Fine del divertimento… si inizia a lavorare

gennaio 14, 2012

Avevo promesso di scrivere all’incirca una volta alla settimana e purtroppo non sono riuscito a mantenere la promessa… Le scusanti sono molte, anche se sono tutte delle buone scuse ma nessuna mi giustifica. Le principali sono fondamentalmente due: il lavoro e la vita da zingaro.
Ero stato abituato bene sul lavoro ad avere molto tempo libero ed essere esonerato da molti lavori che richiedevano conoscenza del giapponese o statuto di impiegato. Purtroppo (o per fortuna sotto molti punti di vista) adesso che sono un impiegato “vero” ci sono molti lavoretti che posso fare e che devo fare e la scusante del giapponese non è più valida perché ormai è a tutti evidente che le mie nozioni, perlomeno sul piano orale, sono sufficienti per capire che cosa devo fare e come va fatto. Inoltre la sicurezza della Mitsubishi ha fatto un passo avanti (o indietro, a dipendenza dei punti di vista) ed ora non riesco più a utilizzare i trucchetti vecchi che utilizzavo per scrivere sul blog e mandare e-mail. A dire la verità ho già trovato una scappatoia, ma comunque non riesco a trovare il tempo per scrivere.
La seconda scusante come detto è la mia vita da zingaro. Negli ultimi due mesi sono stato in 5 posti differenti ed ho abitato per più di una settimana in 3 diverse città. Mi sono abituato all’idea di non avere un vero e proprio letto, ma di accontentarmi di un qualche materasso messo per terra in via temporanea. Anche camera mia si presenta più come una dispersione di vestiti e oggetti che come dovrebbe essere una camera che si rispetti. Ma sono in fase transitoria e causa inverni giapponesi il tempo che passo in camera è il tempo che dormo, quindi non mi lamento di questa situazione e ne approfitto per usarla come scusante.

Dall’ultima pubblicazione di tempo ne è passato. Poco più di un mese in effetti, ma sono successe così tante cose che non mi sembra possibile che tutto questo sia potuto passare in un solo mese.
Ho lasciato Fukuoka, peccato. Fukuoka probabilmente è e rimane la mia città preferita in Giappone (anche se Osaka sta velocemente guadagnando posizioni…). Partiamo da considerazioni geografiche. Fukuoka si trova al sud del Giappone, a poche ore di traghetto dalla Corea del Sud e in una zona poco urbanizzata. Il che significa che in poche ore è possibile fuggire dal Giappone e trovarsi in un paese con lingua, cultura e cibo differenti. Un vantaggio non indifferente visto che in genere per uscire dal Giappone è necessario prendere un aereo che oltre al prezzo comporta non pochi svantaggi, sia di tempo che di controlli per la sicurezza e affini.
Inoltre, come detto, Fukuoka è la città più grossa del Kyushu, l’isola principale più a sud del Giappone. Il Kyushu è un isola poco urbanizzata e molto diversificata nel paesaggio e nei luoghi. Si passa dai paesaggi vulcanici di Sakura-jima e Aso-san, alle spiagge di Miyazaki, i giardini di Kumamoto, i bagni termali di Beppu  e il verde che riempie tutta l’isola. Le sue dimensioni abbastanza limitate rendono possibile il giro dell’isola in una settimana e non è difficile trovare mete per il weekend.
E poi c’è Fukuoka, la città. Una città che però, viste le sue “moderate” dimensioni e l’ubicazione in una regione appunto non molto urbanizzata, traspira un aria di campagna. La gente è ancora alla buona e la città stessa non mira a grandi prospettive economiche ma piuttosto a instaurarsi come una città vivibile. Non da ultimo va detto che Fukuoka è forse una delle poche città che conosco in Giappone dove esiste una vera e propria spiaggia a distanza ciclabile dal centro. Una piccola Miami giapponese. Per chiudere questo piccolo paragrafo di lode va detto che anche a livello storico-culturale Fukuoka svolge un ruolo importante essendo stata una delle città giapponese che più ha subito influenza dal resto dell’Asia. Vista la vicinanza alla Corea e quindi, indirettamente, anche alla Cina è sempre stata una città di scambi commerciali che a loro volta hanno favorito influenze culturali. Che dire, se passate da queste parti una città che vale la pena visitare (in periodi balneabili possibilmente).

Come dicevo, ho lasciato Fukuoka, peccato. Peccato perché alla fine ero come in vacanza lì. È vero, avevo la scuola, ma non penso che si possa definire impegnativo 3 ore di lezione al giorno, specie quando oramai il giapponese già lo si parla e si tratta “solo” di raffinarlo. Peccato perché ho conosciuto molta gente in gamba, di quelle che non è facile trovare da queste parti. In primis ovviamente le mia due ex-coinquiline, Joyce e Kim con le quali ho potuto avere discussioni molti interessanti e raramente banali. Anche se il fatto di potere passare all’inglese quando i temi diventavano veramente complessi rappresenta un vantaggio, non penso che sia a causa di questa componente linguistica che ho apprezzato le mie due coinquiline. Penso veramente invece che il fatto avere tutti un’esperienza comune abbia contribuito molto nell’apprezzarsi a vicenda. A questo va poi aggiunta la passione per il Karaoke e la buona (e abbondante) cucina da tutti condivisa.

Ho lasciato la scuola, peccato. Peccato perché le insegnanti erano veramente eccezionali. Ognuna/o con pregi e difetti ma tutte motivate e allegre (scusate se prediligo l’uso del femminile, ma la grande maggioranza delle insegnanti erano donne…). Un onore poi avere avuto come insegnante di “cultura del lavoro giapponese” l’ex direttore del giornale più grande del Kyushu. Anche lui uno di quei personaggi che capita di incontrare raramente in Giappone, ma che quando si incontra difficilmente si dimentica. Laureato in economia ha iniziato a lavorare come giornalista a 24 anni (subito finito l’università) ed ha lavorato per lo stesso giornale per tutta la vita fino al pensionamento. Un giapponese all’antica come tanti si potrebbe pensare, ed invece mi ritrovo un signore rispettabile che conosce la cultura giapponese nei dettagli per passione e per interesse e nonostante ciò non mostra nessun segno di nazionalismo ma anzi, si dedica al suo insegnamento agli stranieri. Ricordo che ogni tanto la sera parlando con Kim finivo per il raccontarle la mia lezione e lei, pur essendo giapponese, rimaneva impressionata per la chiarezza con il quale Sashide (il nome del mio ex maestro) riusciva a spiegare concetti complessi su cui anche lei non aveva mai veramente riflettuto. Ed in più Sashide riusciva sempre a farlo con un filo di ironia e non si offendeva se a volte facevo domande molto critiche e non mi accontentavo della prima risposta.
Poi c’era tutto l’esercito di maestre. Più femminili (ovviamente) e spesso molto emotive come spesso accade da queste parti. Con molte differenze però; si passava da Yumiko con lunga esperienza all’estero e nell’insegnamento ad alti livelli, una conoscenza perfetta dell’inglese e metodi molto rigidi a Mami con cui si finiva sempre per parlare di svariati temi concentrandosi meno su grammatica e scritto.  E poi ci sono le sorprese. Emi che ho avuto come maestra per solo pochi giorni mi ha salutato con un complimento che ho molto apprezzato, anche vista la sincerità con cui l’ha detto: “Sono fiera che uno come te abbia deciso di venire nel nostro paese. Perché sei una persona che ama e sa apprezzare la gente.”
Non nascondo il fatto che ho apprezzato molto il complimento anche se posso benissimo capire le ragioni da cui scaturisce. In genere in effetti le scuole di giapponese private sono popolate da amanti dei fumetti dei cartoni animati che hanno come solo interesse sapere leggere il giapponese per poter leggere i fumetti e capire la lingua per potere vedere i cartoni animati (anime) anche senza sottotitoli. Gente di solito abbastanza antisociale con poco interesse alle persone e alla conversazioni. Ci sono poi gli insegnanti di inglese. In genere gente in gamba, ma purtroppo se ne trovano anche molti che, essendo nulli nel loro paese, vengono in Giappone ben sapendo che come stranieri occidentali si gode di popolarità. Gente che evito ma che è inevitabile incontrare. Per ultimi poi ci sono coreani e cinesi (in genere, ma molti altri a seguire) che vengono in Giappone per giustificate ragioni economiche. Tra quelli prima citati sono decisamente i migliori, ma spesso però sono molto impegnati negli studi e nella ricerca di un lavoro che hanno poco tempo a disposizione da passare con gli amici e gli insegnanti della scuola.
Io ero un po’ un caso a parte e ben visto da tutti. Invidiato dai cinesi per il fatto di avere un lavoro (ben pagato per il Giappone), invidiato dagli otaku (ossessionati di fumetti e cartoni animati giapponesi) per il fatto di sapere leggere e capire il giapponese e stimato dalle insegnanti per il fatto di essere venuto in Giappone spinto da un interesse generale per la gente, la cultura e la lingua.  E poi, a differenza di quasi tutti, uno dei pochi che ci si possa aspettare che torni.

Insomma, lasciare Fukuoka e la scuola è stato un vero peccato, ma è anche vero che lavorare tocca a tutti e non potevo permettermi di continuare la “vacanza” in eterno. Eppure, forse perché mi ero abituato al peggio, l’impatto con il mondo del lavoro in Giappone è stato molto più soffice di quanto mi aspettavo.
Il fatto di conoscere già i miei colleghi e di sapere che lavoro mi aspettava mi ha aiutato tanto. Inoltre il fatto di avere finalmente qualcosa da fare è un fatto decisamente positivo visto che ai tempi del pratico avevo giornate intere senza un impiego in cui il tempo sembrava non passasse mai. In più essendo un regolare impiegato ho accesso a tutti i documenti e sono abilitato ad usare tutti i macchinari, rendendomi così utile ad aiutare i colleghi. Anche loro ormai hanno capito che non sono più un ospite in fase di studio e mi chiedono spesso aiuto per i lavoretti più vari: una qualche misurazione, un piccolo programma per il computer, una mano forte per lavori di forza,…
Il fatto di sentirsi utile ed avere qualcosa da fare rende motivante il lavoro.
Di negativo rimane la mole burocratica a cui sono sottoposto e i continui permessi necessari per fare ogni cosa, ma d’altra parte ero preparato a questa eventualità e, da buon italiano, conosco tutti i trucchi per sviare le regole e per trovare una scappatoia quando necessario.

Insomma, nonostante in vacanza si sta sempre meglio, non posso lamentarmi del mio lavoro. Inoltre, un po’ a sorpresa, mi è stata data l’opportunità di svolgere un dottorato presso un’università giapponese in parallelo al lavoro. Ovviamente dovrei passare gli esami di entrata e pagare la retta, ma l’idea di avere un tema mio personale e di disporre di un giorno la settimana per recarmi all’università è un’ottima opportunità e allevierebbe un po’ del peso della burocrazia creata dalla ditta.

Sperando di riprendere presto il ritmo di un post alla settimana vi saluto.
Prossimo tema in programma: il capodanno giapponese.

Claudio (Feli)