Vivere (bene) in modo compatto

marzo 2, 2013

Rieccomi. Marzo, al ritorno dal lavoro i raggi del sole sulla linea dell’orizzonte trasmettono lingue di fuoco nell’aria stanca di Osaka. Dal sesto piano degli uffici guardo in direzione di Kobe e per un attimo dimentico di trovarmi sulla Terra. I colori richiamano il cocente inferno, le sensazione il mite paradiso. La realtà è che sono le 5 ed è ora di tornare a casa.

Al mattino mi sveglio e dopo aver superato lo shock termico dei 6 gradi in camera mia vengo accolto da qualcosa di nuovo quest’anno: gli uccellini. In un qualche luogo a me misterioso essere piumati capaci della magia del volo stanno tentando di spiegarmi che il loro viaggio è terminato e che sono arrivati per portarmi il messaggio della primavera.

È ancora freddo ma le giornate si allungano e pian piano la pesante sciarpa che mi ha tenuto compagnia per tutto l’inverno diventa superflua. I guanti di lana indispensabili per girare in bici per le strette stradine di Osaka sono ancora necessari ma tra poco anche loro troveranno posto nell’armadio vicino alla sciarpa. Approfitto delle miti temperature pomeridiane per mettermi in salotto e scrivere nel mio blog che riflette il ritmo del mio letargo invernale. Le porte scorrevoli in vetro e legno del salottino al primo piano sono aperte e attraverso le porte-finestra esterne si vede il giardino interno della nostra casetta. Un giardino povero, spoglio, poche piante con poche foglie opache che si lamentano dell’inverno appena trascorso. Una lanterna al centro. Quattro piedi che sorreggono una struttura centrale dove viene posta la luce, coperta da un tetto che ricordo quello di un fungo di dimensioni enormi. Massi sparsi per costruire un piccolo sentierino che conduce dal salotto al corridoio esterno collegato con la piccola stradina all’entrata della casa. Il solo di tanto in tanto fa capolino regalando colori sconosciuti sotto il regno delle nuvole. 5 metri di lato di giardino imprigionato tra le mura degli edifici esterni. 25 metri quadri di verde in mezzo alla grigia Osaka. Un angolo di verde osservabile da un luogo privilegiato: il piccolo salottino. I colori del salotto richiamano quelli del giardino. Il legno di cui è costruito al salotto sembra volere ricordare ai pochi arbusti del piccolo giardino la nobile funzione che questo materiale ricopre quando propriamente usato. Il vetro usato per le porte, semplice e essenziale, assolutamente in contro corrente con gli sviluppi della tecnologia sembra voler ricordare i colori della pioggia nei giorni più grigi dell’anno.
L’immagine che si ottiene dal piccolo salotto guardando verso il giardino è in realtà un riflesso. Un riflesso di come la realtà può assumere aspetti differenti e di come la natura non sia per forza qualcosa contro cui l’uomo ha una partita aperta. Il modo in cui è costruita questa casa non distingue tra dentro e fuori. Uomo e natura, tecnologia e artigianato si miscelano in colori e sensazioni che trovano il punto focale in quell’elemento che a prima vista può sembrare inutile: il piccolo giardino interno.

In questa piccola casa; due piani, 6 camere, una cucina, un bagno e un salotto, trovano alloggio 9 persone. Nove esseri umani con i loro bisogni, i loro desideri ed i loro sogni. Uno spazio ridotto, molto ridotto per così poche persone. Delle formiche in quel grande formichiere che è l’intera città di Osaka. Un fiume di piccole formiche nere che ogni giorno si dirige al lavoro seguendo strade definite e demarcate. E alla sera, quando cala l’oscurità, trova alloggio in piccole case sparse nel grande formicaio che si estende lungo la baia. In questa casa 9 piccole formiche vivono in modo compatto e ordinato. Nessuna delle formiche è più importante delle altre. Non c’è né re né regina, nessuna gerarchia di potere, nessun tipo di organizzazione. Non è una democrazia e neppure un’anarchia. È una sorta di intesa reciproca tra persone che hanno deciso di condividere uno spazio comune e di costruire il proprio futuro rispettando quello degli altri. Non ci sono cene organizzate tra gli inquilini, nessuno è il responsabile delle pulizie o degli acquisti comuni. Non esistono votazioni per decidere quando è necessario fare certi lavori. Lo si intuisce discutendo. L’uomo ha impiegato millenni per sviluppare la capacità della lingua eppure sembrerebbe essersi dimenticato della capacità di parlare dopo avere scoperto che le stesse parole possono essere messe su carta tramite la scrittura. Fiumi di e-mail, messaggi, rapporti quando la parola sarebbe molto più appropriata e diretta nel trasmettere i messaggi. Specie se si tratta di esprimere opinioni e sentimenti che solo la voce, tramite cambiamenti impercettibili nel tono, è in grado di fare. Ed è in questo modo semplice che si trovano gli accordi in questa piccola casa. Richiede tempo, pazienza, ma i risultati portano ad un beneficio comune, incomprensibile a chi non ne ha provato l’efficacia.

Spesso quando parlo della casa dove vivo giapponesi e non mi chiedono: “In quanti siete?”. Io ci penso un attimo, passo stanza per stanza nella mente e conto uno ad uno i miei coinquilini. Faccio di nuovo un controllino veloce nella mente e concludo con: “Siamo in 9.”.
“In 9!?” risponde il mio interlocutore. A sentirmelo dire anche a me non sembra vero. Come è possibile che 9 persone possano vivere in una casa tanto piccola. Facciamo lavori differenti, è vero. C’è chi lavora la notte, chi finisce tardi la sera e chi inizia presto il mattino. Molti lavorano il weekend e alcuni di fatto sono a casa solo per dormire. Se la si pensa in questo modo la cosa sembra meno speciale, eppure rimane il fatto che 9 persone condividono lo stesso tetto, usano lo stesso bagno e vi ritornano ogni giorno per dormire, indipendentemente dall’ora di cui si tratti. Mettere così tante persone in un luogo così piccolo in mezzo ad una città così edificata e densamente popolata ed essere ancora capace di parlarne bene sembra quasi un contro senso. Certo, nella storia e nel mondo ci sono stati esempi anche più estremi. Basti pensare a tutte le baraccopoli sparse per il mondo o ai vari campi di concentramento che sembrano non appartenere ad un’epoca particolare quando alla crudeltà dell’uomo. Eppure nel mio caso, anche se ovviamente le condizioni sono differenti, ne sto parlando bene. Un piccolo angolo di paradiso è il mio giardino ed un castello questa piccola casa. Niente che rispecchia i dati oggettivi circa la densità di popolazione di Osaka o i vari indicatori usati da chi ama la statistica.

Durante il mio rientro in Svizzera per Natale mi è capitato di parlare con un amico architetto che da qualche tempo collabora con l’accademia di architettura nell’assistere gli studenti in vari progetti. Con passione mi ha presentato uno dei lavori che sta portando avanti al momento. In pratica è stato preso in esame in piano dove in mezzo ad un prato verde sono state costruite un paio di case sparse a caso. Agli studenti è stato dato il compito di riempire il piano in modo da creare diverse abitazioni senza però influenzare in modo negativo la qualità di vita degli occupanti. Il risultato è stato quello di una densa rete di piccole case vicine una tra loro con angoli di verde disposti in maniera ben studiata e con spazi in comune allo scopo di creare una comunità. A prima vista ho trovato interessante il progetto, ma, in modo un po’ scettico mi sono chiesto se la cosa sia veramente realizzabile. È stato solo oggi che, guardando il mio piccolo giardino circondato da edifici, ho realizzato che in un progetto del genere ci stavo già vivendo.

Inizio così a capire la genialità dell’architettura giapponese tradizionale che è stata capace di realizzare città densamente popolate formate da case in armonia con il paesaggio (anche se urbano) e il senso di comunità, regalando così una buona qualità di vita nel rispetto della natura. Rispetto che viene maggiormente rafforzato dal fatto che la natura è libera e selvaggia fuori dai centro popolati, senza essere disturbata da casette che disturbano il paesaggio senza neanche regalare grandi vantaggi in termini di qualità di vita agli inquilini.

Chiudo la porta del salotto, accendo la stufetta e penso a come finire questo post. Ora guardo le porte opache con riflessi grigi color pioggia. Lo specchio del giardino è scomparso. Non rimango che io, penso; una piccola formica nel suo formichiere. Il piccolo animale nella grande casa. La natura è ora dentro. Oppure è come sempre fuori. Non c’è differenza, penso; lo specchio esiste anche a porte chiuse.

Claudio

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Il Giappone di De André

gennaio 14, 2013

Premetto che il titolo può essere diverso da quello che il lettore potrebbe aspettarsi in questo post. De André infatti non ha niente a che vedere con il Giappone. Per quel che mi risulta infatti De André non è mai stato in Giappone e non si può neanche affermare che De André sia conosciuto a queste latitudini. Con il titolo volevo semplicemente riferirmi a quel mondo che De André descrive nelle sue canzoni. Quel mondo di strada, dei quartieri popolari nelle zone più buie delle città, fatto di prostitute, straccioni, poveracci e semplice gente comune “figli, vittime di questo mondo”. Ci tenevo a scrivere un post visto che, seppure non facendone parte, è uno di quei lati del Giappone che più mi piace e, potendo scegliere, è con questo tipo di gente che più mi piace discutere. Gente autentica, intelligente; con opinioni ben chiare e precise valide altrettanto (se non più)  di quelle espresse da certi professori di cui si parla sui giornali.

In Giappone la chiamano la “shita-machi”, ovvero la “città bassa”, di sotto, quello che potrebbe essere tradotta la città vecchia, anche se la traduzione italiana perde gran parte del significato originale che la parola ha in lingua giapponese. Appare chiaro però che la “città bassa” non può essere niente di lussuoso o sfarzoso, ma si riferisce ai quartieri popolari dove vive la gente meno agiata e dove nelle sue strade si possono trovare taverne ed osterie colme di gente di ogni tipo intenta a discutere e litigare su “donne, soldi e politica”. Ovviamente citando taverne e osterie mi sono riferito alla versione “mediterranea” della “città vecchia”, visto che qui in Giappone luoghi di questo tipo non esistono e quelle poche repliche esistenti sono fondamentalmente destinate all’alta classe della società.  A quale parte della città mi riferisco penso sia ora chiaro e voglio quindi interrompere qui la descrizione e passare ad un esempio più locale, orientale.

Si tratta del mio ramen-ya preferito (ramen sono i noodle, gli spaghetti fini mangiati con una sorta di brodo tipici della cucina dell’estremo oriente), quel posto che meglio di tutti descrive quel genere di ambiente che intendo descrivere. Quando vivevo a Sanda (cittadina a 45 minuti da Osaka) ero solito recarmi lì quasi ogni weekend. Non conoscevo nessuno in quella cittadina e nel dormitorio non c’era un gran ché da fare nei weekend (per meglio dire non c’era niente da fare visto che una metà se ne andava e l’altra metà si rinchiudeva in camera a guardare la tele o giocare al computer). Perdi più la cittadina stessa ed in particolare l’area dove vivevo era una zona residenziale destinata alle famiglie di pendolari che, pur lavorando ad Osaka, hanno preferito costruire la propria casa in una zona più verde e dove i terreni costano meno. Vivevo quindi in una zona circondata da famiglie e nei weekend lo svago principale del quartiere era quello di riempire i vari grandi centri commerciali per comprare qualche vestito o qualche gadget elettronico. Non essendo un grande fanatico di questi passatempi e non avendo neanche una bicicletta (che mi avrebbe consentito perlomeno di farmi un qualche giro nel verde) preferivo andare verso il “centro vecchio”, mangiare qualcosa, fare quattro chiacchiere con gente incontrata a casaccio e poi magari leggermi un libro o rispondere alle varie e-mail in un caffè poco lontano.

La shita-machi di Sanda è un piccolo centro che racchiude quella che 50 anni fa era l’unica zona abitata della regione, prima che il boom economico spingesse i pendolari e cercare rifugio fuori dal nucleo dove prezzi e disponibilità di terreni risultavano migliori. Il piccolo centro, dove a due passi della stazione si trovano la pescheria, il mercato della verdura e qualche piccolo ristorante, è rimasto invariato nel tempo ed è oramai fatiscente, illuminato con qualche lampadina giallo-opaca seguita da altre oramai saltate e spente. Una scritta bianca su fondo rosso cita “dosanko”, scritto in hiragana. A fianco dell’insegna ci sta una figura di un pellicano, anch’essa bianca. Nei giorni di apertura invernale dal lato della cucina si riconosce una densa nuvola bianca di vapore, quasi fosse un vecchio drago addormentato che sbuffa nel sonno. Camminando lungo la stradina praticamente deserta nonostante sia sabato pomeriggio non ho dubbi. È lì che voglio fermarmi. Un po’ perché non è che abbia molta scelta visto che l’altra alternativa sarebbe quella di azzannare un pesce crudo nella piccola pescheria come un morto di fame oppure andare nel poco distante centro commerciale e mangiare un piatto di “autentici spaghetti italiani” scotti in una salsa di pomodoro insipida e annacquata. Io voglio andare lì, in quel piccolo negozio mezzo fatiscente; sono sicuro che lì si mangerà bene. Non esiste anziano su questo mondo che non sappia cucinare e i giapponesi lo sanno fare anche molto bene, non ho dubbi; è li che voglio andare. Entro e un signore sulla quarantina (scopro più tardi che è oramai vicino ai sessanta) mi accoglie un po’ stupito, ma senza battere ciglio, con un’espressione dialettale a me sconosciuta. All’interno c’è posto per al massimo 10 persone. Due tavolini un po’ improvvisati ed il bancone dietro al quale il gerente prepara i suoi ramen sotto gli occhi del cliente. Scelgo una sedia al bancone tra le varie libere e cerco il menu. Inutile, non riesco ad avere un’idea di quello che c’è scritto, ma alla fine poco importa; in un ramen-ya ci si va per mangiare ramen ed è quello che voglio mangiare. Ordino quindi dei ramen “normali” non avendo nessuna idea di quale sia la specialità del posto. Quel piccolo ometto con una sorta di basco in testa che mi guarda sorridendo mi indica la scodella di riso dell’altro cliente seduto poco lontano da me e sembra volermi chiedere se voglio anche del riso a contorno. Do un’occhiata veloce e, ispirato da quel piattino di riso condito con varie cose strane, faccio cenno di sì. Aggiungo poi: “Si, prendo anch’io quella cosa lì.”. Lui mi corregge con un sorriso: “Si chiama yaki-meshi.”. Sorrido un po’ per imbarazzo ed un po’ per ricambiare la gentilezza e ringrazio per la correzione. Quel piccolo ometto mette quindi la mano in una scatola dove escono i ramen che infila in un cestello e mette prontamente a bollire. Non perde tempo e si mette a tagliare fine diverse verdure che fa subito saltare a fuoco vivissimo. Guardo la fiamma azzurra che si sprigiona dai buchi neri dei fornelli e penso: “Il drago è vivo.”. Con l’abilità e la precisione di uno scultore alle prese con il suo martello fa saltare il contenuto della wok senza perdere neanche la minima parte del suo contenuto. Ripete l’operazione diverse volte e il battere della padella contro il fornello assume un ritmo regolare, quasi armonioso. Esegue il tutto in silenzio e nel frattempo io guardo la piccola televisione affissa ad un angolo del locale. Qualche notizia di cui capisco poco e pubblicità ridicole tra una notizia e l’altra. Intanto alle verdure saltate è stato aggiunto del riso che viene ora fatto saltare in padella assieme al resto. Ora, a roteare nell’aria sotto le abili mani di quel piccolo ometto, è una piccola massa bianca formata da mille granelli di riso. Di colpo smette di far saltare il riso e riversa il suo contenuto in una piccola scodella che mi porge educatamente. Versato il contenuto riempie d’acqua la padella che successivamente lava dai resti di verdura e riversando poi l’acqua sporca in una sorta di lavandino dietro i fornelli. Scalda quindi veloce il brodo per i ramen che sono ormai pronti e che versa assieme al brodo in una tazza più grande che mi serve accanto al riso preparato in precedenza. Finito di cucinare si accende una sigaretta che fuma nell’angolo mentre guarda la televisione. Io mangio tranquillo. Il riso è ottimo, ha decisamente un altro gusto quando vengono aggiunte tutte quelle verdure e quelle spezie. I ramen sono perfetti, cotti al punto giusto e assaporiti da un buon brodo. Lui tranquillo continua a fumare e parla con l’altro cliente. Non capisco una parola di quello che dice, parla un dialetto troppo locale per essere compreso. Ma i due sembrano borbottare di qualcosa e indicano continuamente una pagina di giornale. Do un’occhiata e noto numeri e foto di cavalli: scommesse su corse di cavalli. Mentre mangio do qualche occhiata qua e là a questo posto così unico e speciale. Il piano di cottura è ben pulito e le pentole, seppur mostrando una grande usura, sono impeccabili  Ma dietro il piano di cottura, sulla parete, si allungano strisce di diversi colori formate probabilmente dal vapore che negli anni ha lasciato i suoi segni. Ricordo che d’estate mi è anche capitato di vedere qualche piccolo scarafaggio correre lungo quella parete; nero, veloce. Finito di mangiare il cliente da parte a me si congeda, paga e i due si salutano con qualche verso incomprensibile e alzando il braccio in modo quasi casuale. Quel piccolo omino si rivolge a me sorridendo, forse anche un po’ imbarazzato, curioso di sapere da dove vengo. Iniziamo a parlare. Una conversazione tra muti. Io non capisco il suo dialetto e quando la conversazione si fa un po’ meno banale diventa anche difficile esprimermi (in quel periodo erano poco più di 3 mesi che studiavo giapponese). Ma lui non si perde d’animo e quando necessario si inventa qualche improbabile espressione in inglese o parte in qualche imitazione improvvisata. Di tanto in tanto arriva qualche cliente con il quale si scambia dei soldi e, indicando il giornale, parlano di cavalli. Discute con i clienti ma ritorna sempre su di me, senza mai perdere il suo interesse. Quando non c’è niente da dirsi guardiamo la televisione mentre lui si fuma una sigaretta. Tra soap-opera ambientate all’epoca dei samurai, geishe e qualche discussione sui temi più svariati passano quasi 2 ore. Pago il conto, ringrazio e vado.

Il weekend dopo torno lì. Entro e lui sembra essere più stupito che la prima volta. Lo straniero è tornato! Ordino il solito, questa volta usando la parola giusta: “Ramen normale e yaki-meshi per favore.”. Lui sorride notando che mi ricordo quanto mi aveva insegnato la settimana prima ed esegue l’ordine nella stessa sequenza della settimana passata. Come il sabato precedente guardiamo le trasmissioni sui samurai e clienti vari si alternano. Tutti uomini, tutti di una certa età, tutti con quell’accento per me incomprensibile.  Lui li saluta alzando il braccio senza perdersi in troppe cortesie. Di tanto in tanto parliamo e lui ad un certo punto mi guarda sghignazzando e indicandomi il mignolo della sua mano dice: “Allora, ce l’hai quella li?”. Io non capisco, ma lui ripete lo stesso gesto cambiando semplicemente l’espressione per “quella li”. Un altro cliente mi apostrofa: “Allora, ce l’hai la donna o no?”. Capisco finalmente che nel linguaggio dei gesti giapponese il mignolo indica la donna mentre il pollice indica l’uomo. Anche stavolta ho imparato qualcosa.
Dopo esserci sempre andato di sabato pomeriggio un giorno decido di andarci con la mia ragazza del tempo alla sera. Rispetto al giorno il locale è quasi pieno e l’odore di fumo è molto più denso. Sono tutti uomini con una birra o del sake di fronte. Tutti intenti a parlare con il loro accento indecifrabile. Vedendomi arrivare con la ragazza sorride contento indicandomi il mignolo e sghignazzando. Ci porge un bicchiere d’acqua e ci chiede cosa vogliamo. Mentre cucina si beve qualche sorso di birra e finito si accende una sigaretta e discute con i clienti. La mia ragazza ride tutto il tempo e non capisco veramente il motivo. Di tanto il tanto il piccolo ometto si congeda dai clienti e discute con noi, elogiandomi di fronte ai clienti per il mio giapponese. Finito di mangiare usciamo e io, curioso, chiedo alla mia ragazza per quale ragione ridesse. “Ma non capisci?” mi dice, “Tutti quegli uomini al bancone parlavano di donne, ed intendo dire né delle proprie ragazze e neppure delle proprie mogli… Si lamentavano dei prezzi e del fatto che alcune dopo essersi fatte pagare cene costose rifiutavano di offrire i servizi completi!”. Io rido, d’altra parte non sono così stupito di scoprire questi dettagli.

Sono tornato spesso dal quel piccolo ometto sorridente. Dopo le prime discussioni scontate sul mio paese e il mio lavoro pian piano i temi sono iniziati a cambiare. Guardando le notizie in televisione spesso mi chiedeva: “Ma dimmi, anche nel tuo paese succedono queste cose?”. Siamo quindi finiti a parlare di politica, di donne e qualche volta anche di cavalli: “Dai, dammi un numero; metto 100 yen sul tuo cavallo.”. Ormai ogni volta mi informo sull’andazzo nelle corse di cavalli anche se sembra che i risultati non siano promettenti. Dopo che mi sono lasciato con la ragazza mi sono recato un paio di volte con un’amica. Non una qualunque per essere sinceri, una di quelle amiche che tutti i giapponesi mi invidiano: occhi grandi, magrolina, alta, bel sorriso, gentile e anche un po’ timida. Nonostante avessi precisato che si tratta di un’amica ogni volta che torno mi presenta il suo mignolo e mi chiede: “Allora, quella che hai portato qui quella volta?” e mi pianta il mignolo chiaramente davanti agli occhi.
Dopo un anno trascorso in Giappone sono tornato in Svizzera e, causa tsunami e incidente nucleare, non ho avuto il tempo per salutare tutti. Per più di 6 mesi non sono più passato di lì e sicuramente avrà pensato che me ne sono tornato nel mio paese. Finché, a novembre dell’anno scorso, tornato in Giappone e  sono rientrato in quella tendina rossa con il pellicano bianco. Difficile dimenticarsi del sorriso sincero di quell’ometto, felice nel vedere il “suo straniero” tornare.

Anche se oramai vivo in centro ad Osaka (un’oretta circa da Sanda), approfitto di tutte le volte che sono di passaggio per mangiarmi dei ramen in compagnia. Anche se il suo dialetto risulta sempre difficile da capire con il tempo mi ci sto abituando. Finito di mangiare ricevo sempre una mela, una fetta di torta o qualcosa in omaggio. “Mangia” mi dice semplicemente. Lui, sempre nell’angolo che si fuma le sigarette mentre guarda la tele e discute di cavalli con i clienti. Le discussioni più serie e più interessanti che ho avuto in Giappone con i giapponesi penso siano successe lì. Indipendentemente che fossero con lui o con i clienti è uno dei pochi posti che conosco in cui la gente dà la propria opinione e parla liberamente.

Di recente sono tornato un venerdì pomeriggio (era previsto un giro in bici ma la meteo mi ha fregato all’ultimo). Ramen e yaki-meshi e le solite notizie in televisione. Lui prende una rivista impilata tra i giornali e me la porge a fianco dei ramen. Il titolo inglese cita: “Giornale degli studi di scienze politiche applicate”. Ho colleghi dottori e super-laureati che sono ignoranti appena si esce anche solo di poco fuori dal loro ramo e questo ometto che passa le serate a discutere di cavalli e prostitute e che ha forse a malapena finito liceo si interessa di riviste accademiche su trattati politici. “Vedi”, mi dice, “un mio cliente abituale è un professore di scienze politiche, ha pubblicato questo articolo, ma io non so leggere l’inglese, ti dispiace dirmi di cosa si tratta?”. Leggo non senza difficoltà l’introduzione e tento di spiegargli che si tratta su una proposta per modificare l’articolo 9 della costituzione giapponese. Per un attimo dimentico l’articolo 9 e la costituzione giapponese e penso a De André. Ci mancava solo il vecchio professore.

Feli


Fine del divertimento… si inizia a lavorare

gennaio 14, 2012

Avevo promesso di scrivere all’incirca una volta alla settimana e purtroppo non sono riuscito a mantenere la promessa… Le scusanti sono molte, anche se sono tutte delle buone scuse ma nessuna mi giustifica. Le principali sono fondamentalmente due: il lavoro e la vita da zingaro.
Ero stato abituato bene sul lavoro ad avere molto tempo libero ed essere esonerato da molti lavori che richiedevano conoscenza del giapponese o statuto di impiegato. Purtroppo (o per fortuna sotto molti punti di vista) adesso che sono un impiegato “vero” ci sono molti lavoretti che posso fare e che devo fare e la scusante del giapponese non è più valida perché ormai è a tutti evidente che le mie nozioni, perlomeno sul piano orale, sono sufficienti per capire che cosa devo fare e come va fatto. Inoltre la sicurezza della Mitsubishi ha fatto un passo avanti (o indietro, a dipendenza dei punti di vista) ed ora non riesco più a utilizzare i trucchetti vecchi che utilizzavo per scrivere sul blog e mandare e-mail. A dire la verità ho già trovato una scappatoia, ma comunque non riesco a trovare il tempo per scrivere.
La seconda scusante come detto è la mia vita da zingaro. Negli ultimi due mesi sono stato in 5 posti differenti ed ho abitato per più di una settimana in 3 diverse città. Mi sono abituato all’idea di non avere un vero e proprio letto, ma di accontentarmi di un qualche materasso messo per terra in via temporanea. Anche camera mia si presenta più come una dispersione di vestiti e oggetti che come dovrebbe essere una camera che si rispetti. Ma sono in fase transitoria e causa inverni giapponesi il tempo che passo in camera è il tempo che dormo, quindi non mi lamento di questa situazione e ne approfitto per usarla come scusante.

Dall’ultima pubblicazione di tempo ne è passato. Poco più di un mese in effetti, ma sono successe così tante cose che non mi sembra possibile che tutto questo sia potuto passare in un solo mese.
Ho lasciato Fukuoka, peccato. Fukuoka probabilmente è e rimane la mia città preferita in Giappone (anche se Osaka sta velocemente guadagnando posizioni…). Partiamo da considerazioni geografiche. Fukuoka si trova al sud del Giappone, a poche ore di traghetto dalla Corea del Sud e in una zona poco urbanizzata. Il che significa che in poche ore è possibile fuggire dal Giappone e trovarsi in un paese con lingua, cultura e cibo differenti. Un vantaggio non indifferente visto che in genere per uscire dal Giappone è necessario prendere un aereo che oltre al prezzo comporta non pochi svantaggi, sia di tempo che di controlli per la sicurezza e affini.
Inoltre, come detto, Fukuoka è la città più grossa del Kyushu, l’isola principale più a sud del Giappone. Il Kyushu è un isola poco urbanizzata e molto diversificata nel paesaggio e nei luoghi. Si passa dai paesaggi vulcanici di Sakura-jima e Aso-san, alle spiagge di Miyazaki, i giardini di Kumamoto, i bagni termali di Beppu  e il verde che riempie tutta l’isola. Le sue dimensioni abbastanza limitate rendono possibile il giro dell’isola in una settimana e non è difficile trovare mete per il weekend.
E poi c’è Fukuoka, la città. Una città che però, viste le sue “moderate” dimensioni e l’ubicazione in una regione appunto non molto urbanizzata, traspira un aria di campagna. La gente è ancora alla buona e la città stessa non mira a grandi prospettive economiche ma piuttosto a instaurarsi come una città vivibile. Non da ultimo va detto che Fukuoka è forse una delle poche città che conosco in Giappone dove esiste una vera e propria spiaggia a distanza ciclabile dal centro. Una piccola Miami giapponese. Per chiudere questo piccolo paragrafo di lode va detto che anche a livello storico-culturale Fukuoka svolge un ruolo importante essendo stata una delle città giapponese che più ha subito influenza dal resto dell’Asia. Vista la vicinanza alla Corea e quindi, indirettamente, anche alla Cina è sempre stata una città di scambi commerciali che a loro volta hanno favorito influenze culturali. Che dire, se passate da queste parti una città che vale la pena visitare (in periodi balneabili possibilmente).

Come dicevo, ho lasciato Fukuoka, peccato. Peccato perché alla fine ero come in vacanza lì. È vero, avevo la scuola, ma non penso che si possa definire impegnativo 3 ore di lezione al giorno, specie quando oramai il giapponese già lo si parla e si tratta “solo” di raffinarlo. Peccato perché ho conosciuto molta gente in gamba, di quelle che non è facile trovare da queste parti. In primis ovviamente le mia due ex-coinquiline, Joyce e Kim con le quali ho potuto avere discussioni molti interessanti e raramente banali. Anche se il fatto di potere passare all’inglese quando i temi diventavano veramente complessi rappresenta un vantaggio, non penso che sia a causa di questa componente linguistica che ho apprezzato le mie due coinquiline. Penso veramente invece che il fatto avere tutti un’esperienza comune abbia contribuito molto nell’apprezzarsi a vicenda. A questo va poi aggiunta la passione per il Karaoke e la buona (e abbondante) cucina da tutti condivisa.

Ho lasciato la scuola, peccato. Peccato perché le insegnanti erano veramente eccezionali. Ognuna/o con pregi e difetti ma tutte motivate e allegre (scusate se prediligo l’uso del femminile, ma la grande maggioranza delle insegnanti erano donne…). Un onore poi avere avuto come insegnante di “cultura del lavoro giapponese” l’ex direttore del giornale più grande del Kyushu. Anche lui uno di quei personaggi che capita di incontrare raramente in Giappone, ma che quando si incontra difficilmente si dimentica. Laureato in economia ha iniziato a lavorare come giornalista a 24 anni (subito finito l’università) ed ha lavorato per lo stesso giornale per tutta la vita fino al pensionamento. Un giapponese all’antica come tanti si potrebbe pensare, ed invece mi ritrovo un signore rispettabile che conosce la cultura giapponese nei dettagli per passione e per interesse e nonostante ciò non mostra nessun segno di nazionalismo ma anzi, si dedica al suo insegnamento agli stranieri. Ricordo che ogni tanto la sera parlando con Kim finivo per il raccontarle la mia lezione e lei, pur essendo giapponese, rimaneva impressionata per la chiarezza con il quale Sashide (il nome del mio ex maestro) riusciva a spiegare concetti complessi su cui anche lei non aveva mai veramente riflettuto. Ed in più Sashide riusciva sempre a farlo con un filo di ironia e non si offendeva se a volte facevo domande molto critiche e non mi accontentavo della prima risposta.
Poi c’era tutto l’esercito di maestre. Più femminili (ovviamente) e spesso molto emotive come spesso accade da queste parti. Con molte differenze però; si passava da Yumiko con lunga esperienza all’estero e nell’insegnamento ad alti livelli, una conoscenza perfetta dell’inglese e metodi molto rigidi a Mami con cui si finiva sempre per parlare di svariati temi concentrandosi meno su grammatica e scritto.  E poi ci sono le sorprese. Emi che ho avuto come maestra per solo pochi giorni mi ha salutato con un complimento che ho molto apprezzato, anche vista la sincerità con cui l’ha detto: “Sono fiera che uno come te abbia deciso di venire nel nostro paese. Perché sei una persona che ama e sa apprezzare la gente.”
Non nascondo il fatto che ho apprezzato molto il complimento anche se posso benissimo capire le ragioni da cui scaturisce. In genere in effetti le scuole di giapponese private sono popolate da amanti dei fumetti dei cartoni animati che hanno come solo interesse sapere leggere il giapponese per poter leggere i fumetti e capire la lingua per potere vedere i cartoni animati (anime) anche senza sottotitoli. Gente di solito abbastanza antisociale con poco interesse alle persone e alla conversazioni. Ci sono poi gli insegnanti di inglese. In genere gente in gamba, ma purtroppo se ne trovano anche molti che, essendo nulli nel loro paese, vengono in Giappone ben sapendo che come stranieri occidentali si gode di popolarità. Gente che evito ma che è inevitabile incontrare. Per ultimi poi ci sono coreani e cinesi (in genere, ma molti altri a seguire) che vengono in Giappone per giustificate ragioni economiche. Tra quelli prima citati sono decisamente i migliori, ma spesso però sono molto impegnati negli studi e nella ricerca di un lavoro che hanno poco tempo a disposizione da passare con gli amici e gli insegnanti della scuola.
Io ero un po’ un caso a parte e ben visto da tutti. Invidiato dai cinesi per il fatto di avere un lavoro (ben pagato per il Giappone), invidiato dagli otaku (ossessionati di fumetti e cartoni animati giapponesi) per il fatto di sapere leggere e capire il giapponese e stimato dalle insegnanti per il fatto di essere venuto in Giappone spinto da un interesse generale per la gente, la cultura e la lingua.  E poi, a differenza di quasi tutti, uno dei pochi che ci si possa aspettare che torni.

Insomma, lasciare Fukuoka e la scuola è stato un vero peccato, ma è anche vero che lavorare tocca a tutti e non potevo permettermi di continuare la “vacanza” in eterno. Eppure, forse perché mi ero abituato al peggio, l’impatto con il mondo del lavoro in Giappone è stato molto più soffice di quanto mi aspettavo.
Il fatto di conoscere già i miei colleghi e di sapere che lavoro mi aspettava mi ha aiutato tanto. Inoltre il fatto di avere finalmente qualcosa da fare è un fatto decisamente positivo visto che ai tempi del pratico avevo giornate intere senza un impiego in cui il tempo sembrava non passasse mai. In più essendo un regolare impiegato ho accesso a tutti i documenti e sono abilitato ad usare tutti i macchinari, rendendomi così utile ad aiutare i colleghi. Anche loro ormai hanno capito che non sono più un ospite in fase di studio e mi chiedono spesso aiuto per i lavoretti più vari: una qualche misurazione, un piccolo programma per il computer, una mano forte per lavori di forza,…
Il fatto di sentirsi utile ed avere qualcosa da fare rende motivante il lavoro.
Di negativo rimane la mole burocratica a cui sono sottoposto e i continui permessi necessari per fare ogni cosa, ma d’altra parte ero preparato a questa eventualità e, da buon italiano, conosco tutti i trucchi per sviare le regole e per trovare una scappatoia quando necessario.

Insomma, nonostante in vacanza si sta sempre meglio, non posso lamentarmi del mio lavoro. Inoltre, un po’ a sorpresa, mi è stata data l’opportunità di svolgere un dottorato presso un’università giapponese in parallelo al lavoro. Ovviamente dovrei passare gli esami di entrata e pagare la retta, ma l’idea di avere un tema mio personale e di disporre di un giorno la settimana per recarmi all’università è un’ottima opportunità e allevierebbe un po’ del peso della burocrazia creata dalla ditta.

Sperando di riprendere presto il ritmo di un post alla settimana vi saluto.
Prossimo tema in programma: il capodanno giapponese.

Claudio (Feli)


Il Giappone di sempre; rieccomi!

novembre 24, 2011

Ciao a tutti!
Mattinata freschina a Fukuoka. Un po’ timidamente il sole cerca di farsi capolino tra le nuvole che nella notte ventosa si sono sparse come pecorelle smarrite nel profondo blu del cielo. Le fini pareti di camera mia mi consentono di sentire bene il traffico della strada poco distante. È ormai evidente che l’ora di punta è passata e lo si capisce facilmente dal rumore breve che fanno le auto che passano in velocità, senza dovere rimanere incolonnate al semaforo dell’angolo dietro casa. Si sentono anche bene i commenti dei passanti. A quest’ora del giorno per lo più cortesi e formali, forse gente in giro per lavoro, in tarda serata si fanno spazio risate e grida di gente ubriaca che tenta di tornare a casa. Kim (il suo soprannome, poco giapponese in effetti, il nome vero sarebbe Yuko) è già andata al lavoro, sono le 10 passate d’altra parte… Joyce invece è in camera sua a studiare. Settimana prossima ci sarà l’esame di giapponese per stranieri e, nonostante se la cavi molto bene ed essendo taiwanese è avvantaggiata nella comprensione degli ideogrammi, anche lei ha bisogno di studiare. Joyce è la mia sola e unica compagnia di classe nella scuola di giapponese dove lavora Kim. È una delle poche scuole che conosco (se non la prima che sento) che offre la possibilità di condividere appartamenti con giapponesi durante il periodo di studio. Un modo carino ed economico per riadattarmi allo stile di vita giapponese, visto che tra breve mi toccherà cercarmi un appartamento.
Molti già lo sanno e qualcuno l’ha evidentemente capito: sì, sono a Fukuoka (isola Kyushu, arcipelago giapponese), sono tornato insomma!

Ancora poco meno di 3 settimane di scuola a Fukuoka e poi inizierò a lavorare alla “vecchia” Mitsubishi-denki (Electric) di Amagasaki (10 minuti di treno da Osaka). Ho deciso di fare 3 settimane di scuola prima di iniziare il lavoro così da potermi riabituare alla società giapponese e riprendere e ulteriormente raffinare il mio giapponese. In questa settimana seguo un corso di lingua generale e a partire dalla prossima studierò lingua ed usanze del mondo lavorativo giapponese. Con un po’ di stupore in questa settimana sono stato piazzato nella classe più difficile, insieme a Joyce che settimana prossima affronterà l’esame del livello N2 (giapponese avanzato). In effetti noto che nella lettura faccio ancora molta fatica (anche se in effetti leggere articoli di giornale non è proprio evidente e ogni tanto anche le insegnanti sono in dubbio sulla lettura di qualche ideogramma), ma nel parlato me la cavo abbastanza egregiamente (specie pensando che alla fine ho vissuto solo un anno in Giappone). Anche qui a casa, nonostante tutti e 3 parliamo bene inglese, la lingua franca è il giapponese e, tranne quando si entra in discorsi complicati, in generale non ho grandi problemi.

Penso che sia proprio a causa dalla lingua che l’arrivo (o meglio il ritorno) in Giappone sia stato così soffice e delicato al punto tale che non mi sembra quasi neanche di essere in un paese tanto lontano e diverso. In effetti il mio più grande stupore all’arrivo in aeroporto e nei primi giorni è stato quello di non essere stupito. È vero che tutto sommato non è la prima volta che vengo qui e capire la lingua fa tanto, ma non avrei mai immaginato che questo posto così diverso potesse avere un’aria così familiare. Penso che i 6 mesi in Europa mi abbiano fatto veramente bene. Ci vuole tempo a capire ed assimilare una cultura come quella giapponese così diversa dalla nostra e quando ci si è dentro immersi fino al collo è difficile trovare del tempo per riflettere e per giudicare da un punto di vista neutrale svolgendo una critica costruttiva. In Europa trovandomi a “casa” (sì, ormai casa mia è l’Europa intera…) ho avuto modo di osservare e riflettere. Osservare che in effetti molti atteggiamenti che ho sempre ritenuto strani dei giapponesi si ritrovano in molte usanze che alle nostre latitudini sono più che normali. Ho notato come i miei dubbi e le mie perplessità nell’iniziare il lavoro in Giappone non fossero tanto legate alla cultura ma quanto al mondo del lavoro nelle grandi compagnie.
Insomma; tornando a est mi sembra tutto così normale che mi viene da chiedermi se questa sensazione stessa sia poi veramente normale (scusate il gioco di parole).

Inoltre, c’è un interessante aspetto nella percezione dell’io in rapporto a società e culture di cui non avevo mai sospettato. Chi mi ha incontrato subito dopo i vari rientri in Svizzera e gli altrettanti vari rientri in Giappone ha sempre detto che sono quello di sempre. Stessa personalità, stesso carattere, con magari qualche variazione, più nella forma che nella sostanza a causa di dieta e abitudini culinarie. Eppure all’arrivo in Giappone avevo un’altra percezione dell’io, come se internamente ci fosse stato un bottone che sia stato commutato su “modalità nipponica” per consentirmi un migliore adattamento alle condizioni esterne. Ripensandoci alla fine non è niente di nuovo, anche Calvino, seppur non negli stessi termini e nello stesso modo, sosteneva che non esiste un unico io, ma un’infinità e più precisamente “uno, nessuno o centomila”. Quello che non avrei mai immaginato però è che il passaggio tra due “me” potesse essere una sensazione tanto strana ma piacevole.

Va beh, basta parlare di me e vediamo di raccontare un po’ di questo paese di cui tanto si parla ultimamente. Radiazioni, cibo contaminato, terre abbandonate, crisi,… Insomma quando si cita il Giappone ultimamente sono questi i termini che vengono usati in maniera più ricorrente. Eppure se devo dire la verità a me non sembra proprio cambiato questo posto. Qualche piccolezza forse, ma in meglio. Mi trovo nell’estremo sud, è vero, lontano (molto lontano) da Fukushima e tutto il Tohoku (nord-est), ma il Giappone è un paese culturalmente molto unito e tutto sommato uniforme (so che chi conosce bene il Giappone potrebbe criticare l’uso di “uniforme” ma penso che l’uso sia legittimo se comparato alle dispute interne nei vari paesi europei) e quindi cambiamenti in un luogo hanno abbastanza facilmente conseguenza anche in luoghi più lontani.
Per quanto riguarda le radiazioni devo attenermi ai valori ufficiali e le migliaia di misure indipendenti reperibili su internet. Positivo il fatto che misure ufficiali governative e misure indipendenti coincidono, dando così credito al governo. Per quanto riguarda i valori, se il mio titolo di ingegnere nucleare non mi inganna, siamo decisamente sotto la soglia di allarme e tranne che per le zone nell’area di evacuazione si rilevano valori praticamente riconducibile alla radiazione naturale di base.
Per la contaminazione alimentare devo rifarmi ad un ottimo blog in lingua italiana (UnicoLab) che dall’inizio della crisi di Fukushima scrive articoli prettamente scientifici allo scopo informativo circa stato delle cose progressi e pericoli. Probabilmente il migliore blog in rete per capire esattamente che cosa è successo e che cosa sta succedendo senza commenti o opinioni personali scritto da gente seria con il solo intento di informare.
Come dicevo questo blog tiene aggiornato un database con gli alimenti controllati e la regione di origine e fino ad adesso quasi tutti gli alimenti sono risultati negativi ai controlli. Eccezion fatta per qualche fungo e alimento particolare raccolto nelle zone poco distanti da Fukushima Dai-ichi.
Insomma sono al sicuro (cosa che peraltro sapevo già bene prima di partire…).

Scusate un post poco vagabondo e con poche descrizioni delle particolari usanze giapponesi, ma in 3 giorni non ho niente di particolare da riferire… Ora se non vi offendete vi lascio per degli squisiti Hakata-ramen! Era da circa 6 mesi che aspettavo questo momento… slurp!

A presto, mata-ne!
Feli-san


Il mio terremoto

luglio 18, 2011

Sono sul treno, ancora. Il treno sembra essere uno dei posti ideali per scrivere. Silenzioso, anonimo e quando non si sa più che cosa scrivere basta guardare fuori dal finestrino con uno sguardo imbambolato per qualche minuto e come per magia riaffiora subito alla mente quanto si voleva scrivere. Questa volta però niente risaie o casette in legno con i tetti neri, ma imponenti montagne verdi, campi di grano e solidi casoni in cemento armato. In breve non sono in Giappone, ma in Svizzera. Una tratta ben conosciuta; la Chiasso – Zurigo, che mi porta alla città che mi ha cresciuto e rovinato, formato e reso felice: quella città dove ho passato 4 anni delle mia giovane e breve vita.

Da qualche giorno ho iniziato a leggere il libro di Pio D’Emilia fresco di stampa (e probabilmente ci vorrà ancora non più di un giorno per finirlo, visto la facilità di lettura e i contenuti vicini alla mia esperienza personale). Il libro si intitola “Tsunami nucleare” (editore Il Manifesto) e racconta l’esperienza personale dell’autore, Pio D’Emilia appunto, che come corrispondente di SKY TG24 si è ritrovato a coprire tutta la devastazione che ha colpito il Giappone in quel fatale venerdì 11 marzo. Un ottimo libro in cui si rispecchia l’amore e l’odio dell’autore per il Giappone mentre descrive, stupito (nonostante abiti da un ventennio circa in Giappone), la calma e la gentilezza dei giapponesi di fronte ad un evento di dimensioni mai viste nella storia recente del paese. Leggendolo non hanno potuto che venirmi alla memoria i ricordi di quei giorni, che sebbene ho vissuto da lontano difficilmente verranno cancellati dalla mia mente. E proprio leggendo il libro mi sono ricordato che avevo promesso (e mi ero promesso) di offrire un pezzo “giornalistico” tutto personale sulla vicenda e raccontare l’incredibile vicenda che per fortuna o purtroppo pochi stranieri in quel momento in Giappone possono raccontare.

Il tutto inizia in una stupenda spiaggia di Beppu. Beppu è una località termale nel nord del Kyushu, la grande isola che si trova al sud del Giappone, l’isola che per intenderci ospita la (purtroppo) celeberrima cittâ di Nagasaki e la meno conosciuta ma non per questo meno bella città di Fukuoka (qualche nuotatore si ricorda magari di questo nome dopo i mondiali di nuoto di qualche anno fa). Il Kyushu è un’isola scarsamente abitata (ad eccezione delle grosse città dove si accumula la gente) cosparsa di verdi montagne e colline e un grande numero di vulcani, molti dei quali ancora in attività. A causa del grande numero di vulcani esistono molte località termiche che approfittano del calore presente nel sottosuolo per scaldare corpi e anime dei turisti (perlopiù giapponesi) che le frequentano. Beppu è probabilmente una delle più grandi città del genere. I bagni termali si contano a decine (diverse decine) e osservando la città dall’alto si possono contare gli interminabili camini fumanti dove viene rilasciato il vapore in eccesso nei bagni. Io mi trovavo lì con Machiko, una ragazza che avevo conosciuto durante un volo di ritorno all’aeroporto di Parigi (dove cambiavamo entrambi aereo per Zurigo). Dopo averla “salvata” dalle trafile burocratiche dell’aeroporto di Parigi (il nostro volo era stato cambiato su Parigi perché Londra era chiuso per neve) e averla aiutata a fare i biglietti e imbarcarsi sul volo giusto utilizzando il mio frammentario francese, Machiko si sentiva in debito con me. Approfittando quindi del fatto che mi trovavo in vacanza a Fukuoka nei suoi giorni di libero (e non avendo programmi) mi ha proposto di portarmi a Beppu, circa due ore di auto da Fukuoka.
Quindi dopo essere stati in una onsen (bagno termale) con vista mare e aver mangiato un ottimo pasto giapponese, ancora accaldati per il bagno, decidiamo di dirigersi verso la spiaggia per un “must” della regione: un bagno di sabbie (o suna-onsen come direbbero i giapponesi). La sabbia della spiaggia, scaldata dall’acqua termale, viene cosparsa sul corpo coperto solo da una sottile yukata (una sorta di kimono estivo anche usato quando si esce dai bagni termali) lasciando scoperta solo la faccia. Di fronte a noi il mare, piatto come una tavola nonostante un filo di vento. Qualche gabbiano che si lamenta per la mancanza di pesci e la sagome di qualche industria in lontananza quasi a volere ricordare che il paradiso (in Terra) non esiste. Calma piatta e candore delle sabbie ci trasportano in un mondo che rimane connesso alla realtà tramite un sottile filo dorato; Morfeo mi soffia dolcemente sulla guancia rimasta scoperta e mi addormento. Altrettanto fa Machiko.
Ci svegliamo quando il caldo inizia ad essere non più un piacere ma una pena e dopo esserci levati di dosso i chili di sabbia ci dirigiamo verso le rispettive docce. Dopo essermi tolto ogni granello di sabbia e vestito mi dirigo ancora assonnato verso la saletta di attesa equipaggiata con una moderna TV a schermo piatto.
Le riprese dall’elicottero mostrano un’onda muoversi lenta verso la costa. Il tutto è accompagnato da diverso testo ma faccio fatica a comprendere di cosa si tratti. Cerco di sforzarmi e accumulare tutte le ore di studio passate a decifrare quegli strani segni e inizio a cogliere la prima parola: il primo simbolo sembra essere “tsu” e il secondo quello corrispondente a onda, ma non mi ricordo come si legge. Faccio lavorare la fantasia e guardando le immagini mi appare evidente che si tratti di uno tsunami. Di colpo anche il simbolo vicino a quel 8.9 mi appare famigliare: jishin (terremoto). 8.9 deve quindi trattarsi della magnitudo, una bella scossa! Pian piano riesco a decifrare le notizie che attraversano lo schermo e quando Machiko arriva in un misto tra preoccupazione e fierezza per essere riuscito a leggere mostro lo schermo. Lei con una naturalezza che credevo solo sua ma che si è dimostrata essere comune tra la gente del Sol Levante mi risponde: “Ah, uno tsunami, bisogna allontanarsi dalla costa.”
Infatti da lì a poco il personale del centro ci dice di uscire che è appena stato diramato un allarme tsunami per tutto il Giappone ed è necessario che andiamo. Si scusano, ovviamente. Li ringrazio, ovviamente. Niente giustifica una mancanza di cortesia, emergenze comprese.
Decidiamo quindi di tornare a Fukuoka, anche perché a Beppu abbiamo oramai fatto tutto. Nonostante il Kyushu disti a oltre mille chilometri dall’epicentro del terremoto dirigersi verso l’altro è una buona idea. Siamo entrambi tranquilli. Fukuoka rimane sulla costa occidentale del Giappone ed è una delle poche città dove non esiste nessun allarme tsunami (o l’altezza prevista non supera i 30 cm). Durante il viaggio di ritorno guido tenendo un occhio alla TV installata a bordo (ecco come succede che il numero di incidenti in Giappone sia così altro) anche se nella sperduta natura del Kyushu il segnale è quasi ovunque assente. Machiko dorme, è stanca dopo aver fatto la notte in bianco lavorando al turno notturno per un hotel poco lontano dalla stazione di Hakata dove lavora. Guardo il telefono e mi accorgo di avere ricevuto una telefonata dai miei genitori in Svizzera. Strano a quell’ora. Richiamo e mi accolgono delle voci stranamente preoccupate; parlano di devastazione, di un terremoto potente come non mai e mi chiedono ovviamente come stia. Io vista la perfetta giornata cullato dalle acque termali non potevo star meglio. Guardo la televisione che parla di una decina di morti e spiego come i terremoti siano una cosa normale in Giappone e come a me stesso sia già capitato di essere svegliato nella notte da una scossa. Niente di grave quindi, la sola scocciatura di avere i treni un po’ in ritardo al massimo.
Continuiamo il viaggio verso Fukuoka e iniziano a fioccare E-Mail sul mio telefonino. Molte dalla Svizzera, tutte che chiedono preoccupate di me e altrettante dal Giappone che si preoccupano per la mia salute e mi consigliano di stare lontano dalle coste. Provo a chiamare Machiko che non trova più il telefono e mi accorgo che le linee sono bloccate. In quella notte i messaggi mi arriveranno a singhiozzo, talvolta con ore di ritardo. Una mia amica a Tokyo è ferma in centro e non può tornare a casa visto il blocco dei trasporti. Tento di aiutarla contattando conoscenti che abitano a distanze a accettabili dal centro ma il ritardo nella messaggistica non aiuta e alla fine si rassegna. Anche i genitori di Machiko sono a Tokyo per lavoro. Eppure né lei né la sorella maggiore con cui vive sembrano essere preoccupate. “Non è meglio se li chiamiamo?” dice la sorella maggiore. Entrambi stanno bene ma sono anche loro bloccati in centro. Aeroporto e treni bloccati e hotel pieni. “Va beh, passeremo la notte qui.” si dicono quasi si trattasse di qualcosa di normale. Qualche problema anche all’hotel dove lavora Machiko dopo che i computer che gestiscono le transizioni delle carte di credito (quasi tutti a Tokyo) sono fuori uso. Ma a parte qualche problema “tecnico” non sembra essere successo niente di grave. Dieci morti (di cui parla la televisione) non sono niente per una città di 30 milioni di persone con grattacieli che passano i 300 metri di altezza colpita da un terremoto simile. Evidentemente i media e le autorità ancora non potevano valutare la situazione nel Tohoku in quel momento. La miriade di messaggi che mi arriva da amici giapponesi che mi raccontano di scene d’apocalisse quando la terra tremare mi preoccupano un po’, ma tutti stanno bene e la calma dei giapponesi che mi circonda mi contagia e dormo tranquillo. Al risveglio la televisione è ancora in diretta dalle scene della devastazione; durante la notte e per tutti i giorni a venire sarà un terribile leitmotiv. Il numero delle vittime è salito a oltre cento e ma si ipotizza che possano essere più di mille. In più si parla di un’emergenza nucleare. Tento di capire i dettagli e sembrerebbe un difetto al sistema di raffreddamento d’emergenza. Le barre di spegnimento sono state inserite completamente e correttamente appena la scossa è stata rilevata. Conoscendo bene il funzionamento di una centrale nucleare e la natura e gli effetti delle radiazione non mi preoccupo troppo del problema, specie confrontandolo con le immagini di devastazione che riguardano lo tsunami.

Quella mattina prevedevo di fare la mia ultima tappa in autostop: Fukuoka – Kagoshima. Ma le immagini non mi mettono di buono umore. Sono stato così tanto aiutato da quella gente e sono tutti stati così gentili con me che mi sento quasi in colpa a chiedere un passaggio proprio in un giorno così triste. Toccherebbe a me aiutare ora, penso. Alla fine mi guardo in giro e noto come nulla sia cambiato rispetto a qualche giorno prima. Farò come loro, penso: mi rialzo e continuo a fare quello che volevo fare, non sarà un terremoto a fermarci(mi).
In effetti l’unica persona ed essere cambiata quel giorno sembrava che fossi io. Tutti erano come al solito contenti ed entusiasti di potermi dare un passaggio e fare quattro chiacchiere con uno straniero nella loro lingua. I temi di conversazione erano i soliti: dalla cucina Svizzera alle montagne, il fatto che la Svizzera sia cara, come mai parlo l’italiano e che lingua si parla in Svizzera. In aggiunta qualcuno mi ha chiesto se in Svizzera ci fossero terremoti, ma la cosa non sembrava troppo di rilievo.

Penso che se ci sia una cosa che mi ha positivamente contagiato di quei primi giorni di terremoto è proprio questa naturalezza e tranquillità dei giapponesi. Li ho spesso catalogati come gente impaurita, timida e un po’ codarda eppure in quei giorni sembrava che il  ruolo si fosse invertito. I messaggi continuavano ad arrivare anche da gente che conoscevo poco. Tutti di aiuto per una persona come me poco abituata a terremoti e tragedie naturali in generale. Nell’ostello di Kagoshima regnava un’atmosfera unita e di gruppo tra i giapponesi e unica pecora nera erano i turisti stranieri che vagavano tra televisione e computer come delle pecore durante un temporale. Tra i giapponesi in quel gruppo c’era anche chi aveva famiglie vicino alle zone colpite eppure nessuno sembrava volere lamentarsi o piangersi addosso. Si limitavano a dire, sono sicuro che stiano bene e poi mi invitavano a sedermi con loro e bere qualcosa. Ricordo di aver letto un’intervista ad un autista di treno di Tokyo in quei giorni. La giornalista chiedeva: “Che cosa crede di fare adesso?” Con la naturalezza e la forza di chi sa rialzarsi anche dopo la peggiore delle cadute questi rispondeva: “E cosa vuole che faccia? Andrò avanti a fare quello che facevo finora.”
Insomma pian piano realizzavo la portata dell’evento ma tra stupore e meraviglia iniziavo però anche a conoscere un lato dei giapponesi che fino a quel momento mi era per me rimasto all’oscuro.

A preoccupare era solo la situazione a Fukushima. In realtà la cosa non preoccupava tanto me, che dopo avere passato due anni in una delle migliori università al mondo a studiare funzionamento e rischi delle centrali nucleari sapevo (o credevo di sapere) cosa stava succedendo. Il punto era proprio quello: le notizie della TEPCO arrivavano con ritardo e spesso lasciavano grossi dubbi circa la credibilità; cosa che ha fatto irritare non poco anche il primo ministro giapponese che è arrivato ad usare toni che un primo ministro di un paese tanto educato e formale userebbe. Inoltre iniziava ad esserci uno strano divario tra notizie estere e locali. Sinceramente non ho mai trovato carente l’informazione giapponese in fase di crisi (eccezione fatta ovviamente per i corrotti pesci grossi della TEPCO). Due volte al giorno il primo ministro Kan appariva con la sua ridicola giacchettina verdina e spiegava i fatti del giorno e rispondeva alle direttissime domande dei giornalisti. Quanto avverrebbe anche alle nostre latitudini in una situazione simile. Una delle mie principali difficoltà in quella fase era su quale media straniero fare affidamento. I giornali italiani sono subito stati scartati dopo avere letto di articoli che descrivevano in Giappone in panico (quando invece era l’esatto opposto) e aggiungevano poi pareri di esperti del nucleare che, letti da chi nel ramo qualcosa ci capisce, sembravano più un racconto di un bambino che parla dei propri incubi.
Quindi da una parte avevo famiglia, amici e media stranieri (in prima fila italiani e francesi) che vedevano una situazione apocalittica e volevano che rientrassi al più presto, dall’altra cercavo di farmi una lettura basata sulle mie conoscenze e cercare di decidere in modo indipendente. Va detto che dal momento del terremoto era previsto che rimanessi altre tre settimane in Giappone. Il mio pratico presso Mitsubishi finiva a fine febbraio e poi avevo previsto di farmi un mesetto di vacanza girando il Giappone. In sostanza quindi la mia presenza non era così indispensabile ma mi scocciava gettare al vento due settimane di vacanza che avevo già organizzato (e in parte pagato) e lasciare l’isola da codardo, ben sapendo che i rischi che correvo restando nel Kansai (quindi ben lontano da Fukushima) fossero minimi. La cosa in effetti mi pesava anche dopo tutto l’aiuto e l’affetto che avevo ricevuto proprio in quei giorni.
In Svizzera ho però amici e genitori e facendomi la promessa che sarei ritornato nella terra dei Samurai ho anticipato il volo di due settimane e mi sono imbarcato su un volo strapieno dell’Alitalia. Penso che sull’aereo fossi uno dei pochi dispiaciuti di partire, mentre la maggior parte della gente si lanciava in discorsi di tecnica nucleare e radiazioni e si lamentava del prezzo che hanno dovuto pagare per il biglietto (conosco gente che ha pagato 5000 Euro per anticipare di un giorno il volo…).

Rientrato in patria facevo fatica a vedere le immagini dei TG quando si parlava di Giappone. Un po’ perché mi facevano sentire un codardo per essere scappato di fretta e furia e un po’ perché spesso (specie sui canali italiani) apparenti giornalisti fornivano descrizioni di panico e realtà che poco si avvicinavano a quello che avevo potuto vedere con i miei occhi. Cosa che ancora più mi innervosiva era vedere come i giapponesi venissero visti come delle stupide galline in gabbia perlopiù radioattive e tossiche senza ricordare minimamente che migliaia di persone erano senza casa, cibo e benzina in pieno inverno. Evidentemente qualche giornalista inviato in direttissima in Giappone si è ritrovato a fare un servizio che più che ricalcare il particolare momento vissuto dal paese, riprendeva l’esperienza del giornalista stesso in un luogo a lui nuovo e sconosciuto.
Ho finito per leggere i giornali, dopo aver scelto quelli seri, per tenermi aggiornato sulle notizie.

Così come i giapponesi mi auguro che il tutto si possa risolvere al più presto. Purtroppo semprerebbe che dopo essere stati bacchettati dall’estero (in parte anche giustamente, ma in maniera decisamente esagerata) quegli antichi guerrieri sembrano iniziare a dubitare nelle proprie capacità (a differenza di come facevano subito dopo il terremoto). Per fortuna, come ha confermato la mia ultima visita, non manca l’entusiasmo e la voglia di fare che da sempre distingue questo paese. Per una volta, stranamente, forse più di loro sono io a crederci: Ganbarou Nihon! (facciamo del nostro meglio, Giappone!)

Feli


Toccata e fuga

luglio 11, 2011

Rieccomi! Dopo quasi 3 mesi di assenza ritorno a scrivere nel mio blog. Un caso? Forse, fatto sta che scrivo ora, come sempre, dalla terra dell’assurdo, da quel paese dove nonostante tutto quello che è passato il sole continua a sorgere.
Sono tornato; una visita lampo, ma sono qui. Di nuovo sul treno che da Kanazawa si dirige a sud verso Osaka, di nuovo con i campi di riso verdi e bagnati dall’acqua che riflette il cielo con riflessi color smeraldo. Ancora qua, di nuovo, un anno dopo il mio arrivo in questo paese, tre mesi dopo la mia partenza e poco dopo il terremoto e i successivi eventi di cui tanto si è sentito parlare.
Il treno scorre veloce e silenzioso tra le curve montagne ricoperte di varia vegetazione, i campi di riso con le piccole casette sparse tra le stradine e i canali d’irrigazione, i paesini e le più grandi città. Al suo interno la solita clientela: omini bianchi assonnati che con il telefono in mano cercano di scrivere un messaggio lottando contro il sonno, le immancabili oba-chan (nonnine) con i loro discorsi su pietanze e viaggi e qualche pazzo alle prese con una qualche console di gioco. Nessuno straniero; prevedibile su una linea poco turistica.

Insomma, tanto si è parlato di questo Giappone radioattivo negli ultimi tempi che vedendo tutta questa normalità potrei pensare di trovarmi in un altro paese dove si parla comunque giapponese. Ma la domanda che tutti si pongono e che mi sono posto pure io medesimo è ovviamente: veramente niente è cambiato?
In procinto di rispondere va fatta un’essenziale considerazione: in questi giorni mi sono mosso tra il Kansai e l’Hokkoriku che sono due regioni abbastanza lontane dal nord-ovest del Giappone che terremoto e tsunami hanno reso celebre. Quindi se già nei giorni successivi al terremoto era difficile a prima vista notare dei cambiamenti, a maggior ragione è difficile adesso che le cose si sono un po’ calmate.
Che cosa è cambiato quindi? Radiazioni, uso della corrente e dell’acqua? Queste sarebbero forse le risposte che potrebbero sembrare ovvie ad uno straniero che leggendo i giornali si è fatto un’idea (non per forza sbagliata) del Giappone attuale. Avevo in programma di recarmi in Giappone con un dosimetro per misurare l’attuale livello di radiazioni, ma nonostante le molte conoscenze nella ricerca nucleare non sono riuscito a procurarmene uno. Ad ogni modo i valori forniti dal governo e quelli di fonti indipendenti (sebbene differenti) risultano ben sotto la soglia di allarme anche per regioni relativamente vicine a Fukushima. I valori attuali per la regione dove mi trovo parlano di 0.032 (fonti accademiche; sotto i 0.2 μSv/h si parla in genere di radioattività naturale; la soglia per civili è di 1 μSv/h e si sale a 10 μSv/h per persone professionalmente coinvolte con radiazioni; valori indicativi che possono variare tra paese e paese a dipendenza delle leggi in vigore). Quindi nulla sembra essere cambiato circa radiazioni. Anche l’acqua (sebbene si hanno meno indicazioni, una lacuna abbastanza preoccupante) non sembra rappresentare un pericolo se non nelle immediate vicinanze di Fukushima.
E allora la domanda si ripete: che cosa è cambiato? A mio modo di vedere la gente sta cambiando. In un anno che ho trascorso in Giappone solo una volta ho sentito parlare di politica e nessuno si è mai lamentato del governo o delle grosse società e dello stra-potere che gli è concesso grazie a raffinati e collaudati sistemi di corruzione. Eppure in neanche una settimana che mi trovo qui ho già sentito toccare il tema dell’energia atomica parecchie volte e durante la cena di ieri sera si è largamente parlato del primo ministro Kan e della Tepco (la società che gestisce gli impianti di Fukushima). È pur vero che come diciamo giustamente in italiano “tra il dire il fare c’è di mezzo il mare” ed il Giappone è un isola separata da un grande mare da una parte e da un oceano dall’altra. Ma in un paese dove le critiche possono essere solo pensate, mentre i complimenti sono nella norma, il fatto che si arrivi a fare dell’autocritica con discussioni accese e partecipazione collettiva è già di per sé una piccola rivoluzione. Il deterioramento dell’economia poi potrebbe aumentare il malcontento e con un po’ di fortuna magari potrebbero esserci cambiamenti in senso positivo. Ma è ancora presto per dirlo.
In sé quindi in Giappone non è ancora cambiato molto, ma la gente sta cambiando. E sta cambiando proprio dopo un lungo periodo in cui alcune usanze giapponesi sono state messe più volte in discussione dall’estero e, anche a cause della crisi degli anni ’80, anche la gente qui ha iniziato a capire che vendere televisioni in tutto il mondo non significa essere un paese perfetto. Speriamo in bene per il futuro quindi.
Un po’ di rammarico però per come il Giappone è ora recepito all’estero. Pur comprendendo le nostre preoccupazioni e la gravità del problema c’è un po’ di tristezza nel vedere pochi turisti e pochi stranieri proprio adesso quando il turismo sembrava in piena espansione. D’altra parte però sembra che l’interesse per quello che l’estero pensa del Giappone sia salito. Diverse persone non solo mi hanno chiesto che cosa si dice del Giappone all’estero ma anche che cosa noi occidentali consigliamo di fare.
L’unica cosa che mi rattrista un po’ è vedere questa partecipazione popolare nel problema e questa voglia di cercare una soluzione ben sapendo che nelle sfere del potere corrotte cambierà ben poco e comunque non ci si può aspettare rivoluzioni.
Anche in questo, ancora una volta il Giappone ricorda molto l’Italia, con un po’ più di gentilezza e assurdità…

Ed è proprio dall’assurdità che parte la ragione della mia visita lampo: un colloquio di lavoro. Già qui viene spontaneo chiedersi: “Ma era proprio necessario andare fino a lì?”. La domanda diventa ancora più ovvia quando si considera che il colloquio era per lo stesso lavoro, lo stesso gruppo di lavoro, la stessa ditta e lo stesso edificio dove lavoravo durante il mio precedente anno in Giappone. Mi ha consolato sapere che anche i giapponesi stessi pensano che le tradizionali ditte giapponesi siano un po’ esagerate riguardo sistemi di assunzione. In effetti basta fare due calcoli veloci per capire quanto possa essere costato uno “scherzo” del genere alla ditta. La ragione ufficiale data da Mitsubishi per giustificare la necessità è che per essere assunto come dipendente devo fare l’esame di entrata e il colloquio al pari dei giapponesi. In parole povere io non sono diverso da nessuno e devo passare la procedura ufficiale come tutti. E fin qua la cosa potrebbe avere ancora un minimo di senso. Un senso di giustizia ed uguaglianza anche, viviamo in un mondo giusto e corretto dove ognuno ha le stesse opportunità, che bello! Ah sì? E allora perché io posso bocciare l’esame e perché sono dovuto venire qui per fare un esame che posso anche bocciare? Infatti l’esame d’entrata è un esame di cultura generale che comprende comprensione alla lettura (in giapponese), storia (giapponese), matematica e scienza (in giapponese). Ben sapendo che l’esame è difficile per i giapponesi stessi è stato deciso che gli stranieri possono anche bocciarlo… Inoltre al colloquio era presente il mio precedente capo che è stato colui che ha consigliato la mia assunzione e che mi ha fatto venire fino a qua, che dire, forse aveva già un’idea prima che iniziassi a parlare, o no?
Insomma viaggio pagato fino in Giappone per fare un esame che posso bocciare e un colloquio con persone che già conosco, logico vero? Beh, bentornato in Giappone mi sono detto. E tutto ha di nuovo senso!

Un saluto dall’Assurdistan,
Feli


Nippon Ski

febbraio 21, 2011

Cari lettori, rieccomi, forse per l’ultima volta nel ruolo di impiegato, visto che venerdì si chiude il mio capitolo Mitsubishi. Ultimamente il mio carico di lavoro è ancora sceso, visto che nessuno vuole darmi un lavoro con il rischio che poi non riesco a fare la documentazione necessaria da lasciare prima di partire. Per fortuna ho un po’ di faccende private da sbrigare e il tempo passa abbastanza velocemente. In queste ultime settimane ho iniziato ad organizzare il mio mese finito di lavorare. Di sicuro farò una settimana a Taiwan girando un po’ per l’isola e approfittando del cosiddetto “couch surfing” per conoscere un po’ di gente del posto e sentire i loro racconti sull’Asia. Dicevo sicuro perché il mio attuale visto è valido fino a domenica e quindi mi tocca lasciare il paese prima di quella data e rientrare successivamente per ottenere un visto turistico (in realtà potrei ottenere il visto turistico alla fine del pratico anche senza uscire dal Giappone ma dovrei riempire una marea di carte e inoltre avevo voglia di andare a Taiwan dopo averne sentito parlare molto bene da parecchie persone).
Poi le possibilità rimangono molte. Avendo il visto turistico ho diritto al “JR Pass” che mi permette di usare qualunque treno (o quasi) ad un prezzo forfettario per un certo numero di settimane. Potrei quindi andare al nord del Giappone abbastanza facilmente e visitare quella parte dell’”honshu” (l’isola principale) che ancora non sono riuscito a vedere. L’idea che va per la maggiore rimane comunque quella di andare in autostop nel “kyushu” (la principale isola del sud, quella dove adesso c’è un vulcano in piena eruzione) e girare un po’ a caso sempre in autostop (o magari qualche treno per spostamenti in particolari luoghi). L’idea dell’autostop non è tanto dettata da ragioni economiche (visto che potrei benissimo pagarmi i biglietti dei treni o anche noleggiare un’auto per qualche giorno) ma dal fatto che trovo sia un modo molto più interessante per viaggiare e per conoscere gente comune. In Giappone poi non si corrono grandi rischi, specie considerando che in quanto straniero e di corporatura robusta, dovrebbero essere gli automobilisti ad avere paura di me più che io a non fidarmi di loro. Riguardo all’autostop in Giappone ho solo sentito esperienze positive, specie nei confronti dei camionisti (che è e rimane una professione per cui trovo molta simpatia per diverse ragioni) e addirittura un amico di un mio collega pare sia rimasto in contatto con uno di essi e si vedano ancora qualche volta per andare a bere assieme. Ho letto anche di gente che è stata portata da gente alla guida di un autogru e che ha dovuto litigare per offrire da mangiare all’autista. Penso quindi che, tornato da Taiwan, preparerò qualche cartello con nomi di città e uno grosso con scritto “nihongo daijoubu” oppure “nihongo hanaseru” (ovvero “parlo giapponese”) che rappresenta qualcosa di essenziale per non spaventare troppo gli automobilisti.
Nel frattempo mi godo queste ultime settimane con calma, organizzando cene di addio con amici e pianificando il mio ritorno in Svizzera (ed un eventuale ritorno in Giappone verso autunno, ancora tutto in forse comunque). Ultimamente ho l’impressione che le cose in ufficio vadano meglio. Scherzo con i colleghi e ci scambiamo qualche battuta su temi anche fuori dal lavoro. Venerdì un mio collega ha passato la giornata parlando con il mio accento e facendo gli errori che commetto di solito quando parlo giapponese. Ma l’impressione è decisamente che i rapporti si sono un po’ distesi perché tutti sanno che tra poco parto e quindi mi vedono già in modo diverso e non più come un “collega”. D’altro canto devo ammettere che mi rendo conto anche io di essere più apprensivo sapendo che a breve sarò in vacanza. Nonostante sia una settimana che il mio superiore mi dica sorridendo che l’esperimento che ci tenevo a fare lo facciamo domani non sono scocciato. Mi avessero piantato a fare niente per una settimana in un altro periodo l’avrei presa piuttosto male, ma mi sento già in vacanza e non ho voglia di litigare proprio ora.
Venerdì ci sarà la cena di addio del mio gruppo di lavoro in centro Osaka e i miei colleghi più giovani hanno già detto che possono stare in giro fino al primo treno del mattino. Ci sarà da divertirsi, forse per la prima e ultima volta (speriamo non sia l’ultima). Visto che sono l’ospite ho potuto decidere il meno: granchi in uno dei posti più popolari ad Osaka. Ero tentato di dire “fugu” (un pesce velenoso che, se non cucinato accuratamente, può essere mortale per il cliente che lo mangia) ma nonostante il rischio di lasciarci le penne sia basso (in genere ci sono pochi casi in tutto il Giappone nel giro di anni) preferisco lasciare perdere.

Il weekend scorso sono andato a sciare tre giorni a Nagano (per essere precisi il posto si chiama Tsugaike) con uno sci-club i cui membri sono quasi tutti dipendenti della Mitsubishi (la ditta per cui lavoro). Un ottimo weekend, decisamente. Oramai sono abituato alle stranezze giapponesi ad alla cultura quindi certe cose non mi hanno troppo stupito anche se continuo a non capire la logica…
Alcool: siamo partiti giovedì sera intorno alle 19 con un bus a nostra di disposizione per arrivare a destinazione intorno alle 3:30 di notte (ovviamente dopo una certa ora ne abbiamo approfittato per dormire) Alla partenza c’era un’atmosfera mista. I classici “colleghi impauriti” che se ne stavano per le loro facendo al limite qualche discussione abbastanza generale e formale e qualche coppia aggrovigliata tra i peluche di lei e i cavi delle cuffiette di lui. C’era poi un gruppo molto allegro e loquace, i più anziani e veterani del weekend sciistico. Erano ovviamente già ubriachi alla partenza e hanno continuato a bere ed offrirmi da bere fino a quando non si sono addormentati. Il giorno dopo, incontrandoli sulle piste, erano tranquilli e piuttosto formali. La classica metamorfosi giapponese dell’uno per mille.
Sicurezza: su tutti i bus c’è scritto che per legge bisogna allacciare le cinture di sicurezza. Spesso gli autisti lo ripetono prima di partire. Nessuno lo fa. Visto che nessuno lo fa, si può non fare, la classica leggi di massa giapponese. Personalmente finché di tratta delle cinture sugli autobus la cosa mi sta bene essendo abituato all’Europa dove non sono obbligatorie. Certo, allacciarsi è meglio, ma l’autobus non è l’automobile e quei pochi incidenti di bus di cui si sente sono spesso causati da condizioni estreme e le cinture sarebbero servite a poco.
Discorso diverso però per le sbarre di sicurezza delle seggiovie. Nonostante la sicurezza sia la cosa più importante (cosa che ci è stata ripetuta non so quante volte durante il weekend e che viene ripetuta dallo staff dello sci-lift prima di sedersi sulla seggiovia), molte seggiovie non hanno la sbarra di sicurezza che impedisce di cadere. Anche laddove ci sono sono pochi ad usarle, visto che nessuno lo fa. Ci sono zone in cui il vuoto sotto i piedi è parecchio e molte dove si passa sopra le piste (suolo duro quindi e rischio di cadere sopra qualcuno quindi) ma, nonostante la sicurezza sia importante sono in pochi ad abbassare la sbarra. Una mia amica era seduta con il suo ragazzo che, da bravo gentiluomo, si divertiva a darle colpi sulla spalla per fare finta di buttarla giù. Una volta, credendo di cadere per davvero, si è appigliata al compagno. Immaginatevi la scena: 3 imbecilli che cadono sulla pista con relativi sci e snowboard e che finiscono sopra una ragazza che non pesa più di 50 chili. Ma ovviamente la sbarra di sicurezza non serve, nessuno la usa…
Una cosa positiva è il modo in cui vengono controllati i tratti fuori pista. Non appena qualcuno viene visto fuori pista nell’area degli impianti viene diffuso un avviso su tutti gli altoparlanti e pattuglie vengono inviate a prendere gli sciatori indisciplinati non appena rientrano in pista. Pena ritiro della giornaliera/biglietto e dati registrati in maniera da evitare che quella persona ritorni con le stesse intenzioni. Modi severi, ma da appassionato di fuori pista, rimango dell’idea che uno sia libero di farlo a proprio rischio e non mettendo a rischio gli altri in una zona con così tanti sciatori “regolari”.
Ridicola come previsto la zona salti e divertimenti vari. Tutto regolato, tutto conformato. Era addirittura dato il punto di partenza per i salti, dal quale si raggiungeva una velocità tale da arrivare a malapena in cima al salto.
Il solito contrasto in termini di sicurezza (sbarra di sicurezza e salti) piuttosto discutibile.
“Ganbari masho”: significa in giapponese “faccio/facciamo del nostro meglio”. Secondo la cultura giapponese (a grandi linee come sempre) qualsiasi cosa si fa va fatta dando il massimo. La concezione del “fare tanto per” è abbastanza esotica e spesso mal vista. Qualsiasi cosa si faccia, anche la più sciocca o inutile, va fatta dando il massimo. Il risultato poi è spesso relativo, visto che è quasi sottinteso che dando il massimo il risultato non può essere che eccellente. Il concetto tutto sommato lo si ritrova anche nelle culture occidentali, ma in Giappone la cosa è portata all’estremo. Uno sciatore quindi deve essere per forza un’appassionato di sci. Non esiste l’idea che uno posso andare a sciare tanto per fare qualcosa un weekend. Se uno è un appassionato di sci deve passare tutto il tempo libero a bramare la neve. A livello sportivo questo accanimento verso la perfezione si traduce spesso in ricerca della tecnica perfetta. Quindi, nonostante l’età media della gente con me fosse intorno ai 30 anni, tutti erano lì per imparare la tecnica migliore nel sciare. Per mezza giornata mi sono sorbito le lezioni di “metodo di sciata giapponese” con i miei “compagni di classe” attentissimi e perfetti nell’imitare il maestro per raggiungere la perfezione. Perfezione che però può essere solo raggiunta in condizioni ottimali con equipaggiamento di prim’ordine e senza influenze esterne. Ecco perché, nonostante la tecnica perfetta, i giapponesi non sono vincenti negli sport. Per fortuna dopo mezza giornata passata a sentire le lezioni ho trovato in gruppo “alternativo” e mi sono aggregato per andare a sciare un po’ liberamente.
“Mi scusi, le chiedo immensamente perdono sua Altezza”: In Giappone esistono diversi livelli di lingua e di forme di cortesia. La cosa non è così semplice come in Italiano dove esiste una sola forma di cortesia ed in genere basta cambiare il verbo. In giapponese esistono almeno 3 livelli di cortesia e anche le parole spesso vanno cambiare per adattarsi al registro. Sul lavoro in genere la cortesia raggiunge i livelli più alti e raggiunge il massimo quanto si tratta di parlare del/con l’imperatore. Fin qui tutto bene: diversi registri da adattare al contesto. Il dramma è che i giapponesi (spesso i più giovani) non sanno distinguere i contesti. Al momento quindi di fare le presentazioni personali (la prima sera) molti “kaisha-in” (impiegati) giovani, tremanti per l’imbarazzo di parlare (nella propria lingua) di fronte ad altra gente si sono espressi più o meno nella seguente maniera (libera traduzione):
“Egregi signori e gentili signore, sono onorato e lusingato di fare la Vostra conoscenza in questa bella serata. Il mio umilissimo nome (scusate se mi permetto di dirlo in Vostra presenza) sarebbe Nishimura. Nella giornata odierna ho avuto l’onore di ricevere gli insegnamenti del Prof. Toyama circa la tecnica dello sci alpino. Ne sono compiacente e intendo ringraziarlo di persona. Vogliate scusarmi.”
Ora, immaginatevi un ragazzo di vent’anni che con una maglietta dei pokemon, davanti a gente che canta mezza ubriaca che si mette a fare una presentazione del genere; forse che il registro sia un po’ inappropriato? Ovviamente poi i più anziani ne approfittavano per metterli ancora di più in imbarazzo con domande personali; ma a chi non verrebbe voglia di farlo trovandosi davanti una persona così?! Ancora dopo 3 giorni a sciare assieme c’era gente che si dava del Lei nonostante avesse all’incirca la stessa età. Trovo che sia giusto rispettare le tradizioni e i più anziani, ma è anche giusto capire che esiste contesto e contesto e spesso la gentilezza e il rispetto si esprime nei modi e non solo nella lingua.

Bizzarrie giapponesi a parte con il mio gruppetto “alternativo” mi sono proprio divertito sulle piste e poi più tardi in albergo. La neve era semplicemente perfetta (quest’anno in Giappone ce n’è fin troppa) e inoltre abbiamo potuto sciare in notturna. Aggiungendo che l’albergo in stile tradizionale e la cucina erano eccellenti penso che non si possa pretendere di più.

A presto,
Feli