L’uomo: ecco perchè il Giappone non è tanto diverso dall’occidente

dicembre 3, 2011

Rieccomi!

Il tempo corre e due settimane sono già trascorse. Il tempo nella piccola scuola di giapponese di Fukuoka passa in fretta. Le lezioni pomeridiane consentono di dormire a lungo il mattino e nonostante mi sveglio relativamente presto per andare a farmi una corsetta al parco e ripassare un po’ le cose studiate il giorno prima, mi rimane tutto sommato poco tempo. Grazie a due ottime coinquiline e qualche amicizia di “lunga data” in loco non c’è tempo per annoiarsi e anche una semplice serata a casa più trasformarsi in una bella discussione sui temi che mi hanno portato in questo paese.
Avere due coinquiline asiatiche ma di paesi diversi con un “lungo” passato in occidente (rispettivamente 5 e 6 anni) consente di avere discussioni sensate ed interessanti circa le difficili relazioni tra i paesi asiatici stessi (solo per citarne una Cina e Taiwan) e il loro rapportarsi con l’occidente. Anche se alle nostre latitudini se ne parla poco (anche se lo strapotere della Cina sta suscitando interesse) i rapporti tra i paesi orientali sono tutt’altro che semplici e le ferite della seconda guerra mondiale, sebbene ormai chiuse, fanno ancora male. Nonostante la maggior parte della gente sia cosciente del fatto che sia inutile opporsi a gente che ha le stesse origini culturali ed etniche i governi continuano a diffondere l’appartenenza allo stato come base culturale da difendere e lodare.
Anche se il Giappone ha invaso e colonizzato Taiwan verso la fine del 19. secolo, Joyce (la mia coinquilina taiwanese) non ha assolutamente nulla contro Kim (l’altra coinquilina giapponese). Anzi, è proprio Joyce che ha scelto di venire in Giappone per imparare lingua, cultura ed usanze e d’altro canto Kim, avendo una collega taiwanese è più volte stata a Taiwan ed è una grande apprezzatrice della cucina locale. Insomma entrambe sono benissimo coscienti che la guerra è finita più di 60 anni fa e che non ha senso mettersi a litigare quando entrambi i paesi hanno origini culturali e etniche simili. Non proprio dello stesso parere i governi dei due paesi.
Allo stesso modo se volessimo andare a scavare nelle nostre radici entrambe (Joyce e Kim)  avrebbero molto da criticarmi circa la politica imperialista portata avanti dai paesi europei nei confronti dei paesi asiatici durante il 19. secolo. Taiwan stessa è stata una colonia portoghese ed olandese (in epoche diverse se non erro) e il Giappone è stato più volte forzato all’apertura da incursioni militari inglesi e americane. Seppur il mio passaporto non corrisponde a nessuno di questi paesi è comunque vero che ho la stessa faccia di quelle persone che più di cento anni fa si sono recate ad oriente allo scopo di conquistare. Per alcuni potrebbe essere un motivo sufficiente per detestarmi.
Per fortuna non per Joyce e Kim, che sono abbastanza intelligenti da capire che appartengo alla loro specie (l’uomo) e che non sono né responsabile e neanche condivido gli eventi della storia. Piena consapevolezza di essere persone, individui, che appartengono alla stessa specie e che si trovano a dovere condividere un pianeta sempre più piccolo e affollato.

L’uomo, insomma, ecco forse perché questa volta non sono rimasto tanto stupito dai giapponesi al mio arrivo nel paese del sol levante. Uomini; alla fine è quello che siamo e nonostante sfumature e differenze abbiamo gli stessi limiti e gli stessi difetti. L’incapacità di comprendere l’infinito per esempio. L’ignoranza circa la morte. Il bisogno di stare assieme. I saluti.

I saluti; così strani in Giappone. Penso che sia una delle cose che più disorienta uno straniero al primo contatto con questo arcipelago orientale. “È il giorno odierno”, “Faccia attenzione nel tornare a casa”, “Fai del tuo meglio”, “È un po’ una scortesia”, “Un po’ non c’è però”, “Non vivo”,”È stata una fatica”… Già solo traducendo letteralmente alcuni dei saluti giapponesi sembra tutto molto strano. Se poi si aggiunge il modo con cui vengono usati tutto suona ancora più strano.
Facciamo l’esempio che si chiama per telefono un amico mentre si trova al lavoro. Questi risponde e inizia la conversazione. Tra amici ovviamente non ci si sofferma in cortesie e dopo avere fatto le domande del caso tipo “Come stai?” o “Hai visto la partita ieri?” si arriva al motivo della chiamata. In italiano la conversazione finirebbe con un “Ciao” o qualcosa di simile a dipendenza di persone e dialetti. In Giappone la conversazione finisce con “Fai del tuo meglio” o “Impegnati al massimo” a dipendenza delle nuance nella traduzione.
Fine della giornata di lavoro durante la quale, causa poco lavoro, c’è stato ben poco da fare, l’impiegato saluta il capo “È stata una fatica oggi”, il capo risponde “Grazie dei tuoi sforzi”. La stessa scena si ripete dopo un viaggio in bus. Il passeggero ringrazia “Grazie tante” e l’autista risponde cortesemente con “È stata una fatica”.
Tra amici ci si trova la sera per andare a mangiare in un buon ristorante. Alla fine della serata ognuno torna a casa per la propria strada. Nakamura prende la linea di Takarazuka, Tanaka torna in bicicletta e Fujimoto invece torna in taxi. Gli amici si salutano lodando i loro sforzi della giornata come per gli esempi precedenti  (nonostante sia domenica e tutti avevano ferie) e poi si congedano ricordando di fare attenzione tornando a casa (è una splendida giornata di autunno senza vento ne gelo ne quant’altro possa essere pericoloso).
Entrata principale della Mitsubishi. All’entrata un’elegante signorina con un cappellino stile hostess e il vestito in tinta si inchina appena mi vede arrivare. Io saluto: “È un po’ una scortesia, il mio nome è Claudio.” Continuo spiegando la causa della mia visita e finisco con un cortese “Glielo chiedo gentilmente”.

Scene quotidiane in Giappone. D’altra parte i saluti e le cortesia sono parte di ogni cultura, così come lo sono di quella giapponese. Il tutto è così strano però… Eppure ci siamo mai soffermati a pensare alle nostre di usanze? Siamo così abituati a fare uso di saluti e forme di cortesia che ormai non pensiamo più al significato che avevano originariamente. Ne facciamo uso come strumenti di cortesia e sono diventate regole della convivenza sociale che sono parte della nostra cultura. Ogni cultura ha le proprie, perché come uomo ognuno ne sente il bisogno dell’uso.
“Schiavo, come stai?”, questo è quello che letteralmente ci diciamo ogni giorno quando ci salutiamo. Nessuno si sofferma sul significato reale, è solo un modo per salutarsi. “Mi scusi, potrebbe…”, che bisogno abbiamo di essere scusati ancora prima di fare la domanda?
Questo solo per citarne alcuni in uso nell’italiano. Nella svizzera tedesca per esempio c’è l’usanza di chiedere se il posto vuoto sul treno è libero. Questo indipendentemente dal fatto che il treno sia completamente vuoto o che si tratti di un treno di pendolari dove le persone sono le stesse ogni mattina sedute agli stessi posti. Si chiede e basta, è una cosa che si fa, senza badare al significato reale.
In Australia è usanza salutare la gente (conoscenti e perfetti sconosciuti) con un “Buongiorno, come stai?” e la gente solita rispondere “Bene, grazie”. Nessuno si aspetta il racconto dei problemi con la ragazza o le rogne al lavoro come risposta. È un modo come un altro per salutare ed è l’unico vero scopo che si cela dietro il termine. In Giappone si ringrazia per il faticoso lavoro anche quando non si è fatto niente. Cortesia, saluto. Quando si cerca il significato letterale vero tutto sembra strano. Ma alla fine è così importante che cosa diciamo come saluto se il solo scopo è quello di salutarci? Non siamo alla fine soltanto uomini che hanno un bisogno di cortesia per vivere meglio in società? E allora ecco che il Giappone non sembra tanto lontano e i giapponesi non così strani.

Un saluto a tutti,
Feli-san e/o Claudio-kun (alternative anche Kura-chan o Kura-pyon)