Il pozzo verde dietro l’angolo


Finito il primo post rieccomi ad addentare il secondo. Sono ispirato ed ho poco sonno. Strano, visto che è appena finita una settimana di vacanza parecchio intensa culminata oggi con il matrimonio di un mio collega in cui tanto per cambiare ero l’unico ospite straniero.
Oramai mi ci sto abitando visto che abito  in una casa con otto giapponesi, lavoro in una ditta dove su circa mille impiegati solo 9 sono stranieri e solo un paio occidentali. Sono comunque ben lungi dal credermi un locale. Vado ben fiero dei miei due passaporti (quello svizzero ed italiano) e sono ben cosciente di essere cresciuto in una cultura differente che è e rimane la base del mio modo di pensare. Ma sono però felice che finalmente dopo oramai (o solamente) un anno e mezzo vengo considerato come Claudio, la persona particolare, e non Claudio lo straniero. Insomma faccia e accento diverso ma a rendermi particolare ora è la mia personalità e le mie esperienze e non più il mio passaporto. Ormai tra i colleghi sono uno di loro, ho perso ormai tutti i vantaggi che avevo nell’essere lo straniero. Niente più riduzioni nei discorsi alle cene, niente astensioni alle riunioni,… L’unico piccolo vantaggio che ancora mi rimane (che in realtà è più una scusa) è quello che avere problemi a leggere il giapponese.
Mi è capitato addirittura di recente che mi venisse chiesto se sono nato in Giappone visto che mi trovavo con 3 amici giapponesi che parlavano dialetto locale e non avevo particolare problemi a seguire la conversazione.

Insomma, le mie conoscenze linguistiche si raffinano e inizio a capire la differenze locali, le mie amicizie si affittiscono e inizio ad avere un’idea più completa di quella che è la società dove vivo. Di pari passo anche le mie conoscenze geografiche e del territorio migliorano e scopro di vivere in un paese piuttosto diverso da come lo conoscevo fino a qualche mese fa. Il perno di questa mutata concezione si spiega con la magia che una bicicletta può fare.

Ho abitato a Sanda (45 minuti di treno dal centro di Osaka, direzione nord) per 9 mesi e non avendo avuto ne bicicletta ne auto durante quel periodo mi sono limitato a prendere il bus pendolare che collega il quartiere residenziale densamente abitato alla stazione che collega Osaka. Guardando dalla finestra del sesto piano dove abitavo si vedeva qualche casetta e palazzone in vicinanza e montagne in lontananza. Ho sempre avuto voglia di vedere che cosa si nascondesse oltre quelle cime verdi, dove conducevano quelle strade che dalla cittadina si dirigevano nel nulla, che cosa si nascondeva nei boschi verdi, ma non ho mai veramente avuto i mezzi per farlo. Tutto è cambiato questa volta quando ho deciso di portare con me in Giappone la mia fedele mountain-bike. Non c’è niente di meglio che una buona bici ed un pilota curioso e allenato per scoprire la campagna.
E così sono partito dalla grigia stazione che la mattina e la sera si popola di pendolari vestiti di nero ed affrettati con la valigetta a salire sui frequenti treni che portano in centro e sono andato in direzione opposta, verso la campagna. Non più di 30 minuti di leggera pedalata lungo il fiume che qualche settimana fa si è tinto di bianco al fiorire dei ciliegi e di fronte a me si pone un muro. Una diga, ma molto diversa dalle classiche muraglie grigie costruite per produrre corrente. Una diga costruita in sassi all’inizio del ‘900 e dove l’acqua in eccedenza cade lungo il muro donando alla parete grigio-verde coperta di muschi sfumature bianche danzanti. Salgo le scale che costeggiano la diga con la bici sulle spalle e scopro un bacino artificiale di un azzurro limpido con una barchetta ancorata quasi fosse un piccolo porto sul mare. Continuo sul sentiero che segue lungo il piccolo bacino e tra rospi che brontolano e uccelli che cinguettano scopro una varietà di piante che non credevo si potessero trovare a queste latitudini.
Decido di lasciare il sentiero del laghetto (impercorribile in bici che fino a quel momento mi sono portato sulle spalle) e prendo un sentiero laterale. La stradina conduce lungo un ruscello tranquillo quando improvvisamente sbuca un campo da golf. Era ovvio che il mio piccolo paradiso non poteva proseguire in eterno. Sono costretto a passare per l’unica via che conduce sotto il campo da golf infangandomi le scarpe ma per fortuna a breve ritorno nel mio mondo incantato. Il bosco finisce e arrivo in una piccola pianura con campi di riso e casette sparse a casaccio. Continuo per l’unica strada presente poco trafficata e le case diventano sempre meno. Accanto alla strada da entrambi i lati campi di riso ancora incolti che a breve verranno inondati per essere poi popolati di innumerevoli piantine che in autunno produrranno chili e chili di riso. Le fermate di bus che ogni tanto si intravedono lungo la strada sembrano più dei paletti piantati per dare un tratto di rosso al paesaggio che vere e proprie stazioni del servizio pubblico. Continuo sempre dritto su quell’unica strada senza conoscere la destinazione. La strada inizia salire e si entra di nuovo nel bosco. Ad una ad una devo scalare tutte le marce e si inizia a sudare seriamente. Poi di colpo, in mezzo agli alberi, dal nulla, una casa ricoperta da un tetto in paglia. Una casa da tè! Aperta e accogliente. Mi fermo a prendere dei warabi-mochi e un ottimo tè e continuo per la salita. Si sale ancora per 15 minuti e poi inizia la discesa. Dopo avere passato un tempio ed un cimitero tradizionale enorme e tutto sommato pittoresco nonostante la sua funzione, iniziano i campi di tè. All’incrocio svolto a destra e la strada, deserta, diventa sempre più piccola. Così piccola da scomparire dentro un campo di tè. Mi sono perso. Salgo oltre la collina poco distante per avere un’idea di dove mi trovo e dove rimane la città. Con mia sorpresa una distesa di piccole montagne verdi mi si para di fronte. La città è solo un ricordo. Con un’ora di treno e un’oretta abbondante di bici sono in mezzo alla natura, alla campagna. Ci ho abitato così vicino per quasi un anno e non ho mai avuto la possibilità di rendermene conto. La prova definitiva del fatto che sono in campagna ce l’ho quando chiedo alla prima vecchiettina che trovo quale strada devo prendere per Sanda. Con un filo di stupore per vedere uno straniero in bici in un luogo “così desolato” e con una lingua e una gentilezza di altri tempi mi illustra la strada e si congeda con calma.
Continuo sulla strada illustratami e re-iniziano i campi di riso, le case si fanno sempre più numerose e grosse e piano piano sbuco di nuovo nella cittadina si Sanda. Un’oretta di treno e sono in centro Osaka.

Dall’aereo, guardando verso il basso, mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse in mezzo a tutto quel verde e quanto sarebbe stato difficile raggiungere quel pozzo di natura per scappare dal grigiore del centro nei limpidi giorni di primavera. Ora lo so, e so anche che quel paese spesso descritto come grigio e sovrappopolato ha segreti che aspettano di essere scoperti. Tutto quello che serve è una bici. Una buona bici ed un pilota curioso e ben allenato. Eccomi.

A breve il post sulle regioni disastrate dal terremoto e tsunami, un po’ di pazienza 😉
Feli (Claudio)

shurou

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One Response to Il pozzo verde dietro l’angolo

  1. emanuele lovece ha detto:

    CIAO volevo chiederti alcune informazioni su fukuoka. Con la nostra azienda vorremmo venire a settembre per fare dei progetti su impianti fotovoltaici e volevo chiederti se ci fosse la possibilità di collaborare dato che sei ingegnere e stiamo incontrando serie difficoltà nel reperire un partner locale in giappone

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