Il pozzo verde dietro l’angolo

maggio 6, 2012

Finito il primo post rieccomi ad addentare il secondo. Sono ispirato ed ho poco sonno. Strano, visto che è appena finita una settimana di vacanza parecchio intensa culminata oggi con il matrimonio di un mio collega in cui tanto per cambiare ero l’unico ospite straniero.
Oramai mi ci sto abitando visto che abito  in una casa con otto giapponesi, lavoro in una ditta dove su circa mille impiegati solo 9 sono stranieri e solo un paio occidentali. Sono comunque ben lungi dal credermi un locale. Vado ben fiero dei miei due passaporti (quello svizzero ed italiano) e sono ben cosciente di essere cresciuto in una cultura differente che è e rimane la base del mio modo di pensare. Ma sono però felice che finalmente dopo oramai (o solamente) un anno e mezzo vengo considerato come Claudio, la persona particolare, e non Claudio lo straniero. Insomma faccia e accento diverso ma a rendermi particolare ora è la mia personalità e le mie esperienze e non più il mio passaporto. Ormai tra i colleghi sono uno di loro, ho perso ormai tutti i vantaggi che avevo nell’essere lo straniero. Niente più riduzioni nei discorsi alle cene, niente astensioni alle riunioni,… L’unico piccolo vantaggio che ancora mi rimane (che in realtà è più una scusa) è quello che avere problemi a leggere il giapponese.
Mi è capitato addirittura di recente che mi venisse chiesto se sono nato in Giappone visto che mi trovavo con 3 amici giapponesi che parlavano dialetto locale e non avevo particolare problemi a seguire la conversazione.

Insomma, le mie conoscenze linguistiche si raffinano e inizio a capire la differenze locali, le mie amicizie si affittiscono e inizio ad avere un’idea più completa di quella che è la società dove vivo. Di pari passo anche le mie conoscenze geografiche e del territorio migliorano e scopro di vivere in un paese piuttosto diverso da come lo conoscevo fino a qualche mese fa. Il perno di questa mutata concezione si spiega con la magia che una bicicletta può fare.

Ho abitato a Sanda (45 minuti di treno dal centro di Osaka, direzione nord) per 9 mesi e non avendo avuto ne bicicletta ne auto durante quel periodo mi sono limitato a prendere il bus pendolare che collega il quartiere residenziale densamente abitato alla stazione che collega Osaka. Guardando dalla finestra del sesto piano dove abitavo si vedeva qualche casetta e palazzone in vicinanza e montagne in lontananza. Ho sempre avuto voglia di vedere che cosa si nascondesse oltre quelle cime verdi, dove conducevano quelle strade che dalla cittadina si dirigevano nel nulla, che cosa si nascondeva nei boschi verdi, ma non ho mai veramente avuto i mezzi per farlo. Tutto è cambiato questa volta quando ho deciso di portare con me in Giappone la mia fedele mountain-bike. Non c’è niente di meglio che una buona bici ed un pilota curioso e allenato per scoprire la campagna.
E così sono partito dalla grigia stazione che la mattina e la sera si popola di pendolari vestiti di nero ed affrettati con la valigetta a salire sui frequenti treni che portano in centro e sono andato in direzione opposta, verso la campagna. Non più di 30 minuti di leggera pedalata lungo il fiume che qualche settimana fa si è tinto di bianco al fiorire dei ciliegi e di fronte a me si pone un muro. Una diga, ma molto diversa dalle classiche muraglie grigie costruite per produrre corrente. Una diga costruita in sassi all’inizio del ‘900 e dove l’acqua in eccedenza cade lungo il muro donando alla parete grigio-verde coperta di muschi sfumature bianche danzanti. Salgo le scale che costeggiano la diga con la bici sulle spalle e scopro un bacino artificiale di un azzurro limpido con una barchetta ancorata quasi fosse un piccolo porto sul mare. Continuo sul sentiero che segue lungo il piccolo bacino e tra rospi che brontolano e uccelli che cinguettano scopro una varietà di piante che non credevo si potessero trovare a queste latitudini.
Decido di lasciare il sentiero del laghetto (impercorribile in bici che fino a quel momento mi sono portato sulle spalle) e prendo un sentiero laterale. La stradina conduce lungo un ruscello tranquillo quando improvvisamente sbuca un campo da golf. Era ovvio che il mio piccolo paradiso non poteva proseguire in eterno. Sono costretto a passare per l’unica via che conduce sotto il campo da golf infangandomi le scarpe ma per fortuna a breve ritorno nel mio mondo incantato. Il bosco finisce e arrivo in una piccola pianura con campi di riso e casette sparse a casaccio. Continuo per l’unica strada presente poco trafficata e le case diventano sempre meno. Accanto alla strada da entrambi i lati campi di riso ancora incolti che a breve verranno inondati per essere poi popolati di innumerevoli piantine che in autunno produrranno chili e chili di riso. Le fermate di bus che ogni tanto si intravedono lungo la strada sembrano più dei paletti piantati per dare un tratto di rosso al paesaggio che vere e proprie stazioni del servizio pubblico. Continuo sempre dritto su quell’unica strada senza conoscere la destinazione. La strada inizia salire e si entra di nuovo nel bosco. Ad una ad una devo scalare tutte le marce e si inizia a sudare seriamente. Poi di colpo, in mezzo agli alberi, dal nulla, una casa ricoperta da un tetto in paglia. Una casa da tè! Aperta e accogliente. Mi fermo a prendere dei warabi-mochi e un ottimo tè e continuo per la salita. Si sale ancora per 15 minuti e poi inizia la discesa. Dopo avere passato un tempio ed un cimitero tradizionale enorme e tutto sommato pittoresco nonostante la sua funzione, iniziano i campi di tè. All’incrocio svolto a destra e la strada, deserta, diventa sempre più piccola. Così piccola da scomparire dentro un campo di tè. Mi sono perso. Salgo oltre la collina poco distante per avere un’idea di dove mi trovo e dove rimane la città. Con mia sorpresa una distesa di piccole montagne verdi mi si para di fronte. La città è solo un ricordo. Con un’ora di treno e un’oretta abbondante di bici sono in mezzo alla natura, alla campagna. Ci ho abitato così vicino per quasi un anno e non ho mai avuto la possibilità di rendermene conto. La prova definitiva del fatto che sono in campagna ce l’ho quando chiedo alla prima vecchiettina che trovo quale strada devo prendere per Sanda. Con un filo di stupore per vedere uno straniero in bici in un luogo “così desolato” e con una lingua e una gentilezza di altri tempi mi illustra la strada e si congeda con calma.
Continuo sulla strada illustratami e re-iniziano i campi di riso, le case si fanno sempre più numerose e grosse e piano piano sbuco di nuovo nella cittadina si Sanda. Un’oretta di treno e sono in centro Osaka.

Dall’aereo, guardando verso il basso, mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse in mezzo a tutto quel verde e quanto sarebbe stato difficile raggiungere quel pozzo di natura per scappare dal grigiore del centro nei limpidi giorni di primavera. Ora lo so, e so anche che quel paese spesso descritto come grigio e sovrappopolato ha segreti che aspettano di essere scoperti. Tutto quello che serve è una bici. Una buona bici ed un pilota curioso e ben allenato. Eccomi.

A breve il post sulle regioni disastrate dal terremoto e tsunami, un po’ di pazienza 😉
Feli (Claudio)

shurou


Casa dolce casa

maggio 6, 2012

Rieccomi!

Come al solito devo arrendermi ai fatti ed ammettere che nonostante le promesse il mio ultimo post data febbraio… La ragione (o meglio la scusa) è che vivo un una casa molto animata. Sono in quella che in Europa potrebbe essere definita sotto alcuni aspetti una comunità hippy. Hippy nello stile giapponese comunque, quindi non bisogna immaginarsi gente intorno al fuoco che suona la chitarra in un campo di grano mentre si fuma spinelli. Fondamentalmente il concetto è il seguente: una casa grande in centro condivisa da molte persone che hanno piacere a passare il tempo assieme e condividere esperienze, opinioni e racconti di viaggio. Per essere più dettagliati abito in una casa a 10 minuti di bici dal centro di Osaka con 5 camere e mezzo (una camera è praticamente il corridoio, quindi conta metà…) e un numero variabile di 6-9 persone che la abitano. Una cosa che forse avrete notato è che il numero di persone è superiore al numero di camere. La cosa è dovuta al fatto che ci sono camere che vengono usate da due persone, cosa che in Europa suona piuttosto strana ma che in Giappone diventa indispensabile vista la densità di popolazione nelle città, gli affitti e i salari di chi non ha un titolo di studio universitario e non intende essere sfruttato. La cosa positiva è in Giappone anche il fatto di condividere la camera (già piccola di sua) con una seconda persona non sfocia in litigi. Il secondo fatto che spicca all’occhio è il modo in cui ho indicato il numero dei miei coinquilini: 6, trattino, 9. La spiegazione sta nel fatto che c’è molta gente che rimane solo qualche mese in attesa di trovare un appartamento e che alcuni dei miei coinquilini tornano spesso dai genitori che non abitano molto lontano. Conseguenza del fatto è che nonostante sulla carta ci siano al momento 8 persone nel momento in cui scrivo siamo solo in 3.

All’inizio non è stato facile ad abituarmi alla casa. Una casa vecchia, con le pareti fini e con molta gente che la abita. Conseguenze dirette sono il freddo d’inverno, il caldo d’estate, il rumore (sia interno che esterno) e il fatto di non potere sapere ne decidere quanta gente ci troverai quando torni a casa. I problemi fin dall’inizio sono stati di natura pratica: il freddo, il rumore, il letto (che non ho mai avuto e che forse ricevo il weekend prossimo) e qualche topolino che ci ha fatto visita (la casa è sempre pulita e ben tenuta, ma essendo vecchia c’è sempre un qualche buco dove piccoli topolini possano nascondersi 😉 ). Le soluzioni sono state altrettanto pratiche: più coperte, tappi alle orecchie la notte e trasferimento nella camera più isolata e tranquilla e qualche materasso impilato per formare qualcosa di simile ad un letto.

Qualcuno forse si starà chiedendo se non ci sia un posto migliore o perché non me ne sono ancora andato. La ragione è abbastanza ovvia ed evidente per chi abbia letto la prima parte: la gente. Siamo una piccola ma funzionale comunità. Comunità sarebbe già troppo, visto che penso che nessuno si sente membro di essa, me compreso, ma è forse l’unico vocabolo che più si avvicina al significato a cui voglio arrivare. Insomma, senza pretese ne meriti, chi abita in questa piccola casa è gente semplice che ha piacere a stare con altra gente. Una cosa forse nuova e particolare per il Giappone è che chi abita in questa casa non ha nessun tipo di relazione che possa essere ricondotta al luogo di lavoro, alla scuola che ha frequentato o a legami parentale (e io penso di essere l’esempio migliore). Otto giapponesi e uno svizzero/italiano che hanno trovato i dettagli per questa casa su internet è che hanno scelto di viverci. Abbiamo un’ingegnere (il sottoscritto…), una veterinaria, una laureata in svedese, un impiegato in una catena di fast-food, una studentessa, un’impiegata di commercio, una disoccupata (ancora per poco, tra non molto inizia forse in un ristorante italiano) e una ragazza che lavora in un cosiddetto girl’s bar.  Tra quelli che hanno lasciato la casa si contempla un consulente di carriera per studenti, un clown (professionista, perditempo astenersi prego) e una ragazza che secondo fonti poco affidabili lavora come barista a Singapore. Hippy un po’ particolari quindi, non un caso visto che scrivo dal Giappone, noto per non essere proprio in linea con il resto del mondo. Alle 6 del mattino il salotto, l’unico locale condiviso, è un viavai di gente. Chi si alza presto per viaggi di lavoro in località varie, chi inizia presto di suo, chi prepara il pranzo da portarsi in ufficio, chi arriva con il bus notturno da Tokyo per sfruttare a pieno l’unico giorno di vacanza settimanale,… Vi chiederete quindi perché mi ostino a chiamarla una piccola “comunità hippy” quando quasi tutti hanno un lavoro e si alzano alle 6 del mattino per andare al lavoro.

La ragione è che fondamentalmente si condivide un po’ di tutto, ci si aiuta in caso di bisogno, c’è chi cucina, c’è chi pulisce, c’è chi si occupa di riparare e/o aiutare con problemi con computer e/o telefonini vari, che chi svuota il sacco dei rifiuti,… E cosa forse unica del Giappone è che non c’è bisogno di nessun tipo di organizzazione (o un minimo indispensabile) e che in oltre 4 mesi non ho mai assistito a nessun tipo di litigio. Insomma una ragione sufficiente per restare e per resistere all’estate che senza aria condizionata sarà un forno. E poi, fatto comunque da considerare, per essere un po’ meno romantici e idealisti, diciamolo, pago veramente poco di affitto 😉 .

Ed eccoci quindi tornati al dilemma iniziale: la scusa che spiega perché in 3 mesi non ho trovato il tempo di scrivere. Lavoro che si fa sempre più interessante ed impegnativo, vero. Un sempre maggiore numero di conoscenze che mi occupano weekend e serate, vero. Voglia di viaggiare e girovagare nel tempo libero, vero. Ma la ragione principale che spiega la mia assenza è che quando torno a casa trovo sempre e sicuramente qualcuno che ha qualcosa da raccontarmi e/o finisco a fare chiacchiere di viaggi e esperienze.
Punto positivo: il mio giapponese continua a migliorare; punto negativo: sto iniziando a parlare il dialetto locale…

Vi lascio quindi dal salotto, dove nonostante l’una di notte siamo in 3 a chiacchierare,
a presto,
Claudio (Feli)