Stranieri: manuale utente

novembre 13, 2012

Prendo spunto da un recente articolo apparso sulla versione online del Japan Times, principale giornale giapponese di lingua inglese, che leggo usualmente durante la pausa pranzo, mentre con le bacchette mi cibo del mio bentou (pasto completo in una scatoletta) quotidiano.

L’articolo in questione (riportato cliccando qui in versione originale) tratta di una faccenda piuttosto nota agli occidentali che vivono in Giappone. Faccenda nota particolarmente a quelli che ci vivono ormai da diversi anni. Sto parlando delle conversazioni a senso unico a cui si è sottoposti ogni qual volta si incontra una persona nuova.
Sappiamo benissimo anche noi che per rompere il ghiaccio all’inizio di una conversazione con uno sconosciuto siamo soliti fare le solite domande e “investigare” nei soliti ambiti. “Da dove vieni?” o “Che cosa/lavoro fai?” sono le domande più frequenti. In genere però poi pian piano le conversazioni iniziano a diventare più variate e partendo per esempio dal lavoro si inizia a parlare di quell’amico che anche lui faceva l’operaio e che adesso è sposato con una francese. “Ah si? Anch’io ho vissuto in Francia per 2 anni, dove vive il tuo amico?” Insomma ci basta un qualsiasi incipit, un qualsiasi indizio perché la strada prenda una direzione nuova e a volte inaspettata. Tratto abbastanza normale nelle conversazioni a cui siamo abituati è poi  il fatto che l’interazione è duplice: ogni risposta dell’interlocutore può essere usata per porre una nuova domanda, il che vale ovviamente anche viceversa. Tralasciando quindi i casi in cui non c’e nessun interesse/luogo in comune tra gli interlocutori, le conversazioni proseguono in maniera costruttiva passando da punti di interesse di uno e dell’altro e fermandosi su quelli in comune.
Penso che la descrizione piuttosto “tecnica” portata avanti finora basti per farsi un’idea di quale tipo di conversazione mi sto riferendo. Incontri a matrimoni, feste, conferenze,… sono forse gli esempi più tipici. Finora quindi tutto chiaro, spero, perlomeno per quel che riguarda il capitolo “occidente”.

Vengo ora al punto di come queste conversazioni si svolgono tra un giapponese e un occidentale. Si inizia dalla domanda ovvia, scontata, ma anche tutto sommato giusta e legittima: “Da dove vieni?”. Niente di strano, è ovvio che avendo a che fare con un raro occidentale a queste latitudini venga spontaneo sapere da dove venga. Questa domanda a volte viene posta con un inglese zoppicante spesso nella forma pietosamente tranciata del “Where from?” (omettendo quindi il “are you”). A domanda ovvia risposta chiara: “Sono svizzero.” (Qui devo precisare che avendo doppia nazionalità e ritenendomi culturalmente sia svizzero che italiano esistono anche situazioni in cui rispondo “Sono italiano”. Diciamo che la mia scelta di nazionalità dipende dal contesto in cui mi trovo e dalla mia voglia di spiegare successivamente che lo svizzero non è una lingua ma in Svizzera esistono 4 lingue nazionali). Rispondendo in giapponese (visto che anche quando la domanda viene posta in inglese nella maggior parte dei casi è l’unica cosa che l’interlocutore sa dire in inglese) scatta subito il primo “micro-attacco”: “Come parli bene il giapponese!”. Ho detto una sola frase, che chiunque imparerebbe in meno di 5 minuti e già mi sono preso un complimento. Visto che parlo giapponese viene quindi di conseguenza la seconda domanda: “Da quanto tempo sei in Giappone?”. E rispondendo che mi trovo qui da circa 2 anni segue una nuova serie di versi per elogiare le grandi doti di giapponese dimostrate in appena una decina di parole. Si tenta quindi di spiegare che in realtà una lingua può essere imparata, che vivendo in un paese estero è relativamente semplice imparare la lingua locale avendo interazioni quotidiane con la gente del posto. Nonostante la spiegazione i complimenti continuano aggiungendo che sono molto intelligente. Ancora non sono passati i due minuti di conversazione e già mi sono sentito dire più volte che sono intelligente perché parlo una lingua estera. Mentre tento ancora di spiegare che in Europa è abbastanza comune che la gente parli due o tre lingue (o perlomeno non così raro) il mio interlocutore sembra perdere attenzione, forse perché la casellina “lingue parlate” del suo questionario è ormai completa e si deve passare al prossimo punto. “Sei studente?” al che segue la risposta “No, lavoro”. Spiego quindi che sono ingegnere in una ditta giapponese (evito di dire che lavoro per la Mitsubishi perché a queste latitudini equivale ad essere dipendenti di Dio o qualche entità simile e seguono quindi inutili complimenti e versi vari). Sentendo questa risposta si passa alla domanda successiva che, nel questionario mentale dell’interlocutore, corrisponde al caso seguente: “4/1 – caso in cui lo straniero lavora per una ditta giapponese; soluzione: il soggetto lavorava per la ditta in questione nel proprio paese ed è stato trasferito (deportato) in Giappone”. Arriva quindi veloce la domanda: “Ti hanno trasferito in Giappone?”… Salto la risposta anche se per completezza al lettore posso dire che no, ho iniziato a lavorare in Giappone e sono stato assunto dopo un regolare colloquio avvenuto in giapponese nella sede locale (Osaka) della ditta. Come un regolare impiegato giapponese quindi. Mi sto già innervosendo. Ho avuto questa conversazione mille volte e ancora per la millesima volta mi trovo in situazione di difesa, schiacciato dalle domande martellanti e senza scampo del mio interlocutore. Ma, non avendo completato il suo questionario continua: “Quanti anni resti ancora in Giappone?”.
E qui mi fermo; mi fermo perché penso che siano già evidenti alcuni elementi che distinguono questa conversazione da quella che potrei avere con una comune persona in Europa.

Punto primo: la conversazione è mono-direzionale. È quasi impossibile fuggire alle domande ed è altrettanto difficile farne. Che cosa posso chiedere? Da dove vieni?! Sarei scemo visto che lui è ovviamente giapponese. Gli faccio i complimenti per il suo giapponese perfetto (già sperimentato per altro)?! Ma sì, ride; ma poi continua con l’elenco interminabile. Non ho via di scampo, la prima mezz’ora (nei casi migliori) è un monologo in cui vengo tartassato di domande.

Ma (punto due) la cosa più difficile da digerire a lungo termine (diciamo dopo un anno che si vive in Giappone) è il carattere duplice delle domande. Torniamo all’inizio; i complimenti per il giapponese. Le prime volte si è contenti, porta motivazione allo studio e comunque fa sempre bene un po’ di supporto. Ma con il tempo si inizia a capire che i giapponesi considerano la loro lingua come qualcosa che solo chi ha il passaporto nipponico può capire e parlare. È per loro impossibile pensare che anche chi non ha quel prezioso passaporto possa parlare la loro lingua, anche chi non ha geni orientali. Se devo pensare che occidentali nati e cresciuti in Giappone, che considerano il giapponese la loro lingua madre si sentono porre la stessa domanda e gli stessi complimenti, non posso fare altro che avere un senso di solidarietà nei loro confronti. Situazione simile per la domanda concernente la lunghezza del periodo per il quale si intende rimanere. La domanda, nella forma e anche nell’intenzione dell’interlocutore, non vuole essere cattiva, ma di fatto lascia sottintendere che il Giappone non è un posto per restare e che ogni straniero deve considerarsi di passaggio. Anche qui mi viene da pensare a tutti quei cinesi e coreani che pur non avendo il passaporto sono nati e cresciuti qui e che, dovessero tornare nel loro paese, non saprebbero dunque dove andare.

Con questo non voglio accusare i giapponesi di essere razzisti. Qualcuno lo è sicuramente, ma, come dappertutto si tratta di una minoranza e la maggior parte della gente vuole semplicemente vivere in pace ed in armonia. So bene che nel fare queste domande “a doppio senso” (e sempre le stesse) nessuno dei miei interlocutori voleva offendermi o farmi sentire a disagio, ma è proprio qui il problema principale della faccenda. Visto che nessuno è in grado di recepire che anziché mostrare il proprio interesse mi sta attaccando e seccando, è anche impossibile fermare gli attacchi. Se dovessi dire qualcosa del tipo “La prego, possiamo interrompere questa banale conversazione?” non farei altro che mettere in confusione l’interlocutore che non riesce a capire che cosa sta sbagliando e tenterebbe semplicemente di essere più gentile, magari usando un linguaggio più elegante (e quindi meno comprensibile per me).

E qui ritorniamo all’articolo del Japan Times citato in precedenza. L’articolo fa riferimento ad un professore di psicologia americano che caratterizza questo tipo di attacchi involontari come micro-aggressioni, che sempre secondo lo studioso, possono essere, nell’insieme, anche più dannosi di un attacco chiaro e frontale.
Dovessi parlare con un ultra-nazionalista, infatti, sarebbe facile chiedergli che cosa ha contro gli stranieri visto che è perfettamente cosciente della propria opinione e le sue domande sono esattamente in linea con la propria ideologia. Il lato peggiore delle micro-aggressioni, sempre secondo lo studioso, è proprio il fatto che sono involontarie e non percepite da chi le percepisce. In parole povere nel chiedere quanto tempo si intende restare in Giappone il giapponese non vuole essere meschino o indicare che è arrivato il momento di andarsene, è semplicemente curioso e stupito che un occidentale abbia scelto di andare in Giappone a vivere. Ma inconsciamente, a causa del fatto che ci si sente porre la domanda in continuazione, piuttosto che mostrare il proprio interesse mi sta attaccando in un modo impercepibile. È questa l’idea dietro il concetto delle micro-aggressioni.

Concludendo ci tengo a ripetere che in generale mi trovo bene in Giappone e i giapponesi sanno essere delle ottime persone e senza dubbio sono molto ospitali. Non è quindi una lamentela nei confronti di questa gente. Certo, sentirsi porre le stesse domande in eterno può essere pesante, ma ho anche imparato ad evitare certi ambienti dove posso essere sicuro che la stessa situazione si ripeterà. Anche i miei amici giapponesi, che oramai si sono abituati a questo tipo di conversazione quando sono con me, qualche volta mi aiutano rispondendo con un breve riassunto a tutte le domande che mi verranno poste. Quindi più che una lamentela, quello con cui voglio concludere è che sarebbe necessario che i giapponesi imparino a trattare con gli stranieri. Imparare per esempio che essere generosi è una buona cosa, ma che quando regali vari e complimenti passano un certo limite possono essere contro-produttivi. Imparare che il Giappone è sì un’isola e un paese rimasto isolato per 250 anni fino alla metà del 1800, ma che comunque la sua lingua e le sue traduzioni possono esseri imparati e non c’è niente di strano in tutto ciò. Insomma basterebbe un manuale utente o ancora meglio, per usare un linguaggio web, una liste delle cosiddette FAQ (Frequently Asked Questions – domande poste di frequente).

Dalla mia “nuova” camera al secondo piano,
Feli


Senkaku/Diaoyu: la mia modestissima opinione

novembre 13, 2012

Dopo una lunga pausa in cui avevo quasi pensato di lasciare perdere il blog per mancanza di tempo e sempre meno entusiasmo,  in parte dovuto al fatto che essendomi abituato alla vita a queste latitudini mi sembra ormai tutto normale, ho deciso che il tempo lo si trova (ed in effetti al lavoro ne ho parecchio a disposizione, non che sia qualcosa di cui mi vanti, anzi…) e per l’entusiasmo basta cavalcare l’onda nei momenti di ispirazione.

Questa volta decido di addentrarmi in un ramo per me piuttosto nuovo nei miei post ed un ramo in cui in realtà non posso reputarmi ne troppo esperto e forse neppure sufficientemente navigato. Stiamo parlando di politica. In genere preferisco leggere di politica visto che sono poco capace nell’argomentare le mie idee e spesso finisco per essere malinteso. Ma per una volta ho deciso di tentare. La ragione che mi spinge a farlo è che questa volta ho un tema su cui posso avere un’opinione piuttosto convinta e conoscenze almeno minime nel ramo. Inoltre voglio contribuire con la mia opinione su un tema di cui ultimamente si è parlato tanto: le temutissime isole Senkaku (Diaoyu in cinese per par condicio).
Per chi è poco informato sui fatto spiego brevemente che si tratta di un gruppo di isole (una relativamente grande, anche se parliamo di qualche km quadrato di superficie) e qualche scoglio di dimensione irrilevante. A renderle famose è la loro posizione geografica essendo che si trovano vicine a Giappone, Taiwan e Cina.  Vista quindi la vicinanza geografica e la non chiara riconoscenza internazionale tutti i paesi fanno valere il diritto di appartenenza.

Ma passiamo ora ad un’analisi un po’ dettagliata. Da un punto di vista geografico e piuttosto difficile chiarire a quale paese siano vicine le isole. A livello chilometrico distano ad una distanza circa uguale sia dal Giappone che da Taiwan. Dando uno sguardo sulla cartina risulta però evidente che il territorio giapponese più vicino solo delle isolette sperdute che distano a loro volta centinaia di chilometri dalle isole principali che formano l’arcipelago giapponese. Per quanto riguarda Taiwan invece c’è una distanza di un centinaio di chilometri dall’isola principale su cui è basato il governo. Discorso invece diverso per la Cina che è un po’ più distante ma che ritiene Taiwan parte del suo territorio e quindi tecnicamente vicina alle isole. Da un punto di vista geografico risulta quindi difficile chiarire che sia il paese a cui spetterebbero questi “quattro scogli”. Va aggiunto, per aiutare la comprensione, che il Giappone è un arcipelago formato da diverse migliaia di isole molte di quali inabitate e fondamentalmente semplici scogli in mezzo al mare. Al fine di mantenere la propria sovranità in luoghi tutto sommato lontani dalle isole principali esistono addirittura isolette sperdute che sono state protette con muri rinforzati per evitare l’erosione del mare (se il mare arriva a coprire permanentemente un’isola il paese sovrano arriva a perdere i diritti sulle acque circostanti).
Il territorio giapponese è quindi molto più vasto delle quattro isole principali che appaiono a prima vista a chi guarda la cartina. Esistono isole in pieno Pacifico che sono considerate territorio giapponese solo perché esiste una successione di isolette che legano quell’isola dispersa con le principali dove risiede il popolo giapponese. Anche da un punto di vista geografico quindi, in un’area così vasta e piena di scogli sparsi,  diventa difficile chiarire cosa appartiene a chi.

Per quel che riguarda la storia anche qui le opinioni divergono in modo inconciliabile. Non sto ad elencare tutti i punti anche perché liste riassuntive e cronologiche sono trovabili facilmente su internet. Sta di fatto che i cinesi ritengono che la prima citazione letteraria si riferisce al nome cinese mentre invece i giapponesi ritengono di avere un antico giornale cinese in cui viene usato il nome giapponese (Taiwan dal lato storico non ha molta voce in capitolo essendo un territorio “ribelle” alla Cina e di relativamente giovane formazione).
È possibile che sui i dettagli mi sbaglio, ma il succo della faccenda è che ultimamente da entrambi la parti appaiono spesso nuove fonti che provano che le isole erano indicate con il nome cinese e/o giapponese in un dato periodo storico.
Per quanto riguarda la storia recente le isole erano state usate dai giapponesi per un breve periodo nell’inizio del 1900 per la preparazione del katsuoboshi (un ingrediente usato nella cucina giapponese). Resti del porto e muri delle case sono ancora in vista come ben fanno notare i nazionalisti giapponesi.
Le isole (e l’intero territorio giapponese) sono state sotto il controllo statunitense dopo la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale e durante tutto il territorio di occupazione. Finito il periodo di occupazione gli Stati Uniti hanno riconcesso al governo giapponese la piena autorità sul territorio che teoricamente comprendeva anche le isole. Ma anche qui le cose non sono chiare e c’è una certa incongruenza con trattati firmati in precedenza, prima del periodo di occupazione.
[Per dettagli in quest’ultima sezione suggerisco un’occhiata su wikipedia, molto più dettagliata e autorevole a riguardo]
Insomma, anche storicamente ogni parte ha un certo numero di documenti e trattati da far valere e non è veramente possibile stabilire che abbia ragione e anche quel giorno che un tribunale indipendente dovesse farlo il problema non si può di certo ritenere risolto.

Ma lo scopo di questo post non era quello di fornire una descrizione dettagliata della geografia e i vari trattati che regolano l’appartenenza ma piuttosto di dare una mia opinione sulla faccenda in generale. Bisogna quindi arrivare al nocciolo della faccenda e spiegare per quale ragione si è arrivati a litigare sulle isole proprio adesso.

Formalmente le isole appartenevano ad una famiglia giapponese che ne riteneva di deteneva ufficialmente il possesso. Nonostante ovviamente la cosa non stesse bene ad entrambe Cina e Taiwan, nel passato non ci sono stati scontri di dimensioni paragonabili a quelli di quest’anno. In qualche occasione navi cinesi o taiwanesi hanno invaso le acque “giapponesi” delle isole portando a tensioni tra i paesi, ma il tutto si è sempre risolto con qualche settimana di scontri diplomatici.
In breve quindi da sempre c’è tensione intorno alle isole ma nessuno ha mai veramente osato fare una mossa militare o diplomatica per prendere una posizione a riguardo. Nessuno fino a quando il governatore di Tokyo, noto radicale nazionalista, ha proposto di comprarle al proprietario privato e renderle territorio statale in modo da solidificare la sovranità. La proposta ha suscitato una polemica anche in virtù del fatto che il governo centrale si è dimostrato incapace di gestire un governatore teoricamente inferiore per poteri. In vista di una svolta politica e per dimostrare la propria forza e capacità politica il primo ministro Noda si è quindi “visto costretto” a comprare le isole a nome del governo centrale. I soldi utilizzati ovviamente pubblici (quelli delle mie tasse per intenderci…).

Ragione ufficiale per giustificare l’acquisto: rafforzare lo status di appartenenza ma soprattutto evitare che in futuro possano esserci ulteriori cambi di proprietà che possano di nuovo sfociare in situazioni di tensione e imbarazzo simili. Ragioni secondarie (ma ripetute in eterno) il probabile giacimento e le risorse ittiche.

Tralasciando l’umiliante incapacità con cui il governo centrale ha gestito il caso,  il mio punto è il seguente: un nazionalista per amor di patria decide di assicurarsi delle isole che secondo una rapporto del 1969 sono ricche di petrolio e gas e abbondanti in risorse idriche.

Quel rapporto che parla di gas e petrolio non è mai stato confermato e stime recenti sembrano indicare che il valore delle risorse sia tutto sommato irrisorio. Per fare un parallelismo con la storia recente esiste un rapporto stilato dal servizio segreto statunitense che parlava di armi di distruzione di massa in Iraq. Non vado oltre visto che è risaputo come sono finite le cose (per completezza aggiungo però che quelle armi non furono mai trovate). Insomma questa enorme ricchezza energetica è fortemente dubbia e nessuno conosce veramente il vero valore del giacimento (sempre che veramente esista).

Pesci. Si sa che ai giapponesi piace il pesce e che ne mangiano parecchio. Si potrebbe quindi così spiegare il bisogno di impossessarsi di territori di pesca. Si potrebbe. Peccato per il fatto che la popolazione giapponese sia in continua diminuzione e con il passare degli anni scenderà sempre più velocemente. Va inoltre aggiunto che l’alimentazione a base di pesce stia pian pian svanendo e, soprattutto tra i giovani, la carne è sempre più in voga. Entrambi i fatti sono quindi incoerenti con il bisogno di assicurarsi una risorsa idrica del tutto irrisoria e paragonata alla superficie dell’intero arcipelago giapponese.

Nessun grande guadagno quindi e anche nella peggiore delle ipotesi nessuna grande perdita. Perdita invece enorme quella che l’economia sta subendo a causa del deterioramento nelle relazioni con la Cina. Era ovvio, evidente che una manovra del genere avrebbe provocato grandi reazioni da parte della Cina. Episodi meno significanti avevano provocato già moderate reazioni in passato. Era facilmente prevedibile che un gesto del genere avrebbe infuriato la Cina. Ora, visto che la situazione diplomatica tra i due paesi era relativamente buona, che senso ha provocare un danno così grosso all’economia giapponese in momento così critico per essa? I nazionalisti che tanto amore hanno per la loro patria non hanno pensato che un gesto tanto inutile da un punto di vista geo-politico avrebbe avuto effetti nefasti sull’economia?

Il motto attuale di quelli che hanno attuato la manovra è accusare la Cina di un’eccessiva reazione e giustificarsi con i propri cittadini dicendo che una tale reazione era imprevedibile. Davvero? Si attacca uno stato in pieno sviluppo economico e con pretese territoriali in altre zone dell’Asia e perdi più un paese che in precedenza si era colonizzato e prova rimorso per ciò. Si può davvero pensare che non ci sia nessuna reazione? Io penso invece che era facilmente prevedibile.

Ora per colpa di questa inutile mossa politico-diplomatica l’economia giapponese soffre in un periodo già difficile. A chi appartengono le isole? Più che dare una risposta bisognerebbe chiedersi se ha senso porsi la domanda. È tanto importante litigare su un tema del genere quando i belligeranti sono due potenze asiatiche. Anni di relazioni diplomatiche, culturali ed economiche buttati al vento per una semplice e inutile domanda. A chi appartengono le isole? Devo dare una risposta: alla Mongolia. Personale simpatia per uno stato senza mare ed isole e non c’è da preoccuparsi per legami geografici e storici, qualche documento salterà fuori ben cercando.

Stanco vado a letto senza rileggere e mi scuso per eventuali errori di ortografia,
Feli-san

PS: trattandosi di un’opinione personale sono apertissimo ad eventuali critiche e/o commenti. A riguardo è ovviamente possibile fare un commento.