L’arte di nascondere la verità (con riflessioni sul Natale)

dicembre 20, 2010

Ultimo post dal Giappone per quest’anno e molto probabilmente anche ultimo post dell’anno. L’arrivo in Svizzera è previsto per Mercoledì 22 in serata a Zurigo, anche se, visto lo scalo a Londra, al momento bloccata dal maltempo, è meglio non fare previsioni troppo precise e ottimiste circa l’ora e la data esatta.

Sotto Natale nel Paese del Sol Levante tutto trascorre tranquillo come nel resto dell’anno. Il Natale non è una festa tradizionale (visto che il Giappone non è un paese cristiano) e viene festeggiato in maniera un po’ commerciale un po’ allo stesso modo di Halloween e San Valentino. Tipicamente il Natale in Giappone è la festa delle coppie. Chi ha il ragazzo/a trascorre la giornata con il partner (anche se non sempre Natale è un giorno festivo, molta gente lavora) e chi invece è single trova un modo per tenersi occupato/a, magari lavorando, per non sentirsi troppo solo/a. Ovunque si possono trovare addobbi natalizi e alberi di Natale, ma viene fatto più che altro con il pretesto di attirare gente verso i centri commerciali e i centri delle maggiori città che neanche per commemorare una festa e una tradizione che qui non esiste. Personalmente a me non dispiace affatto questo modo di affrontare il periodo di “feste” e le festività natalizie. Non essendoci appunto questa tradizione anche il dovere e lo stress dei regali è quasi del tutto assente. Come detto i centri commerciali approfittano del Natale per attirare clientela, ma la cosa non è così maniacale come da noi (o perlomeno è ancora accettabile). Ogni occasione è buona per richiamare lo spirito di compratore consumistico e quindi anche il Natale è una festa come molte altre, come lo può essere l’arrivo dell’autunno o della primavera. È proprio questo che mi piace del Natale orientale, è una festa come molte altre, certo importante, ma non genera tutto il caos maniacale che avviene invece purtroppo spesso nei paesi occidentali. Personalmente considero il Natale come un momento per incontrarsi e per riflettere sull’anno appena trascorso. Sono quindi molto contento che mi troverò in Svizzera in questo particolare momento.
L’unica cose insopportabile in questo periodo è la musica natalizia che è presente ovunque. Come ho precedentemente scritto in uno scorso post il Giappone è maestro nel fare rumore quando assolutamente evitabile e anche in questo periodo dell’anno non potrebbe essere altrimenti. Tralasciando i centri commerciali dove le note natalizie sono scontate, anche posti meno sospettabili si adeguano alla massa. Settimana scorsa sono stato all’acquario di Osaka (tra l’altro stupendo) e mi sono fatto 2 ore di visita con le cantilene che si potevano sentire in ogni angolo dell’edificio, sia dentro che fuori.

Il nuovo anno invece in Giappone è una festa tradizionale da trascorre solitamente in compagnia della famiglia. A dimostrare che il nuovo anno è qualcosa di integrato nella società da diverse generazioni c’è il fatto che esistono diversi piatti e pietanze tipiche da consumare proprio nella notte di capodanno. Ogni regione ha varianti diverse per un piatto che trova origini comuni in tutta la nazione. Tipicamente poi il primo di gennaio ci si reca al tempio per dare un tocco di spiritualità all’anno da poco incominciato. Capodanno, visto appunto il suo legame forte con la cultura, è uno dei pochi giorni di vacanza rispettato da quasi tutti i giapponesi. Interessante, per la cronaca, il fatto che nonostante Natale non sia un giorno feriale lo è invece il 23 di dicembre, giorno in cui il beneamato imperatore compie gli anni.

Finita l’introduzione riguardante il periodo specifico in cui scrivo vengo ora al tema che ho scelto per il post odierno. Si tratta di uno degli aspetti più classici e più controversi e uno dei temi più discussi tra gli stranieri che vivono in Giappone; come citato nel titolo: l’arte di nascondere la verità.
Bisogna partire dal presupposto che nella società giapponese uno degli aspetti più importanti è quello del cosiddetto “wa” ovvero la preservazione dell’armonia del gruppo. Concetti descritti nei precedenti post come la paura del diverso e la difficoltà di integrarsi in gruppi già esistenti possono essere tutti ricollegati al concetto di “wa”. La cosa più importante quindi è di evitare conflitti e tenere lontano in tutti i modi tensioni che si possano creare in un gruppo e più in generale nella società stessa. Tutto quello che è strano, diverso, è dunque potenzialmente un elemento scatenante che potrebbe nuocere all’armonia di gruppo ed è quindi da evitare. Questo spiega spesso l’atteggiamento di massa della maggior parte dei giapponesi. La politica per esempio è incredibilmente monotona e lenta in Giappone, così come lo è la burocrazia. Il motivo essenzialmente è che non è ben visto dire la sfacciata verità. Ho deciso di raccontare oggi di questo aspetto visto che recentemente sono accaduti due fatti piuttosto interessanti.
Il primo è che incredibilmente mi è accaduto di parlare di politica durante l’ultima cena della ditta (il cosiddetto “bonenkai”, ovvero cena di fine anno), prima assoluta dopo quasi 10 mesi in Giappone. Quando ho sentito che colleghi seduti poco lontano da me parlavano di qualcosa di nuovo, diverso, mi sono messo ad ascoltare più attentamente e ho quindi notato che in effetti proprio di politica si trattava. Mi sono quindi introdotto nel discorso e ho evidenziato come stessero toccando dei temi piuttosto inusuali. Al che mi hanno risposto che, in effetti, si trattava di qualcosa di inusuale e ho quindi replicato che, d’altra parte, vista la monotonia della politica in Giappone ci sia poco di interessante da dire. Poi il collega ha precisato: “In realtà non è che i giapponesi non si interessano di politica, ma non osano dire quello che pensano, se lo tengono per loro soltanto.”, ho quindi aggiunto: “Forse è proprio per quello che tutto prosegue così lentamente!”.
Il secondo esempio riguarda una mia amica che da tempo intende lasciare il proprio lavoro (una sorta di pasticcera alla giapponese, che produce dolcetti tipici giapponesi). È un lavoro che le piace molto e, nonostante le tocca spesso lavorare quando gli impiegati fanno festa, non le dispiace troppo e le consente comunque di fare degli orari fissi con pochi straordinari. Tuttavia le relazioni con i colleghi sono improponibili. Il nipote del proprietario della ditta, suo superiore, le lancia addosso ripetutamente secchiate d’acqua e in due occasioni le ha quasi ustionato una mano con acqua bollente. Il loro capo, al corrente dei fatti, non dice niente, trattandosi di un parente del proprietario e anzi, non perde occasione per accusare la poverina per ogni errore che possa esserci o anche per fatti totalmente inesistenti. Il motivo per tutto questo è semplicemente gelosia dopo che Kana (il nome della mia amica) ha vinto dopo soli tre anni il concorso di pasticceria della regione del Kansai. In altre realtà le cose scoppierebbero in litigi, la verità verrebbe messa in faccia e si finirebbe con un paio di licenziamenti in tronco. In Giappone invece non è buona cosa licenziarsi se non per ragioni di matrimonio, specie in una regione di campagna come quella dove vivo io. Ultimamente Kana sta cercando di trovare un modo per andarsene dal posto dove lavora, ma la cosa non è semplice perché non può dire la verità e non vuole che succedano troppi sconvolgimenti.

Questi due esempi servono a spiegare quanto sia importante in Giappone nascondere la verità e dire le cose in maniera indiretta e spesso incoerente con i fatti reali. Esistono quindi due modi di parlare e di dire le cose: il cosiddetto “hon’ne” che è la verità nuda e cruda (ed è quindi da evitare) e il cosiddetto “tatemae” (ovvero facciata) che è una finzione che evita di dire come stanno le cose (da usarsi in tutte le situazioni). Per spiegare la differenza tra i due concetti posso prendere un buon esempio che ho trovato su un altro blog che di tanto in tanto seguo. Facciamo finta che ci si reca in stazione per prendere un biglietto (per un concerto per esempio) e il biglietto in questione non è disponibile. In Europa abbiamo quindi la situazione del commesso che cerca nel computer e che, comunque con cortesia, informa il cliente: “Mi dispiace ma il biglietto da lei richiesto non è disponibile. Posso cambiare data se lo desidera.” In Giappone la cosa va parecchio per le lunghe; il commesso cerca nel computer e vede che di fatto per la data indicata tutti i biglietti sono già stati venduti. Dirlo in maniera diretta sarebbe però troppo scioccante. Perde allora tempo chiedendo diverse volte la data in conferma per essere sicuro che non mi sia sbagliato. Una volta certo che il biglietto non c’è inizia quindi il teatro: “Aspetti un attimo, sembrerebbe che si sia un errore, dovrei chiedere al capo. La prego di attendere con tanta grazia, gentile cliente.” Entra quindi nell’ufficio ed esce assieme al capo. Entrambi guardano lo schermo del computer facendo strane facce e strani versi. Si mettono a discutere tra di loro e poi infine, dopo magari 10 minuti, il commesso si arrende e senza dire comunque le cose in maniera diretta afferma: “Devo scusarmi con lei in maniera solenne e sono molto dispiaciuto, ma sembrerebbe che non si sia il biglietto da lei chiesto. Potrebbe però trattarsi di un errore. Provi a chiedere in un’altra agenzia. Siamo veramente dispiaciuti per la cosa e ci scusiamo nel più solenne dei modi.” Ovviamente ho gonfiato un po’ le cose, ma nella realtà questo genere di conversazione non si svolge in maniera poi molto diversa. Basti pensare al modo in cui si risponde al telefono in modo formale; “Buongiorno, c’è il signor Fujimoto?”. Si tratta del collega seduto accanto che è via per viaggio di lavoro. Risposta (tragicomica, dopo avere ringraziato il cliente per avere chiamato): “Aspetti che controllo… Chotto i masen ga…” (il che significa letteralmente “un po’ non c’è però”). Insomma quale modo più diretto per dire come stanno le cose?! Di stesso livello tragicomico è il modo di chiamare al telefono, che inizia con una presentazione della propria persone che può essere tradotta come: “Pronto, buongiorno, sono Fujimoto però…”. In realtà quel “però” non ha nessuno significato, ma tra stranieri in Giappone la più originale delle proposte interpretative è la seguente: “Pronto, buongiorno, sono Fujimoto però preferirei essere morto così non dovrei disturbarla in questo momento con la mia brutta voce.”.

Scherzi e barzellette a parte, l’uso della verità è uno dei più grandi errori che vengono commessi quando si tratta con il Giappone in ambito diplomatico o commerciale. Il modo particolare che ho descritto fino ad a questo punto per esporre i fatti è in realtà una vera e propria arte, che, se usata nel modo giusto, riesce a far passare il messaggio senza colpire oltremodo il destinatario. Una delle più grandi difficoltà infatti che vengono incontrate in incontri formali (spesso commerciali) con il Giappone è proprio quella più che della lingua di capire che cosa in realtà si stia dicendo e se le condizioni sono state accettate o se c’è scetticismo a riguardo.

Per concludere, in breve, per quanto particolari e discutibili siano i modi della cultura e società giapponese hanno di fatto portato ad una società che è stata capace di vivere in armonia e con grande stabilità per diversi secoli e che in parte continua ad esserlo. Vista la mia ancora scarsa conoscenza in materia lascio aspetti più critici a persone più competenti e a meglio conoscenza dei delicati aspetti che tali discussioni toccano. Una cosa però è indiscutibile: per quanto affascinante, misterioso, strano, pericoloso o malato possa essere il Giappone rimane di fatto un paese molto interessante e conoscere i modi e le usanze non può che essere sempre più utile in un contesto globalizzato.

A presto,
ClaudioFeli

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Le stagioni dei colori: l’autunno e la primavera

dicembre 2, 2010

Rieccomi, motivato a mantenere la promessa fatta di almeno 3 o 4 post al mese. Oggi però non voglio trattare temi legati alla società e alla cultura giapponese ma parlare, dopo tanto tempo, di una caratteristica paesaggistica che rende il Giappone particolarmente affascinante durante i cambi di stagione.
In generale, in qualsiasi parte del globo dove le 4 stagioni sono riconoscibili (bisogna quindi escludere equatore e poli) i cambi di stagione sono rappresentati da colori vivaci associati al cambiamento del clima. La primavera è il periodo della fioritura, con i prati che si riempono di mille colori, dall’azzuro tenue e il rosa delicato al più vivace rosso dei papaveri o l’innocente bianco delle margherite. Gli alberi poi si riempiono pian piano di foglie e i paesaggi delle prealpi diventano nuovamente verdi e pieni di vita. L’autunno invece avviene un po’ l’inverso; le foglie passano dal verde a graduazioni sul marrone e il grigio, con sfumature di rosso, giallo e arancione. Una volta secche iniziano poi a cadere e a ricoprire i boschi di una soffice coltre colorata. Camminando per il bosco autunnale è solito sentire quei rumori che le foglie secche accatastate fanno quando calpestate. Alle nostre latitudini poi l’autunno è la stagione delle castagne. Le si trova ovunque, dalle più piccole e piatte alle più grosse e appetitose. Basta aggirarsi per un qualsiasi sentiero ticinese per incontrare una famiglia o persone che, con l’apposito sacco, sono intenti a raccogliere i piccoli spinosi regali dell’autunno. Caldarroste, torta di castagne, marmellata, marron glacé, crema di castagne sono solo alcune delle svariate ricette che esistono per gustarsi al meglio il frutto protagonista del momento.

Il Giappone si trova a grandi linee alla stessa latitudine della Svizzera. Essendo un paese parecchio esteso da sud a nord (e da est ad ovest), un po’ come l’Italia, il clima cambia di molto tra le isole tropicali di Okinawa e la regione quasi siberiana di Hokkaido. In generale però la maggior parte della popolazione vive nel centro, dove si concentrano i centri urbani di Tokyo, Osaka, Nagoya e la più piccola ma meglio conosciuta Kyoto. La regione in cui mi trovo non è quindi diversa, come clima, dalla Svizzera. Se si aggiungono un paio di gradi in più sull’arco dell’anno (che bastano a rendere l’estate torrida e l’inverno meno rigido) le differenze sono minime.
Ragion per cui i cambiamenti di stagione sono molto forti e riconoscibili dai colori della natura e la gente sembra cogliere con particolare stupore questi attimi di passaggio. È proprio forse questo elemento di stupore a rendere molto caratteristico e a donare un velo di magia e di serenità alle stagioni giapponesi. Un’altra spiegazione può essere che i giapponesi non sopportano particolarmente né il freddo (visto che molte case non sono riscaldate), né il caldo (parere condiviso dal sottoscritto, visto che le estati sono calde, umide e lunghe); quindi appena una stagione mite c’è sempre una buona ragione per festeggiare e gioire.
Ma a rendere particolarmente belli i cambiamenti di clima sono senza dubbio i colori. La primavera giapponese è oramai un marchio caratteristico che distingue il paese. La sakura (i fiori di ciliegio) è un elemento onnipresente nella vita in Giappone anche durante tutto l’arco dell’anno. Basti pensare che le monete da 100 Yen hanno proprio raffigurati dei fiori di ciliegio in fioritura. Ma Sakura è anche un nome molto diffuso tra le ragazze, un gruppo musicale e uno dei nomi più usati per caffè, ristoranti o karaoke. Viaggi dall’estero (e dal Giappone stesso) vengono organizzati per i turisti al fine di cogliere il periodo della fioritura salendo dall’isola meridionale dello Kyushu (dove causa clima più mite inizia prima) fino a Kyoto, ritenuto uno dei posti migliori per osservare le varie sfumature dei colori primaverili. Per chi vive in Giappone questo è un momento magico e particolare. La gente non fa che parlare d’altro. Tutti vogliono sapere dove sono i posti migliori per vedere la sakura o se in una città piuttosto che un’altra è già iniziata. È anche uno dei pochi periodi dell’anno dove si incontra gente in mezzo alla natura: chi passeggia con il cane in riva al fiume sotto la coltre bianco-rosa dei ciliegi, chi ne approfitta per andarci con la propria ragazza e chi invece decide di fare un picnic proprio sotto lo spettacolo che la natura offre (il cosiddetto “hanami”, letteralmente guardare i fiori, che è di solito una festa durante la quale, assieme al pasto si beve anche del buon sake in compagnia).
Ristoranti e luoghi pubblici sono poi addobbati a tema, con fiori (spesso finti) che circondano i locali e menu a tema che hanno come piatto forte proprio i caratteristici fiori. I templi già belli durante l’intero anno si riempiono di nuova luce e il contrasto tra lo scuro legno usato nelle costruzioni e il bianco della sakura mette il risalto le differenze che, in un’armonia del tutto speciale, rendono il Giappone un paese intrigante e ricco di elementi da scoprire. La gente si riversa a fiumi armata di macchina fotografica e voglia di scattare bellissime foto da tenere con cura come attimo intramontabile.
Il periodo della fioritura dura all’incirca un paio di settimane. Nel migliore dei casi, se il tempo rimane secco, i petali si depositano sul terreno trasformandolo in un strato di neve primaverile e lasciando posto alle verdi foglie che sostituiscono i sottili fiocchi bianchi ormai a riposo al suolo. Pian piano la magia inizia a svanire e l’alzarsi delle temperature annuncia l’arrivo dell’estate. I boschi si ricoprono di nuovo verde e la gente riprende a parlare del tempo meteorologico.

Dopo svariati mesi passati sudando e lamentandosi del torrido caldo finalmente il clima si fa più mite. I pesanti discorsi sul clima estivo si fanno sempre meno frequenti e la gente inizia ad apprezzare e a lodare l’arrivo dell’autunno. È il periodo ideale dell’anno per visitare città quali Kyoto o Nara, che non essendo troppo grandi possono essere facilmente percorse in bici. A segnalare in maniera inequivocabile l’arrivo dell’autunno sono dei fiori che sbucano dal terreno come dal nulla e crescono rapidamente sbocciando in un fiore rosso vivace. Anche se associati alla morte (sbocciano nel periodo in cui si ricordano i defunti, “okuribi”, e se non erro vengono spesso depositati sulle tombe), o forse proprio per quello, hanno un fascino occulto che in un messaggio cupo ma formale annuncia un periodo di grossi cambiamenti nella natura. Infatti una volta caduti (in genere fioriscono per neanche due settimane) arriva in marcia trionfale l’autunno con i suoi vivaci colori. In Giappone, un po’ a mia sorpresa, le castagne esistono e sono anche qui ovviamente associate con il gusto autunnale. Tuttavia, i castagni non sono così diffusi e la raccolta delle castagne e riservata agli abitanti che vivono in prossimità delle piante, frutti che poi vengono venduti nei vari mercati e supermercati. Per fortuna però il gusto è lo stesso autentico e anche le dimensioni non hanno nulla di che invidiare alle più grande delle castagne delle nostre latitudini. Ricette e specialità poi sono svariate e saporite. Le castagne possono essere aggiunte ovunque. In genere però si preferisce aggiungerle al riso per dargli un ottimo gusto stagionale oppure renderle ingrediente re dei classici “o-kashi” (i dolci giapponesi). Posso assicurare agli amanti delle castagne che l’autunno non è un periodo di nostalgia culinaria.
Il fatto poi di non avere solo castagni è poi di grosso vantaggio quando si considerano i colori autunnali. In genere i castagni seccano lasciando foglie sulle tonalità marroncine che, sebbene cambiando i colori dei boschi, non creano forti contrasti. In Giappone invece le differenze di colori sono enormi ed eccezionali. Si passa dal giallo quasi psicadelico al rosso fuoco, spesso in alberi che so trovano adiacenti. Ancora una volta i templi già magici in primavera accolgono l’arrivo dell’autunno a porte spalancate trasformandosi in veri e propri cammini che sembrano portare verso il cielo stellato. Al meglio il “koyo” (come viene chiamato il passaggio ai colori autunnali) è da vedere la notte, con l’illuminazione notturna che rende i luoghi di culto ancora più misteriosi ed incantati. Ma spesso però basta fare un giro a piedi per i boschi o un viaggio in auto tra le strade di montagna per immergersi a pieno nell’incanto della natura. Anche se in genere la primavera giapponese è maggiormente pubblicizzata e conosciuta, penso che forse l’autunno sia forse anche meglio. Anche in questo caso ristoranti e luoghi pubblici si vestono a tema, inserendo elementi decorativi nei piatti e variando a riguardo i propri menu.

Insomma, un paese dove i contrasti ne fanno la vera natura, la natura stessa non può che farne parte.

Dall’oceano di colori del Giappone anche questa volta,
Claudio (Feli)


Così fan tutte(i)

dicembre 1, 2010

Primo giorno del mese e primo post. Continuassi di questo ritmo sarebbe senza dubbio un mese di grande produttività, se non fosse per la mia poco costanza da cui vedrò di correre ai ripari per garantire almeno 3 o 4 post al mese. Oggi è una giornata anonima; il treno era stranamente in ritardo e sono arrivato con 20-25 minuti di ritardo al lavoro (strano come in Giappone appena un treno deve aspettare un minuto al semaforo poi i ritardi si allungano in modo sproporzionato lungo il tragitto. Forse che non sono abituati ad avere imprevisti e appena le cose vanno anche solo un filo storto nessuno sa come gestirle?). Dal punto di vista lavorativo sono un po’ ad un punto morto. Il modello che intendevo adottare sembra non descrivere troppo bene il fenomeno di cui mi occupo e di altri modelli ce ne sono pochi. Il rischio e che mi tocchi iniziare di nuovo tutto dalla base e adesso sono troppo stanco per farlo; ho bisogno di una pausetta.

Questo week-end sono tornato a Kanazawa dalla mia famiglia di accoglienza in compagnia di Cristina (la ragazza da cui mi sono fermato quando sono stato in Cina il mese scorso), che era in vacanza in Giappone, e Zeno, un ex compagno di liceo che studia ora a Kyoto nell’ambito dei suoi studi universitari. Con lui è sempre piacevole avere discussioni sul Giappone visto che parliamo la stessa lingua (ed è l’unica persona che conosco con cui posso parlare italiano in Giappone) e visto che la lingua, la storia e la cultura giapponese sono il suo ambito di studi. Possiamo quindi avere scambi di opinioni tra chi la vita giapponese la vive tutti i giorni nella sua forma più conservativa (il sottoscritto) e chi si trova in un ambiente più internazionale ma ha molte conosce accademiche acquisite sul tema (Zeno)
Durante il viaggio di ritorno da Kanazawa abbiamo avuto modo di discutere un po’ e di gettare qualche possibile abbozzo di soluzione che potrebbe risolvere alcuni problemi che avvolgono la società giapponese (anche se bisogna sempre essere critici e in particolare di recente è necessario puntarsi il dito e chiedersi quale poi sia veramente la società problematica…). Abbiamo passato diversi temi in rassegna e probabilmente quello di cui intendo raccontarvi può essere uno di questi.

C’è una cosa che forse che ha avuto amici o amiche nipponiche ha sentito dire: che in Giappone ci si deve sposare prima dei 30 anni. Personalmente mi ricordo di diverse giapponesi che avevo conosciuto all’estero che riferendosi a se stesse o ad amiche mi dicevano che devono assolutamente sposarsi perché stanno per raggiungere i 30 anni e dopo quell’età sono vecchie e non possono più sposarsi. In realtà non esiste nessuna regola, nessuna legge o nessuna religione che impone che ci si debba sposare prima dei 30 anni, ma come spesso accade in questo paese è una cosa che fanno tutti.
Il Giappone è un paese con una società altamente complessa e dove è importante seguire le sottili ma rigide regole che vengono implicitamente imposte dal comportamento della maggioranza. In poche parole chi non fa quello che fanno gli altri è tagliato fuori. Il paese è saldamente tenuto lontano dal resto del mondo da diverse miglia di mare (dalle centinaia alle migliaia a dipendenza dei punti) e la percentuale di stranieri si aggira intorno all’uno percento (che comprende però anche molta gente nata e cresciuta in Giappone). Il paese ha avuto lunghi periodi storici in cui è rimasto completamente isolato dal mondo e ogni forma di infiltrazione estera è stata bloccata e repressa. Anche la lingua inoltre non aiuta forme di cambiamento da culture estere trattandosi di un idioma completamente differente, per alfabeto, grammatica e logica dalle lingue europee e del resto dell’Asia.
Conseguenza di tutto ciò il Giappone è un paese di forte coesione sociale. Il matrimonio quindi rientra anch’esso nell’ambito e diventa uno strumento tramite il quale ci si uniformizza ai modi applicati dalla maggioranza.
Mi spiego meglio e con parole più semplici. Quasi nessuno si sposa a 30 anni. I giapponesi (uomini e donne) a 30 anni sono quasi tutti sposati e hanno avuto o stanno pensando di avere un bambino. È quello che fanno tutti, la regola non scritta che governa la vita quotidiana in società. Chi non si sposa sotto quel limite di età è diverso e quindi mal visto. Essere diversi in Giappone non è qualcosa che si può paragonare ai nostri “alternativi”, essere diversi qui significa non esistere, essere socialmente inesistenti. La cosa è spesso molto più discriminatoria per la donna che per l’uomo. L’uomo infatti dopo il matrimonio non cambia di molto la sua vita quotidiana; continua a lavorare e cambia semplicemente l’indirizzo di residenza. La donna invece deve stare a casa e occuparsi della casa e dei bambini. Una donna quindi che passati i 30 anni ancora lavora è per forza di cose non sposata e quindi facilmente etichettatile come “diversa”. Con l’avvicinarsi della soglia di età limite la pressione sociale (sulle donne in particolare) cresce in modo spiccato e nel peggiore dei casi è la famiglia che tenta di combinare il matrimonio. Parenti e amici si fanno pressanti nel chiedere se ancora non ci sia qualche eletto e nel tentare di combinare con gli amici. Le cosiddette “kompa” (cene organizzate allo scopo di trovarsi il ragazzo/ragazza, in genere 4 o 5 amici uomini che si conoscono tra di loro incontrano per cena 4 o 5 amiche donne che si conoscono tra di loro ma vedono per la prima volta gli uomini “abbinati”) diventano un appuntamento a scadenza mensile e pian pian ci si inizia ad accontentare pur di trovare qualcuno con cui sposarsi e potersi mettere il cuore in pace. Quello che è più importante è trovare qualcuno che vada bene, non deve essere il compagno ideale, ma qualcuno di sufficiente per il solo scopo di potersi finalmente sposare. Passati i 30 anni da single le cose iniziano a peggiorare gradualmente; le amiche sposate con cui si usciva iniziano a vedere di cattivo occhio l’amica zitella, sul lavoro si rimane un po’ isolati e si finisce quindi per frequentare gente nella medesima condizione. L’ideale spesso è trovare uno straniero, un po’ per la legge del par condicio (uno straniero è “diverso” per definizione quindi si adatta bene alla situazione) e un po’ perché essendo di diversa cultura non fanno caso all’età del partner.

La cosa ancora più ridicola però avviene dopo il matrimonio. Fino a qual momento la felice coppietta vive separata nella casa dei rispettivi genitori. Ognuno ha un lavoro e ci si vede nelle sere in cui entrambi non fanno straordinari o nei week-end. Tutto va bene; le ragazze sono innamoratissime dei propri compagni e i ragazzi sono contenti di avere una compagna e quindi essere come gli altri. Visto il poco tempo che si passa assieme e le vite abbastanza separate ci sono poche ragioni per litigare e il tempo in compagnia passa in maniera serena. Alcune coppie decidono poi di andare a vivere assieme anche se questo è un caso ancora piuttosto raro, sebbene per fortuna in crescita. Arriva poi il momento del matrimonio e di colpo le cose cambiano. La coppia può ora vivere sotto lo stesso tetto. L’uomo, ora sicuro e consapevole di essersi adattato alla maggioranza e di essere come gli altri sposato, può concentrarsi pienamente sul lavoro. In più ora non deve neanche preoccuparsi di pulire la casa o di preparare il mangiare perché questo è compito della donna. Quando arriva il bambino (che è la tappa obbligatoria dopo il matrimonio) la donna è costretta a lasciare il lavoro per dedicarsi al bambino. Inizia quindi un vita in solitaria con i figli. Il padre che finalmente può dedicarsi ai lunghi straordinari diventa quasi un fantasma, assente per la maggior parte del tempo e vago quando presente. La moglie, da poco mamma, inizia quindi ad affezionarsi al bimbo e vedere quasi il marito come un nemico che non se ne prende cura. Inizia inoltre un periodo di noia e con molto tempo libero. Quando il bambino dorme (e il marito) lavora non c’è niente da fare. L’uomo inizia ad infastidirsi del fatto che la moglie, fino a poco tempo prima affezionata e premurosa, sia diventata fredda e assente. Quasi in contemporanea inizia quindi il balletto dei vari amanti. Il tutto procede a meraviglia fino alla pensione quando la coppia che non si frequentava da ormai 30 anni si ritrova a dovere questa volta vivere (e non solo dormire) sotto lo stesso tetto.

Certo, quello che ho appena raccontato non è forse diverso da come le cose andavano (e purtroppo forse vanno ancora in alcuni casi) nei paesi occidentali fino a poche decine di anni fa. Quello che rimane interessante però è nel fatto che in Giappone tutto questo non è affatto malvisto e nessuno ne mette a discussione i problemi di natura sociale e psicologica ad essa legati. C’è poi un altro aspetto interessante da osservare. I diritti civile in Giappone valgono ormai da diverso tempo allo stesso modo sia per gli uomini che per le donne; entrambi hanno diritto di voto, c’è la parità nei salari (penso, spero…) e in generale da un punto di vista giuridico e formale vengono trattate allo stesso modo degli uomini. L’unica differenza rimane quella della funzione sociale: l’uomo a cui viene associata quella del lavoro e la donna a cui equivale l’immagine di madre di famiglia.
A causa dei progressi fatti nell’uguaglianza tra i sessi si è però creato un paradosso: le donne sono molto più emancipate e spesso meglio istruite dei loro colleghi maschi. Semplicemente hanno il tempo per farlo. Hanno il tempo di leggersi un buon libro, di studiare una lingua straniera e inoltra vedono il loro bambino diventare uomo. Non c’è quindi da stupirsi se sia molti più semplice e molto più interessante entrare a contatto con il mondo femminile piuttosto che quello maschile.

Con l’augurio di avere un po più di costanza nel futuro,
a presto,
Claudio (e/o Feli)


Tempo e denaro, i “kombini”

novembre 26, 2010

Rieccomi (finalmente)…

Guardando velocemente il mio blog ho notato con rammarico che novembre ancora non appare nella barra accanto, ad indicare che questo mese non ho scritto nemmeno un misero post. Prima che arrivi la fine del mese è quindi necessario correre ai ripari, ed eccomi dunque a dare nuova vita ad un blog che ormai era quasi sulla via dell’abbandono.

Di recente in effetti sono stato piuttosto occupato e, cosa alquanto strana per i lettori del mio blog, mi è anche capitato di lavorare, per davvero si intende. Infatti anche se in Giappone le cose vanno molto più lentamente che altrove, pure qui sto iniziando a diventare un po’ indipendente ed il progetto a cui lavoro sta diventando pian piano di mia competenza e decido io cosa è necessario fare e che direzione prendere nella ricerca. Anche con i colleghi le cose vanno meglio, in parte mi sono abituato al lavoro abbastanza solitario dell’ingegnere e in parte dopo 6 mesi che si lavora assieme inizia ad esserci un po’ di dialogo tra colleghi. In ogni caso non penso proprio che potrei fare un lavoro del genere in un posto come quello dove mi trovo adesso per tutta la vita o per un periodo di tempo più lungo del mio pratico attuale.

Un sera dopo un nomikai (serata di festa con i colleghi) tornando in treno con il capo ho osato chiedergli che salari ci sono nella ditta ed ho scoperto che c’è una scandalosa differenza salariale tra un impiegato di ufficio (ingegnere nel mio caso) ed un classico professionista come può essere il venditore, la commessa o un artigiano. Inoltre lascia abbastanza perplessi il modo con cui i salari salgono rapidamente e si raddoppiano in fretta restando a lungo nella stessa ditta. Se poi si pensa che chi come me che lavora in un ufficio ha molte più vacanze e i weekend liberi, a dispetto di chi invece fa lavori più normali che ha come periodo massimo di vacanza 3 o 4 giorni e si ritrova con un unico giorno libero magari il martedì o il giovedì quando tutti gli amici lavorano, la cosa è ancora più triste e ingiusta. Facendo un analisi veloce si finisce poi con lo scoprire che la necessità di avere tutto a disposizione 24/24 tutti i giorni della settimana ha fatto sì che il weekend e la domenica in particolare diventi del tempo a disposizione dei soli ricchi, cioè gente che, come me, lavorando in ufficio ha la domenica di vacanza e può così passare la giornata in un centro commerciale spendendo i soldi che non si ha avuto il tempo di spendere in settimana. Chi invece lavora con la clientela ha orari più flessibili e legati agli orari di apertura e chiusura dell’attività. Sono quelle persone che in genere si incontrano nei bar, che hanno il tempo e la voglia di stare in compagnia e fare quattro chiacchiere, ma che non hanno i soldi e il tempo per permettersi un piccolo viaggio o per fare qualcosa di un po’ diverso. La differenza tra questi due generi di persone sta in genere semplicemente in un pezzo di carta che certifica che il soggetto in questione ha un titolo universitario. In altre realtà l’avere fatto l’università (sebbene non significhi essere migliori di altri, come purtroppo molti ancora credono…) significa avere conoscenze approfondite in un determinato ramo che consentono di svolgere lavori più complessi che, generando un profitto più alto, possono permettere un salario maggiore. Anche se trovo la cosa un po’ ingiusta in Giappone lo è ancora di più, visto e considerato che (come riportato in precedenza) nelle università non si impara fondamentalmente molto o molto poco di utile per il futuro lavorativo. In pratica quindi avere una laurea in Giappone significa semplicemente avere avuto ottimi voti al liceo e essere figlio di genitori che hanno potuto permettersi le alte rette annuali. Il tutto diventa un circolo vizioso piuttosto preoccupante: chi è già benestante è in grado di guadagnare soldi in poco tempo che deve spendere in quel poco tempo che ha a disposizione, chi invece, magari per scelta, ha deciso di intraprendere professioni lontani dagli uffici si ritrova con più tempo libero (ma meno vacanze) e pochi spiccioli da spendere.

Una cosa che mi aveva stupito una volta, parlato con un’amica di lunga data, una giapponese che avevo conosciuto in Australia, che ora vive in Italia da un anno circa e si è recentemente sposata con un italiano, è stata la risposta alla domanda circa cosa di più le mancasse del Giappone. Senza quasi nemmeno pensarci mi aveva risposto di istinto i “kombini”. Kombini è una delle molte parole di uso frequente in giapponese che derivano dall’inglese e che poi sono state storpiate per essere adattare alla pronuncia giapponese. Chi conosce l’inglese ed è dotato di parecchia fantasia ha forse capito che il termine si riferisce alla parola “convenience store”, ovvero quello che in italiano potrebbe essere chiamato emporio (anche se il termine è ormai un po’ antiquato), cioè quei negozietti una via di mezzo tra supermercato e chiosco che vendono tutti quei generi di prodotti di cui si ha più o meno sempre bisogno. In genere vi si trova cibo, bevande, sigarette, riviste, batterie, prodotti per l’igiene e l’estetica e, nel caso del Giappone, un vasto assortimento di cravatte per gli uomini (e di mutandine per le donne, un curioso abbinamento). In tutta l’Asia questo genere di negozi è molto diffuso e gli affari in genere vanno alla grande, visto che è sufficiente metterne uno per ogni stazione di treno e la clientela è assicurata tra il primo treno del mattino e l’ultimo della notte. In effetti la loro comodità è indiscutibile; hai voglia di una birra da bere con gli amici alle 11 di sera? Puoi stare sicuro che c’è un kombini a meno di 10 minuti aperto. Hai bisogno di prelevare dei soldi? Meglio andare al kombini che è più vicino delle banche, poi già che sei lì si possono prendere le caramelle, quelle buone al gusto di o-mochi. Anche se servono francobolli o semplicemente ci si annoia mentre si aspetta il treno la risposta è sempre il kombini. Un’immagine abbastanza interessante e reale del Giappone, lontana dagli stereotipi di geishe e samurai, è quella degli impiegati in giacca e cravatta che leggono fumetti e riviste per adulti nei kombini mentre aspettano, magari un po’ ubriachi, l’ultimo treno per rientrare a casa.

Insomma una lunga descrizione per dire che i kombini sono una parte (che può anche assumere toni quasi romantici e pittoreschi) della società giapponese contemporanea così come lo esano le geishe e i samurai durante il medioevo. Ricordando il discorso fatto ad inizio post riguardo le conseguenze che si sono avute in Giappone con la creazione di una società altamente urbanizzata e che vive 24/24 , la domanda che viene da porsi ora è: ne vale veramente la pena? È proprio tutto necessario a qualsiasi ora del giorno e della notte, il lunedì così come la domenica? E chi sarà a pagarne le conseguenze? Domande che fanno riflettere.

Il legame tempo-denaro compare in un altro aspetto molto interessante della cultura giapponese moderna. Facendo il turista nel paese c’è una cosa che non si può fare a meno di notare; i luoghi più belli e suggestivi sono quelli dove non bisogna pagare l’entrata e dove non è necessario fare la coda. Ovviamente prima di addentrarmi in dettaglio nel discorso va detto come al solito che la cosa non può essere presa come regola e che occorre fare qualche precisazione. Ogni giapponese, essendo abituato alla cucina locale, è curioso di assaggiare qualcosa di estero, sia esso francese o italiano, piuttosto che coreano o cinese. Un po’ come a noi piace mangiare una volta ogni tanto sushi o tailandese oppure ancora una buona paella catalana (evito di dire spagnola perché conosco molti catalani). Quindi per me che voglio mangiare qualcosa di “etnico” in Giappone la scelta è vastissima, mentre i giapponesi che vogliono mangiare cucina estera hanno una scelta limitata. Lo stesso discorso si può fare per i luoghi turistici. I giapponesi hanno già visto tanti tempi quante sono le chiese che abbiamo visto noi nelle gite scolastiche. Ecco quindi spiegato perché vogliono andare a Disney-Land a vedere le gondole, cosa invece che a me non fa proprio impazzire dalla voglia. Una ragione quindi del fatto che per me sia più semplice trovare qualcosa di “particolare” è quindi spiegata con il fatto che sono per definizione diverso in quanto temibile “gaijin” (straniero). È però sempre interessante vedere come ragionano i giapponesi. Se non ci va nessuno non ne vale la pena. Quasi tempo e denaro siano indicatori di qualità assoluti che si possano applicare alla totalità delle cose. Mi è capitato spesso di mangiare in ottimi ristoranti senza aver speso una fortuna e avere aspettato un solo minuto quando nel ristorante accanto la gente aspettava un’ora per pagare magari il doppio di quello che avevo speso io. A Namba (il quartiere notturno e della moda di Osaka) c’è un negozio di donuts dove la coda per entrare è normalmente tra la mezz’ora e i tre quarti d’ora. Nessuno sa se quai famigerati donuts siano veramente buoni o no, ma quando chiedo ai miei amici se li abbiano già mangiati mi rispondono sempre di no ma che sono curiosi di assaggiare perché se c’è così tanto da aspettare significa che sono di certo buoni. Stessa cosa con i luoghi turistici. Basta spesso scendere una fermata oltre quella indicata oppure perdersi per una stradina laterale per scoprire luoghi molti più affascinanti dell’attrazione principale.

Ovviamente tutti gli aspetti descritti in questo post non sono tanto diversi da altre società di massa e consumistiche, ma il Giappone, con la sua storia particolare e con la tradizione che ancora esiste e si mescola alla modernità, rimane un caso isolato e particolare e, anche nella vita di tutti i giorni in quei piccoli gesti quotidiani, non manca mai di stupire e di crearsi un’immagine da un fascino e di una semplicità quasi imbarazzante. Così anche oggi ho condiviso con voi una piccola parte di questo mondo dove esisto, vivo, sopravvivo e sogno (queste ultime parole non sono del tutto mie, ma spero che chi mi ha ispirato non si offenda dell’uso, vero Chiara?).

A presto,
Claudio e/o Feli


Sono tornato in Svizzera… per un giorno!

ottobre 12, 2010

Oggi è martedì, ma visto che sia ieri che venerdì scorso era vacanza conta come un pesantissimo lunedì. Per sopportare il passaggio della vita normale dei week-end al rientro alla vita artificiale e iper-formale dell’ufficio occorre dunque una giusta terapia che comprende una lettura in rassegna delle principali testate giornalistiche regionali ed internazionali (NZZ, Corriere, CdT, ansa,…) e se ho qualcosa da scrivere e sono dell’umore giusto un’aggiornamento del mio blog, con l’obiettivo di riuscire a fornirvi almeno 4 post per mese.

La parte prima della terapia si è appena conclusa con notizie che ricalcano più o meno quanto si legge negli ultimi tempi: la politica segreta americana di lotta contro il “terrorismo” (di cui ne viene rivelata sono una minima e insignificante parte), l’incapacità del Giappone di condurre una politica estera (specie nei momenti di tensione), le solite discussioni sulla Cina (potenza economica, presunta mancata libertà di stampa,…) e le classiche notizie regionali, dall’incidente della circolazione al politico che fa scandalo per attirare l’attenzione degli elettori. Ora parte due. Per fortuna oggi ho molte idee riguardo a quello che posso scrivere e anche l’ispirazione che fino a poco tempo fa ancora mi mancava, come la fame, mi sta venendo scrivendo. Oggi si profila una giornata molto pesante del punto di vista di reinserimento alla vita lavorativa, non solo perchè, come detto, sono reduce da 4 giorni di vacanza (con due notti passate “dormendo” in un bus nottorno), ma anche perchè si è trattato di 4 giorni molto gradevoli e pieni di avvenimenti non del tutto comuni.

Inizio quindi dal fondo, partendo dall’ultimo dei 4 giorni di vacanza, forse la sorpresa più grande e uno dei viaggi (purchè brevi) più piacevoli fino ad adesso in Giappone. Il viaggio inizia alle 7.37 alla stazione JR di Akashi, nel Giappone occidentale, sulla costa dello Honshu, l’isola principale del Giappone, dove vivo io e la maggior parte della popolazione nipponica. Ma però occorre forse fare un saltino indietro per raccontare di come ci sono arrivato fino a lì. Niente che abbia a che vedere con il viaggio di cui intendo parlarvi, ma qualcosa che offre credibilità ai contenuti già discussi in questo blog e spiega perchè oggi sia particolarmente stanco e poco motivato al lavoro. Domenica sera mi trovavo ancora a Tokyo, dove mi ero recato per un matrimonio di un’amica (di cui spero di avere il tempo di riferire). Ad Akashi ci sono arrivato con un bus nottorno, uno dei modi più popolari ed economici in Giappone per spostarsi tra le grandi città senza perdere tempo prezioso per il viaggio stesso. Caso più unico che raro sono arrivato con un largo anticipo rispetto all’orario di partenza del bus (visto che di solito rasento la perfezione, non che sia un vanto, arrivato non prima di qualche minuto di anticipo) è ho aspettato dapprima fuori e poi nel bus la partenza dello stesso. Caso anch’esso piuttosto strano il bus esitava a partire e 10 minuti dopo la partenza prevista di trovava ancora fermo con il motore acceso al lato della strada. Fino a quel momento ero l’unico ad avere il posto accanto libero, anche se sullo schema appeso all’entrata risultava occupato. Era evidente quindi la ragione per la quale il bus stava aspettando e con il passare dei minuti aumentava la speranza che quell’individuo non si presentasse e il bus partisse lasciandolo a Tokyo. Cresceva però anche un certo dubbio vista la tarda ora (23.30), cioè quello che… ecco il mio dubbio prensentarsi: aspetto distrutto, camiche e pantaloni macchiati e camminata che tenta di nascondere un andamento barcollante. Entra si scusa e prende il posto di fianco al finestrino. Dopo avere passato un quarto d’ora lamentadosi a voce alta di essere stanco arriva l’apice vomitando per terra… (per fortuna in modo non eccessivo e senza esserne colpito). Non essendoci altri posti liberi dopo che fosse stato, pulito avere fatto un’ora di viaggio nel posto del secondo conducente ed avere sentito le continue minacce a scendere rivolte al mio vicino dall’autista mi è toccato tornare al mio posto e “dormire” da parte ad un’animale che non stava mai fermo e di tanto in tanto russava allegramente.
In sintesi se già non avevo una grande stima per quei giapponesi maschi, giovani, incapaci e loquaci solo quando ubriachi la mia considerazione ha raggiunto livelli storici. Per fortuna però qui in ufficio i rapporti con i colleghi migliorano (anche se sempre molto lentamente) e ho capito (in contrasto all’apparenza) è molto più facile avere a che fare con gli adulti (o gente di mezza età) che con i giovani (sempre per quanto riguarda gli uomini).

Arrivo quindi ad Akashi piuttosto distrutto ma motivato dalla bellissima giornata e trovando Kana puntuale ad aspettarmi all’uscita. Kana è un’insegnante volontaria di giapponese della scuola che frequento ogni giovedì sera. Condivide con me la passione per i viaggi ed ha il grande pregio di essere anche capace di viaggiare, non limitandosi, come molti giapponesi a prendere foto di attrazioni turistiche e comprare i souvenir per poi tornare subito a casa per la via più veloce (e spesso più trafficata) senza avere veramente visto o avere un ricordo particolare del luogo dove si è stati. Kana, nonostante all’apparenza possa essere una giapponese d.o.c. (in particolare visto il lavoro molto tradizionale che fa, produzione di o-kashi, dolcetti tipici giapponesi) invece ha gusto e sa apprezzare il viaggiare come esperienza del trascorrere, piuttosto che limitandosi solamente al raggiungimento della metà. Inoltre, fatto non comune tra i propri conpaesani, conosce molti luoghi poco conosciuti ma altrettanti interessanti. In breve un’ottima compagna di viaggio.

Compriamo una scarsa colazione in un piccolo supermercato a due passi dalla stazione, saliamo in macchina, Kana accende il motore e si parte, direzione Shikoku! Dopo avere letto un libro di Murakami (“Kafka sulla spiaggia”) e vista la vicinanza geografica era da un po’ che sognavo di andare nello Shikoku. E la più piccola delle principali isole giapponesi, poco conosciuta come destinazione turistica e poco frequentata per le difficili vie di accesso (l’auto è indispensabile). La si raggiunge passando il Kaikyo, il ponte sospeso più lungo al mondo (con la campata principale di quasi 2 km). 4 km di ponte che collegano lo Honshu con l’isola di Awaji-shima, passando per la quale, in un’oretta si raggiunge finalmente lo Shikoku.

Se l’immagine del Giappone (erroneamente) è spesso associata a città e fabbriche (e purtroppo a volte si limita alla sola realtà urbana di Tokyo), lo Shikoku rapprensenta il vero Giappone, quello di cui è composto la maggior parte del suo territorio, ovvero boschi, boschi e boschi e poi ancora boschi e risaie e luoghi dimenticati dal tempo e dalle guide turistiche. Lo Shikoku ricorda moltissimo la Svizzera, le strade salgono sulle montagne compiendo curve e tornanti, qualche casetta si intravede ai bordi e fiumi color zaffiro scorrono per le valli scavate dal trascorrere delle ere. Sembra che in Giappone in nessun luogo come nello Shikoku ci si possa perdere al punto di non trovare più la strada del ritorno. Ovviamente le strade asfaltate ben tenute conducono ovunque in maniera chiara ed efficiente, ma esiste ancora molta gente nello Shikoku che vive dei prodotti della terra, sufficientemente lontano dal mondo frenetico della città per non sentirne il fastidioso e continuo fruscio. Percorrendo le strade che uscendo dalle vallate principali si inoltrano nel verde delle montagne non possono che riafforarmi in maniera chiara e limpida le immagine della Svizzera e i miei frequenti viaggi tra i passi che collegano i cantoni alpini. Gruppi di motociclisti che si salutano incrociandosi, ciclisti lucidi dal sudore intenti a compiere la loro sfida quotidiana, il rumore dello scorrere dei fiumi, i colori della natura ancora sana e inconbente delle minacce che la attende, giapponesi a fare foto ai bordi della strada (ormai siamo abituati anche a quelli in Svizzera e indovinate… si trovano anche in Giappone!)…

Rimane piacevolmente incredibile il modo in cui in Giappone i paesaggi si cambiano e si susseguono in pochi attimi. Bastano poche ore di auto per passare dai uno dei centri dell’economia mondiale come Osaka o Kobe, attraversare un ponte fiore all’occhiello della moderna ingegneria che ricorda una foto di San Francisco o New York, seguire un susseguirsi quasi infinito di risaie e case scure di legno per poi immergersi tra le montagne e raggiungere un modo tutto nuovo e misterioso. Lo Shikoku è senza dubbio una delle sorprese più gradite che mi siano capitate fino ad ora in Giappone. Dopo avere sempre visitato città e tempi un po’ di natura in buona compagnia era decisamente quello che ci voleva. Peccato però avere dovuto fare il tutto nell’arco di un solo giorno.

Viaggiando verso lo Shikoku decidiamo di andare verso la metà più nota con l’idea di cambiare poi i piani strada facendo. Non essendoci molto sullo Shikoku ed essendo poco documentato almeno per la prima volta decidiamo di andare sul sicuro e fare perlomeno la via dei turisti. Infatti raggiungiamo il ponte sospeso in liane che è una delle attrazioni della zona. La gente arriva, parcheggia, va al ponte, paga il pedaggio, lo attraversa, passa per il centro souvenir e rientra. Obiettivo raggiunto: foto sufficienti per mostrare agli amici di esserci stato e souvenir per i colleghi comprati. Non rimane altro da fare. Come al solito in Giappone basta procedere poco oltre. Il fiume che scorre sotto il piccolo ponte sospeso in liane e limpido e pulito come acqua di sorgente, la giornata stupenda e Kana ha preparato l’o-bento (“pranzo al sacco” giapponese) per entrambi. Decidiamo quindi di fare pranzo al fiume e io mi decico alle mie classiche attività ingegneristiche costruendo una piccola diga un po’ affrettata. Quando rientriamo in macchina Kana mi fa notare: “Sai, quando sono venuta con i miei amici (giapponesi) non siamo stati più di mezz’ora: parcheggio, ponte, foto e rientro. Eppure siamo rimasti al fiume quasi 3 ore senza far niente, senza nessuna “attrazione” e il tempo è comunque volato.” E bello essere europei, penso io!

Al ritorno mi viene un’idea delle mie: Kana ha preso una bicicletta pieghevole che si porta sempre con se quando fa dei viaggi in auto. Un’ottima idea se si vuole girare per un paesino o si vuole scoprire un luogo fuori delle tracce battute. Mi ricordo che la strada che arriva al ponte di liane era parecchio in salita all’andata e piena di curve. “E se la facessimo in bici scendendo? Uno in bici e l’altro guida, poi ci diamo il cambio!”
60 km/h con una bici pieghevole tra le curve di un passo di montagna che potrebbe aprirsi a momenti era proprio quel genere di cose che mi mancavano in Giappone. Un modo poi per chiudere una giornata unica e forse l’ultimo giorno di vacanza estivo.

Lo Shikoku è decisamente un mondo dove intendo tornare e ho già anche una vaga idea di chi potrebbe tenermi compagnia…

Dal quinto piano del centro ricerche avanzate Mitsubishi di Amagasaki è tutto,
Un saluto, Feli e Hara (che ha assistito spiritualmente alla mia composizione sbirciando di tanto in tanto al mio computer)


Mi piace! Il bello del Giappone

settembre 21, 2010

Rieccomi! Martedì, primo giorno della settimana dopo un lunedì di vacanza. Gruppo di lavoro in riunione per un meeting segretissimo a cui io non posso assolutamente partecipare (si starà discutendo dei colori per la nuova linea di frigoriferi Hello Kitty probabilmente). Ho finito il lavoro che mi occupa da un paio di settimane ed avrei bisogno di iniziare a fare delle misurazioni su campioni di plastica, ma per fare questo ho ovviamente bisogno del mio superiore che è, come detto, in riunione. Calma piatta in ufficio: nessuno che urla al telefono, nessuno che urla anziché parlare per dire al collega accanto che la plastica ha la proprietà X, la segretaria non ha nessuno con cui spettegolare sul fatto che un collega potrebbe essersi sposato e anche il capo non ride come un tricheco per sembrare allegro. Oggi poi sono tutti abbastanza di buon umore e abbastanza tranquilli perché stasera si va a bere (come già detto in Giappone tra colleghi neanche si prova a dire si va a cena, ma si va direttamente sullo scopo in maniera diretta). Sono ormai due settimane che me lo sento dire: “Martedì si va a bere, ti ricordi vero?” come dei bambini che vanno al mare per la prima volta. Anche se sarà una delle poche volte in cui mi diverto con i colleghi sta sera non ho molta voglia, visto che mi demoralizza abbastanza il fatto di sapere che anche se stasera saranno abbastanza alla mano, domani tornano sulle solite lunghezze d’onda, molto lontane dalla mia. Ma tutto sommato ci sarà da divertirsi. Il mio giapponese sta pian piano sfondando anche sul lavoro, anche se non parlando mai mi vieni difficile progredire (nel linguaggio lavorativo, ovvio). Ciononostante settimana ho fatto una presentazione in giapponese. Di livello scarso, ovvio, ma credo che sia stato meglio così che se l’avessi fatta in inglese e nessuno avrebbe capito. Poi le presentazioni della ditta sono l’ideale per fare pratica per un futuro in cui mi potrebbe toccare di parlare di cose più serie ad un pubblico più attento. In pratica tutti a parte il capo dormono, quindi non si sente troppo la tensione dell’audience!

Dopo gli ultimi post penso che l’immagine del Giappone sia piuttosto calata tra i miei lettori. Non che niente di quello che abbia scritto sia vero, ma ovviamente si vedono subito i punti negativi ed è più facile parlare di essi che neanche delle cose che vanno bene, che sono date come scontato o come “minimo indispensabile”. Quindi il Giappone non è cosi negativo come l’ho descritto ma ci sono tante, molte cose che apprezzo. Questa volta voglio parlare dei pregi della società nipponica.
Prima di fare questo devo comunque chiarire un paio di cose riguardo ai post precedenti. Va detto che quasi tutte le cose negative di cui ho parlato riguardavano il mondo del lavoro ed in particolare la società per cui lavoro e l’ambiente che si crea in ufficio. Il fatto che io sia qui a scrivere adesso (in piena giornata lavorativa) può già far pensare che le cose così male non vanno, visto che molti vorrebbero forse essere al mio posto. Ovviamente anche avere poco da fare è pesante, ma è comunque molto più salutare che essere pieni di lavoro fino al collo e fare fatica a gestire lo stress. Ad ogni modo quello che voglio dire è che di stranieri che lavorano in Giappone per società giapponesi ne conosco ben pochi. Quasi tutti gli stranieri residenti in Giappone (occidentali) lavorano per compagnie estere o si sono fondati la propria. Lì metodi di lavoro e gestione del tempo seguono schemi europei e nonostante i colleghi siano comunque in gran parte giapponese l’atmosfera che si respira è completamente diversa. E dunque possibile avere una normalissima vita lavorativa in stile europeo pur vivendo in Giappone e i vantaggi non sono pochi.

Esistono molte cose positive in Giappone, come la sicurezza, il paesaggio (serve un’auto però), la qualità della vita, la cucina (che non è solo buona ma anche salutare), la generale organizzazione e la disponibilità dei giapponesi. Ma esiste qualcosa che rende molto particolare il Giappone per me e per gli stranieri che vi abitano e cioè che non sono giapponese! Potrà sembrare qualcosa di ovvio, ma i vantaggi dell’essere uno straniero (a differenza dei paesi europei) sono tantissimi. Come straniero nessuno di aspetta niente da te, nessuno si immagine che tu possa conoscere la cultura giapponese e le usanze e quindi nessuno pretende che tu ti adegua. Per esempio qui in ufficio i nuovi arrivati arrivano la mattina presto al lavoro per mostrarsi diligenti agli occhi del capo. Quelli che arrivano in ritardo (nonostante ci siano orari flessibili) vengono visti male, come maleducati. Io non arrivo mai in anticipo (a meno che intendo finire prima) eppure la cosa non sembra infastidire troppo. Tutti lo sanno che sono europeo e che secondo la nostra cultura si lavoro poco. Che sia vero o no nessuno lo sa, ma sono perdonato. Se poi un giorno mi capita di rimanere in ufficio fino alle 19 tutti lo notano e si stupiscono (e preoccupano un po’). Stesso discorso per quanto riguarda la lingua. Ovunque vada la gente si rivolge in giapponese e si aspetta una risposta in inglese o qualcosa del tipo “no speak Japanese”. Quando rispondo in giapponese o perlomeno mi sforzo di farlo divento subito l’ospite d’onore e vengo servito con particolare riguardo. Discorso ovviamente ovvio per la lingua scritta. In realtà me la cavo abbastanza bene per essere qui da soli 6 mesi, ma non riesco ovviamente a leggere tutto (e in realtà non riesco a leggere quasi niente). Se però riesco a leggere un carattere su 100 vale come grande sforzo nella comprensione della lingua. Questi sono vantaggi tutto sommato ovvi e “sudati”, visto che imparare il giapponese implica i suoi sforzi ed grazie ai continui incoraggiamenti che si trova la voglia di farlo. Ricordo che in Australia più di una volta sono stato insultato per essere uno straniero e non parlare bene l’inglese. Mi ricordo una volta in particolare che mi trovavo su un bus con i miei compagni di classe e amici (in prevalenza asiatici e sud-americani quindi) e si parlava tra di noi in inglese. Ad un certo punto un simpatico signore che mostrava saggezza da quasi ogni poro e che alitava di birra da quelli rimanenti ci ha apostrofato in maniera molti dialettica e pertinente rendendoci attenti del fatto che dovevano andarcene dal suo paese che gli apparteneva e che invece non aveva niente a che vedere con noi. Ovviamente i modi non erano così rosei ed eleganti come descritti, ma comunque quel simpatico individuo dimenticava forse che se l’Australia appartiene a qualcuno questi sono gli aborigeni e che etnicamente parlando eravamo entrambi dell’etnia caucasica

Essendo stranieri in Giappone esistono poi vantaggi meno diretti. Per esempio esistono luoghi in Giappone dove la maggior parte dei Giapponesi non va. Esistono cose che nessuno fa. Esistono quindi una marea di cose che si possono fare ma che sono ad un occidentale verrebbero in mente. Per molte cose (e non solo a me) il Giappone ricorda molto l’Italia. Tutti quanti sono influenzati dalla televisione e dai media, vanno tutti in vacanza nelle stesse spiagge, parlano la stessa lingua (e solo quella) e amano fare le cose che fanno gli altri. Il vantaggio di essere uno straniero qui è di non essere cresciuto con quella mentalità, di non vedere tutto secondo dei criteri dettati dalla massa, ma di vedere tutto con un occhio nuovo, diverso. Inoltre, parlando diverse lingue più il giapponese, posso tranquillamente scegliere se frequentare stranieri o indigeni, posso partire in vacanza restando in un bar a fare quattro chiacchiere.

Per i giapponesi tutto questo non è permesso. Da un giapponese ci si aspetta che si comporti come tale e se dovesse fare qualcosa di diverso prende subito una connotazione negativa, indipendentemente se quello che abbia fatto sia qualcosa di buono o no. In Giappone quello che fanno gli altri è giusto, il diverso è sbagliato. Gli stranieri sono diversi in partenza: viso, lingua, corporatura, modi, costumi e quindi deve comportarsi in maniera diversa. Sarebbe strano se uno straniero si comportasse come un indigeno. Altrove chi non si adegua subito viene rapidamente escluso e sfugge quindi la possibilità che si adatti. Qui invece tutto quanto viene fatto in direzione di comprensione e interesse verso la cultura locale viene accolto con entusiasmo e con altrettanto entusiasmo nasce naturale un interesse per chi venuto da lontano.

La cosa vale anche al contrario però. Molti giapponesi dopo essere stati all’estero per diversi anni faticano o proprio non riescono a riadattarsi alle usanze del loro paese di origine. Avendo vissuto all’estero si sono abituati a stili di vita più distesi, regole meno severe e più individualità. Conoscono una lingua in più rispetto ai loro connazionali che sono rimasti in patria e sanno vedere le cose secondo un’altra prospettiva. Molti hanno studiato in prestigiose università o ricoperto importanti cariche in compagnie all’estero. Ma tornati in Giappone tornano ad essere quello che erano. Nessuno conosce le università in cui sono andati e nella nuova compagnia (ammesso ritornino in patria per lavorare) vengono considerati come degli incapaci perché nuovi arrivati. Gli anni passati all’estero sono un bel ricordo ma appaiono come degli anni bui per molti. Sembra di non essere più tornati nello stesso posto o che questo sia cambiato nel frattempo. Anche se la cosa può avvenire all’inverso (cioè gente che ha assolutamente bisogno di tornare) i giapponesi che faticano a tornare in terra natia non sono pochi.

Insomma, in conclusione (di questo post si intende), il Giappone ha molti pregi e altrettanti svantaggi. La cosa bella è che mentre i pregi sono accessibili e tutti, molti dei punti negativi toccano solo i giapponesi stessi, dando quindi un mare di possibilità a chi invece arriva da lontano.

Feli-banzai


Problemi (e possibili soluzioni) nell’ambito del mondo lavorativo nipponico

settembre 8, 2010

Questa mattina per una volta non scrivo per noia o per occupare il tempo. Finalmente ho qualcosa da fare, qualcosa che forse può essere utile a qualcuno anche se dubito purtroppo che possa essere utile a qualcosa, come purtroppo accade in ingegneria, se non per aumentare i profitti della società per cui si lavora e, magari, ridurre di qualche grammo le emissioni di CO2 su scala globale, a scapito di tonnellate prodotte per lo sviluppo, per poi pubblicizzare il prodotto come “eco”). Ma non voglio parlare di questo.

Stamattina come detto ho da fare, ma non voglio mostrarmi troppo efficiente, sono già abbastanza efficiente usando ogni tanto un po’ di tempo per faccende private che non voglio abituarli troppo bene (parlando di efficienza; ieri dopo avere fatto un lavoretto e letto con calma il giornale online ho detto al mio superiore: “Ho finito!”, la sua risposta è stata eloquente: “Hai già finito, cavoli come sei veloce!”; se non avessi letto il giornale…). Quindi arrivato ispirato in ufficio mi prendo una pausetta per scrivere questo post.

Come al solito parto prendendo spunto da una discussione avuta di recente e questa volta il tema è freschissimo, trattandosi di una discussione avuta ieri sera con un’amica. Si parlava di salute e si discuteva di quelle credenze popolari riguardo alle cose che fanno bene e male nel Giappone ed in Europa. Si è poi passati al parlare del fatto se ci fossero malattie comuni e diffuse in Europa e a cosa fossero legate. Fermandomi a pensarci un attimo non mi sono venute in mente malattie veramente diffuse se non il cancro (che mi sembra sia un problema ovunque, non solo in Europa) o le classiche influenze e febbri stagionali e non. Riflettendoci ancora un secondo mi sono in effetti accorto come le malattie classiche come le intendiamo, quelle per cui è necessario prendere qualche medicina e passare qualche tempo a letto, non siano tutto sommato molto diffuse. Non che nessuno si sia mai ammalato, ma si tratta sempre di cose diverse e spesso frutto di incidenti o cattive abitudini derivanti da diversi stili di vita. Forse perché ne sono stato direttamente toccato, ma mi è però venuto come quel sospetto di come i problemi psichici sia in costante aumento e come questi problemi stiano forse diventando tra i più diffusi. Quindi riformulando la risposta ho detto che in effetti disturbi psichici come disturbi dell’appetito o dell’umore, senza essere una piaga collettiva, siano comunque piuttosto diffusi. Senza che la cosa mi stupisse troppo mi ha risposto che anche in Giappone la situazione è molto simile e che in effetti lei stessa ne fosse stata più o meno toccata.

Stamattina arrivato in ufficio avevo già dimenticato quella conversazione, preso nello studio dei geroglifici giapponesi e nella lettura di un libro, ma alla vista del mio piano dove lavoro e dei miei colleghi quelle parole mi sono ritornate come familiari. Per un attimo mi è quasi sembrato strano come in un luogo tanto tranquillo e così neutrale si possano nascondere tanti fantasmi. Eppure un attimo dopo tutto è diventato logico e chiaro come una limpida giornata di maggio. Come detto nel mio ufficio e nella maggior parte delle grandi ditte giapponesi l’atmosfera è piuttosto tranquilla, ognuno si occupa delle proprie faccende, discute di lavoro o di faccende banali in maniera discreta e cortese, la segretaria gira donando la nuova edizione del giornale interno con una fotografia sorridente del presidente che saluta tutti, il capo
è in riunione, un po’ di gente è via per lavoro, gente che va verso la fotocopiatrice, presentazioni dei nuovi arrivati, inchini e così via. Tutto è tranquillo e quasi idilliaco (se tralasciamo le facce da zombi di chi ha dormito 4 o 5 ore…). In un luogo come questo il pensiero che ci possano essere problemi sembra quasi impossibile. Per quale ragione dovrebbero esserci dei problemi? In effetti penso che per la maggior parte di problemi proprio non ce ne siano. Si tratta di arrivare in ufficio la mattina e eseguire con cura i propri compiti. Eppure per quanto la cultura ci abbia dato impronte diverse apparteniamo pur sempre alla stessa specie, quella umana. Nessuno di noi è in grado di vivere ogni giorno alla stessa maniera e anche ammesso che uno ci riesca piccoli problemi, piccole paure della quotidianità si accumulano e ad un
tratto è necessario aprire la valvola di sfogo e lasciare scorrere il tutto fuori da dove era venuto. Ora, quando questo avviene è necessario che ci sia una persona ad ascoltare, sia essa un amico/a, un familiare o il partner. Questo appare logico per noi, ognuno di noi ha in genere parecchi amici e anche se il numero non conta, si trova sempre la persona giusta (anche se a volte non è semplice) pronta ad ascoltare. È però fondamentale che con questa persona ci sia un rapporto di confidenza. Ci si può benissimo confidare con un Pinco Pallino qualunque, ma la cosa non funziona allo stesso modo e a volte non funziona affatto.

Nel mondo lavorativo giapponese (e non solo) anche se tutto sembrare andare liscio i problemi esistono. Divergenze di opinione, odio per il superiore, fastidio per il continuo parlare a voce alta del vicino,… Spesso però tutte queste cose vengono taciute. Nessuno osa dire niente a nessuno, troppo rispetto e gerarchie invisibili ma esistenti fanno in modo che ordini vadano presi come dati e discussioni si limitano a brevi critiche senza però andare troppo oltre per paura di offendere il collega. All’inizio io stesso non conoscendo bene i limiti mi astenevo da dare troppo direttamente la mia opinione e evitavo di dire in maniera diretta a qualcuno se pensavo avesse torto. Un po’ per perdita di rispetto dopo avere fatto lavori saputamente inutili che mi sono stati dati giusto per il gusto di farlo e un po’ dopo avere capito che dire la propria nel modo giusto è accettabile ho quindi trovato il modo di essere diretto senza offendere e mancare di rispetto. I giapponesi però questo modo di comportarsi non lo impareranno mai, non hanno l’indole, il carattere e quelli che ce l’hanno non lavorano di certo come ingegneria alla Mitsubishi ma fanno piuttosto i comici in televisione o gli yakuza (malavita giapponese). Così facendo i piccoli problemi si accumulano, piano piano ma inesorabilmente fino a che ad un certo punto il bicchiere è sul punto di traboccare. A questo punto
serve qualcuno che sia pronto ad ascoltare e a cui si trovi il coraggio di parlare. Trattandosi spesso di faccende di lavoro sembra normale che questa persona si debba trovare nella cerchia dei colleghi, ma le cose (ovviamente) non sono così, visto che i rapporti sono troppo formali e come detto manca il dialogo su faccende private. Viene subito in mente il partner ma anche qui spesso siamo sulla strada sbagliata. In coppie non sposate o senza figli il dialogo spesso è vivo e presente, ma dopo il matrimonio l’uomo si concentra spesso sulla carriera in modo eccessivo trascurando la donna che quindi smette di considerarlo alla stessa maniera di come lo considerava prima delle nozze. Con il figlio le cose poi si aggravano visto che il senso di maternità in Giappone è molto forte e la madre spesso si mette alle difese del figlio spesso quando il padre non lo considera abbastanza. La famiglia può essere una soluzione ma spesso anche qui le regole sono un po’ troppo rigide e poi i figli non vogliono mostrarsi deboli nei confronti dei genitori. Rimangono quindi gli amici (che sono quasi sempre compagni di classe), ma con il passare degli anni e spesso dopo essersi trasferiti lontano da casa per lavoro i rapporti si affievoliscono e diventa quindi difficile confidarsi. Manca dunque una vera valvola di sfogo e quindi l’accumularsi dei problemi sfocia in disturbi e malattie che sono poi difficili da curare.

Il titolo annovera anche “possibili soluzioni” e intendo quindi elencarne qualcuna. Innanzitutto il dialogo è fondamentale e sarebbe indispensabile instaurare un dialogo. La società moderna giapponese in generale è molto più aperta e meno formale di quanto lo fosse parecchi anni prima. Frutto dell’immigrazione e dell’avere preso sul serio di certi problemi sociali da parte del governo le cose stanno velocemente cambiando. Come al solito sono in particolare le donne a fare da motore per questo cambiamento ma anche i maschietti di stanno facendo trascinare. Grandi aziende come la Mitsubishi però esistono da più di cent’anni e le abitudini ed i modi si tramandano di generazione in generazione. Questa settimana è arrivato un giovane studente giapponese per un stage e si leggeva chiaramente nei suoi occhi di come lui stesso fosse stupido o quasi scioccato per la freddezza dei rapporti. Essendo aziende di lunga storia controllate da famiglie che si tramandano le usanze e i metodi di dirigenza per le grosse ditte è difficile cambiare. Tutto si svolge all’interno e sforzi vengono fatti per favorire in maggiore internismo e un senso di appartenenza. Con molta calma qualche sforzo è stato fatto per distendere i rapporti tra colleghi: tornei di vari sport, feste e serate,… ma anche i questi avvenimenti l’atmosfera è quella di una giornata di lavoro. Se veramente di intende fare dei cambiamenti quindi, questi devono essere fatti dall’interno alla base, è inutile mettere dei gerani su una casa che fatica a stare in piedi da sola per renderla più nuova. Se veramente di intende rimetterla in sesto bisogna che si re inizi a considerare le fondamenta e ai gerani si può pensare dopo.

Dal canto mio ho la fortuna e l’onore (di onore si tratta visto che c’è molto da imparare stando qui) di dover restare solo altri 6 mesi e di essere in grado di passare al mio mondo immaginario e critico quando mi pare. Poi, essendo straniero, ho molte concessioni che non sono concesse agli indigeni. Posso criticare in maniera diretta anche superiori e vengo comunque visto come educato per il fatto che mi sforzo nell’esprimermi in giapponese. Posso arrivare in ritardo al mattino perché non ho messo la sveglia e in generale posso sbagliare. La vita in Giappone con lo statuto di “gaijin” (straniero) ha un sacco di vantaggi che non sono concessi ai locali e quello di potere essere schietti e dire la propria è uno di questi. Inoltre poi conosco molta gente a cui posso riferire delle piccole cose di ogni giorno. Per una ragione a me
ancora non chiara esprimo un certo senso di fiducia e mi capita anche quindi spesso che siano gli altri (a volte quasi perfetti sconosciuti) a confidarsi con me. Come sempre dunque come straniero in Giappone c’è tanto da imparare ed esistono tantissimi vantaggi e cose belle da scoprire, lo stesso non vale purtroppo per i giapponese da cui ci si aspetta un atteggiamento molto diverso e che inoltre non riescono ad imparare molto dalla loro stessa cultura. Non a caso infatti giapponesi che hanno vissuto a lungo all’estero (a volte anche qualche anno basta) hanno problemi a reintegrarsi perché vengono visti e trattati come giapponesi (in maniera rigida e fredda dunque) ma non si sentono più tali e si sono abituati a modi più rilassati e pretendono di essere trattati come stranieri. Ma di questo parlerò un’altra volta…

Un saluto a tutti,
Claudio e/o Feli