Il Giappone di De André

gennaio 14, 2013

Premetto che il titolo può essere diverso da quello che il lettore potrebbe aspettarsi in questo post. De André infatti non ha niente a che vedere con il Giappone. Per quel che mi risulta infatti De André non è mai stato in Giappone e non si può neanche affermare che De André sia conosciuto a queste latitudini. Con il titolo volevo semplicemente riferirmi a quel mondo che De André descrive nelle sue canzoni. Quel mondo di strada, dei quartieri popolari nelle zone più buie delle città, fatto di prostitute, straccioni, poveracci e semplice gente comune “figli, vittime di questo mondo”. Ci tenevo a scrivere un post visto che, seppure non facendone parte, è uno di quei lati del Giappone che più mi piace e, potendo scegliere, è con questo tipo di gente che più mi piace discutere. Gente autentica, intelligente; con opinioni ben chiare e precise valide altrettanto (se non più)  di quelle espresse da certi professori di cui si parla sui giornali.

In Giappone la chiamano la “shita-machi”, ovvero la “città bassa”, di sotto, quello che potrebbe essere tradotta la città vecchia, anche se la traduzione italiana perde gran parte del significato originale che la parola ha in lingua giapponese. Appare chiaro però che la “città bassa” non può essere niente di lussuoso o sfarzoso, ma si riferisce ai quartieri popolari dove vive la gente meno agiata e dove nelle sue strade si possono trovare taverne ed osterie colme di gente di ogni tipo intenta a discutere e litigare su “donne, soldi e politica”. Ovviamente citando taverne e osterie mi sono riferito alla versione “mediterranea” della “città vecchia”, visto che qui in Giappone luoghi di questo tipo non esistono e quelle poche repliche esistenti sono fondamentalmente destinate all’alta classe della società.  A quale parte della città mi riferisco penso sia ora chiaro e voglio quindi interrompere qui la descrizione e passare ad un esempio più locale, orientale.

Si tratta del mio ramen-ya preferito (ramen sono i noodle, gli spaghetti fini mangiati con una sorta di brodo tipici della cucina dell’estremo oriente), quel posto che meglio di tutti descrive quel genere di ambiente che intendo descrivere. Quando vivevo a Sanda (cittadina a 45 minuti da Osaka) ero solito recarmi lì quasi ogni weekend. Non conoscevo nessuno in quella cittadina e nel dormitorio non c’era un gran ché da fare nei weekend (per meglio dire non c’era niente da fare visto che una metà se ne andava e l’altra metà si rinchiudeva in camera a guardare la tele o giocare al computer). Perdi più la cittadina stessa ed in particolare l’area dove vivevo era una zona residenziale destinata alle famiglie di pendolari che, pur lavorando ad Osaka, hanno preferito costruire la propria casa in una zona più verde e dove i terreni costano meno. Vivevo quindi in una zona circondata da famiglie e nei weekend lo svago principale del quartiere era quello di riempire i vari grandi centri commerciali per comprare qualche vestito o qualche gadget elettronico. Non essendo un grande fanatico di questi passatempi e non avendo neanche una bicicletta (che mi avrebbe consentito perlomeno di farmi un qualche giro nel verde) preferivo andare verso il “centro vecchio”, mangiare qualcosa, fare quattro chiacchiere con gente incontrata a casaccio e poi magari leggermi un libro o rispondere alle varie e-mail in un caffè poco lontano.

La shita-machi di Sanda è un piccolo centro che racchiude quella che 50 anni fa era l’unica zona abitata della regione, prima che il boom economico spingesse i pendolari e cercare rifugio fuori dal nucleo dove prezzi e disponibilità di terreni risultavano migliori. Il piccolo centro, dove a due passi della stazione si trovano la pescheria, il mercato della verdura e qualche piccolo ristorante, è rimasto invariato nel tempo ed è oramai fatiscente, illuminato con qualche lampadina giallo-opaca seguita da altre oramai saltate e spente. Una scritta bianca su fondo rosso cita “dosanko”, scritto in hiragana. A fianco dell’insegna ci sta una figura di un pellicano, anch’essa bianca. Nei giorni di apertura invernale dal lato della cucina si riconosce una densa nuvola bianca di vapore, quasi fosse un vecchio drago addormentato che sbuffa nel sonno. Camminando lungo la stradina praticamente deserta nonostante sia sabato pomeriggio non ho dubbi. È lì che voglio fermarmi. Un po’ perché non è che abbia molta scelta visto che l’altra alternativa sarebbe quella di azzannare un pesce crudo nella piccola pescheria come un morto di fame oppure andare nel poco distante centro commerciale e mangiare un piatto di “autentici spaghetti italiani” scotti in una salsa di pomodoro insipida e annacquata. Io voglio andare lì, in quel piccolo negozio mezzo fatiscente; sono sicuro che lì si mangerà bene. Non esiste anziano su questo mondo che non sappia cucinare e i giapponesi lo sanno fare anche molto bene, non ho dubbi; è li che voglio andare. Entro e un signore sulla quarantina (scopro più tardi che è oramai vicino ai sessanta) mi accoglie un po’ stupito, ma senza battere ciglio, con un’espressione dialettale a me sconosciuta. All’interno c’è posto per al massimo 10 persone. Due tavolini un po’ improvvisati ed il bancone dietro al quale il gerente prepara i suoi ramen sotto gli occhi del cliente. Scelgo una sedia al bancone tra le varie libere e cerco il menu. Inutile, non riesco ad avere un’idea di quello che c’è scritto, ma alla fine poco importa; in un ramen-ya ci si va per mangiare ramen ed è quello che voglio mangiare. Ordino quindi dei ramen “normali” non avendo nessuna idea di quale sia la specialità del posto. Quel piccolo ometto con una sorta di basco in testa che mi guarda sorridendo mi indica la scodella di riso dell’altro cliente seduto poco lontano da me e sembra volermi chiedere se voglio anche del riso a contorno. Do un’occhiata veloce e, ispirato da quel piattino di riso condito con varie cose strane, faccio cenno di sì. Aggiungo poi: “Si, prendo anch’io quella cosa lì.”. Lui mi corregge con un sorriso: “Si chiama yaki-meshi.”. Sorrido un po’ per imbarazzo ed un po’ per ricambiare la gentilezza e ringrazio per la correzione. Quel piccolo ometto mette quindi la mano in una scatola dove escono i ramen che infila in un cestello e mette prontamente a bollire. Non perde tempo e si mette a tagliare fine diverse verdure che fa subito saltare a fuoco vivissimo. Guardo la fiamma azzurra che si sprigiona dai buchi neri dei fornelli e penso: “Il drago è vivo.”. Con l’abilità e la precisione di uno scultore alle prese con il suo martello fa saltare il contenuto della wok senza perdere neanche la minima parte del suo contenuto. Ripete l’operazione diverse volte e il battere della padella contro il fornello assume un ritmo regolare, quasi armonioso. Esegue il tutto in silenzio e nel frattempo io guardo la piccola televisione affissa ad un angolo del locale. Qualche notizia di cui capisco poco e pubblicità ridicole tra una notizia e l’altra. Intanto alle verdure saltate è stato aggiunto del riso che viene ora fatto saltare in padella assieme al resto. Ora, a roteare nell’aria sotto le abili mani di quel piccolo ometto, è una piccola massa bianca formata da mille granelli di riso. Di colpo smette di far saltare il riso e riversa il suo contenuto in una piccola scodella che mi porge educatamente. Versato il contenuto riempie d’acqua la padella che successivamente lava dai resti di verdura e riversando poi l’acqua sporca in una sorta di lavandino dietro i fornelli. Scalda quindi veloce il brodo per i ramen che sono ormai pronti e che versa assieme al brodo in una tazza più grande che mi serve accanto al riso preparato in precedenza. Finito di cucinare si accende una sigaretta che fuma nell’angolo mentre guarda la televisione. Io mangio tranquillo. Il riso è ottimo, ha decisamente un altro gusto quando vengono aggiunte tutte quelle verdure e quelle spezie. I ramen sono perfetti, cotti al punto giusto e assaporiti da un buon brodo. Lui tranquillo continua a fumare e parla con l’altro cliente. Non capisco una parola di quello che dice, parla un dialetto troppo locale per essere compreso. Ma i due sembrano borbottare di qualcosa e indicano continuamente una pagina di giornale. Do un’occhiata e noto numeri e foto di cavalli: scommesse su corse di cavalli. Mentre mangio do qualche occhiata qua e là a questo posto così unico e speciale. Il piano di cottura è ben pulito e le pentole, seppur mostrando una grande usura, sono impeccabili  Ma dietro il piano di cottura, sulla parete, si allungano strisce di diversi colori formate probabilmente dal vapore che negli anni ha lasciato i suoi segni. Ricordo che d’estate mi è anche capitato di vedere qualche piccolo scarafaggio correre lungo quella parete; nero, veloce. Finito di mangiare il cliente da parte a me si congeda, paga e i due si salutano con qualche verso incomprensibile e alzando il braccio in modo quasi casuale. Quel piccolo omino si rivolge a me sorridendo, forse anche un po’ imbarazzato, curioso di sapere da dove vengo. Iniziamo a parlare. Una conversazione tra muti. Io non capisco il suo dialetto e quando la conversazione si fa un po’ meno banale diventa anche difficile esprimermi (in quel periodo erano poco più di 3 mesi che studiavo giapponese). Ma lui non si perde d’animo e quando necessario si inventa qualche improbabile espressione in inglese o parte in qualche imitazione improvvisata. Di tanto in tanto arriva qualche cliente con il quale si scambia dei soldi e, indicando il giornale, parlano di cavalli. Discute con i clienti ma ritorna sempre su di me, senza mai perdere il suo interesse. Quando non c’è niente da dirsi guardiamo la televisione mentre lui si fuma una sigaretta. Tra soap-opera ambientate all’epoca dei samurai, geishe e qualche discussione sui temi più svariati passano quasi 2 ore. Pago il conto, ringrazio e vado.

Il weekend dopo torno lì. Entro e lui sembra essere più stupito che la prima volta. Lo straniero è tornato! Ordino il solito, questa volta usando la parola giusta: “Ramen normale e yaki-meshi per favore.”. Lui sorride notando che mi ricordo quanto mi aveva insegnato la settimana prima ed esegue l’ordine nella stessa sequenza della settimana passata. Come il sabato precedente guardiamo le trasmissioni sui samurai e clienti vari si alternano. Tutti uomini, tutti di una certa età, tutti con quell’accento per me incomprensibile.  Lui li saluta alzando il braccio senza perdersi in troppe cortesie. Di tanto in tanto parliamo e lui ad un certo punto mi guarda sghignazzando e indicandomi il mignolo della sua mano dice: “Allora, ce l’hai quella li?”. Io non capisco, ma lui ripete lo stesso gesto cambiando semplicemente l’espressione per “quella li”. Un altro cliente mi apostrofa: “Allora, ce l’hai la donna o no?”. Capisco finalmente che nel linguaggio dei gesti giapponese il mignolo indica la donna mentre il pollice indica l’uomo. Anche stavolta ho imparato qualcosa.
Dopo esserci sempre andato di sabato pomeriggio un giorno decido di andarci con la mia ragazza del tempo alla sera. Rispetto al giorno il locale è quasi pieno e l’odore di fumo è molto più denso. Sono tutti uomini con una birra o del sake di fronte. Tutti intenti a parlare con il loro accento indecifrabile. Vedendomi arrivare con la ragazza sorride contento indicandomi il mignolo e sghignazzando. Ci porge un bicchiere d’acqua e ci chiede cosa vogliamo. Mentre cucina si beve qualche sorso di birra e finito si accende una sigaretta e discute con i clienti. La mia ragazza ride tutto il tempo e non capisco veramente il motivo. Di tanto il tanto il piccolo ometto si congeda dai clienti e discute con noi, elogiandomi di fronte ai clienti per il mio giapponese. Finito di mangiare usciamo e io, curioso, chiedo alla mia ragazza per quale ragione ridesse. “Ma non capisci?” mi dice, “Tutti quegli uomini al bancone parlavano di donne, ed intendo dire né delle proprie ragazze e neppure delle proprie mogli… Si lamentavano dei prezzi e del fatto che alcune dopo essersi fatte pagare cene costose rifiutavano di offrire i servizi completi!”. Io rido, d’altra parte non sono così stupito di scoprire questi dettagli.

Sono tornato spesso dal quel piccolo ometto sorridente. Dopo le prime discussioni scontate sul mio paese e il mio lavoro pian piano i temi sono iniziati a cambiare. Guardando le notizie in televisione spesso mi chiedeva: “Ma dimmi, anche nel tuo paese succedono queste cose?”. Siamo quindi finiti a parlare di politica, di donne e qualche volta anche di cavalli: “Dai, dammi un numero; metto 100 yen sul tuo cavallo.”. Ormai ogni volta mi informo sull’andazzo nelle corse di cavalli anche se sembra che i risultati non siano promettenti. Dopo che mi sono lasciato con la ragazza mi sono recato un paio di volte con un’amica. Non una qualunque per essere sinceri, una di quelle amiche che tutti i giapponesi mi invidiano: occhi grandi, magrolina, alta, bel sorriso, gentile e anche un po’ timida. Nonostante avessi precisato che si tratta di un’amica ogni volta che torno mi presenta il suo mignolo e mi chiede: “Allora, quella che hai portato qui quella volta?” e mi pianta il mignolo chiaramente davanti agli occhi.
Dopo un anno trascorso in Giappone sono tornato in Svizzera e, causa tsunami e incidente nucleare, non ho avuto il tempo per salutare tutti. Per più di 6 mesi non sono più passato di lì e sicuramente avrà pensato che me ne sono tornato nel mio paese. Finché, a novembre dell’anno scorso, tornato in Giappone e  sono rientrato in quella tendina rossa con il pellicano bianco. Difficile dimenticarsi del sorriso sincero di quell’ometto, felice nel vedere il “suo straniero” tornare.

Anche se oramai vivo in centro ad Osaka (un’oretta circa da Sanda), approfitto di tutte le volte che sono di passaggio per mangiarmi dei ramen in compagnia. Anche se il suo dialetto risulta sempre difficile da capire con il tempo mi ci sto abituando. Finito di mangiare ricevo sempre una mela, una fetta di torta o qualcosa in omaggio. “Mangia” mi dice semplicemente. Lui, sempre nell’angolo che si fuma le sigarette mentre guarda la tele e discute di cavalli con i clienti. Le discussioni più serie e più interessanti che ho avuto in Giappone con i giapponesi penso siano successe lì. Indipendentemente che fossero con lui o con i clienti è uno dei pochi posti che conosco in cui la gente dà la propria opinione e parla liberamente.

Di recente sono tornato un venerdì pomeriggio (era previsto un giro in bici ma la meteo mi ha fregato all’ultimo). Ramen e yaki-meshi e le solite notizie in televisione. Lui prende una rivista impilata tra i giornali e me la porge a fianco dei ramen. Il titolo inglese cita: “Giornale degli studi di scienze politiche applicate”. Ho colleghi dottori e super-laureati che sono ignoranti appena si esce anche solo di poco fuori dal loro ramo e questo ometto che passa le serate a discutere di cavalli e prostitute e che ha forse a malapena finito liceo si interessa di riviste accademiche su trattati politici. “Vedi”, mi dice, “un mio cliente abituale è un professore di scienze politiche, ha pubblicato questo articolo, ma io non so leggere l’inglese, ti dispiace dirmi di cosa si tratta?”. Leggo non senza difficoltà l’introduzione e tento di spiegargli che si tratta su una proposta per modificare l’articolo 9 della costituzione giapponese. Per un attimo dimentico l’articolo 9 e la costituzione giapponese e penso a De André. Ci mancava solo il vecchio professore.

Feli


Stranieri: manuale utente

novembre 13, 2012

Prendo spunto da un recente articolo apparso sulla versione online del Japan Times, principale giornale giapponese di lingua inglese, che leggo usualmente durante la pausa pranzo, mentre con le bacchette mi cibo del mio bentou (pasto completo in una scatoletta) quotidiano.

L’articolo in questione (riportato cliccando qui in versione originale) tratta di una faccenda piuttosto nota agli occidentali che vivono in Giappone. Faccenda nota particolarmente a quelli che ci vivono ormai da diversi anni. Sto parlando delle conversazioni a senso unico a cui si è sottoposti ogni qual volta si incontra una persona nuova.
Sappiamo benissimo anche noi che per rompere il ghiaccio all’inizio di una conversazione con uno sconosciuto siamo soliti fare le solite domande e “investigare” nei soliti ambiti. “Da dove vieni?” o “Che cosa/lavoro fai?” sono le domande più frequenti. In genere però poi pian piano le conversazioni iniziano a diventare più variate e partendo per esempio dal lavoro si inizia a parlare di quell’amico che anche lui faceva l’operaio e che adesso è sposato con una francese. “Ah si? Anch’io ho vissuto in Francia per 2 anni, dove vive il tuo amico?” Insomma ci basta un qualsiasi incipit, un qualsiasi indizio perché la strada prenda una direzione nuova e a volte inaspettata. Tratto abbastanza normale nelle conversazioni a cui siamo abituati è poi  il fatto che l’interazione è duplice: ogni risposta dell’interlocutore può essere usata per porre una nuova domanda, il che vale ovviamente anche viceversa. Tralasciando quindi i casi in cui non c’e nessun interesse/luogo in comune tra gli interlocutori, le conversazioni proseguono in maniera costruttiva passando da punti di interesse di uno e dell’altro e fermandosi su quelli in comune.
Penso che la descrizione piuttosto “tecnica” portata avanti finora basti per farsi un’idea di quale tipo di conversazione mi sto riferendo. Incontri a matrimoni, feste, conferenze,… sono forse gli esempi più tipici. Finora quindi tutto chiaro, spero, perlomeno per quel che riguarda il capitolo “occidente”.

Vengo ora al punto di come queste conversazioni si svolgono tra un giapponese e un occidentale. Si inizia dalla domanda ovvia, scontata, ma anche tutto sommato giusta e legittima: “Da dove vieni?”. Niente di strano, è ovvio che avendo a che fare con un raro occidentale a queste latitudini venga spontaneo sapere da dove venga. Questa domanda a volte viene posta con un inglese zoppicante spesso nella forma pietosamente tranciata del “Where from?” (omettendo quindi il “are you”). A domanda ovvia risposta chiara: “Sono svizzero.” (Qui devo precisare che avendo doppia nazionalità e ritenendomi culturalmente sia svizzero che italiano esistono anche situazioni in cui rispondo “Sono italiano”. Diciamo che la mia scelta di nazionalità dipende dal contesto in cui mi trovo e dalla mia voglia di spiegare successivamente che lo svizzero non è una lingua ma in Svizzera esistono 4 lingue nazionali). Rispondendo in giapponese (visto che anche quando la domanda viene posta in inglese nella maggior parte dei casi è l’unica cosa che l’interlocutore sa dire in inglese) scatta subito il primo “micro-attacco”: “Come parli bene il giapponese!”. Ho detto una sola frase, che chiunque imparerebbe in meno di 5 minuti e già mi sono preso un complimento. Visto che parlo giapponese viene quindi di conseguenza la seconda domanda: “Da quanto tempo sei in Giappone?”. E rispondendo che mi trovo qui da circa 2 anni segue una nuova serie di versi per elogiare le grandi doti di giapponese dimostrate in appena una decina di parole. Si tenta quindi di spiegare che in realtà una lingua può essere imparata, che vivendo in un paese estero è relativamente semplice imparare la lingua locale avendo interazioni quotidiane con la gente del posto. Nonostante la spiegazione i complimenti continuano aggiungendo che sono molto intelligente. Ancora non sono passati i due minuti di conversazione e già mi sono sentito dire più volte che sono intelligente perché parlo una lingua estera. Mentre tento ancora di spiegare che in Europa è abbastanza comune che la gente parli due o tre lingue (o perlomeno non così raro) il mio interlocutore sembra perdere attenzione, forse perché la casellina “lingue parlate” del suo questionario è ormai completa e si deve passare al prossimo punto. “Sei studente?” al che segue la risposta “No, lavoro”. Spiego quindi che sono ingegnere in una ditta giapponese (evito di dire che lavoro per la Mitsubishi perché a queste latitudini equivale ad essere dipendenti di Dio o qualche entità simile e seguono quindi inutili complimenti e versi vari). Sentendo questa risposta si passa alla domanda successiva che, nel questionario mentale dell’interlocutore, corrisponde al caso seguente: “4/1 – caso in cui lo straniero lavora per una ditta giapponese; soluzione: il soggetto lavorava per la ditta in questione nel proprio paese ed è stato trasferito (deportato) in Giappone”. Arriva quindi veloce la domanda: “Ti hanno trasferito in Giappone?”… Salto la risposta anche se per completezza al lettore posso dire che no, ho iniziato a lavorare in Giappone e sono stato assunto dopo un regolare colloquio avvenuto in giapponese nella sede locale (Osaka) della ditta. Come un regolare impiegato giapponese quindi. Mi sto già innervosendo. Ho avuto questa conversazione mille volte e ancora per la millesima volta mi trovo in situazione di difesa, schiacciato dalle domande martellanti e senza scampo del mio interlocutore. Ma, non avendo completato il suo questionario continua: “Quanti anni resti ancora in Giappone?”.
E qui mi fermo; mi fermo perché penso che siano già evidenti alcuni elementi che distinguono questa conversazione da quella che potrei avere con una comune persona in Europa.

Punto primo: la conversazione è mono-direzionale. È quasi impossibile fuggire alle domande ed è altrettanto difficile farne. Che cosa posso chiedere? Da dove vieni?! Sarei scemo visto che lui è ovviamente giapponese. Gli faccio i complimenti per il suo giapponese perfetto (già sperimentato per altro)?! Ma sì, ride; ma poi continua con l’elenco interminabile. Non ho via di scampo, la prima mezz’ora (nei casi migliori) è un monologo in cui vengo tartassato di domande.

Ma (punto due) la cosa più difficile da digerire a lungo termine (diciamo dopo un anno che si vive in Giappone) è il carattere duplice delle domande. Torniamo all’inizio; i complimenti per il giapponese. Le prime volte si è contenti, porta motivazione allo studio e comunque fa sempre bene un po’ di supporto. Ma con il tempo si inizia a capire che i giapponesi considerano la loro lingua come qualcosa che solo chi ha il passaporto nipponico può capire e parlare. È per loro impossibile pensare che anche chi non ha quel prezioso passaporto possa parlare la loro lingua, anche chi non ha geni orientali. Se devo pensare che occidentali nati e cresciuti in Giappone, che considerano il giapponese la loro lingua madre si sentono porre la stessa domanda e gli stessi complimenti, non posso fare altro che avere un senso di solidarietà nei loro confronti. Situazione simile per la domanda concernente la lunghezza del periodo per il quale si intende rimanere. La domanda, nella forma e anche nell’intenzione dell’interlocutore, non vuole essere cattiva, ma di fatto lascia sottintendere che il Giappone non è un posto per restare e che ogni straniero deve considerarsi di passaggio. Anche qui mi viene da pensare a tutti quei cinesi e coreani che pur non avendo il passaporto sono nati e cresciuti qui e che, dovessero tornare nel loro paese, non saprebbero dunque dove andare.

Con questo non voglio accusare i giapponesi di essere razzisti. Qualcuno lo è sicuramente, ma, come dappertutto si tratta di una minoranza e la maggior parte della gente vuole semplicemente vivere in pace ed in armonia. So bene che nel fare queste domande “a doppio senso” (e sempre le stesse) nessuno dei miei interlocutori voleva offendermi o farmi sentire a disagio, ma è proprio qui il problema principale della faccenda. Visto che nessuno è in grado di recepire che anziché mostrare il proprio interesse mi sta attaccando e seccando, è anche impossibile fermare gli attacchi. Se dovessi dire qualcosa del tipo “La prego, possiamo interrompere questa banale conversazione?” non farei altro che mettere in confusione l’interlocutore che non riesce a capire che cosa sta sbagliando e tenterebbe semplicemente di essere più gentile, magari usando un linguaggio più elegante (e quindi meno comprensibile per me).

E qui ritorniamo all’articolo del Japan Times citato in precedenza. L’articolo fa riferimento ad un professore di psicologia americano che caratterizza questo tipo di attacchi involontari come micro-aggressioni, che sempre secondo lo studioso, possono essere, nell’insieme, anche più dannosi di un attacco chiaro e frontale.
Dovessi parlare con un ultra-nazionalista, infatti, sarebbe facile chiedergli che cosa ha contro gli stranieri visto che è perfettamente cosciente della propria opinione e le sue domande sono esattamente in linea con la propria ideologia. Il lato peggiore delle micro-aggressioni, sempre secondo lo studioso, è proprio il fatto che sono involontarie e non percepite da chi le percepisce. In parole povere nel chiedere quanto tempo si intende restare in Giappone il giapponese non vuole essere meschino o indicare che è arrivato il momento di andarsene, è semplicemente curioso e stupito che un occidentale abbia scelto di andare in Giappone a vivere. Ma inconsciamente, a causa del fatto che ci si sente porre la domanda in continuazione, piuttosto che mostrare il proprio interesse mi sta attaccando in un modo impercepibile. È questa l’idea dietro il concetto delle micro-aggressioni.

Concludendo ci tengo a ripetere che in generale mi trovo bene in Giappone e i giapponesi sanno essere delle ottime persone e senza dubbio sono molto ospitali. Non è quindi una lamentela nei confronti di questa gente. Certo, sentirsi porre le stesse domande in eterno può essere pesante, ma ho anche imparato ad evitare certi ambienti dove posso essere sicuro che la stessa situazione si ripeterà. Anche i miei amici giapponesi, che oramai si sono abituati a questo tipo di conversazione quando sono con me, qualche volta mi aiutano rispondendo con un breve riassunto a tutte le domande che mi verranno poste. Quindi più che una lamentela, quello con cui voglio concludere è che sarebbe necessario che i giapponesi imparino a trattare con gli stranieri. Imparare per esempio che essere generosi è una buona cosa, ma che quando regali vari e complimenti passano un certo limite possono essere contro-produttivi. Imparare che il Giappone è sì un’isola e un paese rimasto isolato per 250 anni fino alla metà del 1800, ma che comunque la sua lingua e le sue traduzioni possono esseri imparati e non c’è niente di strano in tutto ciò. Insomma basterebbe un manuale utente o ancora meglio, per usare un linguaggio web, una liste delle cosiddette FAQ (Frequently Asked Questions – domande poste di frequente).

Dalla mia “nuova” camera al secondo piano,
Feli


Natale IT = Capodanno JP

febbraio 4, 2012

Rieccomi, deciso a raccontare delle usanze giapponesi durante il periodo di festa invernale, particolari come sempre ma molto simili sotto certi punti di vista alle nostre abitudini occidentali.

Grazie alla scelta tattica di iniziare a lavorare il 16 di dicembre, dopo meno di due settimane ero già in vacanza. Il 16 perché secondo regole Mitsubishi è il giorno stabilito per iniziare, non importa se il 16 dicembre era un venerdì. Quindi l’inizio è stato molto graduale. Un giorno di lavoro, due di vacanza (il weekend), poi una settimana piena e ancora 3 giorni prima delle vacanze invernali. Una settimana per tutti gli impiegati, anche se non sono pochi che ne approfittano per fare il ponte e accumulare così quasi 2 settimane di vacanza consecutive prendendosi solo pochi giorni di libero.

Le vacanze invernali sono tra le più importanti dell’anno. Sono forse le uniche in cui quasi tutti i giapponesi e tutte le ditte chiudono, un po’ come il giorno di Natale alle nostre latitudini. Il primo dell’anno il Giappone sembra fermarsi per un giorno e le autostrade sono gli unici luoghi trafficati.

Ma andiamo con ordine, iniziando con il Natale. Il Natale che in Giappone è stato importato e come spesso accade ha il solo fine commerciale di aumentare gli introiti di grandi ditte. Anche in Giappone infatti c’è gente interessata a fare i soldoni e cosa c’è di meglio se non introdurre un giorno “festivo” in cui è assolutamente necessario fare i regali? Nel caso del Natale la grande pensata l’hanno avuto il settore alberghiero e KFC (ovvero Kentucky Fried Chicken, catena americana di fast-food). Visto che il Natale originariamente in Giappone non esisteva e che i giapponesi sono facilmente influenzabili da pubblicità e iniziative mediatiche, hanno pensato bene di diffondere l’idea che in occidente sia tradizione passare la giornata di Natale con la propria moglie/fidanzata e che sia necessario offrirle una serata da sogno con cena costosa e albergo di lusso. Se possibile poi si deve andare a mangiare il pollo al KFC visto che è tradizione fare così nei paesi occidentali. Quest’immagine distorta è ormai radicata nelle credenze giapponesi e chi ha avuto l’idea di introdurla ne approfitta per aumentare i profitti nel periodo natalizio.

Nonostante il giorno di Natale non sia un giorno di vacanza in Giappone è molto sentito dai centri commerciali ed i negozi che decorano con luci le vetrine e addobbano alberi di Natale in perfetto stile occidentale. Anche le strade vengono spesso addobbate con luci ed illuminazioni particolari e, in perfetta opposizione alle strette regole di consumo energetico vigenti, ogni città fa a gara per avere le illuminazioni più grandi, colorate ed impressionanti. Anche se i fini del Natale sono strettamente commerciali sarebbe sbagliato dire che non si sente il Natale in Giappone. Quest’anno (l’anno scorso ero tornato per Natale) mi sono addirittura permesso il lusso di assistere alla messa della vigilia. Non tanto per credenza cristiana ma più che altro per abitudine natalizia.
Potrà sembrare strano ma anche da queste parti esistono le chiese ed i preti. La messa di Natale in giapponese è qualcosa che può fare veramente ridere. Tutto è uguale a quanto accade in Europa. Lettura di pezzi della Bibbia, canti e predica del prete. Devo veramente ammettere che, lingua a parte, avrei avuto difficoltà a distinguere una messa giapponese da una europea. Piccola eccezione fatta per i canti, che in Giappone sembrano essere molto sentiti e che ognuno canta alla perfezione. A quanto pare il Karaoke non fa solo danni…

Fortunatamente quest’anno il Natale cadeva di domenica, così che ho potuto fare un giorno di vacanza e la tradizionale cena di Natale che al posto della famiglia si è svolta con gli amici. Una decina di persone che si sono radunate a casa di Gabriel, un mio amico francese da cui mi sono fermato per un paio di settimane. Ognuno si è occupato di preparare qualcosa di particolare, passando da cibi prettamente occidentali a pietanze più orientali. Compagnia a parte la cena era decisamente degna di un cenone di Natale il che mi ha quasi fatto dimenticare la distanza.

Ma il vero Natale quest’anno è arrivato con il nuovo anno. Infatti la principale festa giapponese è proprio il capodanno. È a capodanno che le famiglie si uniscono e anche chi vive lontano fa il possibile per rientrare per l’anno nuovo e passare i primi giorni dell’anno in famiglia. Le autostrade e i treni nel periodo di capodanno ricordano molto l’esodo di ferragosto in Italia, con milioni di persone che ritornano nel proprio luogo di origine per visitare genitori e parenti.

Anche io, pur non avendo una famiglia in Giappone, ho deciso da adattarmi alle usanze ed andare a visitare la mia famiglia di accoglienza a Kanazawa. Un’ottima scelta che mi ha consentito di sentire da vicino l’esperienza del capodanno nipponico.
Visto il suo lavoro di cuoca, l’okaa-san (la mamma “adottiva”) è stata impegnata durante i giorni prima del capodanno a preparare o-sechi-ryori, il tradizionale pasto di capodanno. Secondo tradizione infatti nei primi 3 giorni dell’anno non si cucina e si mangia tutto il tempo questo tipico pasto di capodanno che è stato preparato negli ultimi giorni del vecchio anno. Nonostante le tradizioni vadano cambiando e al o-sechi-ryori si affiancano altri pasti è comunque vero che ha un ruolo importante e l’immagine del capodanno.
Altra peculiarità del capodanno giapponese sono le pulizie di fine anno. Per consentire la piena tranquillità nei primi giorni dell’anno è buona tradizione pulire a fondo la casa negli ultimi giorni del vecchio anno. Una vera e propria pulizia scrupolosa, quelle che da noi potrebbero essere le pulizie primaverili, consentendo così il pieno ozio nell’inizio del nuovo anno. Non dovendo cucinare né pulire l’inizio del nuovo anno è veramente tranquillo. Tanto che al rientro sul lavoro più della metà dei colleghi erano in ferie approfittando del ponte (giovedì e venerdì) e i pochi fedeli erano radunati in un piccolo laboratorio lontano dagli occhi dei capi a giocare con il telefonino. La scusa descrive perfettamente come hanno passato il capodanno: “Non avendo fatto assolutamente niente nei primi giorni dell’anno non riusciamo ad iniziare a lavorare… Devi scusarci ma abbiamo bisogno di qualche giorno di adattamento al lavoro.”

Ma torniamo a me. Se ho iniziato il post dicendo che il capodanno giapponese e il Natale occidentali si assomigliano allora ci dovrà essere anche un pizzico di religione. Ed infatti a San Silvestro tutti i giapponesi si radunano nei templi per suonare la fatidica campana.  Ci si mette in fila ordinati all’entrata del tempio e si aspetta con pazienza il proprio turno per potere esprimere un desiderio per il nuovo anno e spingere con forza un grosso tronco contro la campana del tempio. Essendo il mio oto-san (il padre “adottivo”) della penisola di Noto (una penisola poco abitata a nord di Kanazawa) al tempio c’era poca gente; tutti abitanti della zona. L’atmosfera era di quelle da romanzi del periodo Edo (quello dei Samurai per intenderci): tempio buddista immerso all’interno di una foresta piuttosto fitta, a cui si arriva dopo avere percorso una strada in salita per diverso tempo, lanterne di fuoco accese nel cortile interno del tempio e monaci in toga che si aggirano scandendo preghiere incomprensibili. Se non fosse per l’usanza giapponese di fare le foto a tutto avrei potuto dire di trovarmi in un’altra epoca!

Finita la cerimonia al tempio, rientro a casa, non dopo avere salutato la famiglia dell’oto-san e cenetta di mezzanotte a base di “spaghetti-giapponesi” e o-mochi, ovvero una sorta di concentrato di riso da immergere nella minestra. L’o-mochi è un’altra tradizione di capodanno; viene prodotto con del riso bollito che viene schiacciato fino a quando diventa una pasta uniforme e poi può essere conservato a lungo termine. L’aspetto è quello di un cubetto di cera abbastanza dura e bianca, che però una volta immerso nella minestra diventa morbido ed è così possibile mangiarlo. Sembra che ogni anno nel periodo di capodanno ci sia un qualche vecchietto/a, che non volendo rinunciare alla tradizione mangia il mochi per intero e finisce con il rimanere soffocato/a…

Alla mattina di capodanno sveglia di buon ora e partenza per la prefettura di Mie, dove vive la “nonna” (cioè la mamma della mia oka-san). Da Kanazawa a Mie sono 5 ore abbondanti di auto, tra autostrada e stradine locali che solo chi fa la tratta spesso conosce. Un viaggio che potrebbe sembrare tranquillo, se non fosse per la presenza, tra i membri di equipaggio, di Tayo-san, il nipotino della oka-san, bambino di 2 anni e mezzo super-attivo.
Arrivati a Mie c’era tutta la famiglia ad aspettarci. La nonna, ormai avanti con l’età, e tutti i fratelli e sorelle della oka-san, compreso, in via eccezionale, il fratello minore, che ormai da 17 anni vive negli Stati Uniti. Una presenza eccezionale, visto che di rado torna in Giappone.
Ma senza dubbio una persona molto interessante. Ormai bi-lingua (inglese e giapponese), di formazione ingegnere nucleare ma ora attivo nell’ingegneria meccanica; come il sottoscritto insomma. Interessanti solo le ragioni che l’hanno spinto a lasciare il Giappone.
Avendo lavorato nell’industria nucleare giapponese aveva percepito i rischi e la mancanza di preparazione e di serietà nel settore e, dopo avere tentato inutilmente di sollevare il problema ha deciso di partire e di trasferirsi negli Stati Uniti. Secondo lui il problema non sta tanto nella tecnologia, che per quanto sempre rischiosa è comunque all’avanguardia e ben studiata, ma quanto nella componente umana. Molta gente che lavora nelle centrali non conosce la materia (si riferiva soprattutto ai manovali e quelle centinaia di persone che fanno lavoretti “semplici”) e non saprebbe come comportarsi in situazioni di emergenza. Inoltre la popolazione vicina spesso è altrettanto poco preparata e nel caso di Tokyo anche un’evacuazione sarebbe praticamente impossibile. Era proprio quest’ultimo uno dei punti su cui enfatizzava: il Giappone, arcipelago montagnoso, con poche parti abitabili già densamente popolate non offre scampo in caso si emergenze nucleari. È proprio per questo che ha deciso di andare negli Stati Uniti. Anche lì esistono molte centrali, ha aggiunto, ma al peggio posso prendere l’auto e percorrere centinaia di chilometri nel deserto in zone poco abitate che sarebbero facilmente evacuabili.

Insomma, nell’insieme sono riuscito ad avere un Natale tra amici e un capodanno in “famiglia”: il modo migliore per iniziare il nuovo anno.

Con ritardo, ma sempre valido,
buon anno a tutti!


Addio (e arrivederci!)

marzo 19, 2011

Svuotare la valigia è un po’ come fare un viaggio nei ricordi: ci sono tantissimi regali e oggetti che mi ricordano qualcuno o qualche momento particolare. E poi gli odori, gli odori che ancora trattengono i vestiti che non ho fatto in tempo a lavare prima della partenza. L’odore di umido dei vestiti che avevo quando ho fatto i bagni di sabbia a Beppu, l’odore dei gas di scarico di camion che mi travolgevano facendo autostop all’entrata dell’autostrada, l’odore della casa di Machiko, da cui mi sono fermato qualche notte a Fukuoka e poi ancora l’odore che i vestiti hanno preso durante le ultime settimane passate dal mio amico francese di Sanda. E poi i ricordi, quelli che non hanno bisogno di oggetti e odori per essere rievocati; momenti, attimi, luoghi, persone, impresse nella memoria come graffiti su un muro. Non serve sgranare gli occhi per notarli, sono lì alla vista di tutti e per l’autore è molto di più di una semplice combinazione di forme e colori: sono emozioni.

Sono partito; scrivo di mattina presto ancora rintontito dal fuso orario troppo stanco per svuotare i bagagli e troppo sveglio per riuscire a riprendere sonno. Un anno, dodici mesi stupendi e tutto si è giocato nell’ultima settimana, partendo senza nemmeno avere avuto il tempo di salutare tutti; solo gli amici più stretti durante un veloce ritrovo nel solito bar del giovedì sera, quello che seguiva il corso di giapponese donato da volontari. Volontari come quelli che mi hanno fatto fare più di mille chilometri in autostop da Osaka fino all’estremo sud del Giappone (escludendo Okinawa): Kagoshima.

Il succedersi degli eventi penso che sia chiaro a tutti, forse anche a chi tra qualche anno leggerà questo post: la terra trema nel nord-est del Giappone, dopo poco tempo un’onda spaventosa si abbatte sui villaggi appena toccati dal terremoto e colpisce anche un complesso nucleare comprendente sei reattori che si surriscaldano ed iniziano a rilasciare vapori radioattivi. Milioni di persone rimangono al freddo ed al buio, proprio nel periodo in cui dovrebbe iniziare la colorata primavera. È una corsa contro il tempo: da una parte per riprendere il controllo dei reattori nucleari e dall’altra per evitare che la gente già colpita dalla catastrofe rischi di morire di fame o di freddo. Il mondo intero rimane a fiato sospeso dividendosi tra pessimisti che vedono l’apocalisse come dietro le porte e gli ottimisti che confidano nella speranza e una misteriosa consapevolezza che tutto si risolverà a breve.
Appartengo agli ottimisti, forse per aver lasciato il cuore nella causa giapponese e per non riuscire a credere che un paese che da 50 anni combatte contro catastrofi possa cadere così facilmente.

Seguendo l’ordine cronologico questo avrebbe dovuto essere l’ultimo dei post, preceduto dalle mie ultime settimane al lavoro, il viaggio in Corea del Sud e lo stupendo viaggio nel Kyushu, l’isola maggiore al sud del Giappone. Ma ho preferito scrivere adesso, nel momento in cui questo meraviglioso anno nel paese del sol levante conosce la parola “fine”. Immagino che molti dei lettori vogliano sapere come si viveva in Giappone tra notizie di terremoti e morti e timori legati ai problemi nelle centrali nucleari. Senza dubbio c’è tanto da scrivere a riguardo e molte cose interessanti possano venir dette da chi ha potuto parlare con i giapponesi durante la settimana successiva il terremoto ad ha potuto fare un confronto diretto tra le notizie riportate nelle testate estere ed in quelle giapponesi.
Ma preferisco scrivere questo post a breve, magari ancora in giornata o domani (quando i ricordi sono ancora freschi) e immergermi ora nella memoria di questo anno passato all’estremo est.

Non è stato un anno facile; vivere in Giappone non è come vivere negli Stati Uniti o in Germania. Anche lì ovviamente le differenze culturali esistono ma non sono così marcate come lo possono essere per il Giappone. E ovviamente molte delle differenze sono portate dalla lingua, radicalmente diversa dalle lingue europee a cui siamo abituati per grammatica, alfabeto e utilizzo. Ma probabilmente la parte più dura in quest’anno è stata nella mia scelta (in parte voluta, in parte “dettata”) di volere immergermi completamente in questa cultura orientale. Il mio visto oramai scaduto ancora conserva chiaramente scritto “visto per attività culturali”. Ho sempre scherzato riguardo al fatto che fare l’ingegnere non sia di certo la più culturale delle professioni o delle attività. Eppure ripensandoci e pensando ai miei colleghi ho come l’impressione che niente potrebbe essere stato più efficacie se non proprio il fatto di restare per 9 mesi in una ditta come la Mitsubishi che conserva ancora dopo centinaia di anni dalla fondazione i caratteri di una società basata sul gruppo e sul rispetto. Ho imparato molto restando in silenzio dietro lo schermo del mio monitor e semplicemente osservando l’ambiente circostante. Mi sono spesso lamentato dell’eccessivo tempo libero sul lavoro e degli incarichi spesso insensati.
C’è voluto un anno, ma ora molti dei misteri che avvolgevano quell’ufficio del quinto piano fanno parte della normalità e seguono una logica che, per quanto assurda e irrazionale, possiede le sue regole ha dimostrato più volte di potere avere anche una propria efficacia.

Il gruppo; quanto è difficile entrare a far parte di un gruppo nella società giapponese! Quante volte mi sono lamentato del fatto di rimanere diverso per il semplice fatto di essere straniero. Eppure ce l’ho fatta, in extremis, ma le lacrime lasciate alla partenza e gli abbracci tra colleghi dopo aver festeggiato l’ultimo giorno di lavoro dimostrano che oramai ho ottenuto quel biglietto, il biglietto che permette l’accesso alla società giapponese, che da tempo speravo di poter ricevere.
E c’è voluto anche il terremoto. Avrei fatto volentieri a meno di vederlo, ma le immagini e le storie di gentilezza, di collaborazione hanno fatto il giro del mondo e molta gente è rimasta perplessa nel vedere queste piccole persone spaventate da ogni cosa, restare tranquille e composte durante attimi così paurosi e terribili. Amici mi hanno riferito di pensare di morire negli attimi in cui la terra ha tremato eppure sono rimasti calmi e hanno fatto quanto di più giusto c’era da fare: stare uniti. Qualche lacrima mi è caduta pensando a quelle persone che ho spesso un po’ ridicolizzato e deriso per l’eccessiva paura di fronte a qualsiasi rischio e pericolo che in un momento come quello di un terremoto devastante riesce a fare la cosa giusta senza finire nel panico.

Non bisogna ora cadere nell’inganno di fronte ad una catastrofe di lodare, dimenticando i difetti di un paese che non è senza dubbio il paradiso. Problemi sociali, burocrazia pressante, spesso mentalità chiusa e assenza di spirito di iniziativa sono e continuano ad essere peculiarità del Giappone che entrano in conflitto con la mia personalità. Ma durante quest’anno ho avuto una possibilità unica di conoscere un modo di vivere e di pensare diverso che tra pregi e difetti in determinate situazione è in grado di dimostrare la propria efficacia. Un paese tuttavia che cambia, seppur lentamente, e che diventa sempre più interesse da parte del mondo occidentale in ricerca di un nuovo sogno dopo che gli Stati Uniti sono oramai realtà quotidiana. È probabile che nei prossimi anni non cambi niente (anche se la catastrofe del momento lascerà le proprie cicatrici e le proprie memorie) ma vale comunque la pena tenere un occhio su quel lato di mondo che non manca occasione per stupire.

Cosa mi riserva il futuro è una domanda alla quale non ho ancora una risposta specifica. La voglia di tornare in quella terra che tanto mi ha insegnato e tanto mi ha dato è forte e presente e le possibilità si possono sempre creare. Che si tratti di paradiso o inferno voglio tornare a farne parte e contribuire in momento difficile come quello attuale.

Insomma è probabile che si tratti di un arrivederci (e a presto!),
dalla Svizzera italiana,
Feli


L’incubo dell’impiegato: i viaggi di lavoro

febbraio 10, 2011

Oggi è l’ultimo giorno feriale di questa settimana, visto che domani è vacanza, strano… E visto che domani è vacanza oggi spopola andare in “viaggio di lavoro”, strano… Su 11 colleghi nel mio gruppo oggi sei sono in “viaggio di lavoro” e solo cinque sono presenti in ufficio. Il motivo del perché utilizzo le virgolette nella parola “viaggio di lavoro” lo capirete a breve.

Due settimane fa sono stato a Shizuoka in viaggio di lavoro. Shizuoka è una città un centinaio di chilometri a sud di Tokyo, famosa per essere vicina al monte Fuji che in effetti nei giorni sereni (come era il caso di quando sono andato io) è ammirabile in tutto il suo splendore. A Shikuoka c’è la fabbrica dove vengono assemblati i frigoriferi e il mio capo ha dunque pensato di mandarmi un collega che doveva recarsi per discutere alcune faccende circa l’uso di un nuovo materiale per la fabbricazione di pannelli isolanti. Il motivo del mio viaggio era di farmi vedere almeno uno volta prima di finire il pratico una catena di montaggio, cioè qualcosa di concreto dopo avere solo studiato aspetti abbastanza teorici e comunque lontani dagli aspetti della produzione. Il mio collega come detto aveva un meeting con alcuni responsabili del posto che non è durato più di un’oretta e mezza scarsa. Al seguito c’era poi un terzo collega, da poco trasferito a Tokyo, che si trovava lì per ragioni ancora poco chiare, forse per la stessa ragione mia, ma anche lui di preciso non lo sapeva bene. Il mio collega che organizzava il viaggio ha voluto arrivare abbastanza presto, intorno alle 9:30, il che significa che mi sono dovuto alzare alle 5:30 per arrivare in orario nonostante i treni ad alta velocità (peraltro in leggero ritardo a causa delle abbondanti nevicate lungo il tracciato). Abbiamo raggiunto la fabbrica in bus, fatto le necessarie presentazione e dalle 10:30 fino a mezzogiorno circa ci hanno presentato la ditta e illustrato le varie fasi in cui il frigorifero viene costruito, partendo da semplici pannelli di metallo e granulati di plastica. Molto interessante devo ammetterlo. Abbiamo mangiato pranzo in ufficio, assieme al personale di Shizuoka e poi nel primo pomeriggio si è svolto il meeting in cui io e il mio collega di Tokyo non c’entravamo assolutamente niente. La sintesi del meeting si può riassumere a breve: il responsabile del posto ha descritto i cambiamenti che intendono fare e gli altri hanno acconsentito praticamente su tutto o quasi. Apparentemente i particolari erano già stati discussi in un’altra circostanza e il meeting serviva solo nel caso in cui ci fossero cambiamenti dell’ultimo momento necessari, cosa che non si è rivelata il caso (sinceramente essendo completamente estraneo alle trattande non ho dato troppa attenzione e ho invece studiato un po’ di giapponese sul telefonino). Alle 4 avevamo finito la nostra visita. Siamo quindi andati a vedere l’attrazione principale della città che è una statua di Gundam (un personaggio dei cartoni giapponesi degli anni ’80). Alle 4:30 anche la visita alla città era finita e i miei colleghi sembravano già piuttosto effervescenti. La ragione? Ovviamente finito il lavoro è indispensabile andare a bere tra colleghi; come si fa a parlarsi se non si è almeno un po’ ubriachi! Logico, no? Insomma…
Abbiamo quindi vagato per le vie della città fino alle 5, ora in cui le izakaya (ristoranti giapponesi) aprono e siamo andati a bere.
Sapevo bene che i giapponesi cambiano parecchio durante le cene tra colleghi e si lasciano andare a confessioni e verità che non direbbero mai e poi mai nell’ambiente lavorativo, ma non mi aspettavo tanta sincerità? Tra una birra e qualche bicchiere di sakè il mio collega ha dovuto ammettere:
“Vedi, quando torniamo dai viaggi di lavoro e siamo stanchi e ci lamentiamo sono tutte bugie. Anche se in effetti di solito non sono così esagerati come oggi…”, nel senso che di solito si finisce più tardi, “…si tratta pur sempre di una liberazione. So benissimo che il lavoro in ufficio è piuttosto pesante e noioso e le relazioni molto distaccate, ma visto che sono spesso via per viaggi di lavoro sono contento così.”
Il mattino dopo però ovviamente tutto era tornato un tabù. Arrivato in ufficio si è limitato a dirmi: “È stata dura ieri, vero?”, ridacchiando, forse perché ancora un po’ ubriaco. Ho risposto con un sorriso ben sapendo che battute o commenti fuori dal lavoro sono banditi in ufficio nonostante tutti sanno bene che tipo di viaggio si è trattato.
Come al solito è giusto fare qualche riflessione a riguardo, considerando che questi viaggi sono riservati a quegli/quelle eletti/e che hanno posizioni in ufficio. Il biglietto di andata e ritorno per Shizuoka (pagato ovviamente dalla ditta) costa quanto il salario di mezza settimana (o in qualche caso una settimana intera) di molti giapponesi. Per molti giapponesi non è uno spreco perchè questo genere di viaggi contribuisce ad aumentare la voglia di lavorare e l’attaccamento verso la ditta che offre il lavoro. I treni ad alta velocità sono di solito occupati per l’80% da gente in viaggio di lavoro che si reca in qualche luogo strano per un meeting benissimo sbrigabile in video conferenza e per poi andare a bere con i colleghi. Ovviamente a molta gente fanno anche piacere perché si può andare negli hostess bar (i famosi bar dove su pagamenti di grandi cifre si può bere e parlare con belle donne) senza correre il rischio di essere scoperti dalla moglie, che a sua volta è contenta dell’assenza del marito per stare con l’amante. A quanto pare in ditta sono parecchio graditi i viaggi a Himeji perché lì le ragazze sono parecchio belle. Il mio collega è giusto a Himeji oggi; non mi sembrava troppo dispiaciuto dall’idea di andarci… Può perlomeno consolare il fatto che almeno (a differenza di altri posti) le donne non arrivano a tanto e soprattutto non sono pagate ne dai contribuenti ne dai clienti della ditta in questione che si limita a pagare spese di trasporto e nel caso di più giorni di alloggio.
Rimane la domanda se non sia forse il caso di alleggerire i rapporti nella vita quotidiana in modo che sprechi di questa portata al solo scopo di accrescere la motivazione diventino del tutto inutili. Ovviamente esistono poi viaggi di lavoro necessari (e qui infatti non uso le virgolette), nel caso per esempio che si tratti di ispezionare una macchina oppure in caso di riunioni importanti in cui la presenza fisica è preferibile, ma posso assicurarvi che in Giappone si tratta di una piccola minoranza.

Ieri c’è stata la mia cena di addio (nonostante tutti i commenti negativi devo ammettere che la cosa mi rende un po’ triste…). Come al solito è stato un evento interessante e una volta in più ho potuto conoscere questo strano mondo del lavoro giapponese. Prima di tutto può far ridere il fatto che dopo ormai quasi 9 mesi ci sono colleghi (per fortuna almeno non nel mio gruppo ma nel più vasto dipartimento, 40 persone circa) che ancora non sanno da che paese vengo o che lingua parlo. Ovviamente non penso di essere e non voglio essere la star ma trovo comunque strano che dopo così tanto tempo uno sappia solo il mio nome perchè compare nelle e-mail…
La prassi era che ognuno faceva un breve discorso su di me e su di un collega che dopo più di vent’anni lascia la ditta per andare a lavorare per il governo. La sintesi dei discorsi era la seguente:
“Io non conosco bene Claudio ma l’ho visto qualche volta in ufficio. Una volta ci ho forse anche parlato. Penso che era sempre molto occupato e che ha fatto molte cose difficili nel suo lavoro, ma non lo so bene. Sembra una persona simpatica e alcuni colleghi che ci hanno parlato mi hanno detto anche che parla bene giapponese.”
La cosa imbarazzante è che molta gente aveva poco da dire anche per l’altro festeggiato che, come detto, in ditta ci lavora da 20 anni ed è inoltre il capo di un gruppo. Poi molti si sono scusati in maniera privata o hanno detto che gli sarebbe piaciuto avere più a che fare con me.
“Mi dispiace che non sono mai potuta venire a nuotare con te…” per esempio.
Un mio collega che avevo invitato ad uscire insieme sabato sera mi ha scritto un e-mail lunedì mattina per chiedermi scusa per non essere venuto. Dove sta il problema? Che è seduto di fianco a me, e un metro circa dalla mia sedia…
In effetti se fossi stato un po’ più insistente nel proporre attività sociali forse sarei riuscito a creare qualche buon rapporto, ma di fronte alle continue scuse e giustificazioni alle lunghe ho preferito lasciar perdere, preferendo altri contesti per incontrare gente.
Emblematico poi il discorso del mio capo che si è scusato per non essere stato un buon capo e per avermi spesso lasciato senza lavoro (stupido lui, perché parte dei suoi straordinari la farei volentieri io nel mio tempo regolare…). Ha però aggiunto che gli piacerebbe parlare della mia esperienza e di vedere se in futuro c’è qualcosa che si possa fare. Così oggi ho colto la palla al balzo e gli ho proposto di andare a mangiare assieme nelle prossime settimane (sapendo che per parlare di certe cose con i giapponesi hanno bisogno di essere almeno un po’ ubriachi). La risposta ovviamente era proprio quello che mi aspettavo: “Non penso di avere tempo ma vediamo…”.
Magari i miracoli avvengono pure in Giappone; vedremo.
Ed io? Che cosa ho detto magari qualcuno si chiederà?
Ho evitato di fare il giapponese elogiando il lavoro e dicendo che è stato eccezionale e che tutti sono stati così amichevoli e sociali, ma comunque devo ammettere che non avevo commenti negativi da fare. Sono stato sincero dicendo che all’inizio sarei voluto scappare, mi sono poi pian piano abituato ed ora mi dispiace dover partire (sono stato abile nel non dire da dove, visto che anche se mi piacerebbe restare in Giappone ma preferirei cambiare lavoro o ditta). Ho poi aggiunto di avere imparato molto e anche se all’inizio l’ambiente dell’ufficio mi ha un po’ scioccato ho comunque potuto imparare molto, sia sul piano professionale che su quello umano. E in effetti devo ammettere che nonostante tutte le critiche il rispetto e la gentilezza che si trova in Giappone basta in buona parte a coprire tutti gli aspetti negativi. Ciò non toglie che potrei fare una lista chilometrica con le cose che vorrei cambiare… Nonostante tutto rimango di indole italiana, non va mai bene niente!

Tra i pochi superstiti ai “viaggi di lavoro” del giovedì,

Feli


Inferno e paradiso

gennaio 28, 2011

Per una volta scrivo di pomeriggio, così da fare passare più veloce il tempo fino alle 5, ora in cui la voce registrata di una gentile signorina annuncia a tutti che la giornata lavorativa è terminata e prega tutti di fare attenzione nel rientrare a casa. Sono piuttosto stanco, forse un po’ perché mi ero abituato all’idea del venerdì di vacanza (ma domani mi tocca lavorare), ma decisamente la ragione principale è stata il weekend scorso a Tokyo. Il motivo ufficiale del mio viaggio era il meeting con il professore giapponese che ha organizzato a me (ed altri 3 svizzeri) tutto il soggiorno in Giappone, compreso quindi, ricerca di una scuola di lingua giapponese e compagnia in cui lavorare. Ho però approfittato del fatto di avere il treno andata e ritorno pagato per farmi 3 giorni di vacanza (ovvero festa) a Tokyo. Ne è valsa decisamente la pena visto che ho avuto la possibilità di vedere amici che vedo raramente e di incontrare nuova gente. Episodio interessante da segnalare ai margini del meeting con il Prof. Mizuno (il professore che citavo prima). Il meeting consisteva in un incontro informale in cui ognuno presentava il lavoro svolto negli ultimi mesi e si discuteva di problemi e/o possibili soluzioni circa l’esperienza ormai quasi conclusa e una seconda parte in cui gli studenti ci presentavano i lavori di ricerca attualmente in corso nel loro dipartimento. A conclusione di tutto siamo stati gentilmente invitati a cenare con loro nel loro locale ricreativo e ci hanno preparato la cena e offerto da bere. Pian piano che la gente finiva di mangiare scompariva gradualmente e si metteva a (far finta di) lavorare alla rispettiva scrivania. Alla fine della cena siamo rimasti al tavolo solo noi 4 svizzeri, i due professori presenti (uno si era aggiunto per cena), uno studente del Bangladesh e un giapponese. Tutti gli altri erano pian piano sgattaiolati verso le proprie scrivanie. Alla fine, trattandosi di sabato sera, abbiamo proposto a tutti di venire con noi a Shibuya (uno dei più popolari quartieri notturni di Tokyo), ma la risposta unanime, con un po’ di imbarazzo, è stata che preferivano rimanere sul posto e sbrigare un po’ di faccende di lavoro. La cosa interessante è che durante tutta la giornata nell’università e nel campus non abbiamo visto quasi nessuno. Tutte le luci degli edifici erano spente e si vedeva solo di tanto in tanto qualcuno intento a fare jogging. Quindi le possibilità sono due: la prima è che siamo capitati nell’unico dipartimento che lavora anche il sabato sera, la seconda è che non volevano darci un’idea di lazzaroni che passano il proprio tempo libero a fare festa e mostrarsi seri di fronte a noi e soprattutto di fronte al professore. Io opto per la seconda aggiungendo anche che forse erano un po’ spaventati dall’idea che a Shibuya avrebbero potuto magari incontrare anche quell’essere strano chiamato “ragazza” che nei dipartimenti di ingegneria si vede solo in fotografia e che tanto intimorisce lo studente “otaku” (geek, fanatico del computer) giapponese.

Altro episodio da segnalare è che sono incappato per la prima volta in 11 mesi in un giapponese scortese. La cosa colpisce ancora di più se si considera che ero nel ruolo di cliente e che quindi dovrei meritarmi una particolare forma di cortesia e tutte le attenzioni del caso. Posso comunque tranquillizzare i lettori che si tratta di un caso molto raro e che anche il mio amico che si trovava con me e che vive da 3 anni a Tokyo era la prima volta che vedeva. La cosa strana è che ripensandoci oggettivamente alla fine non si è trattato di niente di ché, ma quando ci si abitua ad essere trattati come divinità per aver acquistato una caramella da 100 yen (un franco) appare strano sentire un cameriere che non da del lei e che si lamenta con i clienti.

Finita l’esposizione sommaria degli eventi più interessanti della settimana arrivo al tema che intendo trattare oggi. Si tratta di qualcosa a cui intendevo dedicare un post molto tempo prima, ma ogni volta ritenevo che ci fossero temi più interessanti di cui parlare e quindi è sempre stato posticipato. Sicuramente adesso è il momento ideale, continuando a leggere capirete forse anche perché.

Mi è stato detto (giustamente) che leggendo il mio blog si percepisce una certo malcontento, è un susseguirsi di descrizioni di comportamenti nella società giapponese che mi lasciano un po’ perplesso e spesso ne ricavo sollievo solo sapendo di non esserne parte integrante ma di potere approfittare della mia condizione di gaijin (straniero) per rimanerne fuori. In effetti per quanto possa essere affascinante e interessante la cultura giapponese ha molti aspetti problematici e la mancanza di spirito critico e rivoluzionario dei giapponesi fa sì che questi problemi rimangano irrisolti per molti anni. Va anche detto però, facendo un po’ di autocritica, che, essendo cresciuto con la cultura italiana, tendo sempre a criticare tutto e a lamentarmi di tutto, senza soffermarmi troppo sui vantaggi invece che lo stile di vita giapponese porta. C’è poi un’altra cosa che occorre considerare; vivere come straniero in Giappone è all’inizio difficile e ci sono molti problemi culturali da superare, ma cosa dicono i giapponesi che vivono nei paesi occidentali (in particolare Italia e Svizzera)? Anche se tenterò di basarmi su un po’ tutti i racconti che ho sentito, buona parte di questo post sarà basato sull’esperienza di una mia amica, da poco sposata con un italiano, che ha vissuto (e vive tuttora, anche se ancora per poco) in Italia.

In Giappone capita spesso di incontrare giapponesi (in prevalenza donne) che dicono di essere innamorati dell’Italia e che gli piacerebbe andarci a vivere e magari trovarsi un bel italiano, di quelli come si vedono nei film. Di solito tento di spiegare che la realtà non è quella che si vede nei film e neanche facendo un viaggio di due settimane (spesso in gruppo e con guida perdi-più) si riesce ad avere un’idea di come possa essere vivere in un paese straniero. Ricordo di avere incontrato questa mia amica di recente, durante le mie vacanze in Svizzera, e di avere discusso del perché non le piacesse vivere in Italia. Mi ha quindi risposto che la vita di tutti i giorni, nonostante decisamente più tranquilla rispetto al Giappone (lei lavorava come parrucchiera a Tokyo), è piuttosto noiosa e monotona. Si lamentava del fatto che la giornata tipo consistesse in svegliarsi, fare colazione, andare al lavoro, eventualmente tornare a casa per pranzo, ancora lavoro, cena e poi qualcosa la sera, spesso guardare la televisione. Questo genere di vita non mi è sembrata molto diversa da quella che fanno abitualmente i giapponese e le ho quindi chiesto che cosa facesse lei di solito in Giappone. Ci ha pensato un attimo, quasi fosse una domanda troppo stupida o troppo difficile e poi mi ha risposto in maniera abbastanza chiara: “Per esempio mi incontro con le amiche…”. Centro! Non ero forse io che mi lamentavo che in Giappone è difficile fare amicizie? Eppure dopo neanche un anno in Giappone, arrivato con conoscenze pari a zero della lingua, ho un sacco di conoscenze e se ho voglia di fare due chiacchiere con qualcuno non mi ci vuole molto a trovare qualcuno libero la sera (anche se in Giappone bisogna organizzarsi con molto anticipo…). Sembra invece che in Italia, per chi ha gli occhi orientali, non sia così facile fare amicizie. Un po’ perché i cinesi (e in quest’ottica tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla sono cinesi) sono malvisti, ma forse anche perché a non tutti vanno a genio gli stranieri. D’altro canto conosco molta gente che è stata all’estero a studiare e che ha conosciuto tantissima gente, ma si trattava però quasi sempre di altri studenti internazionali e la stessa cosa avviene per gli stranieri che vengono a studiare in Giappone.
Continuando a parlare con la mia amica si scopre che i mariti (compagni) occidentali sono molto premurosi e affettuosi a differenza dei giapponesi che sono freddi e spesso disinteressati. Una cosa che già sapevo e che ho avuto modo di vedere diverse volte. È però vero che tendono ad essere troppo premurosi e a tenere per sé la propria moglie che spesso fatica a fare amicizie fuori da quelle del marito. In Giappone le coppie tendono ad essere molto più aperte. Nelle coppie di convenienza o sposate dalle regole sociali spesso questa apertura si concretizza in una serie infinita di tradimenti di entrambi i partner, ma non rappresenta di certo la regola. Quello che spesso avviene è che una coppia condivide la casa e le spese e si occupa dei bambini ma i coniugi conducono spesso due vite separate con i propri hobby e le proprie amicizie. Il sogno quindi del marito romantico e affettuoso si scontra quindi spesso con la necessità di libertà a cui sono abituate le giapponesi. Un aspetto che evidentemente in un’ora e mezza di film dove la trama si incentra sull’innamoramento è difficile possa passare. Cose che si scoprono solo vivendole.
C’è poi un aspetto della vita di tutti i giorni a cui è difficile rinunciare una volta che ci si è abituati al Giappone. La maggior parte della gente vive nelle città dove si può avere tutto quello che serve 24 ore su 24. Certo, la cosa ha le sue conseguenze, con gente costretta a fare i pesanti turni notturni e vivere a ritmi sfasati. In molti casi però lavori di questo tipo vengono presi da studenti o gente che lo fa come secondo lavoro e nonostante tutto non sono in troppi a lamentarsi. Il numero di quelli che si lamentano può sembrare ancora minore se li si paragona a tutti quelli che si sono lamentati della chiusura dei negozi dei paesi occidentali. In genere la critica è che con la chiusura dei negozi la vita si confina nelle proprie abitazioni e c’è poco da fare o dove andare la sera o la domenica. La vita tranquilla viene certo apprezzata all’inizio, ma alle lunghe tutti sentivano la necessità di potere fare tutto a tutte le ore, anche a condizione di rinunciare a parte di quel relax e quel dolce-far-niente che le società mediterranee offrono.
C’è poi un ultimo aspetto piuttosto interessante da citare, anche solo per curiosità. In molti hanno detto che le donne occidentali sono troppo svestite e che (questo in particolare riferito all’Italia) in televisione non si vede altro che dibattiti politici in cui la gente litiga conditi da presente di tette e culi femminili. Ora, in Giappone per vedere delle donne mezze svestite non c’è bisogno di accendere la televisione; basta andare in centro di ogni città e a qualsiasi ora con qualsiasi clima si troverà qualcuna con una minigonna poco più grande di un fazzoletto. E anche gli show della televisione giapponese non sono incentrati su divulgazione culturale e scientifica ma piuttosto su fesserie e comici che ridono tutto il tempo, il tutto cosparso da giovani donne con gli occhi grandi e ricoperte solo dal sedere in su. Alle critiche riguardo i costumi occidentali ho quindi di solito risposto indicando la minigonna più vicina a me e di fronte al fatto oggettivo non ho in genere trovato ulteriori contestazioni. Devo però ammettere che sono io stesso adesso a vedere come osé i costumi occidentali. In effetti per qualche ragione ancora sconosciuta il modo di vestire giapponese, per quanto mostri quasi completamente le gambe, non risulta troppo provocante o volgare. Sono spesso le occidentali quando si adattano alla moda delle minigonne locali a sembrare strane. Posso quindi capire il disagio che si possa provare nell’arrivare in un paese che viene visto come carino e simile alle fiabe e che invece si dimostra legato a principi meno nobili e romantici.
Se si aggiungono poi i problemi legati ai vari visti e permessi, come quello del dovere lavorare in nero (qui parlo dell’Italia ovviamente), allora la visione mitologica dei paesi occidentali da parte dei giapponesi viene a cadere.

In conclusione quindi sia l’inferno che il paradiso non esistono in Terra e l’immagine che si ha di un paese può essere molto diversa da quella che invece si ottiene vivendoci. Le critiche che faccio spesso sulla società giapponese possono sicuramente essere fatte da un giapponese alla nostra società. D’altra parte è solo tramite il confronto e la visione in modo differente delle cose che spesso si riesce a capire i propri problemi.

Da Inadera, senza rileggere e stanco morto,
Feli-banzai


Ma in Giappone si lavora tanto?

gennaio 20, 2011

Inizio il post mettendo già sul piatto un tema che intenderò trattare più in avanti: sono le 9.55 di un mercoledì mattina qualunque, sono al lavoro e cosa non strana mi trovo a scrivere nel mio blog. Lavoro in Giappone per una ditta giapponese e ho capo e colleghi esclusivamente giapponesi. Il mio ufficio è su di un piano immenso, penso che ci siano circa 150-200 persone e ognuno è libero di vedere sul mio grande schermo quello che sto facendo. Finestra di Firefox aperta a pieno schermo e sito di wordpress chiaramente visibile, non è necessario che nasconda il fatto che mi sto occupando di faccende poco inerenti il lavoro. Forse la cosa può sembrare un po’ strana a chi ha l’idea del Giappone come una terra di lavoratori instancabili. E per mettere risalto la cosa aggiungo che domani ho vacanza (ancora) e che nella tabella oraria da metà dicembre a metà gennaio risultavano 11 giorni lavorativi; un po’ strano forse in un paese che non smette mai di lavorare, anche nel periodo di festa. Sospendo brevemente il tema e lascio il lettore riflettere su questa domanda che mi sono sentito domandare molto frequentemente quando ero in Svizzera:
“Ma è vero che in Giappone si lavora tanto?”

Passo quindi a raccontare della mia consueta vita tra lavoro, serate in compagnia, studio dell’alfabeto kanji nel tempo libero sul treno e viaggi, dove mi porta il cuore e mi concede il portafoglio. Questa sera parto per Tokyo, per una volta non è una scelta mia, nel senso che mi ci porta il lavoro, ma la cosa non mi dispiace assolutamente. Sabato ho un meeting con il professore che mi ha organizzato tutto il soggiorno in Giappone (scuola di lingue e lavoro) in cui dovrò brevemente illustrare il mio lavoro e dire come mi sono trovato in ditta. Una formalità di due orette massimo, ma ne ho quindi approfittato per prendere un venerdì di vacanza e farmi 3 giorni a Tokyo. Cosa piacevole è che per una volta non mi tocca soffrire in un bus notturno ma posso viaggiare comodamente con il rapido shinkansen che accorcia i tempi di quasi un terzo, il tutto gentilmente pagato dalla ditta quale viaggio di lavoro (il quale in effetti è, anche se solo in parte…). Peccato che in base alle promesse che avevano fatto all’inizio sarei dovuto andare in diverse sedi del Giappone e vedere i luoghi di produzione (più interessanti del centro di ricerca che assomiglia ad una distesa desolata di computer); promessa che è stata rinnovata ad ogni cena tra colleghi ma che a questo punto ho seri dubbi venga mantenuta. Nel frattempo, però ne approfitto per godermi 3 giorni a Tokyo e rivedere amici che non vedo spesso.

Ma ritorniamo al titolo ed il tema con cui avevo aperto questo post; ci avete pensato alla domanda? Sempre convinti che il Giappone sia una terra di lavoratori insaziabili? Inizio rispondendo alla domanda senza dare la risposta. Il problema infatti è che la domanda in sé è mal formulata; in Giappone prima di tutto chi lavora tanto, tutti? E poi che cosa si intende lavorare tanto; orari di lavoro, stress causato dall’attività lavorativa? Riconsiderando la domanda in questa maniera diventa più semplice dare una risposta e capire che differenze esistono tra il mondo del lavoro nipponico e quello occidentale.
Do una rapida occhiata al calendario della ditta, i giorni di vacanza sono indicati in rosso; conto quelli tra il lunedì e il venerdì (il sabato e domenica è sempre vacanza), parto da gennaio e scendo rapidamente fino a dicembre per l’anno 2011 (o meglio l’anno 23 del regno dell’attuale imperatore). 23! In un anno i giorni di feriali che cadono in settimana sono 23. Conto brevemente i giorni festivi che cadono in settimana per il 2011 nel Canton Ticino (Svizzera) e la conta (posso essermi sbagliato di qualche giorno) arriva a 12; la metà insomma. Come è possibile che in un paese come il Giappone dove si ha l’idea che la gente lavori anche la notte o la domenica ci siano così tanti giorni festivi? Una delle prime spiegazioni che vanno date è che in Giappone quando un giorno festivo cade di domenica (e forse anche di sabato, non sono sicuro comunque) viene recuperato di lunedì, quindi non esiste la possibilità che in un anno particolare ci siano poche ferie per sovrapposizioni con il weekend. Questo fatto inoltre fa sì che si creino una miriade di ponti sul fine settimana. Va poi aggiunto che la mia ditta è particolarmente generosa in quanto a vacanze ed inoltre hanno pensato bene di fare lavorare i dipendenti quando le vacanze cadono di mercoledì per poi fare recuperare il giorno di vacanza in un altro periodo dell’anno per fare un ponte di 4 o 5 giorni. Insomma, in Giappone esistono una miriade di ferie nazionali che cadono sempre in settimana. La brutta notizia per contro è che non esiste un obbligo (o perlomeno la legge non è così rigida in materia) di chiusura nei giorni di festa e quindi a godere a pieno di questi giorni feriali sono solo i dipendenti di banche e uffici. Per chi lavora nella vendita al dettaglio o nel ramo del commercio o del turismo i giorni feriali sono i più pesanti, visto che bisogna sopportare la mandria di impiegati d’ufficio in vacanza quel giorno. Gli svantaggi del fare un lavoro giudicato “semplice” in un paese economicamente “avanzato”. A rendere ancora più pesanti i lavori fuori dai grossi uffici dei centri è il fatto che spesso il weekend si lavora e in genere il giorno di riposo settimana è solo uno. Tanti giorni di festa nazionale quindi, ma solo per pochi eletti però.
Oltre alle ferie nazionali vanno poi aggiunti i giorni di ferie personali. In 9 mesi di pratico ho avuto a disposizione 14 giorni, che, se estesi su un anno fanno poco più di 18 giorni. In totale quindi i miei giorni di festa in settimana sull’arco dell’anno sono 41, non male per un paese di estenuanti lavoratori! A questo punto sorgerà un dubbio sugli orari di lavoro. Qualcuno si chiederà: con così tanti giorni di ferie si dovrà compensare con gli orari di lavoro. Intendo bloccare il dubbio sul nascere; il mio contratto (uguale a tutti i miei colleghi, tranne che per il salario…) parla chiaramente di 7:45 al giorno, da farsi preferibilmente nel seguente modo: 8:30-12:12, pausa pranzo, 13:00-17:00. Anche qui meno delle solite 8 ore giornaliere della maggior parte dei lavori europei. Altro dubbio allora: i ritmi di lavoro devono essere insostenibili! Escludendo il fatto che sto scrivendo in tempo di lavoro (il che dovrebbe essere già un indizio), allungo un po’ lo sguardo e c’è un collega che dorme; tenta di restare sveglio di fronte allo schermo ma gli occhi continuano a chiudersi e di tanto in tanto la testa cade a pendolo e si rialza di scatto. Memorabile poi la scena del mio collega che in laboratorio si tagliava le unghie dei piedi…
Oltre a questo quadro già di per sé paranormale si aggiungono ancora i “shuccho”, ovvero i viaggi di lavoro. Il venerdì in ufficio sembra di essere in una landa desolata; tabellone delle presenze chiazzato di rosso a marcare il nome e il luogo di chi è in viaggio di lavoro, atmosfera piatta e tranquilla e di tanto in tanto qualcuno che chiama per cercare un assente. I viaggi di lavoro consistono fondamentalmente in due fasi molto importanti: il meeting e la cena. La seconda ovviamente è più importante della prima. Nel meeting si discutono di quelle cose che già si erano discusse per e-mail o per telefono e ci si ringrazia e ci si inchina di tanto in tanto. Nella cena invece bisogna bere quantità fuori controllo di vari alcolici in modo da potere arrivare a dire le cose come stanno e discutere dei problemi che il giorno dopo si sono già dimenticati. I viaggi di lavoro hanno per destinazione spesso località poco romantiche dove esistono enormi centri di produzione industriale. Ma con un po’ di fortuna si può finire a Okinawa (le tropicali isole del sud), Kyushu (l’isola principale più a sud del Giappone) oppure in Cina o Corea.

Penso che a questo punto ho scioccato il lettore. La domanda che a questo punto arriva è ovvia:
“Ma dove è il trucco allora? Perché si parla sempre del Giappone come un paese stressato dal lavoro?”
Arrivo subito al punto. Quello che ho descritto sono le condizioni contrattuali e la mia vita. Un giapponese non finisce di lavorare alle 17 ma continua fino almeno alle 20 o le 22 (nonostante gli straordinari non siano pagati…). Un giapponese non si prende i giorni di vacanza personali e spesso si sente in obbligo di andare a giocare a golf con i clienti e prendere parte alle attività e riunioni extra-settimanali della ditta (tutte cose che non è assolutamente obbligato a fare). Il Giappone è stato un paese feudale per moltissimi anni e il principio di fedeltà e sottomissione al Signore (il capo, il padrone) è rimasto profondamente integrato e si è adattato ai nuovi vincoli della società moderna. Quindi il principio è ora visto che sottomissione al datore di lavoro. Si sentono in obbligo moralmente di mostrare il proprio impegno e aspirano a loro volta a diventare capo in modo da essere poi adorati. Quindi anche quando non c’è troppo lavoro fanno comunque modo di trovarsene oppure di allungare i tempi per quello previsto. Inoltre a causa dei principi portati dalla religione scintoista nella vita è necessario impegnarsi, in tutto. Non trovano quindi troppo fastidio nel fare lavori ripetitivi o noiosi perché hanno la possibilità di rendersi utile e impegnarsi in qualcosa. Tutti questi fattori assieme fanno in modo che nonostante ci siano buone condizioni di lavoro siano loro stessi a complicarsi la vita. Nei viaggi di lavoro poi subiscono lo stress di formalità portata all’estremo, volendo sempre essere più formale dell’altro finendo per trasformare un viaggio di lavoro che potrebbe anche avere uno scopo in un viaggio di formalità. Spesso poi sprecano la possibilità di fermarsi sul luogo qualche giorno avendo il biglietto già pagato dalla ditta per giusti motivi. Quindi un viaggio di lavoro in Corea che potrebbe essere esteso nel weekend con un solo giorno di vacanza (ammesso che il viaggio di lavoro sia di giovedì o martedì) diventa una maratona di un giorno tra taxi attese all’aeroporto e formalità di transito.
Va poi aggiunto che i giorni di malattia vanno presi dalle ferie personali. In realtà la cosa è poco chiara in materia, pare che per periodi prolungati (e malattie serie) è possibile ottenere congedo pagato, ma la burocrazia a riguardo è così impressionante che nessuno osa affrontare la sfida. In pratica però aggirandosi in Giappone d’inverno si vede parecchia gente con la mascherina, preoccupati di ammalarsi e quindi dovere rimanere a casa dal tanto amato lavoro.
Finisco con una ciliegina sulla torta. In Giappone si va in pensione in genere attorno ai 60 anni e la gente vive l’anzianità in maniera molto diversa rispetto alle società occidentali. Piena salute, voglia di fare, viaggiare e scoprire; una rinascita dopo anni di lavoro, niente di meglio per ripagarsi dell’età adulta passata davanti ad una scrivania.

Ancora una volta poi è necessario menzionare che le condizioni di lavoro variano drasticamente a dipendenza del lavoro, della formazione e del datore di lavoro. Io mi trovo in una condizione particolarmente fortunata. La Mitsubishi è una grossa ditta e io mi trovo tra la gente che svolge i lavori ritenuti più difficili (ricerca avanzata) e quindi più protetti dal sistema (discutibile) che vuole che laureti godino di condizioni molto migliori dei normali lavoratori. Se leggete il blog di un dipendente di fast-food probabilmente il quadro risulterà molto diverso. Ci tenevo però a dare uno sguardo critico e diverso da quello diffuso in maniera erronea che vuole il Giappone come una terra dove lavorare 24 ore al giorno è un obbligo per tutti.

In conclusione quindi il Giappone continua a meritarsi l’immagine di paese di lavoratori. Ma lo stress è tutto di altro tipo rispetto alle condizioni di lavoro in Europa e soprattutto l’immagine del dipendente alle 11 di sera ancora in ufficio non è frutto di un obbligo ma di una volontà. Ancora una volta quindi essere la pecora nera occidentale meno sensibile alle pressioni sociali ha i suoi vantaggi.

Da Osaka (ancora per poco),
Feli (-san, -kun, -sama, -pyon o -chan, quello che preferite)