Freddo…

febbraio 4, 2012

C’è una domanda che mi viene chiesta ogni volta che dico di essere svizzero: “Ah, sei svizzero… Deve fare freddo in Svizzera, vero?”. La risposta che do in questo periodo dell’anno è chiara e concisa: “Noooooo!”.

Eppure cercando veloce  su internet è subito fatto confrontare i dati delle città svizzere con quelle giapponesi e scoprire che in effetti la Svizzera è più fredda del Giappone. Sfogliando velocemente i dati meteorologici di Zurigo e Osaka nei mesi di gennaio e febbraio si nota una differenza di circa 6°C (Zurigo con una temperatura media di poco sotto lo zero e Osaka circa 6°C).

Ma allora che cosa mi porta a dire che il Giappone sia più freddo della Svizzera? La risposta è principalmente una: i riscaldamenti in casa.
A molti potrà sembrare strano che in un paese come il Giappone che viene visto come un paese altamente tecnologico e avanzato mancano i riscaldamenti in casa, ma invece è purtroppo così. Il classico riscaldamento a serpentina posto sotto la finestra e riscaldato con acqua calda dalla caldaia in cantina non esiste in Giappone. L’unica regione che può permettersi un sistema di riscaldamento simile è Hokkaido, isola più a nord, dove le temperature raggiungono anche -20°C e quindi vivere senza un sistema di riscaldamento centrale sarebbe impossibile.
Nel resto del Giappone si sopravvive senza riscaldamento. Ma come si vive allora?

Molti nelle giornate più fredde decidono di utilizzare i condizionatori d’aria (presenti ovunque in Giappone ed essenziali d’estate), che, nella modalità inversa, possono scaldare l’aria anziché raffreddarla, ma, oltre ad essere un enorme spreco energetico, l’aria viene essiccata e il rischio è quello di svegliarsi la mattina con il mal di gola.
Un’altra possibilità molto diffusa sono le stufette a petrolio. Viva il risparmio energetico e l’ecologia, ancora una volta… In pratica sono stufette portatili alimentate a petrolio (o cherosene, non so di preciso che cosa brucino) che viene bruciato all’interno per scaldare i locali. Forse è necessario ripetere il concetto: petrolio viene bruciato all’interno di un locale per scaldare lo stesso. Ci sono due punti abbastanza eloquenti a riguardo.
Primo: per quanto ecologici e super-sofisticati possano essere gli apparecchi in questione si tratta comunque di respirare i gas nocivi derivanti dalla combustione del petrolio. Inoltre le lezioni di chimica mi ricordano che una combustione avviene in presenza di ossigeno e ha come prodotto l’anidride carbonica. In breve se utilizzate troppo a lungo le stufette finiscono col ridurre il contenuto di ossigeno del locale con conseguente rischio soffocamento. Il rischio in realtà in Giappone non esiste perché le case sono così mal isolate che c’è sempre uno spiffero di aria che entra a fare da ricambio. Nonostante ciò i produttori di stufette consigliano sempre di arieggiare completamente il locale ogni 30 minuti circa. Insomma; quando finalmente il locale è riscaldato è necessario arieggiarlo; viva il risparmio energetico, ancora una volta.
Secondo punto circa le stufette a petrolio: molte delle case giapponesi sono tuttora costruite in legno e hanno il pavimento in tatami (piante di riso essiccate e allineate per formare una sorta di “tappeto”, come paglia in breve). È necessario che spieghi in dettaglio che cosa mi preoccupa nella combinazione petrolio-legna-paglia? Per chi non l’avesse ancora capito propongo di chiedere alla centrale dei pompieri più vicina.

Ma il modo che preferisco per combattere il freddo è il kotatsu. Il kotatsu è una sorta di tavolino con annessa una coperta sotto il quale è posto un piccolo riscaldamento (consiglio di cercare qualche foto su internet per capire meglio di cosa si tratta). Quando ci si siede al tavolo si mettono le gambe sotto la coperta e si accende il piccolo riscaldamento. Anche se il locale resta di per sé freddo è possibile mangiare con calma e fare quattro chiacchiere senza pensare il freddo circostante. Al momento vivo in una casa condivisa in cui siamo in 7 e il salotto, dove è posto il kotatsu, è l’unico posto dove è sempre possibile trovare qualcuno. Si mangia assieme, si chiacchiera, si guarda la tele e si beve. Non è raro trovare qualcuno al mattino che, assopito dal calduccio e magari qualche bicchiere di troppo, rimane vittima del tepore del kotatsu. Un modo molto sociale e amichevole per trovare compagnia e un po’ di caldo nei freddi mesi invernali.

Un ultimo trucco contro il freddo delle case giapponesi è il bagno. Quando ci si immerge nell’acqua calda per mezz’oretta non si sente il freddo per la mezz’oretta che segue. È quindi possibile mettersi sotto le coperte (congelate) camminando sui pavimenti (congelati) senza notale il fatto che la biancheria stesa stia iniziando a congelare.
Le case giapponesi possono mancare di riscaldamento, lavatrice, lavastoviglie e molte altre cose, ma l’unica cosa che non mancherà mai è l’acqua calda. Una misera soddisfazione…

Inutile dire che il risveglio al mattino mi ricorda i film di guerra in cui le truppe tedesche si muovono verso la Russia e finiscono per morire assiderate. In genere dormo con un training pesante, la cuffia e due paia di calze. Ho anche considerato l’ipotesi di dormire con la tuta da sci nel caso le temperature dovessero ulteriormente scendere ma fino adesso non sembra essere il caso.
Al risveglio le temperature in camera oscillano tra i 0.4°C (record stabilito venerdì mattina) e i 5°C circa. Uscire dalle coperte e mettersi i vestiti ghiacciati e il primo dei molti shock termici della giornata. Prendo il pane e la marmellata (che conservo in camera visto che è freddo quanto il frigorifero) e corro direzione salotto dove mi aspetta il caldo kotatsu. I miei coinquilini sono già lì. Bene, almeno il kotatsu è già caldo e pronto ad ospitare le mie gambe in cerca di tepore. “Ben svegliato, fa freddo…” mi dicono. “Ben svegliati, porca (biiit) fa freddo sì” aggiungo. Le conversazioni sul freddo continueranno fino alle 9 di mattina circa. Esco dal kotatsu per lavare i piatti che ho usato e arriva il secondo shock termico. Di fretta mi lavo i denti (sempre in salotto). Mi vesto (leggero shock termico provocato dalla giacca congelata) ed esco di casa notando come la temperature interna ed esterna siano identiche.
Arrivato al lavoro si sussegue il coro dei colleghi: “Fa freddo” inizia il primo, “Fa freddo sì” aggiunge il secondo. “A Sanda nevicava” precisa un terzo, “Deve fare freddo allora” constatano gli altri. “A Osaka fa freddo pure lì?” chiede un altro. “Ovvio che fa freddo” rispondo. “Eppure sei svizzero, dovresti essere abituato…”; ecco, è in questo preciso istante mi sforzo a rimanere cordiale ed evito un “no” secco che sarebbe lo sfogo di tutti gli shock termici del mattino. Con il sorriso e una sforzata cordialità preciso: “In Svizzera farà freddo fuori, ma almeno è caldo in casa”. In quel momento arriva un altro collega che, dopo aver salutato aggiunge: “Fa freddo”, e tutta la conversazione re-inizia da zero.

È dal salotto, con le gambe sotto il kotatsu, che vi scrivo e da qui vi saluto, sperando che la biancheria nella lavatrice non si sia congelata…

Un caloroso saluto 😉
Claudio

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Natale IT = Capodanno JP

febbraio 4, 2012

Rieccomi, deciso a raccontare delle usanze giapponesi durante il periodo di festa invernale, particolari come sempre ma molto simili sotto certi punti di vista alle nostre abitudini occidentali.

Grazie alla scelta tattica di iniziare a lavorare il 16 di dicembre, dopo meno di due settimane ero già in vacanza. Il 16 perché secondo regole Mitsubishi è il giorno stabilito per iniziare, non importa se il 16 dicembre era un venerdì. Quindi l’inizio è stato molto graduale. Un giorno di lavoro, due di vacanza (il weekend), poi una settimana piena e ancora 3 giorni prima delle vacanze invernali. Una settimana per tutti gli impiegati, anche se non sono pochi che ne approfittano per fare il ponte e accumulare così quasi 2 settimane di vacanza consecutive prendendosi solo pochi giorni di libero.

Le vacanze invernali sono tra le più importanti dell’anno. Sono forse le uniche in cui quasi tutti i giapponesi e tutte le ditte chiudono, un po’ come il giorno di Natale alle nostre latitudini. Il primo dell’anno il Giappone sembra fermarsi per un giorno e le autostrade sono gli unici luoghi trafficati.

Ma andiamo con ordine, iniziando con il Natale. Il Natale che in Giappone è stato importato e come spesso accade ha il solo fine commerciale di aumentare gli introiti di grandi ditte. Anche in Giappone infatti c’è gente interessata a fare i soldoni e cosa c’è di meglio se non introdurre un giorno “festivo” in cui è assolutamente necessario fare i regali? Nel caso del Natale la grande pensata l’hanno avuto il settore alberghiero e KFC (ovvero Kentucky Fried Chicken, catena americana di fast-food). Visto che il Natale originariamente in Giappone non esisteva e che i giapponesi sono facilmente influenzabili da pubblicità e iniziative mediatiche, hanno pensato bene di diffondere l’idea che in occidente sia tradizione passare la giornata di Natale con la propria moglie/fidanzata e che sia necessario offrirle una serata da sogno con cena costosa e albergo di lusso. Se possibile poi si deve andare a mangiare il pollo al KFC visto che è tradizione fare così nei paesi occidentali. Quest’immagine distorta è ormai radicata nelle credenze giapponesi e chi ha avuto l’idea di introdurla ne approfitta per aumentare i profitti nel periodo natalizio.

Nonostante il giorno di Natale non sia un giorno di vacanza in Giappone è molto sentito dai centri commerciali ed i negozi che decorano con luci le vetrine e addobbano alberi di Natale in perfetto stile occidentale. Anche le strade vengono spesso addobbate con luci ed illuminazioni particolari e, in perfetta opposizione alle strette regole di consumo energetico vigenti, ogni città fa a gara per avere le illuminazioni più grandi, colorate ed impressionanti. Anche se i fini del Natale sono strettamente commerciali sarebbe sbagliato dire che non si sente il Natale in Giappone. Quest’anno (l’anno scorso ero tornato per Natale) mi sono addirittura permesso il lusso di assistere alla messa della vigilia. Non tanto per credenza cristiana ma più che altro per abitudine natalizia.
Potrà sembrare strano ma anche da queste parti esistono le chiese ed i preti. La messa di Natale in giapponese è qualcosa che può fare veramente ridere. Tutto è uguale a quanto accade in Europa. Lettura di pezzi della Bibbia, canti e predica del prete. Devo veramente ammettere che, lingua a parte, avrei avuto difficoltà a distinguere una messa giapponese da una europea. Piccola eccezione fatta per i canti, che in Giappone sembrano essere molto sentiti e che ognuno canta alla perfezione. A quanto pare il Karaoke non fa solo danni…

Fortunatamente quest’anno il Natale cadeva di domenica, così che ho potuto fare un giorno di vacanza e la tradizionale cena di Natale che al posto della famiglia si è svolta con gli amici. Una decina di persone che si sono radunate a casa di Gabriel, un mio amico francese da cui mi sono fermato per un paio di settimane. Ognuno si è occupato di preparare qualcosa di particolare, passando da cibi prettamente occidentali a pietanze più orientali. Compagnia a parte la cena era decisamente degna di un cenone di Natale il che mi ha quasi fatto dimenticare la distanza.

Ma il vero Natale quest’anno è arrivato con il nuovo anno. Infatti la principale festa giapponese è proprio il capodanno. È a capodanno che le famiglie si uniscono e anche chi vive lontano fa il possibile per rientrare per l’anno nuovo e passare i primi giorni dell’anno in famiglia. Le autostrade e i treni nel periodo di capodanno ricordano molto l’esodo di ferragosto in Italia, con milioni di persone che ritornano nel proprio luogo di origine per visitare genitori e parenti.

Anche io, pur non avendo una famiglia in Giappone, ho deciso da adattarmi alle usanze ed andare a visitare la mia famiglia di accoglienza a Kanazawa. Un’ottima scelta che mi ha consentito di sentire da vicino l’esperienza del capodanno nipponico.
Visto il suo lavoro di cuoca, l’okaa-san (la mamma “adottiva”) è stata impegnata durante i giorni prima del capodanno a preparare o-sechi-ryori, il tradizionale pasto di capodanno. Secondo tradizione infatti nei primi 3 giorni dell’anno non si cucina e si mangia tutto il tempo questo tipico pasto di capodanno che è stato preparato negli ultimi giorni del vecchio anno. Nonostante le tradizioni vadano cambiando e al o-sechi-ryori si affiancano altri pasti è comunque vero che ha un ruolo importante e l’immagine del capodanno.
Altra peculiarità del capodanno giapponese sono le pulizie di fine anno. Per consentire la piena tranquillità nei primi giorni dell’anno è buona tradizione pulire a fondo la casa negli ultimi giorni del vecchio anno. Una vera e propria pulizia scrupolosa, quelle che da noi potrebbero essere le pulizie primaverili, consentendo così il pieno ozio nell’inizio del nuovo anno. Non dovendo cucinare né pulire l’inizio del nuovo anno è veramente tranquillo. Tanto che al rientro sul lavoro più della metà dei colleghi erano in ferie approfittando del ponte (giovedì e venerdì) e i pochi fedeli erano radunati in un piccolo laboratorio lontano dagli occhi dei capi a giocare con il telefonino. La scusa descrive perfettamente come hanno passato il capodanno: “Non avendo fatto assolutamente niente nei primi giorni dell’anno non riusciamo ad iniziare a lavorare… Devi scusarci ma abbiamo bisogno di qualche giorno di adattamento al lavoro.”

Ma torniamo a me. Se ho iniziato il post dicendo che il capodanno giapponese e il Natale occidentali si assomigliano allora ci dovrà essere anche un pizzico di religione. Ed infatti a San Silvestro tutti i giapponesi si radunano nei templi per suonare la fatidica campana.  Ci si mette in fila ordinati all’entrata del tempio e si aspetta con pazienza il proprio turno per potere esprimere un desiderio per il nuovo anno e spingere con forza un grosso tronco contro la campana del tempio. Essendo il mio oto-san (il padre “adottivo”) della penisola di Noto (una penisola poco abitata a nord di Kanazawa) al tempio c’era poca gente; tutti abitanti della zona. L’atmosfera era di quelle da romanzi del periodo Edo (quello dei Samurai per intenderci): tempio buddista immerso all’interno di una foresta piuttosto fitta, a cui si arriva dopo avere percorso una strada in salita per diverso tempo, lanterne di fuoco accese nel cortile interno del tempio e monaci in toga che si aggirano scandendo preghiere incomprensibili. Se non fosse per l’usanza giapponese di fare le foto a tutto avrei potuto dire di trovarmi in un’altra epoca!

Finita la cerimonia al tempio, rientro a casa, non dopo avere salutato la famiglia dell’oto-san e cenetta di mezzanotte a base di “spaghetti-giapponesi” e o-mochi, ovvero una sorta di concentrato di riso da immergere nella minestra. L’o-mochi è un’altra tradizione di capodanno; viene prodotto con del riso bollito che viene schiacciato fino a quando diventa una pasta uniforme e poi può essere conservato a lungo termine. L’aspetto è quello di un cubetto di cera abbastanza dura e bianca, che però una volta immerso nella minestra diventa morbido ed è così possibile mangiarlo. Sembra che ogni anno nel periodo di capodanno ci sia un qualche vecchietto/a, che non volendo rinunciare alla tradizione mangia il mochi per intero e finisce con il rimanere soffocato/a…

Alla mattina di capodanno sveglia di buon ora e partenza per la prefettura di Mie, dove vive la “nonna” (cioè la mamma della mia oka-san). Da Kanazawa a Mie sono 5 ore abbondanti di auto, tra autostrada e stradine locali che solo chi fa la tratta spesso conosce. Un viaggio che potrebbe sembrare tranquillo, se non fosse per la presenza, tra i membri di equipaggio, di Tayo-san, il nipotino della oka-san, bambino di 2 anni e mezzo super-attivo.
Arrivati a Mie c’era tutta la famiglia ad aspettarci. La nonna, ormai avanti con l’età, e tutti i fratelli e sorelle della oka-san, compreso, in via eccezionale, il fratello minore, che ormai da 17 anni vive negli Stati Uniti. Una presenza eccezionale, visto che di rado torna in Giappone.
Ma senza dubbio una persona molto interessante. Ormai bi-lingua (inglese e giapponese), di formazione ingegnere nucleare ma ora attivo nell’ingegneria meccanica; come il sottoscritto insomma. Interessanti solo le ragioni che l’hanno spinto a lasciare il Giappone.
Avendo lavorato nell’industria nucleare giapponese aveva percepito i rischi e la mancanza di preparazione e di serietà nel settore e, dopo avere tentato inutilmente di sollevare il problema ha deciso di partire e di trasferirsi negli Stati Uniti. Secondo lui il problema non sta tanto nella tecnologia, che per quanto sempre rischiosa è comunque all’avanguardia e ben studiata, ma quanto nella componente umana. Molta gente che lavora nelle centrali non conosce la materia (si riferiva soprattutto ai manovali e quelle centinaia di persone che fanno lavoretti “semplici”) e non saprebbe come comportarsi in situazioni di emergenza. Inoltre la popolazione vicina spesso è altrettanto poco preparata e nel caso di Tokyo anche un’evacuazione sarebbe praticamente impossibile. Era proprio quest’ultimo uno dei punti su cui enfatizzava: il Giappone, arcipelago montagnoso, con poche parti abitabili già densamente popolate non offre scampo in caso si emergenze nucleari. È proprio per questo che ha deciso di andare negli Stati Uniti. Anche lì esistono molte centrali, ha aggiunto, ma al peggio posso prendere l’auto e percorrere centinaia di chilometri nel deserto in zone poco abitate che sarebbero facilmente evacuabili.

Insomma, nell’insieme sono riuscito ad avere un Natale tra amici e un capodanno in “famiglia”: il modo migliore per iniziare il nuovo anno.

Con ritardo, ma sempre valido,
buon anno a tutti!