Il pozzo verde dietro l’angolo

maggio 6, 2012

Finito il primo post rieccomi ad addentare il secondo. Sono ispirato ed ho poco sonno. Strano, visto che è appena finita una settimana di vacanza parecchio intensa culminata oggi con il matrimonio di un mio collega in cui tanto per cambiare ero l’unico ospite straniero.
Oramai mi ci sto abitando visto che abito  in una casa con otto giapponesi, lavoro in una ditta dove su circa mille impiegati solo 9 sono stranieri e solo un paio occidentali. Sono comunque ben lungi dal credermi un locale. Vado ben fiero dei miei due passaporti (quello svizzero ed italiano) e sono ben cosciente di essere cresciuto in una cultura differente che è e rimane la base del mio modo di pensare. Ma sono però felice che finalmente dopo oramai (o solamente) un anno e mezzo vengo considerato come Claudio, la persona particolare, e non Claudio lo straniero. Insomma faccia e accento diverso ma a rendermi particolare ora è la mia personalità e le mie esperienze e non più il mio passaporto. Ormai tra i colleghi sono uno di loro, ho perso ormai tutti i vantaggi che avevo nell’essere lo straniero. Niente più riduzioni nei discorsi alle cene, niente astensioni alle riunioni,… L’unico piccolo vantaggio che ancora mi rimane (che in realtà è più una scusa) è quello che avere problemi a leggere il giapponese.
Mi è capitato addirittura di recente che mi venisse chiesto se sono nato in Giappone visto che mi trovavo con 3 amici giapponesi che parlavano dialetto locale e non avevo particolare problemi a seguire la conversazione.

Insomma, le mie conoscenze linguistiche si raffinano e inizio a capire la differenze locali, le mie amicizie si affittiscono e inizio ad avere un’idea più completa di quella che è la società dove vivo. Di pari passo anche le mie conoscenze geografiche e del territorio migliorano e scopro di vivere in un paese piuttosto diverso da come lo conoscevo fino a qualche mese fa. Il perno di questa mutata concezione si spiega con la magia che una bicicletta può fare.

Ho abitato a Sanda (45 minuti di treno dal centro di Osaka, direzione nord) per 9 mesi e non avendo avuto ne bicicletta ne auto durante quel periodo mi sono limitato a prendere il bus pendolare che collega il quartiere residenziale densamente abitato alla stazione che collega Osaka. Guardando dalla finestra del sesto piano dove abitavo si vedeva qualche casetta e palazzone in vicinanza e montagne in lontananza. Ho sempre avuto voglia di vedere che cosa si nascondesse oltre quelle cime verdi, dove conducevano quelle strade che dalla cittadina si dirigevano nel nulla, che cosa si nascondeva nei boschi verdi, ma non ho mai veramente avuto i mezzi per farlo. Tutto è cambiato questa volta quando ho deciso di portare con me in Giappone la mia fedele mountain-bike. Non c’è niente di meglio che una buona bici ed un pilota curioso e allenato per scoprire la campagna.
E così sono partito dalla grigia stazione che la mattina e la sera si popola di pendolari vestiti di nero ed affrettati con la valigetta a salire sui frequenti treni che portano in centro e sono andato in direzione opposta, verso la campagna. Non più di 30 minuti di leggera pedalata lungo il fiume che qualche settimana fa si è tinto di bianco al fiorire dei ciliegi e di fronte a me si pone un muro. Una diga, ma molto diversa dalle classiche muraglie grigie costruite per produrre corrente. Una diga costruita in sassi all’inizio del ‘900 e dove l’acqua in eccedenza cade lungo il muro donando alla parete grigio-verde coperta di muschi sfumature bianche danzanti. Salgo le scale che costeggiano la diga con la bici sulle spalle e scopro un bacino artificiale di un azzurro limpido con una barchetta ancorata quasi fosse un piccolo porto sul mare. Continuo sul sentiero che segue lungo il piccolo bacino e tra rospi che brontolano e uccelli che cinguettano scopro una varietà di piante che non credevo si potessero trovare a queste latitudini.
Decido di lasciare il sentiero del laghetto (impercorribile in bici che fino a quel momento mi sono portato sulle spalle) e prendo un sentiero laterale. La stradina conduce lungo un ruscello tranquillo quando improvvisamente sbuca un campo da golf. Era ovvio che il mio piccolo paradiso non poteva proseguire in eterno. Sono costretto a passare per l’unica via che conduce sotto il campo da golf infangandomi le scarpe ma per fortuna a breve ritorno nel mio mondo incantato. Il bosco finisce e arrivo in una piccola pianura con campi di riso e casette sparse a casaccio. Continuo per l’unica strada presente poco trafficata e le case diventano sempre meno. Accanto alla strada da entrambi i lati campi di riso ancora incolti che a breve verranno inondati per essere poi popolati di innumerevoli piantine che in autunno produrranno chili e chili di riso. Le fermate di bus che ogni tanto si intravedono lungo la strada sembrano più dei paletti piantati per dare un tratto di rosso al paesaggio che vere e proprie stazioni del servizio pubblico. Continuo sempre dritto su quell’unica strada senza conoscere la destinazione. La strada inizia salire e si entra di nuovo nel bosco. Ad una ad una devo scalare tutte le marce e si inizia a sudare seriamente. Poi di colpo, in mezzo agli alberi, dal nulla, una casa ricoperta da un tetto in paglia. Una casa da tè! Aperta e accogliente. Mi fermo a prendere dei warabi-mochi e un ottimo tè e continuo per la salita. Si sale ancora per 15 minuti e poi inizia la discesa. Dopo avere passato un tempio ed un cimitero tradizionale enorme e tutto sommato pittoresco nonostante la sua funzione, iniziano i campi di tè. All’incrocio svolto a destra e la strada, deserta, diventa sempre più piccola. Così piccola da scomparire dentro un campo di tè. Mi sono perso. Salgo oltre la collina poco distante per avere un’idea di dove mi trovo e dove rimane la città. Con mia sorpresa una distesa di piccole montagne verdi mi si para di fronte. La città è solo un ricordo. Con un’ora di treno e un’oretta abbondante di bici sono in mezzo alla natura, alla campagna. Ci ho abitato così vicino per quasi un anno e non ho mai avuto la possibilità di rendermene conto. La prova definitiva del fatto che sono in campagna ce l’ho quando chiedo alla prima vecchiettina che trovo quale strada devo prendere per Sanda. Con un filo di stupore per vedere uno straniero in bici in un luogo “così desolato” e con una lingua e una gentilezza di altri tempi mi illustra la strada e si congeda con calma.
Continuo sulla strada illustratami e re-iniziano i campi di riso, le case si fanno sempre più numerose e grosse e piano piano sbuco di nuovo nella cittadina si Sanda. Un’oretta di treno e sono in centro Osaka.

Dall’aereo, guardando verso il basso, mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse in mezzo a tutto quel verde e quanto sarebbe stato difficile raggiungere quel pozzo di natura per scappare dal grigiore del centro nei limpidi giorni di primavera. Ora lo so, e so anche che quel paese spesso descritto come grigio e sovrappopolato ha segreti che aspettano di essere scoperti. Tutto quello che serve è una bici. Una buona bici ed un pilota curioso e ben allenato. Eccomi.

A breve il post sulle regioni disastrate dal terremoto e tsunami, un po’ di pazienza 😉
Feli (Claudio)

shurou

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Casa dolce casa

maggio 6, 2012

Rieccomi!

Come al solito devo arrendermi ai fatti ed ammettere che nonostante le promesse il mio ultimo post data febbraio… La ragione (o meglio la scusa) è che vivo un una casa molto animata. Sono in quella che in Europa potrebbe essere definita sotto alcuni aspetti una comunità hippy. Hippy nello stile giapponese comunque, quindi non bisogna immaginarsi gente intorno al fuoco che suona la chitarra in un campo di grano mentre si fuma spinelli. Fondamentalmente il concetto è il seguente: una casa grande in centro condivisa da molte persone che hanno piacere a passare il tempo assieme e condividere esperienze, opinioni e racconti di viaggio. Per essere più dettagliati abito in una casa a 10 minuti di bici dal centro di Osaka con 5 camere e mezzo (una camera è praticamente il corridoio, quindi conta metà…) e un numero variabile di 6-9 persone che la abitano. Una cosa che forse avrete notato è che il numero di persone è superiore al numero di camere. La cosa è dovuta al fatto che ci sono camere che vengono usate da due persone, cosa che in Europa suona piuttosto strana ma che in Giappone diventa indispensabile vista la densità di popolazione nelle città, gli affitti e i salari di chi non ha un titolo di studio universitario e non intende essere sfruttato. La cosa positiva è in Giappone anche il fatto di condividere la camera (già piccola di sua) con una seconda persona non sfocia in litigi. Il secondo fatto che spicca all’occhio è il modo in cui ho indicato il numero dei miei coinquilini: 6, trattino, 9. La spiegazione sta nel fatto che c’è molta gente che rimane solo qualche mese in attesa di trovare un appartamento e che alcuni dei miei coinquilini tornano spesso dai genitori che non abitano molto lontano. Conseguenza del fatto è che nonostante sulla carta ci siano al momento 8 persone nel momento in cui scrivo siamo solo in 3.

All’inizio non è stato facile ad abituarmi alla casa. Una casa vecchia, con le pareti fini e con molta gente che la abita. Conseguenze dirette sono il freddo d’inverno, il caldo d’estate, il rumore (sia interno che esterno) e il fatto di non potere sapere ne decidere quanta gente ci troverai quando torni a casa. I problemi fin dall’inizio sono stati di natura pratica: il freddo, il rumore, il letto (che non ho mai avuto e che forse ricevo il weekend prossimo) e qualche topolino che ci ha fatto visita (la casa è sempre pulita e ben tenuta, ma essendo vecchia c’è sempre un qualche buco dove piccoli topolini possano nascondersi 😉 ). Le soluzioni sono state altrettanto pratiche: più coperte, tappi alle orecchie la notte e trasferimento nella camera più isolata e tranquilla e qualche materasso impilato per formare qualcosa di simile ad un letto.

Qualcuno forse si starà chiedendo se non ci sia un posto migliore o perché non me ne sono ancora andato. La ragione è abbastanza ovvia ed evidente per chi abbia letto la prima parte: la gente. Siamo una piccola ma funzionale comunità. Comunità sarebbe già troppo, visto che penso che nessuno si sente membro di essa, me compreso, ma è forse l’unico vocabolo che più si avvicina al significato a cui voglio arrivare. Insomma, senza pretese ne meriti, chi abita in questa piccola casa è gente semplice che ha piacere a stare con altra gente. Una cosa forse nuova e particolare per il Giappone è che chi abita in questa casa non ha nessun tipo di relazione che possa essere ricondotta al luogo di lavoro, alla scuola che ha frequentato o a legami parentale (e io penso di essere l’esempio migliore). Otto giapponesi e uno svizzero/italiano che hanno trovato i dettagli per questa casa su internet è che hanno scelto di viverci. Abbiamo un’ingegnere (il sottoscritto…), una veterinaria, una laureata in svedese, un impiegato in una catena di fast-food, una studentessa, un’impiegata di commercio, una disoccupata (ancora per poco, tra non molto inizia forse in un ristorante italiano) e una ragazza che lavora in un cosiddetto girl’s bar.  Tra quelli che hanno lasciato la casa si contempla un consulente di carriera per studenti, un clown (professionista, perditempo astenersi prego) e una ragazza che secondo fonti poco affidabili lavora come barista a Singapore. Hippy un po’ particolari quindi, non un caso visto che scrivo dal Giappone, noto per non essere proprio in linea con il resto del mondo. Alle 6 del mattino il salotto, l’unico locale condiviso, è un viavai di gente. Chi si alza presto per viaggi di lavoro in località varie, chi inizia presto di suo, chi prepara il pranzo da portarsi in ufficio, chi arriva con il bus notturno da Tokyo per sfruttare a pieno l’unico giorno di vacanza settimanale,… Vi chiederete quindi perché mi ostino a chiamarla una piccola “comunità hippy” quando quasi tutti hanno un lavoro e si alzano alle 6 del mattino per andare al lavoro.

La ragione è che fondamentalmente si condivide un po’ di tutto, ci si aiuta in caso di bisogno, c’è chi cucina, c’è chi pulisce, c’è chi si occupa di riparare e/o aiutare con problemi con computer e/o telefonini vari, che chi svuota il sacco dei rifiuti,… E cosa forse unica del Giappone è che non c’è bisogno di nessun tipo di organizzazione (o un minimo indispensabile) e che in oltre 4 mesi non ho mai assistito a nessun tipo di litigio. Insomma una ragione sufficiente per restare e per resistere all’estate che senza aria condizionata sarà un forno. E poi, fatto comunque da considerare, per essere un po’ meno romantici e idealisti, diciamolo, pago veramente poco di affitto 😉 .

Ed eccoci quindi tornati al dilemma iniziale: la scusa che spiega perché in 3 mesi non ho trovato il tempo di scrivere. Lavoro che si fa sempre più interessante ed impegnativo, vero. Un sempre maggiore numero di conoscenze che mi occupano weekend e serate, vero. Voglia di viaggiare e girovagare nel tempo libero, vero. Ma la ragione principale che spiega la mia assenza è che quando torno a casa trovo sempre e sicuramente qualcuno che ha qualcosa da raccontarmi e/o finisco a fare chiacchiere di viaggi e esperienze.
Punto positivo: il mio giapponese continua a migliorare; punto negativo: sto iniziando a parlare il dialetto locale…

Vi lascio quindi dal salotto, dove nonostante l’una di notte siamo in 3 a chiacchierare,
a presto,
Claudio (Feli)


Freddo…

febbraio 4, 2012

C’è una domanda che mi viene chiesta ogni volta che dico di essere svizzero: “Ah, sei svizzero… Deve fare freddo in Svizzera, vero?”. La risposta che do in questo periodo dell’anno è chiara e concisa: “Noooooo!”.

Eppure cercando veloce  su internet è subito fatto confrontare i dati delle città svizzere con quelle giapponesi e scoprire che in effetti la Svizzera è più fredda del Giappone. Sfogliando velocemente i dati meteorologici di Zurigo e Osaka nei mesi di gennaio e febbraio si nota una differenza di circa 6°C (Zurigo con una temperatura media di poco sotto lo zero e Osaka circa 6°C).

Ma allora che cosa mi porta a dire che il Giappone sia più freddo della Svizzera? La risposta è principalmente una: i riscaldamenti in casa.
A molti potrà sembrare strano che in un paese come il Giappone che viene visto come un paese altamente tecnologico e avanzato mancano i riscaldamenti in casa, ma invece è purtroppo così. Il classico riscaldamento a serpentina posto sotto la finestra e riscaldato con acqua calda dalla caldaia in cantina non esiste in Giappone. L’unica regione che può permettersi un sistema di riscaldamento simile è Hokkaido, isola più a nord, dove le temperature raggiungono anche -20°C e quindi vivere senza un sistema di riscaldamento centrale sarebbe impossibile.
Nel resto del Giappone si sopravvive senza riscaldamento. Ma come si vive allora?

Molti nelle giornate più fredde decidono di utilizzare i condizionatori d’aria (presenti ovunque in Giappone ed essenziali d’estate), che, nella modalità inversa, possono scaldare l’aria anziché raffreddarla, ma, oltre ad essere un enorme spreco energetico, l’aria viene essiccata e il rischio è quello di svegliarsi la mattina con il mal di gola.
Un’altra possibilità molto diffusa sono le stufette a petrolio. Viva il risparmio energetico e l’ecologia, ancora una volta… In pratica sono stufette portatili alimentate a petrolio (o cherosene, non so di preciso che cosa brucino) che viene bruciato all’interno per scaldare i locali. Forse è necessario ripetere il concetto: petrolio viene bruciato all’interno di un locale per scaldare lo stesso. Ci sono due punti abbastanza eloquenti a riguardo.
Primo: per quanto ecologici e super-sofisticati possano essere gli apparecchi in questione si tratta comunque di respirare i gas nocivi derivanti dalla combustione del petrolio. Inoltre le lezioni di chimica mi ricordano che una combustione avviene in presenza di ossigeno e ha come prodotto l’anidride carbonica. In breve se utilizzate troppo a lungo le stufette finiscono col ridurre il contenuto di ossigeno del locale con conseguente rischio soffocamento. Il rischio in realtà in Giappone non esiste perché le case sono così mal isolate che c’è sempre uno spiffero di aria che entra a fare da ricambio. Nonostante ciò i produttori di stufette consigliano sempre di arieggiare completamente il locale ogni 30 minuti circa. Insomma; quando finalmente il locale è riscaldato è necessario arieggiarlo; viva il risparmio energetico, ancora una volta.
Secondo punto circa le stufette a petrolio: molte delle case giapponesi sono tuttora costruite in legno e hanno il pavimento in tatami (piante di riso essiccate e allineate per formare una sorta di “tappeto”, come paglia in breve). È necessario che spieghi in dettaglio che cosa mi preoccupa nella combinazione petrolio-legna-paglia? Per chi non l’avesse ancora capito propongo di chiedere alla centrale dei pompieri più vicina.

Ma il modo che preferisco per combattere il freddo è il kotatsu. Il kotatsu è una sorta di tavolino con annessa una coperta sotto il quale è posto un piccolo riscaldamento (consiglio di cercare qualche foto su internet per capire meglio di cosa si tratta). Quando ci si siede al tavolo si mettono le gambe sotto la coperta e si accende il piccolo riscaldamento. Anche se il locale resta di per sé freddo è possibile mangiare con calma e fare quattro chiacchiere senza pensare il freddo circostante. Al momento vivo in una casa condivisa in cui siamo in 7 e il salotto, dove è posto il kotatsu, è l’unico posto dove è sempre possibile trovare qualcuno. Si mangia assieme, si chiacchiera, si guarda la tele e si beve. Non è raro trovare qualcuno al mattino che, assopito dal calduccio e magari qualche bicchiere di troppo, rimane vittima del tepore del kotatsu. Un modo molto sociale e amichevole per trovare compagnia e un po’ di caldo nei freddi mesi invernali.

Un ultimo trucco contro il freddo delle case giapponesi è il bagno. Quando ci si immerge nell’acqua calda per mezz’oretta non si sente il freddo per la mezz’oretta che segue. È quindi possibile mettersi sotto le coperte (congelate) camminando sui pavimenti (congelati) senza notale il fatto che la biancheria stesa stia iniziando a congelare.
Le case giapponesi possono mancare di riscaldamento, lavatrice, lavastoviglie e molte altre cose, ma l’unica cosa che non mancherà mai è l’acqua calda. Una misera soddisfazione…

Inutile dire che il risveglio al mattino mi ricorda i film di guerra in cui le truppe tedesche si muovono verso la Russia e finiscono per morire assiderate. In genere dormo con un training pesante, la cuffia e due paia di calze. Ho anche considerato l’ipotesi di dormire con la tuta da sci nel caso le temperature dovessero ulteriormente scendere ma fino adesso non sembra essere il caso.
Al risveglio le temperature in camera oscillano tra i 0.4°C (record stabilito venerdì mattina) e i 5°C circa. Uscire dalle coperte e mettersi i vestiti ghiacciati e il primo dei molti shock termici della giornata. Prendo il pane e la marmellata (che conservo in camera visto che è freddo quanto il frigorifero) e corro direzione salotto dove mi aspetta il caldo kotatsu. I miei coinquilini sono già lì. Bene, almeno il kotatsu è già caldo e pronto ad ospitare le mie gambe in cerca di tepore. “Ben svegliato, fa freddo…” mi dicono. “Ben svegliati, porca (biiit) fa freddo sì” aggiungo. Le conversazioni sul freddo continueranno fino alle 9 di mattina circa. Esco dal kotatsu per lavare i piatti che ho usato e arriva il secondo shock termico. Di fretta mi lavo i denti (sempre in salotto). Mi vesto (leggero shock termico provocato dalla giacca congelata) ed esco di casa notando come la temperature interna ed esterna siano identiche.
Arrivato al lavoro si sussegue il coro dei colleghi: “Fa freddo” inizia il primo, “Fa freddo sì” aggiunge il secondo. “A Sanda nevicava” precisa un terzo, “Deve fare freddo allora” constatano gli altri. “A Osaka fa freddo pure lì?” chiede un altro. “Ovvio che fa freddo” rispondo. “Eppure sei svizzero, dovresti essere abituato…”; ecco, è in questo preciso istante mi sforzo a rimanere cordiale ed evito un “no” secco che sarebbe lo sfogo di tutti gli shock termici del mattino. Con il sorriso e una sforzata cordialità preciso: “In Svizzera farà freddo fuori, ma almeno è caldo in casa”. In quel momento arriva un altro collega che, dopo aver salutato aggiunge: “Fa freddo”, e tutta la conversazione re-inizia da zero.

È dal salotto, con le gambe sotto il kotatsu, che vi scrivo e da qui vi saluto, sperando che la biancheria nella lavatrice non si sia congelata…

Un caloroso saluto 😉
Claudio

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L’uomo: ecco perchè il Giappone non è tanto diverso dall’occidente

dicembre 3, 2011

Rieccomi!

Il tempo corre e due settimane sono già trascorse. Il tempo nella piccola scuola di giapponese di Fukuoka passa in fretta. Le lezioni pomeridiane consentono di dormire a lungo il mattino e nonostante mi sveglio relativamente presto per andare a farmi una corsetta al parco e ripassare un po’ le cose studiate il giorno prima, mi rimane tutto sommato poco tempo. Grazie a due ottime coinquiline e qualche amicizia di “lunga data” in loco non c’è tempo per annoiarsi e anche una semplice serata a casa più trasformarsi in una bella discussione sui temi che mi hanno portato in questo paese.
Avere due coinquiline asiatiche ma di paesi diversi con un “lungo” passato in occidente (rispettivamente 5 e 6 anni) consente di avere discussioni sensate ed interessanti circa le difficili relazioni tra i paesi asiatici stessi (solo per citarne una Cina e Taiwan) e il loro rapportarsi con l’occidente. Anche se alle nostre latitudini se ne parla poco (anche se lo strapotere della Cina sta suscitando interesse) i rapporti tra i paesi orientali sono tutt’altro che semplici e le ferite della seconda guerra mondiale, sebbene ormai chiuse, fanno ancora male. Nonostante la maggior parte della gente sia cosciente del fatto che sia inutile opporsi a gente che ha le stesse origini culturali ed etniche i governi continuano a diffondere l’appartenenza allo stato come base culturale da difendere e lodare.
Anche se il Giappone ha invaso e colonizzato Taiwan verso la fine del 19. secolo, Joyce (la mia coinquilina taiwanese) non ha assolutamente nulla contro Kim (l’altra coinquilina giapponese). Anzi, è proprio Joyce che ha scelto di venire in Giappone per imparare lingua, cultura ed usanze e d’altro canto Kim, avendo una collega taiwanese è più volte stata a Taiwan ed è una grande apprezzatrice della cucina locale. Insomma entrambe sono benissimo coscienti che la guerra è finita più di 60 anni fa e che non ha senso mettersi a litigare quando entrambi i paesi hanno origini culturali e etniche simili. Non proprio dello stesso parere i governi dei due paesi.
Allo stesso modo se volessimo andare a scavare nelle nostre radici entrambe (Joyce e Kim)  avrebbero molto da criticarmi circa la politica imperialista portata avanti dai paesi europei nei confronti dei paesi asiatici durante il 19. secolo. Taiwan stessa è stata una colonia portoghese ed olandese (in epoche diverse se non erro) e il Giappone è stato più volte forzato all’apertura da incursioni militari inglesi e americane. Seppur il mio passaporto non corrisponde a nessuno di questi paesi è comunque vero che ho la stessa faccia di quelle persone che più di cento anni fa si sono recate ad oriente allo scopo di conquistare. Per alcuni potrebbe essere un motivo sufficiente per detestarmi.
Per fortuna non per Joyce e Kim, che sono abbastanza intelligenti da capire che appartengo alla loro specie (l’uomo) e che non sono né responsabile e neanche condivido gli eventi della storia. Piena consapevolezza di essere persone, individui, che appartengono alla stessa specie e che si trovano a dovere condividere un pianeta sempre più piccolo e affollato.

L’uomo, insomma, ecco forse perché questa volta non sono rimasto tanto stupito dai giapponesi al mio arrivo nel paese del sol levante. Uomini; alla fine è quello che siamo e nonostante sfumature e differenze abbiamo gli stessi limiti e gli stessi difetti. L’incapacità di comprendere l’infinito per esempio. L’ignoranza circa la morte. Il bisogno di stare assieme. I saluti.

I saluti; così strani in Giappone. Penso che sia una delle cose che più disorienta uno straniero al primo contatto con questo arcipelago orientale. “È il giorno odierno”, “Faccia attenzione nel tornare a casa”, “Fai del tuo meglio”, “È un po’ una scortesia”, “Un po’ non c’è però”, “Non vivo”,”È stata una fatica”… Già solo traducendo letteralmente alcuni dei saluti giapponesi sembra tutto molto strano. Se poi si aggiunge il modo con cui vengono usati tutto suona ancora più strano.
Facciamo l’esempio che si chiama per telefono un amico mentre si trova al lavoro. Questi risponde e inizia la conversazione. Tra amici ovviamente non ci si sofferma in cortesie e dopo avere fatto le domande del caso tipo “Come stai?” o “Hai visto la partita ieri?” si arriva al motivo della chiamata. In italiano la conversazione finirebbe con un “Ciao” o qualcosa di simile a dipendenza di persone e dialetti. In Giappone la conversazione finisce con “Fai del tuo meglio” o “Impegnati al massimo” a dipendenza delle nuance nella traduzione.
Fine della giornata di lavoro durante la quale, causa poco lavoro, c’è stato ben poco da fare, l’impiegato saluta il capo “È stata una fatica oggi”, il capo risponde “Grazie dei tuoi sforzi”. La stessa scena si ripete dopo un viaggio in bus. Il passeggero ringrazia “Grazie tante” e l’autista risponde cortesemente con “È stata una fatica”.
Tra amici ci si trova la sera per andare a mangiare in un buon ristorante. Alla fine della serata ognuno torna a casa per la propria strada. Nakamura prende la linea di Takarazuka, Tanaka torna in bicicletta e Fujimoto invece torna in taxi. Gli amici si salutano lodando i loro sforzi della giornata come per gli esempi precedenti  (nonostante sia domenica e tutti avevano ferie) e poi si congedano ricordando di fare attenzione tornando a casa (è una splendida giornata di autunno senza vento ne gelo ne quant’altro possa essere pericoloso).
Entrata principale della Mitsubishi. All’entrata un’elegante signorina con un cappellino stile hostess e il vestito in tinta si inchina appena mi vede arrivare. Io saluto: “È un po’ una scortesia, il mio nome è Claudio.” Continuo spiegando la causa della mia visita e finisco con un cortese “Glielo chiedo gentilmente”.

Scene quotidiane in Giappone. D’altra parte i saluti e le cortesia sono parte di ogni cultura, così come lo sono di quella giapponese. Il tutto è così strano però… Eppure ci siamo mai soffermati a pensare alle nostre di usanze? Siamo così abituati a fare uso di saluti e forme di cortesia che ormai non pensiamo più al significato che avevano originariamente. Ne facciamo uso come strumenti di cortesia e sono diventate regole della convivenza sociale che sono parte della nostra cultura. Ogni cultura ha le proprie, perché come uomo ognuno ne sente il bisogno dell’uso.
“Schiavo, come stai?”, questo è quello che letteralmente ci diciamo ogni giorno quando ci salutiamo. Nessuno si sofferma sul significato reale, è solo un modo per salutarsi. “Mi scusi, potrebbe…”, che bisogno abbiamo di essere scusati ancora prima di fare la domanda?
Questo solo per citarne alcuni in uso nell’italiano. Nella svizzera tedesca per esempio c’è l’usanza di chiedere se il posto vuoto sul treno è libero. Questo indipendentemente dal fatto che il treno sia completamente vuoto o che si tratti di un treno di pendolari dove le persone sono le stesse ogni mattina sedute agli stessi posti. Si chiede e basta, è una cosa che si fa, senza badare al significato reale.
In Australia è usanza salutare la gente (conoscenti e perfetti sconosciuti) con un “Buongiorno, come stai?” e la gente solita rispondere “Bene, grazie”. Nessuno si aspetta il racconto dei problemi con la ragazza o le rogne al lavoro come risposta. È un modo come un altro per salutare ed è l’unico vero scopo che si cela dietro il termine. In Giappone si ringrazia per il faticoso lavoro anche quando non si è fatto niente. Cortesia, saluto. Quando si cerca il significato letterale vero tutto sembra strano. Ma alla fine è così importante che cosa diciamo come saluto se il solo scopo è quello di salutarci? Non siamo alla fine soltanto uomini che hanno un bisogno di cortesia per vivere meglio in società? E allora ecco che il Giappone non sembra tanto lontano e i giapponesi non così strani.

Un saluto a tutti,
Feli-san e/o Claudio-kun (alternative anche Kura-chan o Kura-pyon)


L’unione fa la forza

dicembre 14, 2010

Spinto da una vena ispiratrice che sembra durare ancora per un po’ e rilassato per avere raggiunto con qualche settimana di anticipo gli obiettivi prestabiliti per il mio progetto, finisco ancora una volta nel mio blog per raccontarvi qualcosa di nuovo sul particolare luogo in cui mi trovo.

È un periodo piuttosto tranquillo; sul lavoro va tutto bene senza particolari colpi di scena, oramai mi sono abituato ai ritmi giapponesi, a fare le cose senza chiedere (per evitare di sentirmi dire che è pericoloso e non posso farlo) e alle giornate silenziose degli ingegneri (tranne quando rispondono al telefono che urlano). D’altro canto tra una settimana torno in Svizzera per Natale e tra meno di 3 mesi il mio pratico è finito, quindi anche quelle seccature che all’inizio sembravano insopportabili sembrano sempre più leggere e meno fastidiose. Una cosa forse un po’ strana è che in genere gli stranieri che hanno vissuto in Giappone a lungo iniziano a non notare più certe cose che all’inizio spiccano subito all’occhio (o si fanno sentire nell’orecchio). Un esempio possono essere tutte le cose carine in posti completamente fuori luogo. Per spiegarmi meglio, per quel che concerne l’impatto visivo, vi do qualche esempio: le insegne di divieto con la poliziotta in versione cartone animato che è così carina e ridicola che ti viene voglia di fare proprio il contrario, i ripari dei lavori in corso a forma di rana che stonano così tanto con il resto della strada che non si può evitare di non notarli e rischiare di tamponare l’auto davanti o ancora i vari cartelli di pericolo che sembrano usciti da un cartone animato di Willy il Coyote. Più terribile e meno sopportabile (perlomeno secondo me) è l’inquinamento acustico di rumori e segnali di avvertimento spesso del tutto inutili e benissimo evitabili. Uno su tutti la cantilena continua all’inizio e alla fine delle scale mobili che dice di fare attenzione e spiega che la scala, quando ferma, potrebbe mettersi in movimento (come se in Giappone in città come Tokyo e Osaka nessuno abbia mai visto o preso una scala mobile). Quando si considera che in stazioni grosse ci sono diverse decine di scale mobili vicine, non è difficile immaginare che baccano possano fare. Anche non molto gradito è l’uso di megafoni che amplificano (neanche lo facessero apposta) le vocine già abbastanza acute delle giapponesi e che vengono usati in luoghi o manifestazioni dove c’è tanta gente per dire comunicazioni semplici del tipo “non spingete”, “non si possono prendere foto” (anche se lo fanno tutti comunque), “per l’uscita andate dritti” (quando praticamente sei già uscito) o semplicemente per ringraziare di avere preso parte all’evento e ritornarci ancora. Rimane per me ancora un mistero l’uomo in giacca e cravatta sempre impeccabile che all’incirca una mattina su due è alla stazione a ringraziare la gente che prende il treno. Certo, è piacevole sentirsi dire grazie il lunedì mattina alle 7:30, ma sarebbe anche utile sapere che cosa ho fatto per meritare tanti ringraziamenti.
Questa lunga descrizione per dire che gente che vive in Giappone da molto tempo sembra non farci più neanche caso a queste cose, invece pare proprio che per me è qualcosa che non può passare inosservato e nonostante siano eventi quotidiani ogni volta mi viene da pensare: “Ma è proprio necessario?”. Spesso poi mi metto a rispondere in italiano utilizzando un livello verbale non proprio all’altezza della forma di cortesia del mio “interlocutore” (lascio al lettore immaginare le varie colorite espressione che si possono usare in tale situazioni).

Lo scorso week-end ho fatto il test di conoscenza della lingua giapponese che sarebbe potuto andare bene… se solo avessi studiato un po’ di più. Mi ha fatto però piacere notare che le mie lacune sono solo nella scrittura (a causa della miriade di simboli, “kanji”) usati, mentre invece ho un ottimo livello orale, specie se si considera che ho iniziato lo studio di giapponese solo 10 mesi fa. Da un po’ di tempo a questa parte sento sempre di meno dirmi che sono “jozu” (bravo) in giapponese, segno che inizio veramente a cavarmela bene. Ho anche notato inoltre che da un paio di mesi a questa parte non uso quasi più il dizionario quando parlo con qualcuno. Certo di parole che non conosco ce ne sono ancora una miriade, ma spesso riesco comunque a seguire una conversazione senza capire tutto e, quando proprio non capisco, riesco a farmelo spiegare in giapponese, senza bisogno di dizionario. In effetti, pensandoci un attimo, tra le cose che mi piacciono del Giappone e di tutti i suoi aspetti probabilmente la lingua è una delle cose che più mi affascina. Oltre all’alfabeto che offre la possibilità di fare costruzioni semplici che però racchiudono significati complessi e molto profondi, la lingua parlata è un mondo in continuo cambiamento e, anche se formalmente riconosciuta come lingua unica, il giapponese parlato si divide in differenti livelli di cortesia e complessità e può cambiare in modo impressionante da persona a persona e da contesto a contesto. C’è sempre qualcosa da scoprire e da imparare e ogni volta che si riesce a leggere qualcosa viene voglia di studiare di più per ampliare le proprie conoscenze. Nella lista dei desideri poi rimane sempre la voglia di imparare a scrivere a mano, anche se, visto tempo e praticità, mi limito ancora a scrivere tramite computer e telefonini dove i caratteri però appaiono sempre allo stesso modo e perdono il fascino e le variazioni possibili solo con la scrittura su carta con inchiostro e pennello.

Il tema che ho scelto per oggi riguarda qualcosa che forse non è nuovo a chi ha fatto l’esperienza di vivere all’estero per più o meno lunghi periodi di tempo. Senza perdermi in lunghi giri di parole arrivo al punto e ciò di cui intendo parlare è il modo in cui avvengono le amicizie e in cui si diventa parte di un gruppo in Giappone, modalità che, guarda caso, risulta essere piuttosto diversa dalle concezioni occidentali e spesso anche dal resto del mondo asiatico stesso di cui il Giappone ne fa parte. In generale chi arriva solo in un nuovo paese e inizia una nuova realtà deve aspettarsi un periodo iniziale di relativa solitudine. Si cambiano un po’ le proprie abitudini e si esce spesso anche da soli, conoscendo molta gente in poco tempo incontrata nei modi più disparati. È d’altra parte indubbiamente l’aspetto più affascinante del viaggiare soli. C’è tanta di quella gente che si ritrova nella stessa condizione in città grandi come quelle Giapponesi che basta andare nel bar giusto o in un caffè per trovare qualcuno che ha voglia di fare quattro chiacchiere. In Giappone non è difficile incontrare (e riconoscere) stranieri che spesso non conoscendo la lingua e essendo in viaggio per lavoro cercano qualcuno con cui scambiare due parole. A volte però la cosa rischia di diventare un circolo vizioso e quando si inizia a frequentare solo “gaijin” (stranieri) si finisce poi per rimanere nel gruppo e finire con il parlare inglese tutto il tempo senza fare minimi progressi con la lingua del posto. Basti pensare ai tanti americani che dopo decine di anni all’estero ancora non parlano (o molto poco) la lingua locale. O quindi sempre cercato di socializzare con i giapponesi, cosa d’altra parte non troppo difficile. Visto l’interesse per le culture estere e la scarsità di stranieri (in particolare che parlano giapponese) basta un pretesto stupido per iniziare a parlare dei soliti discorsi quali le differenze tra il mio paese e il Giappone, il fatto che noi europei parliamo molte lingua, la cucina,… Spesso poi, per l’entusiasmo di avere un amico “gaijin”, si riceve la carta da visita con la richiesta di scrivere se ci siano problemi e di farsi sentire magari per andare a cena (quindi a bere secondo quanto intendono qui). Ovviamente (per chi legge da un po’ di tempo il blog la cosa sarà già chiara) è più facile che la persona in questione sia di sesso femminile, vista l’eccessiva timidezza dei maschietti e la loro vita lavorativa “impegnata”. Anche quando si incontra una coppia è spesso la moglie che si fa avanti con il biglietto da visita. La cosa un po’ strana in Giappone però è che, nonostante sia facile incontrare gente e farsi amici per la serata, è incredibilmente difficile riuscire a continuare un’amicizia anche solo per una settimana. Posso fare due esempi piuttosto particolari.
– Nel periodo dei mondiali, per le partite dell’Italia giravo con la maglia della nazionale (statisticamente la maglia dell’Italia si può vestire più volte, rispetto a quella della Svizzera, anche se quest’anno è andata un po’ male…). Aspettando il bus davanti a casa ho incontrato un giapponese sulla trentina che, appassionato di calcio italiano, era tutto contento che ci fosse qualcuno che potesse insegnargli un po’ di italiano. Parlando sul bus si scopre poi che anche lui lavora per la Mitsubishi e anche lui non sembra troppo entusiasta delle politiche di sicurezza e prevenzione. Mi porge quindi il biglietto da visita dove annota il suo numero di telefonino e aggiunge di chiamare una volta che si può andare a mangiare qualcosa assieme. E infatti il sabato si esce assieme presso un “izakaya” (ristorante tradizionale giapponese) dove mi regala due taccuini per studiare il giapponese e mi offre la cena (inutile il tentativo di dire “lascia perdere, non c’è bisogno”). Da lì in poi ho chiamato qualche volta, ma sembra che fosse sempre occupato o irreperibile.
– Un venerdì sera stavo tornando da Osaka con l’ultimo treno (partenza mezzanotte circa) e di fianco a me c’era un giovane giapponese (la mia età circa) che, quasi con lacrime agli occhi, scorreva sull’iPhone e la PSP delle fotografie della Svizzera che sembravano molto quelle delle sue vacanza. In modo cortese chiedo dunque (anche se la domanda era stupida) se si trattasse di foto della Svizzera. Stupito, ma contento, risponde che in effetti proprio della Svizzera si trattava e che c’era stato qualche mese prima. Quando gli dico che io sono svizzero gli si illuminano gli occhi come un coniglio quando vede un TIR (per citare la Littizzetto). Mi racconta quindi delle sue vacanze e di quando sia bello il mio paese e di quanto gli faccia schifo il suo lavoro e di come abbia voglia di andare all’estero. Si scopre poi che abita a poche fermati di bus da casa mia e, come scontato, mi chiede numero di telefono e dice che sarebbe bello se andassimo a mangiare qualcosa assieme. È poi seguita una settimana o due in cui ogni sera ricevevo un messaggio che in breve diceva che aveva appena finito il lavoro (intorno alle 22-23 circa), che gli ha fatto piacere incontrarmi e che sarebbe bello se si andasse a mangiare qualcosa assieme. Da lì in poi buio; per quel che ne so io potrebbe anche essere morto…

Insomma, come avrete capito quello che intendo dire è che qui è molto facile incontrare gente, ma è molto difficile stringere un’amicizia, anche solo per breve periodo di tempo. Il motivo lo si capisce quando si sente un giapponese parlare dei propri amici o chiedere a me dei miei. Quasi mai un giapponese dirà la parola “amico” da sola; quasi sempre alla parola “amico” si aggiunge un’etichetta che lo cataloga. Esistono quindi diverse etichette; le più comuni sono gli amici di scuola, di lavoro o del club (attività post-scolastiche). Sembrerebbe che se non c’è un contesto che unisce due persone non è possibile essere amici. Quando sono io a parlare dei miei amici mi viene spesso chiesto: “Ma che amico è?”. Al che spesso mi ritrovo un po’ bloccato perché, sebbene come per tutti la maggior parte della gente la si conosce tramite scuola e lavoro, esiste molta gente che non ricordo più bene come ho conosciuto, spesso amici di amici. Noi occidentali (e italofoni in particolare) siamo poi abituati a presentare amici ad altri amici; sicuramente ci è capitato spesso di uscire con un amico che si conosce bene e suoi amici fino a quel momento completamente estranei. In Giappone invece questo non avviene quasi mai. Gli amici delle scuole elementari si incontrano solo tra di loro e non si mischiano con quelli delle scuole medie. Gli amici del lavoro poi non sono da confondere con quelli del club del baseball che sono tutt’altra cosa.

In termini più tecnici questo modo di avere i conoscenti in forme di gruppi che si radunano intorno ad un’istituzione comune viene chiamato con i termini di “uchi” (ovvero all’interno o casa) e “soto” (cioè esterno, al di fuori). Questa sorta di società a clan si tramanda dai tempi più antichi e veniva usata dai capi famiglia per mantenere il controllo e assicurarsi che la propria famiglia non si mischiasse con individui esterni. Questa concezione è rimasta ancora integrata nella mentalità moderna adattandola a modelli più moderni quali possano essere lo Stato, la compagnia o la scuola. Lo svantaggio ovvio è che risulta molto difficile entrare a fare parte dell’ “uchi”, ma il vantaggio è che una volta dentro si ha garantita la fedeltà e la protezione da parte dei propri membri. Come avrete capito gli stranieri appartengono per definizione alla categoria dei “soto”. Capire e rispettare la cultura indigena e stringere qualche piccola amicizia con gente del posto rappresenta un primo passo per essere accettati e avere il privilegio di diventare membro speciale di una società tanto particolare quanto intrigante.

A presto,
Claudio alias Feli alias Kura-chan


Non solo riso, la cucina giapponese

settembre 8, 2010

Dopo essermi dedicato di recente a temi abbastanza difficili e problematici della società giapponese mi occupo finalmente di qualcosa più positivo e di facile lettura. Qualcosa che mi sta particolarmente a cuore, in Giappone come nel resto del mondo: la cucina, il mangiare. La lettura di questo articolo è consigliata dopo i pasti visto che intendo suscitare l’appettito del lettore e mi auguro di riuscire nel mio intento.

Per le buone forchette il Giappone è senza dubbio un vero e proprio paradiso. Innanzitutto è il secondo paese al mondo per numero di ristoranti (474’048 per la precisione), preceduto solo dagli Stati Uniti (566’020, 20’800 per la Svizzera, ). Se si considera però il numero di ristoranti per abitante il Giappone domina con un ristorante ogni 266 persone (contro la densità di ristoranti americana che si ferma a solo un ristorante ogni 547 persone e quella svizzera di 374 ). I ristoranti di Tokyo nell’insieme hanno ricevuto il doppio delle stelle Michelin che quelli dell’intera Parigi e i Tokiotti possono scegliere tra più di 200’000 ristoranti.
Oltre a fattori statistici il Giappone brilla sicuramente per rapporto qualità prezzo per tutto quello che concerne il ramo della ristorazione ed in generale dell’alimentazione. Con meno di 1000 yen (poco più di 10 franchi svizzeri al cambio attuale) si può fare un pasto completo in un ristorante, seduti al tavolo e serviti da un cameriere. L’acqua è sempre gratuita e subito servita quando si arriva al tavolo assieme ad una salviette umida e calda per lavarsi le mani. Se si è fortunati al posto dell’acqua c’è dell’ottimo tè che può essere caldo o freddo a dipendenza delle stagioni e dei gusti.
In genere i migliori ristoranti per qualità-prezzo si trovano all’ultimo piano dei centri commerciali per attirare i clienti. Questo vale un po’ in tutto il mondo, ma in Giappone può quasi essere presa come regola. In genere lì si trovano ristoranti di ogni genere, dalla cucina tradizionale giapponese a vari tipi di cucina estera. In genere sono arredati in maniera più o meno occidentale con tavoli e sedie nonostante servino cibi tradizionali. Ristoranti di questo genere hanno spesso una specialità unica con molte varianti. Per esempio esistono ristoranti che si occupano solo di “omuraisu” (cioè un’omelette con all’interno il risto, i dettagli seguiranno) ma si può scegliere tra decine di combinazioni di riso, omelette e salsa con cui vengono serviti. Per chi intende andare sul tradizionale consiglio quindi una cosiddetta “izakaya”, ovvero il tradizionale ristorante giapponese. Arredamento rigorosamente interamente in legno (anche se all’interno di grattacieli) e atmosfera tipica giapponese. In genere i tavoli sono disposti in maniera tale che si può mangiare sia seduti per terra che con le gambe distese come se si fosse seduti su una sedia. Il tavolo è alto 30 cm rispetto al pavimento ma sotto di esso c’è una fossa dove si possono allungare le gambe se si desidera sedersi. Nelle “izakaya” non c’è mai un menu unico, ma bisogna comandare singoli piattini (dal prezzo di al massimo 5 franchi) e poi si mangia un po’ di ognuno. L’ideale è essere in 5 o 6 persone in maniera da gustare diverse cose. Il menù in genere è classico ma incredibilmente svariato, comprendendo verdure, carne, pesce e dessert con un’ampia scelta su liquori e drinks locali ed esteri. Izakaya più moderne offrono anche piatti come pizza o fantasie occidentali, ma se si vuole mangiare ottima cucina estera (cioè la nostra…) sconsiglio di farlo in una in un posto tale, per questo esistono ristoranti appositi. Le izakaya sono anche i posti dove i giapponesi vanno per bere, visto che non esistono i bar come gli intendiamo noi. In Giappone se si beve lo si fa un posto dove si può anche mangiare. Visto che quindi oltre al mangiare si aggiunge anche qualche birra il costo di una cena in una izakaya può lievitare fino a 2000-2500 yen (poco meno di 30 franchi). Infine per i più avventurosi e più curiosi esistono, spesso nei luoghi più “malfamati” (ammesso che esista un luogo tale in Giappone) o inaspettati, una miriade di “ramen-ya” ovvero piccoli ristorantini (a volte c’è posto per al massimo 5 persone) che servono semplici ramen (simili a spaghetti, seguirà descrizione). I ramen-ya sembrano dei bar per come è disposto l’arredamento, un bancone spesso a “L” dove i clienti siedono sul lato esterno e il cuoco (spesso gerente) rimane all’interno dove tutti i macchinari della cucina sono disposti a vista dei clienti. Il cuoco cucina sotto gli occhi del cliente intanto che guarda la televisione o discute. I ramen-ya sono di gran lunga i miei posti preferiti, specie se mangio da solo. Lì si radunano le persone più interessanti e stravaganti e anche quando non ci sono clienti si possono sempre scambiare quattro chiacchiere con il cuoco. Tutto quello scritto in precedenza riguardo ai giapponesi non vale per i frequentatori usuali dei ramen-ya; spesso si rivolgono a te in maniera secca e diretta, a volte anche volgare o in dialetto, e le conversazioni anche se interessanti non sono sempre per forza facili. A Sanda, dove vivo, ho la mia ramen-ya di fiducia dove vado quasi ogni settimana da 3 mesi a questa parte quando mi sono trasferito. Ormai il proprietario mi conosce bene e mi fermo sempre a fare quattro chiacchiere finito di mangiare. Nelle giornate afose mi offre un gelato e nonostante non stia troppo attento a raffinare il linguaggio quando mi parla non manca mai dell’attenzione per il servizio del cliente tipica giapponese: se finisco l’acqua non dimentica mai di riempirmi il bicchiere. Esistono poi clienti di ogni genere; da quelli che vengono solo per leggere il giornale, quelli che vogliono vedere la partita di baseball in compagnia e quelli che invece vengono solo per bere una birra. Tutta gente però sempre molto alla mano di stampo decisamente diverso da quello cui sono abituato tra colleghi. In cibo poi è sempre ottimo. Insomma adoro le ramen-ya e tutto quel piccolo mondo che gli gira attorno, specie la piccola “dosanko” (questo è il nome; pellicano tradotto) di Sanda.
Al limite se considerarli ristoranti (in effetti non lo sono) esistono poi i venditori ambulanti. Piccoli furgoncini, simili a piccole “api” a quattro ruote che si appostano di solito alle fermate di treno vicino a grandi ditte o quartieri industriali per vendere qualche pasto veloce a chi torna tardi dal lavoro. Anche lì in genere poca cortesia (per gli standard giapponesi) o quanto serve, gente alla mano, prezzi modici e ottimo cibo. La scelta giusta quando si torna a casa con il primo treno la domenica mattina. Un’annotazione finale riguardo ai “konbini” (convenient store) sparsi ovunque su tutto il territorio giapponese. Infatti anche il cibo precotto offerto dai piccoli supermercati è a buon mercato e sempre ottimo, non se paragonato ai ristoranti, ma afferma comunque ancora una volta come la qualità culinaria in Giappone sia alta anche nei posti più improbabili.

Se mi sono dedicato così a lungo a parlare dei ristoranti ed in generale ad i luoghi dove è possibile acquistare del mangiare è perché in effetti in Giappone si mangia spesso fuori. Quasi tutti gli uomini giapponesi non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire cucinare e anche le donne, prima di sposarsi e fare quindi un corso di cucina per poi potere soddisfare il marito, non sono messe molto meglio. Quindi anche nel mangiare, come in altre cose, il Giappone è molto specialistico. Chi cucina è solo chi fa quello di lavoro, non c’è spazio per il dilettantismo. Tornando al discorso base quindi, non avendo una cucina e avendo avuto poche possibilità per cucinare so cosa vala pena mangiare ma non ho idea di come si cucini…

Riguardo ai pasti: qualsiasi persona che viene in Giappone per la prima volta penso che possa rimanere stupita per la varietà di cibi che esistono. Ovviamente bisogna fare qualche sforzo, tentare ed assaggiare; si può fare un mese mangiando tutti i giorni il sushi, ma sarebbe un peccato visto tutto quello che il Giappone ha da offrire. Vedrò quindi di elencare un po’ prelibatezze della cucina nipponica:

1. ramen, soba e udon: Tutti e tre sono delle specie di “spaghetti”. Sono fatti con una combinazione di riso e farina a dipendenza del tipo e della qualità e vengono di solito serviti con un brodo caldo. Ne esistono di una infinità di combinazioni di cui non conosco i nomi perché in genere mi limito a farmi consigliare a voce. Il classico comunque sono i ramen serviti con verdurine tagliate sottili ed una fettina di carne di manzo. Consiglio personale per gli amanti del curry sono gli udon al curry, in particolare quelli dove il brodo ha una consistenza abbastanza densa e saporita. Anche per i vegetariani ne esistono un’infinità di sorti, un consiglio per chi ha il palato raffinato ed i gusti difficili i soba serviti freddi accompagnati da un set di tempura (vedi sotto). Essendo una specialità introdotta dalla Cina, ramen in particolare, sono una specialità del sud del Giappone (o ovest a dipendenza di come si guarda la carta), di Fukuoka in particolare.
2. omuraisu: Piatto semplice, ideale per chi non va troppo d’accordo con cucina etnica e preferisce rimanere su gusti più tradizionali. Si tratta di una sorta di “calzone” con all’interno riso e dove anziché esserci il pane a coprire c’è un’omelette. È un piatto che in genere basta da solo per riempire e viene mangiato con forchetta e coltello, quindi anche i meno esperti con le bacchette possono tirare un sospiro di sollievo. Anche qui le combinazioni sono infinite. Il riso può essere semplicemente bianco oppure essere condito con verdure o pomodoro tagliato fine a dadini e in genere l’omelette viene ricoperta con una salsa per darne più gusto.
3. tonkatsu: Si tratta di una semplice bistecca di carne di maiale impanata in una maniera particolare che le dà un gusto ottimo. Il tonkatsu si trova solo oppure abbinato a diversi cibi. Quando solo in genere viene servito con insalata tagliata fine e con una salsa agrodolce dove le fettine possono essere intinte prima di essere mangiare (usando le bacchette tutto è sempre servito tagliato). Esistono poi diversi set che possono comprendere riso e tonkatsu, omuraisu e tonkatsu, ramen e tonkatsu e via dicendo. Un pezzo classico della cucina giapponese, un obbligo a chi capiti di andare in Giappone.
4. shabu-shabu: La fondue chinoise alla giapponese. Carne di manzo viene immersa in un brodo bollente che ricorda molto la fondue chinoise delle nostre latitudini. Il brodo però è inizialmente acqua lievemente saporita a cui vengono poi aggiunte diverse verdure e diversi tipi di funghi per darle gusto. Sia la carne che la verdura intinta vengono mangiate e alla fine è possibile bere il rimanente brodo insaporito dalle varie aggiunte.
5. sukiyaki: Simile al shabu-shabu ma anziché usare un brodo poco saporito viene usato un brodo agrodolce dal gusto molto forte ma comunque ottimo e che si abbina perfettamente con le verdure e gli accompagnamenti usati. Unico difetto del sukiyaki è che è difficile trovare dei ristoranti che lo servono ed è spesso piuttosto caro.
6. ika: tradotto come calamaro, viene servito intero tagliato a fettine sottili in una salsa agrodolce (simile a quella del sukiyaki). Lo si trova spesso venduto per strada durante le feste popolari e quasi sempre nelle izakaya. Il gusto del pesce è già di suo ottimo, a renderlo superbo è la salsina che lo accompagna. Consigliato nelle piccole cittadine sul mare dove il pesce arriva fresco di giornata.
7. Tenpura: un altro classico della cucina giapponese. Anche se penso che sia abbastanza conosciuto da non necessitare descrizione vedrò di spenderci due parole. Tenpura è una salsa in cui vengono intenta carne, verdura o pesce prima di essere messi nell’olio bollente. Nonostante si tratti fondamentalmente di cibo fritto al palato risulta estremamente delicato e per niente pesante anche perché viene fatto asciugare abbastanza a lungo prima di essere servito. Classici cibi fatti a tenpura sono il gambero (consiglio personale), il peperoncino verde (lievemente piccante) e la melanzana. Spesso servito in set con altre pietanze o semplicemente con del riso in bianco. Il punto di partenza per scoprire la cucina di questo paese.
8. careraisu: libera lettura giapponese dell’inglese “rice curry” ovvero riso al curry. Si tratta forse di quello che i giapponesi mangiano più spesso. È un piatto semplicissimo: del semplice riso bianco cosparso di salsa al curry spesso comprendente pezzi di pollo e carote. Si può trovare un po’ ovunque ma lo consiglio in particolare nei ristoranti che fanno questo come piatto principale per la varietà degli accompagnamenti disponibili. È un piatto che mangiato troppo di frequente può dare un po’ la nausea ma se ne sente subito la mancanza quando non si mangia per un po’.
9. Pan: ovvero il pane. Vi chiederete perché dovrei consigliare di mangiare pane in Giappone. In effetti però le panetterie sono incredibilmente popolari e diffuse in Giappone e che lo si creda o no il pane e tutti i dolci fatti con esso sono veramente ottimi e raffinati. In questo poi i giapponesi hanno avuto il pregio di essere stati capaci di adattare a modo loro un’arte puramente occidentale. Si trovano infatti combinazioni di gusti orientali ed occidentali perfettamente amalgamati che, se di passaggio di qua, è necessario assaggiare.
10. o-kashi: i dolci giapponesi classici. Gli ingredienti di base sono riso, sesami e fagioli rossi e sono una vera e propria prelibatezza. Hanno un gusto un po’ particolare e all’inizio possono piacere poco (come nel mio caso) ma una volta fatta l’abitudine non si riesce a farne a meno. Il più classico di tutti è l’o-mochi, una sorta di spiedino di riso dolce simile per consistenza alle gomme colorate della Haribo. Disponibile in diversi gusti, in genere tè verde e sakura (fiore di ciliegio).
11. …e potrei continuare all’infinito!

Come avrete notato ho esplicitamente omesso sushi e sashimi proprio per sottolineare come siano solo una goccia in quel grande oceano di gusti e sapori che è la cucina giapponese. La prossima volta che vi capita di andare in un ristorante orientale date un’occhiata alla carta, con un po’ di fortuna anche in Europa riuscite a trovare qualcosa nella lista!

Un assaggio (ehm… un abbraccio),
Claudio alias Feli