo con le immagini di devastazione che riguardano lo tsunami.

Quella mattina prevedevo di fare la mia ultima tappa in autostop: Fukuoka – Kagoshima. Ma le immagini non mi mettono di buono umore. Sono stato così tanto aiutato da quella gente e sono tutti stati così gentili con me che mi sento quasi in colpa a chiedere un passaggio proprio in un giorno così triste. Toccherebbe a me aiutare ora, penso. Alla fine mi guardo in giro e noto come nulla sia cambiato rispetto a qualche giorno prima. Farò come loro, penso: mi rialzo e continuo a fare quello che volevo fare, non sarà un terremoto a fermarci(mi).
In effetti l’unica persona ed essere cambiata quel giorno sembrava che fossi io. Tutti erano come al solito contenti ed entusiasti di potermi dare un passaggio e fare quattro chiacchiere con uno straniero nella loro lingua. I temi di conversazione erano i soliti: dalla cucina Svizzera alle montagne, il fatto che la Svizzera sia cara, come mai parlo l’italiano e che lingua si parla in Svizzera. In aggiunta qualcuno mi ha chiesto se in Svizzera ci fossero terremoti, ma la cosa non sembrava troppo di rilievo.

Penso che se ci sia una cosa che mi ha positivamente contagiato di quei primi giorni di terremoto è proprio questa naturalezza e tranquillità dei giapponesi. Li ho spesso catalogati come gente impaurita, timida e un po’ codarda eppure in quei giorni sembrava che il  ruolo si fosse invertito. I messaggi continuavano ad arrivare anche da gente che conoscevo poco. Tutti di aiuto per una persona come me poco abituata a terremoti e tragedie naturali in generale. Nell’ostello di Kagoshima regnava un’atmosfera unita e di gruppo tra i giapponesi e unica pecora nera erano i turisti stranieri che vagavano tra televisione e computer come delle pecore durante un temporale. Tra i giapponesi in quel gruppo c’era anche chi aveva famiglie vicino alle zone colpite eppure nessuno sembrava volere lamentarsi o piangersi addosso. Si limitavano a dire, sono sicuro che stiano bene e poi mi invitavano a sedermi con loro e bere qualcosa. Ricordo di aver letto un’intervista ad un autista di treno di Tokyo in quei giorni. La giornalista chiedeva: “Che cosa crede di fare adesso?” Con la naturalezza e la forza di chi sa rialzarsi anche dopo la peggiore delle cadute questi rispondeva: “E cosa vuole che faccia? Andrò avanti a fare quello che facevo finora.”
Insomma pian piano realizzavo la portata dell’evento ma tra stupore e meraviglia iniziavo però anche a conoscere un lato dei giapponesi che fino a quel momento mi era per me rimasto all’oscuro.

A preoccupare era solo la situazione a Fukushima. In realtà la cosa non preoccupava tanto me, che dopo avere passato due anni in una delle migliori università al mondo a studiare funzionamento e rischi delle centrali nucleari sapevo (o credevo di sapere) cosa stava succedendo. Il punto era proprio quello: le notizie della TEPCO arrivavano con ritardo e spesso lasciavano grossi dubbi circa la credibilità; cosa che ha fatto irritare non poco anche il primo ministro giapponese che è arrivato ad usare toni che un primo ministro di un paese tanto educato e formale userebbe. Inoltre iniziava ad esserci uno strano divario tra notizie estere e locali. Sinceramente non ho mai trovato carente l’informazione giapponese in fase di crisi (eccezione fatta ovviamente per i corrotti pesci grossi della TEPCO). Due volte al giorno il primo ministro Kan appariva con la sua ridicola giacchettina verdina e spiegava i fatti del giorno e rispondeva alle direttissime domande dei giornalisti. Quanto avverrebbe anche alle nostre latitudini in una situazione simile. Una delle mie principali difficoltà in quella fase era su quale media straniero fare affidamento. I giornali italiani sono subito stati scartati dopo avere letto di articoli che descrivevano in Giappone in panico (quando invece era l’esatto opposto) e aggiungevano poi pareri di esperti del nucleare che, letti da chi nel ramo qualcosa ci capisce, sembravano più un racconto di un bambino che parla dei propri incubi.
Quindi da una parte avevo famiglia, amici e media stranieri (in prima fila italiani e francesi) che vedevano una situazione apocalittica e volevano che rientrassi al più presto, dall’altra cercavo di farmi una lettura basata sulle mie conoscenze e cercare di decidere in modo indipendente. Va detto che dal momento del terremoto era previsto che rimanessi altre tre settimane in Giappone. Il mio pratico presso Mitsubishi finiva a fine febbraio e poi avevo previsto di farmi un mesetto di vacanza girando il Giappone. In sostanza quindi la mia presenza non era così indispensabile ma mi scocciava gettare al vento due settimane di vacanza che avevo già organizzato (e in parte pagato) e lasciare l’isola da codardo, ben sapendo che i rischi che correvo restando nel Kansai (quindi ben lontano da Fukushima) fossero minimi. La cosa in effetti mi pesava anche dopo tutto l’aiuto e l’affetto che avevo ricevuto proprio in quei giorni.
In Svizzera ho però amici e genitori e facendomi la promessa che sarei ritornato nella terra dei Samurai ho anticipato il volo di due settimane e mi sono imbarcato su un volo strapieno dell’Alitalia. Penso che sull’aereo fossi uno dei pochi dispiaciuti di partire, mentre la maggior parte della gente si lanciava in discorsi di tecnica nucleare e radiazioni e si lamentava del prezzo che hanno dovuto pagare per il biglietto (conosco gente che ha pagato 5000 Euro per anticipare di un giorno il volo…).

Rientrato in patria facevo fatica a vedere le immagini dei TG quando si parlava di Giappone. Un po’ perché mi facevano sentire un codardo per essere scappato di fretta e furia e un po’ perché spesso (specie sui canali italiani) apparenti giornalisti fornivano descrizioni di panico e realtà che poco si avvicinavano a quello che avevo potuto vedere con i miei occhi. Cosa che ancora più mi innervosiva era vedere come i giapponesi venissero visti come delle stupide galline in gabbia perlopiù radioattive e tossiche senza ricordare minimamente che migliaia di persone erano senza casa, cibo e benzina in pieno inverno. Evidentemente qualche giornalista inviato in direttissima in Giappone si è ritrovato a fare un servizio che più che ricalcare il particolare momento vissuto dal paese, riprendeva l’esperienza del giornalista stesso in un luogo a lui nuovo e sconosciuto.
Ho finito per leggere i giornali, dopo aver scelto quelli seri, per tenermi aggiornato sulle notizie.

Così come i giapponesi mi auguro che il tutto si possa risolvere al più presto. Purtroppo semprerebbe che dopo essere stati bacchettati dall’estero (in parte anche giustamente, ma in maniera decisamente esagerata) quegli antichi guerrieri sembrano iniziare a dubitare nelle proprie capacità (a differenza di come facevano subito dopo il terremoto). Per fortuna, come ha confermato la mia ultima visita, non manca l’entusiasmo e la voglia di fare che da sempre distingue questo paese. Per una volta, stranamente, forse più di loro sono io a crederci: Ganbarou Nihon! (facciamo del nostro meglio, Giappone!)

Feli

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