Il mio terremoto

luglio 18, 2011

Sono sul treno, ancora. Il treno sembra essere uno dei posti ideali per scrivere. Silenzioso, anonimo e quando non si sa più che cosa scrivere basta guardare fuori dal finestrino con uno sguardo imbambolato per qualche minuto e come per magia riaffiora subito alla mente quanto si voleva scrivere. Questa volta però niente risaie o casette in legno con i tetti neri, ma imponenti montagne verdi, campi di grano e solidi casoni in cemento armato. In breve non sono in Giappone, ma in Svizzera. Una tratta ben conosciuta; la Chiasso – Zurigo, che mi porta alla città che mi ha cresciuto e rovinato, formato e reso felice: quella città dove ho passato 4 anni delle mia giovane e breve vita.

Da qualche giorno ho iniziato a leggere il libro di Pio D’Emilia fresco di stampa (e probabilmente ci vorrà ancora non più di un giorno per finirlo, visto la facilità di lettura e i contenuti vicini alla mia esperienza personale). Il libro si intitola “Tsunami nucleare” (editore Il Manifesto) e racconta l’esperienza personale dell’autore, Pio D’Emilia appunto, che come corrispondente di SKY TG24 si è ritrovato a coprire tutta la devastazione che ha colpito il Giappone in quel fatale venerdì 11 marzo. Un ottimo libro in cui si rispecchia l’amore e l’odio dell’autore per il Giappone mentre descrive, stupito (nonostante abiti da un ventennio circa in Giappone), la calma e la gentilezza dei giapponesi di fronte ad un evento di dimensioni mai viste nella storia recente del paese. Leggendolo non hanno potuto che venirmi alla memoria i ricordi di quei giorni, che sebbene ho vissuto da lontano difficilmente verranno cancellati dalla mia mente. E proprio leggendo il libro mi sono ricordato che avevo promesso (e mi ero promesso) di offrire un pezzo “giornalistico” tutto personale sulla vicenda e raccontare l’incredibile vicenda che per fortuna o purtroppo pochi stranieri in quel momento in Giappone possono raccontare.

Il tutto inizia in una stupenda spiaggia di Beppu. Beppu è una località termale nel nord del Kyushu, la grande isola che si trova al sud del Giappone, l’isola che per intenderci ospita la (purtroppo) celeberrima cittâ di Nagasaki e la meno conosciuta ma non per questo meno bella città di Fukuoka (qualche nuotatore si ricorda magari di questo nome dopo i mondiali di nuoto di qualche anno fa). Il Kyushu è un’isola scarsamente abitata (ad eccezione delle grosse città dove si accumula la gente) cosparsa di verdi montagne e colline e un grande numero di vulcani, molti dei quali ancora in attività. A causa del grande numero di vulcani esistono molte località termiche che approfittano del calore presente nel sottosuolo per scaldare corpi e anime dei turisti (perlopiù giapponesi) che le frequentano. Beppu è probabilmente una delle più grandi città del genere. I bagni termali si contano a decine (diverse decine) e osservando la città dall’alto si possono contare gli interminabili camini fumanti dove viene rilasciato il vapore in eccesso nei bagni. Io mi trovavo lì con Machiko, una ragazza che avevo conosciuto durante un volo di ritorno all’aeroporto di Parigi (dove cambiavamo entrambi aereo per Zurigo). Dopo averla “salvata” dalle trafile burocratiche dell’aeroporto di Parigi (il nostro volo era stato cambiato su Parigi perché Londra era chiuso per neve) e averla aiutata a fare i biglietti e imbarcarsi sul volo giusto utilizzando il mio frammentario francese, Machiko si sentiva in debito con me. Approfittando quindi del fatto che mi trovavo in vacanza a Fukuoka nei suoi giorni di libero (e non avendo programmi) mi ha proposto di portarmi a Beppu, circa due ore di auto da Fukuoka.
Quindi dopo essere stati in una onsen (bagno termale) con vista mare e aver mangiato un ottimo pasto giapponese, ancora accaldati per il bagno, decidiamo di dirigersi verso la spiaggia per un “must” della regione: un bagno di sabbie (o suna-onsen come direbbero i giapponesi). La sabbia della spiaggia, scaldata dall’acqua termale, viene cosparsa sul corpo coperto solo da una sottile yukata (una sorta di kimono estivo anche usato quando si esce dai bagni termali) lasciando scoperta solo la faccia. Di fronte a noi il mare, piatto come una tavola nonostante un filo di vento. Qualche gabbiano che si lamenta per la mancanza di pesci e la sagome di qualche industria in lontananza quasi a volere ricordare che il paradiso (in Terra) non esiste. Calma piatta e candore delle sabbie ci trasportano in un mondo che rimane connesso alla realtà tramite un sottile filo dorato; Morfeo mi soffia dolcemente sulla guancia rimasta scoperta e mi addormento. Altrettanto fa Machiko.
Ci svegliamo quando il caldo inizia ad essere non più un piacere ma una pena e dopo esserci levati di dosso i chili di sabbia ci dirigiamo verso le rispettive docce. Dopo essermi tolto ogni granello di sabbia e vestito mi dirigo ancora assonnato verso la saletta di attesa equipaggiata con una moderna TV a schermo piatto.
Le riprese dall’elicottero mostrano un’onda muoversi lenta verso la costa. Il tutto è accompagnato da diverso testo ma faccio fatica a comprendere di cosa si tratti. Cerco di sforzarmi e accumulare tutte le ore di studio passate a decifrare quegli strani segni e inizio a cogliere la prima parola: il primo simbolo sembra essere “tsu” e il secondo quello corrispondente a onda, ma non mi ricordo come si legge. Faccio lavorare la fantasia e guardando le immagini mi appare evidente che si tratti di uno tsunami. Di colpo anche il simbolo vicino a quel 8.9 mi appare famigliare: jishin (terremoto). 8.9 deve quindi trattarsi della magnitudo, una bella scossa! Pian piano riesco a decifrare le notizie che attraversano lo schermo e quando Machiko arriva in un misto tra preoccupazione e fierezza per essere riuscito a leggere mostro lo schermo. Lei con una naturalezza che credevo solo sua ma che si è dimostrata essere comune tra la gente del Sol Levante mi risponde: “Ah, uno tsunami, bisogna allontanarsi dalla costa.”
Infatti da lì a poco il personale del centro ci dice di uscire che è appena stato diramato un allarme tsunami per tutto il Giappone ed è necessario che andiamo. Si scusano, ovviamente. Li ringrazio, ovviamente. Niente giustifica una mancanza di cortesia, emergenze comprese.
Decidiamo quindi di tornare a Fukuoka, anche perché a Beppu abbiamo oramai fatto tutto. Nonostante il Kyushu disti a oltre mille chilometri dall’epicentro del terremoto dirigersi verso l’altro è una buona idea. Siamo entrambi tranquilli. Fukuoka rimane sulla costa occidentale del Giappone ed è una delle poche città dove non esiste nessun allarme tsunami (o l’altezza prevista non supera i 30 cm). Durante il viaggio di ritorno guido tenendo un occhio alla TV installata a bordo (ecco come succede che il numero di incidenti in Giappone sia così altro) anche se nella sperduta natura del Kyushu il segnale è quasi ovunque assente. Machiko dorme, è stanca dopo aver fatto la notte in bianco lavorando al turno notturno per un hotel poco lontano dalla stazione di Hakata dove lavora. Guardo il telefono e mi accorgo di avere ricevuto una telefonata dai miei genitori in Svizzera. Strano a quell’ora. Richiamo e mi accolgono delle voci stranamente preoccupate; parlano di devastazione, di un terremoto potente come non mai e mi chiedono ovviamente come stia. Io vista la perfetta giornata cullato dalle acque termali non potevo star meglio. Guardo la televisione che parla di una decina di morti e spiego come i terremoti siano una cosa normale in Giappone e come a me stesso sia già capitato di essere svegliato nella notte da una scossa. Niente di grave quindi, la sola scocciatura di avere i treni un po’ in ritardo al massimo.
Continuiamo il viaggio verso Fukuoka e iniziano a fioccare E-Mail sul mio telefonino. Molte dalla Svizzera, tutte che chiedono preoccupate di me e altrettante dal Giappone che si preoccupano per la mia salute e mi consigliano di stare lontano dalle coste. Provo a chiamare Machiko che non trova più il telefono e mi accorgo che le linee sono bloccate. In quella notte i messaggi mi arriveranno a singhiozzo, talvolta con ore di ritardo. Una mia amica a Tokyo è ferma in centro e non può tornare a casa visto il blocco dei trasporti. Tento di aiutarla contattando conoscenti che abitano a distanze a accettabili dal centro ma il ritardo nella messaggistica non aiuta e alla fine si rassegna. Anche i genitori di Machiko sono a Tokyo per lavoro. Eppure né lei né la sorella maggiore con cui vive sembrano essere preoccupate. “Non è meglio se li chiamiamo?” dice la sorella maggiore. Entrambi stanno bene ma sono anche loro bloccati in centro. Aeroporto e treni bloccati e hotel pieni. “Va beh, passeremo la notte qui.” si dicono quasi si trattasse di qualcosa di normale. Qualche problema anche all’hotel dove lavora Machiko dopo che i computer che gestiscono le transizioni delle carte di credito (quasi tutti a Tokyo) sono fuori uso. Ma a parte qualche problema “tecnico” non sembra essere successo niente di grave. Dieci morti (di cui parla la televisione) non sono niente per una città di 30 milioni di persone con grattacieli che passano i 300 metri di altezza colpita da un terremoto simile. Evidentemente i media e le autorità ancora non potevano valutare la situazione nel Tohoku in quel momento. La miriade di messaggi che mi arriva da amici giapponesi che mi raccontano di scene d’apocalisse quando la terra tremare mi preoccupano un po’, ma tutti stanno bene e la calma dei giapponesi che mi circonda mi contagia e dormo tranquillo. Al risveglio la televisione è ancora in diretta dalle scene della devastazione; durante la notte e per tutti i giorni a venire sarà un terribile leitmotiv. Il numero delle vittime è salito a oltre cento e ma si ipotizza che possano essere più di mille. In più si parla di un’emergenza nucleare. Tento di capire i dettagli e sembrerebbe un difetto al sistema di raffreddamento d’emergenza. Le barre di spegnimento sono state inserite completamente e correttamente appena la scossa è stata rilevata. Conoscendo bene il funzionamento di una centrale nucleare e la natura e gli effetti delle radiazione non mi preoccupo troppo del problema, specie confrontandolo con le immagini di devastazione che riguardano lo tsunami.

Quella mattina prevedevo di fare la mia ultima tappa in autostop: Fukuoka – Kagoshima. Ma le immagini non mi mettono di buono umore. Sono stato così tanto aiutato da quella gente e sono tutti stati così gentili con me che mi sento quasi in colpa a chiedere un passaggio proprio in un giorno così triste. Toccherebbe a me aiutare ora, penso. Alla fine mi guardo in giro e noto come nulla sia cambiato rispetto a qualche giorno prima. Farò come loro, penso: mi rialzo e continuo a fare quello che volevo fare, non sarà un terremoto a fermarci(mi).
In effetti l’unica persona ed essere cambiata quel giorno sembrava che fossi io. Tutti erano come al solito contenti ed entusiasti di potermi dare un passaggio e fare quattro chiacchiere con uno straniero nella loro lingua. I temi di conversazione erano i soliti: dalla cucina Svizzera alle montagne, il fatto che la Svizzera sia cara, come mai parlo l’italiano e che lingua si parla in Svizzera. In aggiunta qualcuno mi ha chiesto se in Svizzera ci fossero terremoti, ma la cosa non sembrava troppo di rilievo.

Penso che se ci sia una cosa che mi ha positivamente contagiato di quei primi giorni di terremoto è proprio questa naturalezza e tranquillità dei giapponesi. Li ho spesso catalogati come gente impaurita, timida e un po’ codarda eppure in quei giorni sembrava che il  ruolo si fosse invertito. I messaggi continuavano ad arrivare anche da gente che conoscevo poco. Tutti di aiuto per una persona come me poco abituata a terremoti e tragedie naturali in generale. Nell’ostello di Kagoshima regnava un’atmosfera unita e di gruppo tra i giapponesi e unica pecora nera erano i turisti stranieri che vagavano tra televisione e computer come delle pecore durante un temporale. Tra i giapponesi in quel gruppo c’era anche chi aveva famiglie vicino alle zone colpite eppure nessuno sembrava volere lamentarsi o piangersi addosso. Si limitavano a dire, sono sicuro che stiano bene e poi mi invitavano a sedermi con loro e bere qualcosa. Ricordo di aver letto un’intervista ad un autista di treno di Tokyo in quei giorni. La giornalista chiedeva: “Che cosa crede di fare adesso?” Con la naturalezza e la forza di chi sa rialzarsi anche dopo la peggiore delle cadute questi rispondeva: “E cosa vuole che faccia? Andrò avanti a fare quello che facevo finora.”
Insomma pian piano realizzavo la portata dell’evento ma tra stupore e meraviglia iniziavo però anche a conoscere un lato dei giapponesi che fino a quel momento mi era per me rimasto all’oscuro.

A preoccupare era solo la situazione a Fukushima. In realtà la cosa non preoccupava tanto me, che dopo avere passato due anni in una delle migliori università al mondo a studiare funzionamento e rischi delle centrali nucleari sapevo (o credevo di sapere) cosa stava succedendo. Il punto era proprio quello: le notizie della TEPCO arrivavano con ritardo e spesso lasciavano grossi dubbi circa la credibilità; cosa che ha fatto irritare non poco anche il primo ministro giapponese che è arrivato ad usare toni che un primo ministro di un paese tanto educato e formale userebbe. Inoltre iniziava ad esserci uno strano divario tra notizie estere e locali. Sinceramente non ho mai trovato carente l’informazione giapponese in fase di crisi (eccezione fatta ovviamente per i corrotti pesci grossi della TEPCO). Due volte al giorno il primo ministro Kan appariva con la sua ridicola giacchettina verdina e spiegava i fatti del giorno e rispondeva alle direttissime domande dei giornalisti. Quanto avverrebbe anche alle nostre latitudini in una situazione simile. Una delle mie principali difficoltà in quella fase era su quale media straniero fare affidamento. I giornali italiani sono subito stati scartati dopo avere letto di articoli che descrivevano in Giappone in panico (quando invece era l’esatto opposto) e aggiungevano poi pareri di esperti del nucleare che, letti da chi nel ramo qualcosa ci capisce, sembravano più un racconto di un bambino che parla dei propri incubi.
Quindi da una parte avevo famiglia, amici e media stranieri (in prima fila italiani e francesi) che vedevano una situazione apocalittica e volevano che rientrassi al più presto, dall’altra cercavo di farmi una lettura basata sulle mie conoscenze e cercare di decidere in modo indipendente. Va detto che dal momento del terremoto era previsto che rimanessi altre tre settimane in Giappone. Il mio pratico presso Mitsubishi finiva a fine febbraio e poi avevo previsto di farmi un mesetto di vacanza girando il Giappone. In sostanza quindi la mia presenza non era così indispensabile ma mi scocciava gettare al vento due settimane di vacanza che avevo già organizzato (e in parte pagato) e lasciare l’isola da codardo, ben sapendo che i rischi che correvo restando nel Kansai (quindi ben lontano da Fukushima) fossero minimi. La cosa in effetti mi pesava anche dopo tutto l’aiuto e l’affetto che avevo ricevuto proprio in quei giorni.
In Svizzera ho però amici e genitori e facendomi la promessa che sarei ritornato nella terra dei Samurai ho anticipato il volo di due settimane e mi sono imbarcato su un volo strapieno dell’Alitalia. Penso che sull’aereo fossi uno dei pochi dispiaciuti di partire, mentre la maggior parte della gente si lanciava in discorsi di tecnica nucleare e radiazioni e si lamentava del prezzo che hanno dovuto pagare per il biglietto (conosco gente che ha pagato 5000 Euro per anticipare di un giorno il volo…).

Rientrato in patria facevo fatica a vedere le immagini dei TG quando si parlava di Giappone. Un po’ perché mi facevano sentire un codardo per essere scappato di fretta e furia e un po’ perché spesso (specie sui canali italiani) apparenti giornalisti fornivano descrizioni di panico e realtà che poco si avvicinavano a quello che avevo potuto vedere con i miei occhi. Cosa che ancora più mi innervosiva era vedere come i giapponesi venissero visti come delle stupide galline in gabbia perlopiù radioattive e tossiche senza ricordare minimamente che migliaia di persone erano senza casa, cibo e benzina in pieno inverno. Evidentemente qualche giornalista inviato in direttissima in Giappone si è ritrovato a fare un servizio che più che ricalcare il particolare momento vissuto dal paese, riprendeva l’esperienza del giornalista stesso in un luogo a lui nuovo e sconosciuto.
Ho finito per leggere i giornali, dopo aver scelto quelli seri, per tenermi aggiornato sulle notizie.

Così come i giapponesi mi auguro che il tutto si possa risolvere al più presto. Purtroppo semprerebbe che dopo essere stati bacchettati dall’estero (in parte anche giustamente, ma in maniera decisamente esagerata) quegli antichi guerrieri sembrano iniziare a dubitare nelle proprie capacità (a differenza di come facevano subito dopo il terremoto). Per fortuna, come ha confermato la mia ultima visita, non manca l’entusiasmo e la voglia di fare che da sempre distingue questo paese. Per una volta, stranamente, forse più di loro sono io a crederci: Ganbarou Nihon! (facciamo del nostro meglio, Giappone!)

Feli

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Vacanze in Giappone: guida per l’uso – costi

febbraio 10, 2011

Tre post in un giorno sono decisamente troppi; sono d’accordo, ma con metà ufficio assente e senza il permesso di fare gli esperimenti necessari da solo c’è poco che io possa fare… Ne approfitto quindi per scrivere un post su un tema proposto da una lettrice qualche settimana fa: i costi di una vacanza in Giappone (e della vita in generale).

Come al solito occorre fare le premesse circa la grande soggettività del tema, ovvero che i costi di una vacanza dipendono molto da che tipo di vacanza si intende fare e che interessi si hanno durante il viaggio. Si va da chi ha il coraggio di viaggiare in autostop e fermarsi in case private tramite couch surfing (quello che farò io tra qualche settimana nel sud del Giappone o perlomeno è questa l’idea) a chi invece preferisce hotel di una certa classe con tutti i comfort inclusi. Cercherò di restare un po’ nel mezzo fornendo prezzi indicativi in franchi svizzeri ed euro (in omaggio ai lettori italiani).

Andiamo con ordine: l’aereo. Un biglietto aereo per il Giappone può costare meno di quanto si creda. Se si è flessibili con le date e si controllano di tanto in tanto i principali siti internet (e-dreams, kayak,…) si possono trovare biglietti per poco meno di 900 fr. (meno di 700€) andata e ritorno dai principali aeroporti italiani ai principali aeroporti europei. Al momento Alitalia è una delle compagnie con i prezzi più bassi e posso confermare per esperienza che, nonostante il servizio non sia dei migliori, il rapporto qualità-prezzo e decisamente interessante. I voli dall’Europa per il Giappone arrivano in genere nei due principali aeroporti Tokyo (Narita) e il Kansai Airport (che serve la regione del Kansai, Osaka, Kyoto e Kobe per dare un’idea). Per tutte le altre destinazioni nipponiche occorre dunque fare scalo in uno di questi due aeroporti.

Per quanto riguarda il viverci e il viaggiarci il Giappone è sicuramente uno dei paesi più cari dell’Asia (per quanto non ne abbia visitati molti fino ad adesso) ma rimane comunque meno caro dell’Europa. Tra le cose più care del Giappone ci sono sicuramente i trasporti. Un biglietto Osaka – Tokyo su un treno rapido (shinkansen) costa circa di 150 fr. (~120€) sola andata. Per chi ci vive in Giappone il problema è relativo perché su lunghe distanze si può optare per i bus notturni (che costano un terzo) e nelle brevi distanze ci si accontenta dei più modici treni normali che impiegano più tempo ma costano anche molto meno. Chi però dispone di un visto turistico ha fortunatamente il diritto al cosiddetto “Japan Rail Pass” che è un biglietto che offre la possibilità di prendere (quasi) qualsiasi treno ad un prezzo una tantum molto interessante. Ne esistono di 3 tipi: una, due e tre settimane che costano (nella versione base) rispettivamente 330 fr. (250€), 520 fr. (400€) e 665 fr. (500€). Con questo biglietto è possibile viaggiare in tutto il Giappone comodamente seduti in maniera veloce senza preoccuparsi del costo della tratta. Bisogna però fare una piccola annotazione e cioè che il biglietto è valido solo per i treni delle ferrovie statali (JR) e non vale invece però per le metropolitani e i treni delle compagnie private. Tuttavia JR è la compagnia con la rete più estesa in Giappone e vi capiterà piuttosto raramente di dovere fare biglietti con altre compagnia e spesso solo per qualche franco (euro). Con un solo viaggio Tokyo – Kyoto andata – ritorno si arriva già quasi a coprire i costi. C’è una cosa però molto importante da dire in chiusura: il biglietto è ottenibile SOLO all’estero. Essendo un biglietto solo per turisti si può ottenere solo prima della partenza e fuori dal Giappone, informarsi prima di partire!
Viaggiare in auto è anche un’alternativa in Giappone. Occorre comunque tenere conto che in Giappone si guida sulla sinistra ed è meglio avere fatto qualche esperienza in paesi anglosassoni prima di trovarsi sul lato “sbagliato” della strada tra una miriade di cartelli sconosciuti. Inoltre l’auto risulta un’alternativa molto cara visti gli elevati costi delle autostrade giapponesi e i costi obbligati legati al noleggio di un’auto. Un’automobile offre però la possibilità unica di vedere la compagnia giapponese e per raggiungere posti semi-sconosciuti altrimenti irraggiungibili in treno. Ovviamente però questi posti si scoprono solo quando si è passato un certo tempo sul territorio. Sconsiglio quindi l’alternativa auto per chi arriva come turista novellino in Giappone. Potrebbe essere una buona idea per qualche giorno se avete qualcuno sul posto che conosce bene il territorio e che ha un’idea su dove portarvi.
I voli interni sono anche convenienti, ma spesso per accedere ai prezzi convenienti occorre andare sui siti in giapponese. Meglio optare per i treni.
In generale per tutto quello che riguarda trasporti è tutto scritto in inglese e con l’alfabeto latino, non ci dovrebbero essere quindi troppi problemi nel capire a che fermata scendere o dove cambiare treno.

Per gli alberghi bisogna in genere calcolare tra 50 e i 100 fr. (40 – 80€) a notte per una camera singola decente e i servizi minimi. Il prezzo ovviamente dipende molto da dove vi trovate (Tokyo è abbastanza cara per esempio), da quanto lontano dal centro siete e poi dai servizi offerti. In genere nelle città principali quasi tutti gli alberghi hanno i siti in inglese ed è possibile fare prenotazioni online. Anche se è necessario prendere tutte le precauzioni del caso quando si fanno prenotazioni su internet, in generale per i siti giapponesi ci si può fidare. Se c’è qualcosa che è intoccabile in Giappone è il cliente e quando è straniero raggiunge quasi il livello Kami-sama (Dio), quindi non c’è da preoccuparsi. A volte i siti in sola lingua giapponese offrono prezzi migliori in luoghi molto vicini al centro e/o alle principali attrazioni, ma il turista “classico” può senza dubbio accontentarsi di quelli offerti in lingua inglese (che di solito garantiscono poi che il personale parli un minimo di inglese).
Backpackers e ostelli della gioventù non sono troppo popolari in Giappone, ma nelle principali località è in genere possibile trovarne almeno uno (anche se spesso sono abbastanza fuori dal centro).
Un’alternativa interessante, in particolare in città non troppo grosse, sono i cosiddetti ryokan, ovvero gli alberghetti in stile giapponese. Sono in genere più cari degli alberghi e a volte il personale parla solo giapponese, ma se vi capita l’occasione è sicuramente qualcosa da fare visto che si ha la possibilità di trovarsi in un ambiente genuino e dormire almeno uno notte sul mitico futon (il materasso pieghevole). Personalmente non ci sono mai stato (avendo fatto tre mesi con una famiglia giapponese non penso che sia per me necessario) ma lo consiglio vivamente per i commenti positivi che ho sentito a riguardo.
Un’ultima possibilità è il cosiddetto coach surfing, ovvero fermarsi a casa di volontari che mettono a disposizione almeno un divano ad ospiti in viaggio al semplice scopo di conoscere gente e imparare cose nuove tramite contatti con “semi-sconosciuti”. Io intendo viaggiare proprio così in Taiwan e nel sud del Giappone. Potrebbe essere un’alternativa interessante e del tutto economiche per avere un’approccio al Giappone tramite chi ci vive. Visto che spesso poi sono stranieri ad offrire il servizio (in Giappone è poco conosciuto ed inoltre i giapponesi hanno paura, non si fidano) è possibile parlare in italiano e/o francese e sentirsi un po’ a casa.

Ma parlando di costi la vera perla del Giappone è la cucina. Il servizio è semplicemente superbo: si riceve sempre un asciugamano umido per lavarsi le mani prima di mangiare, il cibo è sempre fresco e di ottima qualità e i camerieri sono sull’attenti ad ogni vostri minimo movimento. Ed inoltre il tutto è veramente a buon mercato (se paragonato all’Europa occidentale). Per un pasto semplice (sushi, curry, udon, ramen, katsudon,…) si spendono intorno ai 10 fr. (8€) che possono arrivare ai 20 fr. (16€) se si opta per un ristorante un po’ più di classe. Le izakaya (ristoranti tradizionali in cui si possono scegliere una miriade di piccoli piatti, di cui si mangia solo un po’ di ognuno) sono un po’ più care ma non si passano comunque i 25 fr. (20€) anche mangiando parecchio pesce. Nei fast-food non si spendono più di 5 fr. (4€) ed il servizio è comunque ottimo (addirittura c’è spesso il cameriere…). Per un pranzo rapido esistono i kombini (piccoli centri commerciali) che offrono o-bento (set completo di diversi piccoli pasti) per qualche centinaio di yen (qualche franco/euro). I prezzi lievitano un po’ con il consumo di alcolici: una birra 4-5 fr. circa (3-4€) e si sale poi per il vino (sconsigliato) o il sake.
Personalmente visto il basso contenuto calorico e i prezzi ridotti in Giappone consiglio di approfittarne per mangiare!

Le entrate per le attrazioni turistiche sono in genere tra i 5 e i 20 fr. (4-15€) a dipendenza della notorietà e del valore culturale. In genere in Giappone più costa e meno vale la pena con l’eccezione per certi templi (in particolare a Kyoto) che vale la pena visitare. Non chiedete ad un giapponese o ai membri dell’albergo che cosa vale la pena vedere perché conoscono soli i posti ampiamente pubblicizzati da grandi campagne pubblicitarie. Con un po’ di coraggio chiedete piuttosto ai proprietari di piccoli ristoranti o piccole attività commerciali, potrebbero darvi dei buoni consigli (ammesso che riescano a mettere assieme due parole di fila in inglese).

I divertimenti serali sono piuttosto cari. I club, peraltro rari in Giappone, costano quanto in Europa e non hanno molto in più da offrire. Possono essere un buon posto se volete conoscere qualche straniero che vive sul posto o che è in viaggio ma vi ci troverete pochi giapponesi. Se siete in compagnia meglio andare nei karaoke. Costano molto meno e ci si diverte molto di più. Esistono moltissime canzoni in inglese e anche un certo numero in francese/tedesco. Inoltre che cosa c’è di più giapponese del karaoke?

Riguardo ai costi vivere in Giappone è un po’ diverso. La vita costa meno (rispetto all’Europa sempre), con 1000 fr. (750€) al mese si riescono a coprire le spese, ma i salari sono anche molto più bassi. Un ingegnere al primo anno prende intorno ai 250’000 yen (2900 fr. – 2200€) in una buona ditta e i salari salgono velocemente nei primi anni arrivando a duplicarsi nel giro di 5-6 anni. Un normale impiegato di commercio prendere però intorno ai 100’000 – 150’000 (1200-1750 fr. – 880-1300€) e le possibilità di carriera sono praticamente ridotte a zero. Molti giapponesi prendono poi meno di 100’000 yen al mese non potendo quindi concedere vacanze all’estero o il lusso, per esempio, di avere un’auto. Le università sono quasi tutte private e molto care; occorre in genere sborsare diverse migliaia di franchi/euro o anche decine di migliaia all’anno per accedere ad una università nella media. Riguardo ai costi della sanità conosco poco, ma so che il Giappone è ritenuto a buon mercato ed il servizio buono, voci di corridoio comunque.

Sperando di essere stato utile a potenziali turisti,

Feli