Casa dolce casa


Rieccomi!

Come al solito devo arrendermi ai fatti ed ammettere che nonostante le promesse il mio ultimo post data febbraio… La ragione (o meglio la scusa) è che vivo un una casa molto animata. Sono in quella che in Europa potrebbe essere definita sotto alcuni aspetti una comunità hippy. Hippy nello stile giapponese comunque, quindi non bisogna immaginarsi gente intorno al fuoco che suona la chitarra in un campo di grano mentre si fuma spinelli. Fondamentalmente il concetto è il seguente: una casa grande in centro condivisa da molte persone che hanno piacere a passare il tempo assieme e condividere esperienze, opinioni e racconti di viaggio. Per essere più dettagliati abito in una casa a 10 minuti di bici dal centro di Osaka con 5 camere e mezzo (una camera è praticamente il corridoio, quindi conta metà…) e un numero variabile di 6-9 persone che la abitano. Una cosa che forse avrete notato è che il numero di persone è superiore al numero di camere. La cosa è dovuta al fatto che ci sono camere che vengono usate da due persone, cosa che in Europa suona piuttosto strana ma che in Giappone diventa indispensabile vista la densità di popolazione nelle città, gli affitti e i salari di chi non ha un titolo di studio universitario e non intende essere sfruttato. La cosa positiva è in Giappone anche il fatto di condividere la camera (già piccola di sua) con una seconda persona non sfocia in litigi. Il secondo fatto che spicca all’occhio è il modo in cui ho indicato il numero dei miei coinquilini: 6, trattino, 9. La spiegazione sta nel fatto che c’è molta gente che rimane solo qualche mese in attesa di trovare un appartamento e che alcuni dei miei coinquilini tornano spesso dai genitori che non abitano molto lontano. Conseguenza del fatto è che nonostante sulla carta ci siano al momento 8 persone nel momento in cui scrivo siamo solo in 3.

All’inizio non è stato facile ad abituarmi alla casa. Una casa vecchia, con le pareti fini e con molta gente che la abita. Conseguenze dirette sono il freddo d’inverno, il caldo d’estate, il rumore (sia interno che esterno) e il fatto di non potere sapere ne decidere quanta gente ci troverai quando torni a casa. I problemi fin dall’inizio sono stati di natura pratica: il freddo, il rumore, il letto (che non ho mai avuto e che forse ricevo il weekend prossimo) e qualche topolino che ci ha fatto visita (la casa è sempre pulita e ben tenuta, ma essendo vecchia c’è sempre un qualche buco dove piccoli topolini possano nascondersi 😉 ). Le soluzioni sono state altrettanto pratiche: più coperte, tappi alle orecchie la notte e trasferimento nella camera più isolata e tranquilla e qualche materasso impilato per formare qualcosa di simile ad un letto.

Qualcuno forse si starà chiedendo se non ci sia un posto migliore o perché non me ne sono ancora andato. La ragione è abbastanza ovvia ed evidente per chi abbia letto la prima parte: la gente. Siamo una piccola ma funzionale comunità. Comunità sarebbe già troppo, visto che penso che nessuno si sente membro di essa, me compreso, ma è forse l’unico vocabolo che più si avvicina al significato a cui voglio arrivare. Insomma, senza pretese ne meriti, chi abita in questa piccola casa è gente semplice che ha piacere a stare con altra gente. Una cosa forse nuova e particolare per il Giappone è che chi abita in questa casa non ha nessun tipo di relazione che possa essere ricondotta al luogo di lavoro, alla scuola che ha frequentato o a legami parentale (e io penso di essere l’esempio migliore). Otto giapponesi e uno svizzero/italiano che hanno trovato i dettagli per questa casa su internet è che hanno scelto di viverci. Abbiamo un’ingegnere (il sottoscritto…), una veterinaria, una laureata in svedese, un impiegato in una catena di fast-food, una studentessa, un’impiegata di commercio, una disoccupata (ancora per poco, tra non molto inizia forse in un ristorante italiano) e una ragazza che lavora in un cosiddetto girl’s bar.  Tra quelli che hanno lasciato la casa si contempla un consulente di carriera per studenti, un clown (professionista, perditempo astenersi prego) e una ragazza che secondo fonti poco affidabili lavora come barista a Singapore. Hippy un po’ particolari quindi, non un caso visto che scrivo dal Giappone, noto per non essere proprio in linea con il resto del mondo. Alle 6 del mattino il salotto, l’unico locale condiviso, è un viavai di gente. Chi si alza presto per viaggi di lavoro in località varie, chi inizia presto di suo, chi prepara il pranzo da portarsi in ufficio, chi arriva con il bus notturno da Tokyo per sfruttare a pieno l’unico giorno di vacanza settimanale,… Vi chiederete quindi perché mi ostino a chiamarla una piccola “comunità hippy” quando quasi tutti hanno un lavoro e si alzano alle 6 del mattino per andare al lavoro.

La ragione è che fondamentalmente si condivide un po’ di tutto, ci si aiuta in caso di bisogno, c’è chi cucina, c’è chi pulisce, c’è chi si occupa di riparare e/o aiutare con problemi con computer e/o telefonini vari, che chi svuota il sacco dei rifiuti,… E cosa forse unica del Giappone è che non c’è bisogno di nessun tipo di organizzazione (o un minimo indispensabile) e che in oltre 4 mesi non ho mai assistito a nessun tipo di litigio. Insomma una ragione sufficiente per restare e per resistere all’estate che senza aria condizionata sarà un forno. E poi, fatto comunque da considerare, per essere un po’ meno romantici e idealisti, diciamolo, pago veramente poco di affitto 😉 .

Ed eccoci quindi tornati al dilemma iniziale: la scusa che spiega perché in 3 mesi non ho trovato il tempo di scrivere. Lavoro che si fa sempre più interessante ed impegnativo, vero. Un sempre maggiore numero di conoscenze che mi occupano weekend e serate, vero. Voglia di viaggiare e girovagare nel tempo libero, vero. Ma la ragione principale che spiega la mia assenza è che quando torno a casa trovo sempre e sicuramente qualcuno che ha qualcosa da raccontarmi e/o finisco a fare chiacchiere di viaggi e esperienze.
Punto positivo: il mio giapponese continua a migliorare; punto negativo: sto iniziando a parlare il dialetto locale…

Vi lascio quindi dal salotto, dove nonostante l’una di notte siamo in 3 a chiacchierare,
a presto,
Claudio (Feli)

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