Il Giappone di De André

gennaio 14, 2013

Premetto che il titolo può essere diverso da quello che il lettore potrebbe aspettarsi in questo post. De André infatti non ha niente a che vedere con il Giappone. Per quel che mi risulta infatti De André non è mai stato in Giappone e non si può neanche affermare che De André sia conosciuto a queste latitudini. Con il titolo volevo semplicemente riferirmi a quel mondo che De André descrive nelle sue canzoni. Quel mondo di strada, dei quartieri popolari nelle zone più buie delle città, fatto di prostitute, straccioni, poveracci e semplice gente comune “figli, vittime di questo mondo”. Ci tenevo a scrivere un post visto che, seppure non facendone parte, è uno di quei lati del Giappone che più mi piace e, potendo scegliere, è con questo tipo di gente che più mi piace discutere. Gente autentica, intelligente; con opinioni ben chiare e precise valide altrettanto (se non più)  di quelle espresse da certi professori di cui si parla sui giornali.

In Giappone la chiamano la “shita-machi”, ovvero la “città bassa”, di sotto, quello che potrebbe essere tradotta la città vecchia, anche se la traduzione italiana perde gran parte del significato originale che la parola ha in lingua giapponese. Appare chiaro però che la “città bassa” non può essere niente di lussuoso o sfarzoso, ma si riferisce ai quartieri popolari dove vive la gente meno agiata e dove nelle sue strade si possono trovare taverne ed osterie colme di gente di ogni tipo intenta a discutere e litigare su “donne, soldi e politica”. Ovviamente citando taverne e osterie mi sono riferito alla versione “mediterranea” della “città vecchia”, visto che qui in Giappone luoghi di questo tipo non esistono e quelle poche repliche esistenti sono fondamentalmente destinate all’alta classe della società.  A quale parte della città mi riferisco penso sia ora chiaro e voglio quindi interrompere qui la descrizione e passare ad un esempio più locale, orientale.

Si tratta del mio ramen-ya preferito (ramen sono i noodle, gli spaghetti fini mangiati con una sorta di brodo tipici della cucina dell’estremo oriente), quel posto che meglio di tutti descrive quel genere di ambiente che intendo descrivere. Quando vivevo a Sanda (cittadina a 45 minuti da Osaka) ero solito recarmi lì quasi ogni weekend. Non conoscevo nessuno in quella cittadina e nel dormitorio non c’era un gran ché da fare nei weekend (per meglio dire non c’era niente da fare visto che una metà se ne andava e l’altra metà si rinchiudeva in camera a guardare la tele o giocare al computer). Perdi più la cittadina stessa ed in particolare l’area dove vivevo era una zona residenziale destinata alle famiglie di pendolari che, pur lavorando ad Osaka, hanno preferito costruire la propria casa in una zona più verde e dove i terreni costano meno. Vivevo quindi in una zona circondata da famiglie e nei weekend lo svago principale del quartiere era quello di riempire i vari grandi centri commerciali per comprare qualche vestito o qualche gadget elettronico. Non essendo un grande fanatico di questi passatempi e non avendo neanche una bicicletta (che mi avrebbe consentito perlomeno di farmi un qualche giro nel verde) preferivo andare verso il “centro vecchio”, mangiare qualcosa, fare quattro chiacchiere con gente incontrata a casaccio e poi magari leggermi un libro o rispondere alle varie e-mail in un caffè poco lontano.

La shita-machi di Sanda è un piccolo centro che racchiude quella che 50 anni fa era l’unica zona abitata della regione, prima che il boom economico spingesse i pendolari e cercare rifugio fuori dal nucleo dove prezzi e disponibilità di terreni risultavano migliori. Il piccolo centro, dove a due passi della stazione si trovano la pescheria, il mercato della verdura e qualche piccolo ristorante, è rimasto invariato nel tempo ed è oramai fatiscente, illuminato con qualche lampadina giallo-opaca seguita da altre oramai saltate e spente. Una scritta bianca su fondo rosso cita “dosanko”, scritto in hiragana. A fianco dell’insegna ci sta una figura di un pellicano, anch’essa bianca. Nei giorni di apertura invernale dal lato della cucina si riconosce una densa nuvola bianca di vapore, quasi fosse un vecchio drago addormentato che sbuffa nel sonno. Camminando lungo la stradina praticamente deserta nonostante sia sabato pomeriggio non ho dubbi. È lì che voglio fermarmi. Un po’ perché non è che abbia molta scelta visto che l’altra alternativa sarebbe quella di azzannare un pesce crudo nella piccola pescheria come un morto di fame oppure andare nel poco distante centro commerciale e mangiare un piatto di “autentici spaghetti italiani” scotti in una salsa di pomodoro insipida e annacquata. Io voglio andare lì, in quel piccolo negozio mezzo fatiscente; sono sicuro che lì si mangerà bene. Non esiste anziano su questo mondo che non sappia cucinare e i giapponesi lo sanno fare anche molto bene, non ho dubbi; è li che voglio andare. Entro e un signore sulla quarantina (scopro più tardi che è oramai vicino ai sessanta) mi accoglie un po’ stupito, ma senza battere ciglio, con un’espressione dialettale a me sconosciuta. All’interno c’è posto per al massimo 10 persone. Due tavolini un po’ improvvisati ed il bancone dietro al quale il gerente prepara i suoi ramen sotto gli occhi del cliente. Scelgo una sedia al bancone tra le varie libere e cerco il menu. Inutile, non riesco ad avere un’idea di quello che c’è scritto, ma alla fine poco importa; in un ramen-ya ci si va per mangiare ramen ed è quello che voglio mangiare. Ordino quindi dei ramen “normali” non avendo nessuna idea di quale sia la specialità del posto. Quel piccolo ometto con una sorta di basco in testa che mi guarda sorridendo mi indica la scodella di riso dell’altro cliente seduto poco lontano da me e sembra volermi chiedere se voglio anche del riso a contorno. Do un’occhiata veloce e, ispirato da quel piattino di riso condito con varie cose strane, faccio cenno di sì. Aggiungo poi: “Si, prendo anch’io quella cosa lì.”. Lui mi corregge con un sorriso: “Si chiama yaki-meshi.”. Sorrido un po’ per imbarazzo ed un po’ per ricambiare la gentilezza e ringrazio per la correzione. Quel piccolo ometto mette quindi la mano in una scatola dove escono i ramen che infila in un cestello e mette prontamente a bollire. Non perde tempo e si mette a tagliare fine diverse verdure che fa subito saltare a fuoco vivissimo. Guardo la fiamma azzurra che si sprigiona dai buchi neri dei fornelli e penso: “Il drago è vivo.”. Con l’abilità e la precisione di uno scultore alle prese con il suo martello fa saltare il contenuto della wok senza perdere neanche la minima parte del suo contenuto. Ripete l’operazione diverse volte e il battere della padella contro il fornello assume un ritmo regolare, quasi armonioso. Esegue il tutto in silenzio e nel frattempo io guardo la piccola televisione affissa ad un angolo del locale. Qualche notizia di cui capisco poco e pubblicità ridicole tra una notizia e l’altra. Intanto alle verdure saltate è stato aggiunto del riso che viene ora fatto saltare in padella assieme al resto. Ora, a roteare nell’aria sotto le abili mani di quel piccolo ometto, è una piccola massa bianca formata da mille granelli di riso. Di colpo smette di far saltare il riso e riversa il suo contenuto in una piccola scodella che mi porge educatamente. Versato il contenuto riempie d’acqua la padella che successivamente lava dai resti di verdura e riversando poi l’acqua sporca in una sorta di lavandino dietro i fornelli. Scalda quindi veloce il brodo per i ramen che sono ormai pronti e che versa assieme al brodo in una tazza più grande che mi serve accanto al riso preparato in precedenza. Finito di cucinare si accende una sigaretta che fuma nell’angolo mentre guarda la televisione. Io mangio tranquillo. Il riso è ottimo, ha decisamente un altro gusto quando vengono aggiunte tutte quelle verdure e quelle spezie. I ramen sono perfetti, cotti al punto giusto e assaporiti da un buon brodo. Lui tranquillo continua a fumare e parla con l’altro cliente. Non capisco una parola di quello che dice, parla un dialetto troppo locale per essere compreso. Ma i due sembrano borbottare di qualcosa e indicano continuamente una pagina di giornale. Do un’occhiata e noto numeri e foto di cavalli: scommesse su corse di cavalli. Mentre mangio do qualche occhiata qua e là a questo posto così unico e speciale. Il piano di cottura è ben pulito e le pentole, seppur mostrando una grande usura, sono impeccabili  Ma dietro il piano di cottura, sulla parete, si allungano strisce di diversi colori formate probabilmente dal vapore che negli anni ha lasciato i suoi segni. Ricordo che d’estate mi è anche capitato di vedere qualche piccolo scarafaggio correre lungo quella parete; nero, veloce. Finito di mangiare il cliente da parte a me si congeda, paga e i due si salutano con qualche verso incomprensibile e alzando il braccio in modo quasi casuale. Quel piccolo omino si rivolge a me sorridendo, forse anche un po’ imbarazzato, curioso di sapere da dove vengo. Iniziamo a parlare. Una conversazione tra muti. Io non capisco il suo dialetto e quando la conversazione si fa un po’ meno banale diventa anche difficile esprimermi (in quel periodo erano poco più di 3 mesi che studiavo giapponese). Ma lui non si perde d’animo e quando necessario si inventa qualche improbabile espressione in inglese o parte in qualche imitazione improvvisata. Di tanto in tanto arriva qualche cliente con il quale si scambia dei soldi e, indicando il giornale, parlano di cavalli. Discute con i clienti ma ritorna sempre su di me, senza mai perdere il suo interesse. Quando non c’è niente da dirsi guardiamo la televisione mentre lui si fuma una sigaretta. Tra soap-opera ambientate all’epoca dei samurai, geishe e qualche discussione sui temi più svariati passano quasi 2 ore. Pago il conto, ringrazio e vado.

Il weekend dopo torno lì. Entro e lui sembra essere più stupito che la prima volta. Lo straniero è tornato! Ordino il solito, questa volta usando la parola giusta: “Ramen normale e yaki-meshi per favore.”. Lui sorride notando che mi ricordo quanto mi aveva insegnato la settimana prima ed esegue l’ordine nella stessa sequenza della settimana passata. Come il sabato precedente guardiamo le trasmissioni sui samurai e clienti vari si alternano. Tutti uomini, tutti di una certa età, tutti con quell’accento per me incomprensibile.  Lui li saluta alzando il braccio senza perdersi in troppe cortesie. Di tanto in tanto parliamo e lui ad un certo punto mi guarda sghignazzando e indicandomi il mignolo della sua mano dice: “Allora, ce l’hai quella li?”. Io non capisco, ma lui ripete lo stesso gesto cambiando semplicemente l’espressione per “quella li”. Un altro cliente mi apostrofa: “Allora, ce l’hai la donna o no?”. Capisco finalmente che nel linguaggio dei gesti giapponese il mignolo indica la donna mentre il pollice indica l’uomo. Anche stavolta ho imparato qualcosa.
Dopo esserci sempre andato di sabato pomeriggio un giorno decido di andarci con la mia ragazza del tempo alla sera. Rispetto al giorno il locale è quasi pieno e l’odore di fumo è molto più denso. Sono tutti uomini con una birra o del sake di fronte. Tutti intenti a parlare con il loro accento indecifrabile. Vedendomi arrivare con la ragazza sorride contento indicandomi il mignolo e sghignazzando. Ci porge un bicchiere d’acqua e ci chiede cosa vogliamo. Mentre cucina si beve qualche sorso di birra e finito si accende una sigaretta e discute con i clienti. La mia ragazza ride tutto il tempo e non capisco veramente il motivo. Di tanto il tanto il piccolo ometto si congeda dai clienti e discute con noi, elogiandomi di fronte ai clienti per il mio giapponese. Finito di mangiare usciamo e io, curioso, chiedo alla mia ragazza per quale ragione ridesse. “Ma non capisci?” mi dice, “Tutti quegli uomini al bancone parlavano di donne, ed intendo dire né delle proprie ragazze e neppure delle proprie mogli… Si lamentavano dei prezzi e del fatto che alcune dopo essersi fatte pagare cene costose rifiutavano di offrire i servizi completi!”. Io rido, d’altra parte non sono così stupito di scoprire questi dettagli.

Sono tornato spesso dal quel piccolo ometto sorridente. Dopo le prime discussioni scontate sul mio paese e il mio lavoro pian piano i temi sono iniziati a cambiare. Guardando le notizie in televisione spesso mi chiedeva: “Ma dimmi, anche nel tuo paese succedono queste cose?”. Siamo quindi finiti a parlare di politica, di donne e qualche volta anche di cavalli: “Dai, dammi un numero; metto 100 yen sul tuo cavallo.”. Ormai ogni volta mi informo sull’andazzo nelle corse di cavalli anche se sembra che i risultati non siano promettenti. Dopo che mi sono lasciato con la ragazza mi sono recato un paio di volte con un’amica. Non una qualunque per essere sinceri, una di quelle amiche che tutti i giapponesi mi invidiano: occhi grandi, magrolina, alta, bel sorriso, gentile e anche un po’ timida. Nonostante avessi precisato che si tratta di un’amica ogni volta che torno mi presenta il suo mignolo e mi chiede: “Allora, quella che hai portato qui quella volta?” e mi pianta il mignolo chiaramente davanti agli occhi.
Dopo un anno trascorso in Giappone sono tornato in Svizzera e, causa tsunami e incidente nucleare, non ho avuto il tempo per salutare tutti. Per più di 6 mesi non sono più passato di lì e sicuramente avrà pensato che me ne sono tornato nel mio paese. Finché, a novembre dell’anno scorso, tornato in Giappone e  sono rientrato in quella tendina rossa con il pellicano bianco. Difficile dimenticarsi del sorriso sincero di quell’ometto, felice nel vedere il “suo straniero” tornare.

Anche se oramai vivo in centro ad Osaka (un’oretta circa da Sanda), approfitto di tutte le volte che sono di passaggio per mangiarmi dei ramen in compagnia. Anche se il suo dialetto risulta sempre difficile da capire con il tempo mi ci sto abituando. Finito di mangiare ricevo sempre una mela, una fetta di torta o qualcosa in omaggio. “Mangia” mi dice semplicemente. Lui, sempre nell’angolo che si fuma le sigarette mentre guarda la tele e discute di cavalli con i clienti. Le discussioni più serie e più interessanti che ho avuto in Giappone con i giapponesi penso siano successe lì. Indipendentemente che fossero con lui o con i clienti è uno dei pochi posti che conosco in cui la gente dà la propria opinione e parla liberamente.

Di recente sono tornato un venerdì pomeriggio (era previsto un giro in bici ma la meteo mi ha fregato all’ultimo). Ramen e yaki-meshi e le solite notizie in televisione. Lui prende una rivista impilata tra i giornali e me la porge a fianco dei ramen. Il titolo inglese cita: “Giornale degli studi di scienze politiche applicate”. Ho colleghi dottori e super-laureati che sono ignoranti appena si esce anche solo di poco fuori dal loro ramo e questo ometto che passa le serate a discutere di cavalli e prostitute e che ha forse a malapena finito liceo si interessa di riviste accademiche su trattati politici. “Vedi”, mi dice, “un mio cliente abituale è un professore di scienze politiche, ha pubblicato questo articolo, ma io non so leggere l’inglese, ti dispiace dirmi di cosa si tratta?”. Leggo non senza difficoltà l’introduzione e tento di spiegargli che si tratta su una proposta per modificare l’articolo 9 della costituzione giapponese. Per un attimo dimentico l’articolo 9 e la costituzione giapponese e penso a De André. Ci mancava solo il vecchio professore.

Feli

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