Stranieri: manuale utente


Prendo spunto da un recente articolo apparso sulla versione online del Japan Times, principale giornale giapponese di lingua inglese, che leggo usualmente durante la pausa pranzo, mentre con le bacchette mi cibo del mio bentou (pasto completo in una scatoletta) quotidiano.

L’articolo in questione (riportato cliccando qui in versione originale) tratta di una faccenda piuttosto nota agli occidentali che vivono in Giappone. Faccenda nota particolarmente a quelli che ci vivono ormai da diversi anni. Sto parlando delle conversazioni a senso unico a cui si è sottoposti ogni qual volta si incontra una persona nuova.
Sappiamo benissimo anche noi che per rompere il ghiaccio all’inizio di una conversazione con uno sconosciuto siamo soliti fare le solite domande e “investigare” nei soliti ambiti. “Da dove vieni?” o “Che cosa/lavoro fai?” sono le domande più frequenti. In genere però poi pian piano le conversazioni iniziano a diventare più variate e partendo per esempio dal lavoro si inizia a parlare di quell’amico che anche lui faceva l’operaio e che adesso è sposato con una francese. “Ah si? Anch’io ho vissuto in Francia per 2 anni, dove vive il tuo amico?” Insomma ci basta un qualsiasi incipit, un qualsiasi indizio perché la strada prenda una direzione nuova e a volte inaspettata. Tratto abbastanza normale nelle conversazioni a cui siamo abituati è poi  il fatto che l’interazione è duplice: ogni risposta dell’interlocutore può essere usata per porre una nuova domanda, il che vale ovviamente anche viceversa. Tralasciando quindi i casi in cui non c’e nessun interesse/luogo in comune tra gli interlocutori, le conversazioni proseguono in maniera costruttiva passando da punti di interesse di uno e dell’altro e fermandosi su quelli in comune.
Penso che la descrizione piuttosto “tecnica” portata avanti finora basti per farsi un’idea di quale tipo di conversazione mi sto riferendo. Incontri a matrimoni, feste, conferenze,… sono forse gli esempi più tipici. Finora quindi tutto chiaro, spero, perlomeno per quel che riguarda il capitolo “occidente”.

Vengo ora al punto di come queste conversazioni si svolgono tra un giapponese e un occidentale. Si inizia dalla domanda ovvia, scontata, ma anche tutto sommato giusta e legittima: “Da dove vieni?”. Niente di strano, è ovvio che avendo a che fare con un raro occidentale a queste latitudini venga spontaneo sapere da dove venga. Questa domanda a volte viene posta con un inglese zoppicante spesso nella forma pietosamente tranciata del “Where from?” (omettendo quindi il “are you”). A domanda ovvia risposta chiara: “Sono svizzero.” (Qui devo precisare che avendo doppia nazionalità e ritenendomi culturalmente sia svizzero che italiano esistono anche situazioni in cui rispondo “Sono italiano”. Diciamo che la mia scelta di nazionalità dipende dal contesto in cui mi trovo e dalla mia voglia di spiegare successivamente che lo svizzero non è una lingua ma in Svizzera esistono 4 lingue nazionali). Rispondendo in giapponese (visto che anche quando la domanda viene posta in inglese nella maggior parte dei casi è l’unica cosa che l’interlocutore sa dire in inglese) scatta subito il primo “micro-attacco”: “Come parli bene il giapponese!”. Ho detto una sola frase, che chiunque imparerebbe in meno di 5 minuti e già mi sono preso un complimento. Visto che parlo giapponese viene quindi di conseguenza la seconda domanda: “Da quanto tempo sei in Giappone?”. E rispondendo che mi trovo qui da circa 2 anni segue una nuova serie di versi per elogiare le grandi doti di giapponese dimostrate in appena una decina di parole. Si tenta quindi di spiegare che in realtà una lingua può essere imparata, che vivendo in un paese estero è relativamente semplice imparare la lingua locale avendo interazioni quotidiane con la gente del posto. Nonostante la spiegazione i complimenti continuano aggiungendo che sono molto intelligente. Ancora non sono passati i due minuti di conversazione e già mi sono sentito dire più volte che sono intelligente perché parlo una lingua estera. Mentre tento ancora di spiegare che in Europa è abbastanza comune che la gente parli due o tre lingue (o perlomeno non così raro) il mio interlocutore sembra perdere attenzione, forse perché la casellina “lingue parlate” del suo questionario è ormai completa e si deve passare al prossimo punto. “Sei studente?” al che segue la risposta “No, lavoro”. Spiego quindi che sono ingegnere in una ditta giapponese (evito di dire che lavoro per la Mitsubishi perché a queste latitudini equivale ad essere dipendenti di Dio o qualche entità simile e seguono quindi inutili complimenti e versi vari). Sentendo questa risposta si passa alla domanda successiva che, nel questionario mentale dell’interlocutore, corrisponde al caso seguente: “4/1 – caso in cui lo straniero lavora per una ditta giapponese; soluzione: il soggetto lavorava per la ditta in questione nel proprio paese ed è stato trasferito (deportato) in Giappone”. Arriva quindi veloce la domanda: “Ti hanno trasferito in Giappone?”… Salto la risposta anche se per completezza al lettore posso dire che no, ho iniziato a lavorare in Giappone e sono stato assunto dopo un regolare colloquio avvenuto in giapponese nella sede locale (Osaka) della ditta. Come un regolare impiegato giapponese quindi. Mi sto già innervosendo. Ho avuto questa conversazione mille volte e ancora per la millesima volta mi trovo in situazione di difesa, schiacciato dalle domande martellanti e senza scampo del mio interlocutore. Ma, non avendo completato il suo questionario continua: “Quanti anni resti ancora in Giappone?”.
E qui mi fermo; mi fermo perché penso che siano già evidenti alcuni elementi che distinguono questa conversazione da quella che potrei avere con una comune persona in Europa.

Punto primo: la conversazione è mono-direzionale. È quasi impossibile fuggire alle domande ed è altrettanto difficile farne. Che cosa posso chiedere? Da dove vieni?! Sarei scemo visto che lui è ovviamente giapponese. Gli faccio i complimenti per il suo giapponese perfetto (già sperimentato per altro)?! Ma sì, ride; ma poi continua con l’elenco interminabile. Non ho via di scampo, la prima mezz’ora (nei casi migliori) è un monologo in cui vengo tartassato di domande.

Ma (punto due) la cosa più difficile da digerire a lungo termine (diciamo dopo un anno che si vive in Giappone) è il carattere duplice delle domande. Torniamo all’inizio; i complimenti per il giapponese. Le prime volte si è contenti, porta motivazione allo studio e comunque fa sempre bene un po’ di supporto. Ma con il tempo si inizia a capire che i giapponesi considerano la loro lingua come qualcosa che solo chi ha il passaporto nipponico può capire e parlare. È per loro impossibile pensare che anche chi non ha quel prezioso passaporto possa parlare la loro lingua, anche chi non ha geni orientali. Se devo pensare che occidentali nati e cresciuti in Giappone, che considerano il giapponese la loro lingua madre si sentono porre la stessa domanda e gli stessi complimenti, non posso fare altro che avere un senso di solidarietà nei loro confronti. Situazione simile per la domanda concernente la lunghezza del periodo per il quale si intende rimanere. La domanda, nella forma e anche nell’intenzione dell’interlocutore, non vuole essere cattiva, ma di fatto lascia sottintendere che il Giappone non è un posto per restare e che ogni straniero deve considerarsi di passaggio. Anche qui mi viene da pensare a tutti quei cinesi e coreani che pur non avendo il passaporto sono nati e cresciuti qui e che, dovessero tornare nel loro paese, non saprebbero dunque dove andare.

Con questo non voglio accusare i giapponesi di essere razzisti. Qualcuno lo è sicuramente, ma, come dappertutto si tratta di una minoranza e la maggior parte della gente vuole semplicemente vivere in pace ed in armonia. So bene che nel fare queste domande “a doppio senso” (e sempre le stesse) nessuno dei miei interlocutori voleva offendermi o farmi sentire a disagio, ma è proprio qui il problema principale della faccenda. Visto che nessuno è in grado di recepire che anziché mostrare il proprio interesse mi sta attaccando e seccando, è anche impossibile fermare gli attacchi. Se dovessi dire qualcosa del tipo “La prego, possiamo interrompere questa banale conversazione?” non farei altro che mettere in confusione l’interlocutore che non riesce a capire che cosa sta sbagliando e tenterebbe semplicemente di essere più gentile, magari usando un linguaggio più elegante (e quindi meno comprensibile per me).

E qui ritorniamo all’articolo del Japan Times citato in precedenza. L’articolo fa riferimento ad un professore di psicologia americano che caratterizza questo tipo di attacchi involontari come micro-aggressioni, che sempre secondo lo studioso, possono essere, nell’insieme, anche più dannosi di un attacco chiaro e frontale.
Dovessi parlare con un ultra-nazionalista, infatti, sarebbe facile chiedergli che cosa ha contro gli stranieri visto che è perfettamente cosciente della propria opinione e le sue domande sono esattamente in linea con la propria ideologia. Il lato peggiore delle micro-aggressioni, sempre secondo lo studioso, è proprio il fatto che sono involontarie e non percepite da chi le percepisce. In parole povere nel chiedere quanto tempo si intende restare in Giappone il giapponese non vuole essere meschino o indicare che è arrivato il momento di andarsene, è semplicemente curioso e stupito che un occidentale abbia scelto di andare in Giappone a vivere. Ma inconsciamente, a causa del fatto che ci si sente porre la domanda in continuazione, piuttosto che mostrare il proprio interesse mi sta attaccando in un modo impercepibile. È questa l’idea dietro il concetto delle micro-aggressioni.

Concludendo ci tengo a ripetere che in generale mi trovo bene in Giappone e i giapponesi sanno essere delle ottime persone e senza dubbio sono molto ospitali. Non è quindi una lamentela nei confronti di questa gente. Certo, sentirsi porre le stesse domande in eterno può essere pesante, ma ho anche imparato ad evitare certi ambienti dove posso essere sicuro che la stessa situazione si ripeterà. Anche i miei amici giapponesi, che oramai si sono abituati a questo tipo di conversazione quando sono con me, qualche volta mi aiutano rispondendo con un breve riassunto a tutte le domande che mi verranno poste. Quindi più che una lamentela, quello con cui voglio concludere è che sarebbe necessario che i giapponesi imparino a trattare con gli stranieri. Imparare per esempio che essere generosi è una buona cosa, ma che quando regali vari e complimenti passano un certo limite possono essere contro-produttivi. Imparare che il Giappone è sì un’isola e un paese rimasto isolato per 250 anni fino alla metà del 1800, ma che comunque la sua lingua e le sue traduzioni possono esseri imparati e non c’è niente di strano in tutto ciò. Insomma basterebbe un manuale utente o ancora meglio, per usare un linguaggio web, una liste delle cosiddette FAQ (Frequently Asked Questions – domande poste di frequente).

Dalla mia “nuova” camera al secondo piano,
Feli

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One Response to Stranieri: manuale utente

  1. Alberto ha detto:

    Già, tutto molto vero. E quante volte ti fanno i complimenti per come sai usare bene le bacchette? (che mia figlia italianissima ha imparato ad usare in pochissimo tempo, ovviamente, come tutti i bimbi giapponesi)? mica ci vuole una scienza… eppure…

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