Natale IT = Capodanno JP

febbraio 4, 2012

Rieccomi, deciso a raccontare delle usanze giapponesi durante il periodo di festa invernale, particolari come sempre ma molto simili sotto certi punti di vista alle nostre abitudini occidentali.

Grazie alla scelta tattica di iniziare a lavorare il 16 di dicembre, dopo meno di due settimane ero già in vacanza. Il 16 perché secondo regole Mitsubishi è il giorno stabilito per iniziare, non importa se il 16 dicembre era un venerdì. Quindi l’inizio è stato molto graduale. Un giorno di lavoro, due di vacanza (il weekend), poi una settimana piena e ancora 3 giorni prima delle vacanze invernali. Una settimana per tutti gli impiegati, anche se non sono pochi che ne approfittano per fare il ponte e accumulare così quasi 2 settimane di vacanza consecutive prendendosi solo pochi giorni di libero.

Le vacanze invernali sono tra le più importanti dell’anno. Sono forse le uniche in cui quasi tutti i giapponesi e tutte le ditte chiudono, un po’ come il giorno di Natale alle nostre latitudini. Il primo dell’anno il Giappone sembra fermarsi per un giorno e le autostrade sono gli unici luoghi trafficati.

Ma andiamo con ordine, iniziando con il Natale. Il Natale che in Giappone è stato importato e come spesso accade ha il solo fine commerciale di aumentare gli introiti di grandi ditte. Anche in Giappone infatti c’è gente interessata a fare i soldoni e cosa c’è di meglio se non introdurre un giorno “festivo” in cui è assolutamente necessario fare i regali? Nel caso del Natale la grande pensata l’hanno avuto il settore alberghiero e KFC (ovvero Kentucky Fried Chicken, catena americana di fast-food). Visto che il Natale originariamente in Giappone non esisteva e che i giapponesi sono facilmente influenzabili da pubblicità e iniziative mediatiche, hanno pensato bene di diffondere l’idea che in occidente sia tradizione passare la giornata di Natale con la propria moglie/fidanzata e che sia necessario offrirle una serata da sogno con cena costosa e albergo di lusso. Se possibile poi si deve andare a mangiare il pollo al KFC visto che è tradizione fare così nei paesi occidentali. Quest’immagine distorta è ormai radicata nelle credenze giapponesi e chi ha avuto l’idea di introdurla ne approfitta per aumentare i profitti nel periodo natalizio.

Nonostante il giorno di Natale non sia un giorno di vacanza in Giappone è molto sentito dai centri commerciali ed i negozi che decorano con luci le vetrine e addobbano alberi di Natale in perfetto stile occidentale. Anche le strade vengono spesso addobbate con luci ed illuminazioni particolari e, in perfetta opposizione alle strette regole di consumo energetico vigenti, ogni città fa a gara per avere le illuminazioni più grandi, colorate ed impressionanti. Anche se i fini del Natale sono strettamente commerciali sarebbe sbagliato dire che non si sente il Natale in Giappone. Quest’anno (l’anno scorso ero tornato per Natale) mi sono addirittura permesso il lusso di assistere alla messa della vigilia. Non tanto per credenza cristiana ma più che altro per abitudine natalizia.
Potrà sembrare strano ma anche da queste parti esistono le chiese ed i preti. La messa di Natale in giapponese è qualcosa che può fare veramente ridere. Tutto è uguale a quanto accade in Europa. Lettura di pezzi della Bibbia, canti e predica del prete. Devo veramente ammettere che, lingua a parte, avrei avuto difficoltà a distinguere una messa giapponese da una europea. Piccola eccezione fatta per i canti, che in Giappone sembrano essere molto sentiti e che ognuno canta alla perfezione. A quanto pare il Karaoke non fa solo danni…

Fortunatamente quest’anno il Natale cadeva di domenica, così che ho potuto fare un giorno di vacanza e la tradizionale cena di Natale che al posto della famiglia si è svolta con gli amici. Una decina di persone che si sono radunate a casa di Gabriel, un mio amico francese da cui mi sono fermato per un paio di settimane. Ognuno si è occupato di preparare qualcosa di particolare, passando da cibi prettamente occidentali a pietanze più orientali. Compagnia a parte la cena era decisamente degna di un cenone di Natale il che mi ha quasi fatto dimenticare la distanza.

Ma il vero Natale quest’anno è arrivato con il nuovo anno. Infatti la principale festa giapponese è proprio il capodanno. È a capodanno che le famiglie si uniscono e anche chi vive lontano fa il possibile per rientrare per l’anno nuovo e passare i primi giorni dell’anno in famiglia. Le autostrade e i treni nel periodo di capodanno ricordano molto l’esodo di ferragosto in Italia, con milioni di persone che ritornano nel proprio luogo di origine per visitare genitori e parenti.

Anche io, pur non avendo una famiglia in Giappone, ho deciso da adattarmi alle usanze ed andare a visitare la mia famiglia di accoglienza a Kanazawa. Un’ottima scelta che mi ha consentito di sentire da vicino l’esperienza del capodanno nipponico.
Visto il suo lavoro di cuoca, l’okaa-san (la mamma “adottiva”) è stata impegnata durante i giorni prima del capodanno a preparare o-sechi-ryori, il tradizionale pasto di capodanno. Secondo tradizione infatti nei primi 3 giorni dell’anno non si cucina e si mangia tutto il tempo questo tipico pasto di capodanno che è stato preparato negli ultimi giorni del vecchio anno. Nonostante le tradizioni vadano cambiando e al o-sechi-ryori si affiancano altri pasti è comunque vero che ha un ruolo importante e l’immagine del capodanno.
Altra peculiarità del capodanno giapponese sono le pulizie di fine anno. Per consentire la piena tranquillità nei primi giorni dell’anno è buona tradizione pulire a fondo la casa negli ultimi giorni del vecchio anno. Una vera e propria pulizia scrupolosa, quelle che da noi potrebbero essere le pulizie primaverili, consentendo così il pieno ozio nell’inizio del nuovo anno. Non dovendo cucinare né pulire l’inizio del nuovo anno è veramente tranquillo. Tanto che al rientro sul lavoro più della metà dei colleghi erano in ferie approfittando del ponte (giovedì e venerdì) e i pochi fedeli erano radunati in un piccolo laboratorio lontano dagli occhi dei capi a giocare con il telefonino. La scusa descrive perfettamente come hanno passato il capodanno: “Non avendo fatto assolutamente niente nei primi giorni dell’anno non riusciamo ad iniziare a lavorare… Devi scusarci ma abbiamo bisogno di qualche giorno di adattamento al lavoro.”

Ma torniamo a me. Se ho iniziato il post dicendo che il capodanno giapponese e il Natale occidentali si assomigliano allora ci dovrà essere anche un pizzico di religione. Ed infatti a San Silvestro tutti i giapponesi si radunano nei templi per suonare la fatidica campana.  Ci si mette in fila ordinati all’entrata del tempio e si aspetta con pazienza il proprio turno per potere esprimere un desiderio per il nuovo anno e spingere con forza un grosso tronco contro la campana del tempio. Essendo il mio oto-san (il padre “adottivo”) della penisola di Noto (una penisola poco abitata a nord di Kanazawa) al tempio c’era poca gente; tutti abitanti della zona. L’atmosfera era di quelle da romanzi del periodo Edo (quello dei Samurai per intenderci): tempio buddista immerso all’interno di una foresta piuttosto fitta, a cui si arriva dopo avere percorso una strada in salita per diverso tempo, lanterne di fuoco accese nel cortile interno del tempio e monaci in toga che si aggirano scandendo preghiere incomprensibili. Se non fosse per l’usanza giapponese di fare le foto a tutto avrei potuto dire di trovarmi in un’altra epoca!

Finita la cerimonia al tempio, rientro a casa, non dopo avere salutato la famiglia dell’oto-san e cenetta di mezzanotte a base di “spaghetti-giapponesi” e o-mochi, ovvero una sorta di concentrato di riso da immergere nella minestra. L’o-mochi è un’altra tradizione di capodanno; viene prodotto con del riso bollito che viene schiacciato fino a quando diventa una pasta uniforme e poi può essere conservato a lungo termine. L’aspetto è quello di un cubetto di cera abbastanza dura e bianca, che però una volta immerso nella minestra diventa morbido ed è così possibile mangiarlo. Sembra che ogni anno nel periodo di capodanno ci sia un qualche vecchietto/a, che non volendo rinunciare alla tradizione mangia il mochi per intero e finisce con il rimanere soffocato/a…

Alla mattina di capodanno sveglia di buon ora e partenza per la prefettura di Mie, dove vive la “nonna” (cioè la mamma della mia oka-san). Da Kanazawa a Mie sono 5 ore abbondanti di auto, tra autostrada e stradine locali che solo chi fa la tratta spesso conosce. Un viaggio che potrebbe sembrare tranquillo, se non fosse per la presenza, tra i membri di equipaggio, di Tayo-san, il nipotino della oka-san, bambino di 2 anni e mezzo super-attivo.
Arrivati a Mie c’era tutta la famiglia ad aspettarci. La nonna, ormai avanti con l’età, e tutti i fratelli e sorelle della oka-san, compreso, in via eccezionale, il fratello minore, che ormai da 17 anni vive negli Stati Uniti. Una presenza eccezionale, visto che di rado torna in Giappone.
Ma senza dubbio una persona molto interessante. Ormai bi-lingua (inglese e giapponese), di formazione ingegnere nucleare ma ora attivo nell’ingegneria meccanica; come il sottoscritto insomma. Interessanti solo le ragioni che l’hanno spinto a lasciare il Giappone.
Avendo lavorato nell’industria nucleare giapponese aveva percepito i rischi e la mancanza di preparazione e di serietà nel settore e, dopo avere tentato inutilmente di sollevare il problema ha deciso di partire e di trasferirsi negli Stati Uniti. Secondo lui il problema non sta tanto nella tecnologia, che per quanto sempre rischiosa è comunque all’avanguardia e ben studiata, ma quanto nella componente umana. Molta gente che lavora nelle centrali non conosce la materia (si riferiva soprattutto ai manovali e quelle centinaia di persone che fanno lavoretti “semplici”) e non saprebbe come comportarsi in situazioni di emergenza. Inoltre la popolazione vicina spesso è altrettanto poco preparata e nel caso di Tokyo anche un’evacuazione sarebbe praticamente impossibile. Era proprio quest’ultimo uno dei punti su cui enfatizzava: il Giappone, arcipelago montagnoso, con poche parti abitabili già densamente popolate non offre scampo in caso si emergenze nucleari. È proprio per questo che ha deciso di andare negli Stati Uniti. Anche lì esistono molte centrali, ha aggiunto, ma al peggio posso prendere l’auto e percorrere centinaia di chilometri nel deserto in zone poco abitate che sarebbero facilmente evacuabili.

Insomma, nell’insieme sono riuscito ad avere un Natale tra amici e un capodanno in “famiglia”: il modo migliore per iniziare il nuovo anno.

Con ritardo, ma sempre valido,
buon anno a tutti!


Fine del divertimento… si inizia a lavorare

gennaio 14, 2012

Avevo promesso di scrivere all’incirca una volta alla settimana e purtroppo non sono riuscito a mantenere la promessa… Le scusanti sono molte, anche se sono tutte delle buone scuse ma nessuna mi giustifica. Le principali sono fondamentalmente due: il lavoro e la vita da zingaro.
Ero stato abituato bene sul lavoro ad avere molto tempo libero ed essere esonerato da molti lavori che richiedevano conoscenza del giapponese o statuto di impiegato. Purtroppo (o per fortuna sotto molti punti di vista) adesso che sono un impiegato “vero” ci sono molti lavoretti che posso fare e che devo fare e la scusante del giapponese non è più valida perché ormai è a tutti evidente che le mie nozioni, perlomeno sul piano orale, sono sufficienti per capire che cosa devo fare e come va fatto. Inoltre la sicurezza della Mitsubishi ha fatto un passo avanti (o indietro, a dipendenza dei punti di vista) ed ora non riesco più a utilizzare i trucchetti vecchi che utilizzavo per scrivere sul blog e mandare e-mail. A dire la verità ho già trovato una scappatoia, ma comunque non riesco a trovare il tempo per scrivere.
La seconda scusante come detto è la mia vita da zingaro. Negli ultimi due mesi sono stato in 5 posti differenti ed ho abitato per più di una settimana in 3 diverse città. Mi sono abituato all’idea di non avere un vero e proprio letto, ma di accontentarmi di un qualche materasso messo per terra in via temporanea. Anche camera mia si presenta più come una dispersione di vestiti e oggetti che come dovrebbe essere una camera che si rispetti. Ma sono in fase transitoria e causa inverni giapponesi il tempo che passo in camera è il tempo che dormo, quindi non mi lamento di questa situazione e ne approfitto per usarla come scusante.

Dall’ultima pubblicazione di tempo ne è passato. Poco più di un mese in effetti, ma sono successe così tante cose che non mi sembra possibile che tutto questo sia potuto passare in un solo mese.
Ho lasciato Fukuoka, peccato. Fukuoka probabilmente è e rimane la mia città preferita in Giappone (anche se Osaka sta velocemente guadagnando posizioni…). Partiamo da considerazioni geografiche. Fukuoka si trova al sud del Giappone, a poche ore di traghetto dalla Corea del Sud e in una zona poco urbanizzata. Il che significa che in poche ore è possibile fuggire dal Giappone e trovarsi in un paese con lingua, cultura e cibo differenti. Un vantaggio non indifferente visto che in genere per uscire dal Giappone è necessario prendere un aereo che oltre al prezzo comporta non pochi svantaggi, sia di tempo che di controlli per la sicurezza e affini.
Inoltre, come detto, Fukuoka è la città più grossa del Kyushu, l’isola principale più a sud del Giappone. Il Kyushu è un isola poco urbanizzata e molto diversificata nel paesaggio e nei luoghi. Si passa dai paesaggi vulcanici di Sakura-jima e Aso-san, alle spiagge di Miyazaki, i giardini di Kumamoto, i bagni termali di Beppu  e il verde che riempie tutta l’isola. Le sue dimensioni abbastanza limitate rendono possibile il giro dell’isola in una settimana e non è difficile trovare mete per il weekend.
E poi c’è Fukuoka, la città. Una città che però, viste le sue “moderate” dimensioni e l’ubicazione in una regione appunto non molto urbanizzata, traspira un aria di campagna. La gente è ancora alla buona e la città stessa non mira a grandi prospettive economiche ma piuttosto a instaurarsi come una città vivibile. Non da ultimo va detto che Fukuoka è forse una delle poche città che conosco in Giappone dove esiste una vera e propria spiaggia a distanza ciclabile dal centro. Una piccola Miami giapponese. Per chiudere questo piccolo paragrafo di lode va detto che anche a livello storico-culturale Fukuoka svolge un ruolo importante essendo stata una delle città giapponese che più ha subito influenza dal resto dell’Asia. Vista la vicinanza alla Corea e quindi, indirettamente, anche alla Cina è sempre stata una città di scambi commerciali che a loro volta hanno favorito influenze culturali. Che dire, se passate da queste parti una città che vale la pena visitare (in periodi balneabili possibilmente).

Come dicevo, ho lasciato Fukuoka, peccato. Peccato perché alla fine ero come in vacanza lì. È vero, avevo la scuola, ma non penso che si possa definire impegnativo 3 ore di lezione al giorno, specie quando oramai il giapponese già lo si parla e si tratta “solo” di raffinarlo. Peccato perché ho conosciuto molta gente in gamba, di quelle che non è facile trovare da queste parti. In primis ovviamente le mia due ex-coinquiline, Joyce e Kim con le quali ho potuto avere discussioni molti interessanti e raramente banali. Anche se il fatto di potere passare all’inglese quando i temi diventavano veramente complessi rappresenta un vantaggio, non penso che sia a causa di questa componente linguistica che ho apprezzato le mie due coinquiline. Penso veramente invece che il fatto avere tutti un’esperienza comune abbia contribuito molto nell’apprezzarsi a vicenda. A questo va poi aggiunta la passione per il Karaoke e la buona (e abbondante) cucina da tutti condivisa.

Ho lasciato la scuola, peccato. Peccato perché le insegnanti erano veramente eccezionali. Ognuna/o con pregi e difetti ma tutte motivate e allegre (scusate se prediligo l’uso del femminile, ma la grande maggioranza delle insegnanti erano donne…). Un onore poi avere avuto come insegnante di “cultura del lavoro giapponese” l’ex direttore del giornale più grande del Kyushu. Anche lui uno di quei personaggi che capita di incontrare raramente in Giappone, ma che quando si incontra difficilmente si dimentica. Laureato in economia ha iniziato a lavorare come giornalista a 24 anni (subito finito l’università) ed ha lavorato per lo stesso giornale per tutta la vita fino al pensionamento. Un giapponese all’antica come tanti si potrebbe pensare, ed invece mi ritrovo un signore rispettabile che conosce la cultura giapponese nei dettagli per passione e per interesse e nonostante ciò non mostra nessun segno di nazionalismo ma anzi, si dedica al suo insegnamento agli stranieri. Ricordo che ogni tanto la sera parlando con Kim finivo per il raccontarle la mia lezione e lei, pur essendo giapponese, rimaneva impressionata per la chiarezza con il quale Sashide (il nome del mio ex maestro) riusciva a spiegare concetti complessi su cui anche lei non aveva mai veramente riflettuto. Ed in più Sashide riusciva sempre a farlo con un filo di ironia e non si offendeva se a volte facevo domande molto critiche e non mi accontentavo della prima risposta.
Poi c’era tutto l’esercito di maestre. Più femminili (ovviamente) e spesso molto emotive come spesso accade da queste parti. Con molte differenze però; si passava da Yumiko con lunga esperienza all’estero e nell’insegnamento ad alti livelli, una conoscenza perfetta dell’inglese e metodi molto rigidi a Mami con cui si finiva sempre per parlare di svariati temi concentrandosi meno su grammatica e scritto.  E poi ci sono le sorprese. Emi che ho avuto come maestra per solo pochi giorni mi ha salutato con un complimento che ho molto apprezzato, anche vista la sincerità con cui l’ha detto: “Sono fiera che uno come te abbia deciso di venire nel nostro paese. Perché sei una persona che ama e sa apprezzare la gente.”
Non nascondo il fatto che ho apprezzato molto il complimento anche se posso benissimo capire le ragioni da cui scaturisce. In genere in effetti le scuole di giapponese private sono popolate da amanti dei fumetti dei cartoni animati che hanno come solo interesse sapere leggere il giapponese per poter leggere i fumetti e capire la lingua per potere vedere i cartoni animati (anime) anche senza sottotitoli. Gente di solito abbastanza antisociale con poco interesse alle persone e alla conversazioni. Ci sono poi gli insegnanti di inglese. In genere gente in gamba, ma purtroppo se ne trovano anche molti che, essendo nulli nel loro paese, vengono in Giappone ben sapendo che come stranieri occidentali si gode di popolarità. Gente che evito ma che è inevitabile incontrare. Per ultimi poi ci sono coreani e cinesi (in genere, ma molti altri a seguire) che vengono in Giappone per giustificate ragioni economiche. Tra quelli prima citati sono decisamente i migliori, ma spesso però sono molto impegnati negli studi e nella ricerca di un lavoro che hanno poco tempo a disposizione da passare con gli amici e gli insegnanti della scuola.
Io ero un po’ un caso a parte e ben visto da tutti. Invidiato dai cinesi per il fatto di avere un lavoro (ben pagato per il Giappone), invidiato dagli otaku (ossessionati di fumetti e cartoni animati giapponesi) per il fatto di sapere leggere e capire il giapponese e stimato dalle insegnanti per il fatto di essere venuto in Giappone spinto da un interesse generale per la gente, la cultura e la lingua.  E poi, a differenza di quasi tutti, uno dei pochi che ci si possa aspettare che torni.

Insomma, lasciare Fukuoka e la scuola è stato un vero peccato, ma è anche vero che lavorare tocca a tutti e non potevo permettermi di continuare la “vacanza” in eterno. Eppure, forse perché mi ero abituato al peggio, l’impatto con il mondo del lavoro in Giappone è stato molto più soffice di quanto mi aspettavo.
Il fatto di conoscere già i miei colleghi e di sapere che lavoro mi aspettava mi ha aiutato tanto. Inoltre il fatto di avere finalmente qualcosa da fare è un fatto decisamente positivo visto che ai tempi del pratico avevo giornate intere senza un impiego in cui il tempo sembrava non passasse mai. In più essendo un regolare impiegato ho accesso a tutti i documenti e sono abilitato ad usare tutti i macchinari, rendendomi così utile ad aiutare i colleghi. Anche loro ormai hanno capito che non sono più un ospite in fase di studio e mi chiedono spesso aiuto per i lavoretti più vari: una qualche misurazione, un piccolo programma per il computer, una mano forte per lavori di forza,…
Il fatto di sentirsi utile ed avere qualcosa da fare rende motivante il lavoro.
Di negativo rimane la mole burocratica a cui sono sottoposto e i continui permessi necessari per fare ogni cosa, ma d’altra parte ero preparato a questa eventualità e, da buon italiano, conosco tutti i trucchi per sviare le regole e per trovare una scappatoia quando necessario.

Insomma, nonostante in vacanza si sta sempre meglio, non posso lamentarmi del mio lavoro. Inoltre, un po’ a sorpresa, mi è stata data l’opportunità di svolgere un dottorato presso un’università giapponese in parallelo al lavoro. Ovviamente dovrei passare gli esami di entrata e pagare la retta, ma l’idea di avere un tema mio personale e di disporre di un giorno la settimana per recarmi all’università è un’ottima opportunità e allevierebbe un po’ del peso della burocrazia creata dalla ditta.

Sperando di riprendere presto il ritmo di un post alla settimana vi saluto.
Prossimo tema in programma: il capodanno giapponese.

Claudio (Feli)


L’uomo: ecco perchè il Giappone non è tanto diverso dall’occidente

dicembre 3, 2011

Rieccomi!

Il tempo corre e due settimane sono già trascorse. Il tempo nella piccola scuola di giapponese di Fukuoka passa in fretta. Le lezioni pomeridiane consentono di dormire a lungo il mattino e nonostante mi sveglio relativamente presto per andare a farmi una corsetta al parco e ripassare un po’ le cose studiate il giorno prima, mi rimane tutto sommato poco tempo. Grazie a due ottime coinquiline e qualche amicizia di “lunga data” in loco non c’è tempo per annoiarsi e anche una semplice serata a casa più trasformarsi in una bella discussione sui temi che mi hanno portato in questo paese.
Avere due coinquiline asiatiche ma di paesi diversi con un “lungo” passato in occidente (rispettivamente 5 e 6 anni) consente di avere discussioni sensate ed interessanti circa le difficili relazioni tra i paesi asiatici stessi (solo per citarne una Cina e Taiwan) e il loro rapportarsi con l’occidente. Anche se alle nostre latitudini se ne parla poco (anche se lo strapotere della Cina sta suscitando interesse) i rapporti tra i paesi orientali sono tutt’altro che semplici e le ferite della seconda guerra mondiale, sebbene ormai chiuse, fanno ancora male. Nonostante la maggior parte della gente sia cosciente del fatto che sia inutile opporsi a gente che ha le stesse origini culturali ed etniche i governi continuano a diffondere l’appartenenza allo stato come base culturale da difendere e lodare.
Anche se il Giappone ha invaso e colonizzato Taiwan verso la fine del 19. secolo, Joyce (la mia coinquilina taiwanese) non ha assolutamente nulla contro Kim (l’altra coinquilina giapponese). Anzi, è proprio Joyce che ha scelto di venire in Giappone per imparare lingua, cultura ed usanze e d’altro canto Kim, avendo una collega taiwanese è più volte stata a Taiwan ed è una grande apprezzatrice della cucina locale. Insomma entrambe sono benissimo coscienti che la guerra è finita più di 60 anni fa e che non ha senso mettersi a litigare quando entrambi i paesi hanno origini culturali e etniche simili. Non proprio dello stesso parere i governi dei due paesi.
Allo stesso modo se volessimo andare a scavare nelle nostre radici entrambe (Joyce e Kim)  avrebbero molto da criticarmi circa la politica imperialista portata avanti dai paesi europei nei confronti dei paesi asiatici durante il 19. secolo. Taiwan stessa è stata una colonia portoghese ed olandese (in epoche diverse se non erro) e il Giappone è stato più volte forzato all’apertura da incursioni militari inglesi e americane. Seppur il mio passaporto non corrisponde a nessuno di questi paesi è comunque vero che ho la stessa faccia di quelle persone che più di cento anni fa si sono recate ad oriente allo scopo di conquistare. Per alcuni potrebbe essere un motivo sufficiente per detestarmi.
Per fortuna non per Joyce e Kim, che sono abbastanza intelligenti da capire che appartengo alla loro specie (l’uomo) e che non sono né responsabile e neanche condivido gli eventi della storia. Piena consapevolezza di essere persone, individui, che appartengono alla stessa specie e che si trovano a dovere condividere un pianeta sempre più piccolo e affollato.

L’uomo, insomma, ecco forse perché questa volta non sono rimasto tanto stupito dai giapponesi al mio arrivo nel paese del sol levante. Uomini; alla fine è quello che siamo e nonostante sfumature e differenze abbiamo gli stessi limiti e gli stessi difetti. L’incapacità di comprendere l’infinito per esempio. L’ignoranza circa la morte. Il bisogno di stare assieme. I saluti.

I saluti; così strani in Giappone. Penso che sia una delle cose che più disorienta uno straniero al primo contatto con questo arcipelago orientale. “È il giorno odierno”, “Faccia attenzione nel tornare a casa”, “Fai del tuo meglio”, “È un po’ una scortesia”, “Un po’ non c’è però”, “Non vivo”,”È stata una fatica”… Già solo traducendo letteralmente alcuni dei saluti giapponesi sembra tutto molto strano. Se poi si aggiunge il modo con cui vengono usati tutto suona ancora più strano.
Facciamo l’esempio che si chiama per telefono un amico mentre si trova al lavoro. Questi risponde e inizia la conversazione. Tra amici ovviamente non ci si sofferma in cortesie e dopo avere fatto le domande del caso tipo “Come stai?” o “Hai visto la partita ieri?” si arriva al motivo della chiamata. In italiano la conversazione finirebbe con un “Ciao” o qualcosa di simile a dipendenza di persone e dialetti. In Giappone la conversazione finisce con “Fai del tuo meglio” o “Impegnati al massimo” a dipendenza delle nuance nella traduzione.
Fine della giornata di lavoro durante la quale, causa poco lavoro, c’è stato ben poco da fare, l’impiegato saluta il capo “È stata una fatica oggi”, il capo risponde “Grazie dei tuoi sforzi”. La stessa scena si ripete dopo un viaggio in bus. Il passeggero ringrazia “Grazie tante” e l’autista risponde cortesemente con “È stata una fatica”.
Tra amici ci si trova la sera per andare a mangiare in un buon ristorante. Alla fine della serata ognuno torna a casa per la propria strada. Nakamura prende la linea di Takarazuka, Tanaka torna in bicicletta e Fujimoto invece torna in taxi. Gli amici si salutano lodando i loro sforzi della giornata come per gli esempi precedenti  (nonostante sia domenica e tutti avevano ferie) e poi si congedano ricordando di fare attenzione tornando a casa (è una splendida giornata di autunno senza vento ne gelo ne quant’altro possa essere pericoloso).
Entrata principale della Mitsubishi. All’entrata un’elegante signorina con un cappellino stile hostess e il vestito in tinta si inchina appena mi vede arrivare. Io saluto: “È un po’ una scortesia, il mio nome è Claudio.” Continuo spiegando la causa della mia visita e finisco con un cortese “Glielo chiedo gentilmente”.

Scene quotidiane in Giappone. D’altra parte i saluti e le cortesia sono parte di ogni cultura, così come lo sono di quella giapponese. Il tutto è così strano però… Eppure ci siamo mai soffermati a pensare alle nostre di usanze? Siamo così abituati a fare uso di saluti e forme di cortesia che ormai non pensiamo più al significato che avevano originariamente. Ne facciamo uso come strumenti di cortesia e sono diventate regole della convivenza sociale che sono parte della nostra cultura. Ogni cultura ha le proprie, perché come uomo ognuno ne sente il bisogno dell’uso.
“Schiavo, come stai?”, questo è quello che letteralmente ci diciamo ogni giorno quando ci salutiamo. Nessuno si sofferma sul significato reale, è solo un modo per salutarsi. “Mi scusi, potrebbe…”, che bisogno abbiamo di essere scusati ancora prima di fare la domanda?
Questo solo per citarne alcuni in uso nell’italiano. Nella svizzera tedesca per esempio c’è l’usanza di chiedere se il posto vuoto sul treno è libero. Questo indipendentemente dal fatto che il treno sia completamente vuoto o che si tratti di un treno di pendolari dove le persone sono le stesse ogni mattina sedute agli stessi posti. Si chiede e basta, è una cosa che si fa, senza badare al significato reale.
In Australia è usanza salutare la gente (conoscenti e perfetti sconosciuti) con un “Buongiorno, come stai?” e la gente solita rispondere “Bene, grazie”. Nessuno si aspetta il racconto dei problemi con la ragazza o le rogne al lavoro come risposta. È un modo come un altro per salutare ed è l’unico vero scopo che si cela dietro il termine. In Giappone si ringrazia per il faticoso lavoro anche quando non si è fatto niente. Cortesia, saluto. Quando si cerca il significato letterale vero tutto sembra strano. Ma alla fine è così importante che cosa diciamo come saluto se il solo scopo è quello di salutarci? Non siamo alla fine soltanto uomini che hanno un bisogno di cortesia per vivere meglio in società? E allora ecco che il Giappone non sembra tanto lontano e i giapponesi non così strani.

Un saluto a tutti,
Feli-san e/o Claudio-kun (alternative anche Kura-chan o Kura-pyon)


Il Giappone di sempre; rieccomi!

novembre 24, 2011

Ciao a tutti!
Mattinata freschina a Fukuoka. Un po’ timidamente il sole cerca di farsi capolino tra le nuvole che nella notte ventosa si sono sparse come pecorelle smarrite nel profondo blu del cielo. Le fini pareti di camera mia mi consentono di sentire bene il traffico della strada poco distante. È ormai evidente che l’ora di punta è passata e lo si capisce facilmente dal rumore breve che fanno le auto che passano in velocità, senza dovere rimanere incolonnate al semaforo dell’angolo dietro casa. Si sentono anche bene i commenti dei passanti. A quest’ora del giorno per lo più cortesi e formali, forse gente in giro per lavoro, in tarda serata si fanno spazio risate e grida di gente ubriaca che tenta di tornare a casa. Kim (il suo soprannome, poco giapponese in effetti, il nome vero sarebbe Yuko) è già andata al lavoro, sono le 10 passate d’altra parte… Joyce invece è in camera sua a studiare. Settimana prossima ci sarà l’esame di giapponese per stranieri e, nonostante se la cavi molto bene ed essendo taiwanese è avvantaggiata nella comprensione degli ideogrammi, anche lei ha bisogno di studiare. Joyce è la mia sola e unica compagnia di classe nella scuola di giapponese dove lavora Kim. È una delle poche scuole che conosco (se non la prima che sento) che offre la possibilità di condividere appartamenti con giapponesi durante il periodo di studio. Un modo carino ed economico per riadattarmi allo stile di vita giapponese, visto che tra breve mi toccherà cercarmi un appartamento.
Molti già lo sanno e qualcuno l’ha evidentemente capito: sì, sono a Fukuoka (isola Kyushu, arcipelago giapponese), sono tornato insomma!

Ancora poco meno di 3 settimane di scuola a Fukuoka e poi inizierò a lavorare alla “vecchia” Mitsubishi-denki (Electric) di Amagasaki (10 minuti di treno da Osaka). Ho deciso di fare 3 settimane di scuola prima di iniziare il lavoro così da potermi riabituare alla società giapponese e riprendere e ulteriormente raffinare il mio giapponese. In questa settimana seguo un corso di lingua generale e a partire dalla prossima studierò lingua ed usanze del mondo lavorativo giapponese. Con un po’ di stupore in questa settimana sono stato piazzato nella classe più difficile, insieme a Joyce che settimana prossima affronterà l’esame del livello N2 (giapponese avanzato). In effetti noto che nella lettura faccio ancora molta fatica (anche se in effetti leggere articoli di giornale non è proprio evidente e ogni tanto anche le insegnanti sono in dubbio sulla lettura di qualche ideogramma), ma nel parlato me la cavo abbastanza egregiamente (specie pensando che alla fine ho vissuto solo un anno in Giappone). Anche qui a casa, nonostante tutti e 3 parliamo bene inglese, la lingua franca è il giapponese e, tranne quando si entra in discorsi complicati, in generale non ho grandi problemi.

Penso che sia proprio a causa dalla lingua che l’arrivo (o meglio il ritorno) in Giappone sia stato così soffice e delicato al punto tale che non mi sembra quasi neanche di essere in un paese tanto lontano e diverso. In effetti il mio più grande stupore all’arrivo in aeroporto e nei primi giorni è stato quello di non essere stupito. È vero che tutto sommato non è la prima volta che vengo qui e capire la lingua fa tanto, ma non avrei mai immaginato che questo posto così diverso potesse avere un’aria così familiare. Penso che i 6 mesi in Europa mi abbiano fatto veramente bene. Ci vuole tempo a capire ed assimilare una cultura come quella giapponese così diversa dalla nostra e quando ci si è dentro immersi fino al collo è difficile trovare del tempo per riflettere e per giudicare da un punto di vista neutrale svolgendo una critica costruttiva. In Europa trovandomi a “casa” (sì, ormai casa mia è l’Europa intera…) ho avuto modo di osservare e riflettere. Osservare che in effetti molti atteggiamenti che ho sempre ritenuto strani dei giapponesi si ritrovano in molte usanze che alle nostre latitudini sono più che normali. Ho notato come i miei dubbi e le mie perplessità nell’iniziare il lavoro in Giappone non fossero tanto legate alla cultura ma quanto al mondo del lavoro nelle grandi compagnie.
Insomma; tornando a est mi sembra tutto così normale che mi viene da chiedermi se questa sensazione stessa sia poi veramente normale (scusate il gioco di parole).

Inoltre, c’è un interessante aspetto nella percezione dell’io in rapporto a società e culture di cui non avevo mai sospettato. Chi mi ha incontrato subito dopo i vari rientri in Svizzera e gli altrettanti vari rientri in Giappone ha sempre detto che sono quello di sempre. Stessa personalità, stesso carattere, con magari qualche variazione, più nella forma che nella sostanza a causa di dieta e abitudini culinarie. Eppure all’arrivo in Giappone avevo un’altra percezione dell’io, come se internamente ci fosse stato un bottone che sia stato commutato su “modalità nipponica” per consentirmi un migliore adattamento alle condizioni esterne. Ripensandoci alla fine non è niente di nuovo, anche Calvino, seppur non negli stessi termini e nello stesso modo, sosteneva che non esiste un unico io, ma un’infinità e più precisamente “uno, nessuno o centomila”. Quello che non avrei mai immaginato però è che il passaggio tra due “me” potesse essere una sensazione tanto strana ma piacevole.

Va beh, basta parlare di me e vediamo di raccontare un po’ di questo paese di cui tanto si parla ultimamente. Radiazioni, cibo contaminato, terre abbandonate, crisi,… Insomma quando si cita il Giappone ultimamente sono questi i termini che vengono usati in maniera più ricorrente. Eppure se devo dire la verità a me non sembra proprio cambiato questo posto. Qualche piccolezza forse, ma in meglio. Mi trovo nell’estremo sud, è vero, lontano (molto lontano) da Fukushima e tutto il Tohoku (nord-est), ma il Giappone è un paese culturalmente molto unito e tutto sommato uniforme (so che chi conosce bene il Giappone potrebbe criticare l’uso di “uniforme” ma penso che l’uso sia legittimo se comparato alle dispute interne nei vari paesi europei) e quindi cambiamenti in un luogo hanno abbastanza facilmente conseguenza anche in luoghi più lontani.
Per quanto riguarda le radiazioni devo attenermi ai valori ufficiali e le migliaia di misure indipendenti reperibili su internet. Positivo il fatto che misure ufficiali governative e misure indipendenti coincidono, dando così credito al governo. Per quanto riguarda i valori, se il mio titolo di ingegnere nucleare non mi inganna, siamo decisamente sotto la soglia di allarme e tranne che per le zone nell’area di evacuazione si rilevano valori praticamente riconducibile alla radiazione naturale di base.
Per la contaminazione alimentare devo rifarmi ad un ottimo blog in lingua italiana (UnicoLab) che dall’inizio della crisi di Fukushima scrive articoli prettamente scientifici allo scopo informativo circa stato delle cose progressi e pericoli. Probabilmente il migliore blog in rete per capire esattamente che cosa è successo e che cosa sta succedendo senza commenti o opinioni personali scritto da gente seria con il solo intento di informare.
Come dicevo questo blog tiene aggiornato un database con gli alimenti controllati e la regione di origine e fino ad adesso quasi tutti gli alimenti sono risultati negativi ai controlli. Eccezion fatta per qualche fungo e alimento particolare raccolto nelle zone poco distanti da Fukushima Dai-ichi.
Insomma sono al sicuro (cosa che peraltro sapevo già bene prima di partire…).

Scusate un post poco vagabondo e con poche descrizioni delle particolari usanze giapponesi, ma in 3 giorni non ho niente di particolare da riferire… Ora se non vi offendete vi lascio per degli squisiti Hakata-ramen! Era da circa 6 mesi che aspettavo questo momento… slurp!

A presto, mata-ne!
Feli-san


Il mio terremoto

luglio 18, 2011

Sono sul treno, ancora. Il treno sembra essere uno dei posti ideali per scrivere. Silenzioso, anonimo e quando non si sa più che cosa scrivere basta guardare fuori dal finestrino con uno sguardo imbambolato per qualche minuto e come per magia riaffiora subito alla mente quanto si voleva scrivere. Questa volta però niente risaie o casette in legno con i tetti neri, ma imponenti montagne verdi, campi di grano e solidi casoni in cemento armato. In breve non sono in Giappone, ma in Svizzera. Una tratta ben conosciuta; la Chiasso – Zurigo, che mi porta alla città che mi ha cresciuto e rovinato, formato e reso felice: quella città dove ho passato 4 anni delle mia giovane e breve vita.

Da qualche giorno ho iniziato a leggere il libro di Pio D’Emilia fresco di stampa (e probabilmente ci vorrà ancora non più di un giorno per finirlo, visto la facilità di lettura e i contenuti vicini alla mia esperienza personale). Il libro si intitola “Tsunami nucleare” (editore Il Manifesto) e racconta l’esperienza personale dell’autore, Pio D’Emilia appunto, che come corrispondente di SKY TG24 si è ritrovato a coprire tutta la devastazione che ha colpito il Giappone in quel fatale venerdì 11 marzo. Un ottimo libro in cui si rispecchia l’amore e l’odio dell’autore per il Giappone mentre descrive, stupito (nonostante abiti da un ventennio circa in Giappone), la calma e la gentilezza dei giapponesi di fronte ad un evento di dimensioni mai viste nella storia recente del paese. Leggendolo non hanno potuto che venirmi alla memoria i ricordi di quei giorni, che sebbene ho vissuto da lontano difficilmente verranno cancellati dalla mia mente. E proprio leggendo il libro mi sono ricordato che avevo promesso (e mi ero promesso) di offrire un pezzo “giornalistico” tutto personale sulla vicenda e raccontare l’incredibile vicenda che per fortuna o purtroppo pochi stranieri in quel momento in Giappone possono raccontare.

Il tutto inizia in una stupenda spiaggia di Beppu. Beppu è una località termale nel nord del Kyushu, la grande isola che si trova al sud del Giappone, l’isola che per intenderci ospita la (purtroppo) celeberrima cittâ di Nagasaki e la meno conosciuta ma non per questo meno bella città di Fukuoka (qualche nuotatore si ricorda magari di questo nome dopo i mondiali di nuoto di qualche anno fa). Il Kyushu è un’isola scarsamente abitata (ad eccezione delle grosse città dove si accumula la gente) cosparsa di verdi montagne e colline e un grande numero di vulcani, molti dei quali ancora in attività. A causa del grande numero di vulcani esistono molte località termiche che approfittano del calore presente nel sottosuolo per scaldare corpi e anime dei turisti (perlopiù giapponesi) che le frequentano. Beppu è probabilmente una delle più grandi città del genere. I bagni termali si contano a decine (diverse decine) e osservando la città dall’alto si possono contare gli interminabili camini fumanti dove viene rilasciato il vapore in eccesso nei bagni. Io mi trovavo lì con Machiko, una ragazza che avevo conosciuto durante un volo di ritorno all’aeroporto di Parigi (dove cambiavamo entrambi aereo per Zurigo). Dopo averla “salvata” dalle trafile burocratiche dell’aeroporto di Parigi (il nostro volo era stato cambiato su Parigi perché Londra era chiuso per neve) e averla aiutata a fare i biglietti e imbarcarsi sul volo giusto utilizzando il mio frammentario francese, Machiko si sentiva in debito con me. Approfittando quindi del fatto che mi trovavo in vacanza a Fukuoka nei suoi giorni di libero (e non avendo programmi) mi ha proposto di portarmi a Beppu, circa due ore di auto da Fukuoka.
Quindi dopo essere stati in una onsen (bagno termale) con vista mare e aver mangiato un ottimo pasto giapponese, ancora accaldati per il bagno, decidiamo di dirigersi verso la spiaggia per un “must” della regione: un bagno di sabbie (o suna-onsen come direbbero i giapponesi). La sabbia della spiaggia, scaldata dall’acqua termale, viene cosparsa sul corpo coperto solo da una sottile yukata (una sorta di kimono estivo anche usato quando si esce dai bagni termali) lasciando scoperta solo la faccia. Di fronte a noi il mare, piatto come una tavola nonostante un filo di vento. Qualche gabbiano che si lamenta per la mancanza di pesci e la sagome di qualche industria in lontananza quasi a volere ricordare che il paradiso (in Terra) non esiste. Calma piatta e candore delle sabbie ci trasportano in un mondo che rimane connesso alla realtà tramite un sottile filo dorato; Morfeo mi soffia dolcemente sulla guancia rimasta scoperta e mi addormento. Altrettanto fa Machiko.
Ci svegliamo quando il caldo inizia ad essere non più un piacere ma una pena e dopo esserci levati di dosso i chili di sabbia ci dirigiamo verso le rispettive docce. Dopo essermi tolto ogni granello di sabbia e vestito mi dirigo ancora assonnato verso la saletta di attesa equipaggiata con una moderna TV a schermo piatto.
Le riprese dall’elicottero mostrano un’onda muoversi lenta verso la costa. Il tutto è accompagnato da diverso testo ma faccio fatica a comprendere di cosa si tratti. Cerco di sforzarmi e accumulare tutte le ore di studio passate a decifrare quegli strani segni e inizio a cogliere la prima parola: il primo simbolo sembra essere “tsu” e il secondo quello corrispondente a onda, ma non mi ricordo come si legge. Faccio lavorare la fantasia e guardando le immagini mi appare evidente che si tratti di uno tsunami. Di colpo anche il simbolo vicino a quel 8.9 mi appare famigliare: jishin (terremoto). 8.9 deve quindi trattarsi della magnitudo, una bella scossa! Pian piano riesco a decifrare le notizie che attraversano lo schermo e quando Machiko arriva in un misto tra preoccupazione e fierezza per essere riuscito a leggere mostro lo schermo. Lei con una naturalezza che credevo solo sua ma che si è dimostrata essere comune tra la gente del Sol Levante mi risponde: “Ah, uno tsunami, bisogna allontanarsi dalla costa.”
Infatti da lì a poco il personale del centro ci dice di uscire che è appena stato diramato un allarme tsunami per tutto il Giappone ed è necessario che andiamo. Si scusano, ovviamente. Li ringrazio, ovviamente. Niente giustifica una mancanza di cortesia, emergenze comprese.
Decidiamo quindi di tornare a Fukuoka, anche perché a Beppu abbiamo oramai fatto tutto. Nonostante il Kyushu disti a oltre mille chilometri dall’epicentro del terremoto dirigersi verso l’altro è una buona idea. Siamo entrambi tranquilli. Fukuoka rimane sulla costa occidentale del Giappone ed è una delle poche città dove non esiste nessun allarme tsunami (o l’altezza prevista non supera i 30 cm). Durante il viaggio di ritorno guido tenendo un occhio alla TV installata a bordo (ecco come succede che il numero di incidenti in Giappone sia così altro) anche se nella sperduta natura del Kyushu il segnale è quasi ovunque assente. Machiko dorme, è stanca dopo aver fatto la notte in bianco lavorando al turno notturno per un hotel poco lontano dalla stazione di Hakata dove lavora. Guardo il telefono e mi accorgo di avere ricevuto una telefonata dai miei genitori in Svizzera. Strano a quell’ora. Richiamo e mi accolgono delle voci stranamente preoccupate; parlano di devastazione, di un terremoto potente come non mai e mi chiedono ovviamente come stia. Io vista la perfetta giornata cullato dalle acque termali non potevo star meglio. Guardo la televisione che parla di una decina di morti e spiego come i terremoti siano una cosa normale in Giappone e come a me stesso sia già capitato di essere svegliato nella notte da una scossa. Niente di grave quindi, la sola scocciatura di avere i treni un po’ in ritardo al massimo.
Continuiamo il viaggio verso Fukuoka e iniziano a fioccare E-Mail sul mio telefonino. Molte dalla Svizzera, tutte che chiedono preoccupate di me e altrettante dal Giappone che si preoccupano per la mia salute e mi consigliano di stare lontano dalle coste. Provo a chiamare Machiko che non trova più il telefono e mi accorgo che le linee sono bloccate. In quella notte i messaggi mi arriveranno a singhiozzo, talvolta con ore di ritardo. Una mia amica a Tokyo è ferma in centro e non può tornare a casa visto il blocco dei trasporti. Tento di aiutarla contattando conoscenti che abitano a distanze a accettabili dal centro ma il ritardo nella messaggistica non aiuta e alla fine si rassegna. Anche i genitori di Machiko sono a Tokyo per lavoro. Eppure né lei né la sorella maggiore con cui vive sembrano essere preoccupate. “Non è meglio se li chiamiamo?” dice la sorella maggiore. Entrambi stanno bene ma sono anche loro bloccati in centro. Aeroporto e treni bloccati e hotel pieni. “Va beh, passeremo la notte qui.” si dicono quasi si trattasse di qualcosa di normale. Qualche problema anche all’hotel dove lavora Machiko dopo che i computer che gestiscono le transizioni delle carte di credito (quasi tutti a Tokyo) sono fuori uso. Ma a parte qualche problema “tecnico” non sembra essere successo niente di grave. Dieci morti (di cui parla la televisione) non sono niente per una città di 30 milioni di persone con grattacieli che passano i 300 metri di altezza colpita da un terremoto simile. Evidentemente i media e le autorità ancora non potevano valutare la situazione nel Tohoku in quel momento. La miriade di messaggi che mi arriva da amici giapponesi che mi raccontano di scene d’apocalisse quando la terra tremare mi preoccupano un po’, ma tutti stanno bene e la calma dei giapponesi che mi circonda mi contagia e dormo tranquillo. Al risveglio la televisione è ancora in diretta dalle scene della devastazione; durante la notte e per tutti i giorni a venire sarà un terribile leitmotiv. Il numero delle vittime è salito a oltre cento e ma si ipotizza che possano essere più di mille. In più si parla di un’emergenza nucleare. Tento di capire i dettagli e sembrerebbe un difetto al sistema di raffreddamento d’emergenza. Le barre di spegnimento sono state inserite completamente e correttamente appena la scossa è stata rilevata. Conoscendo bene il funzionamento di una centrale nucleare e la natura e gli effetti delle radiazione non mi preoccupo troppo del problema, specie confrontandolo con le immagini di devastazione che riguardano lo tsunami.

Quella mattina prevedevo di fare la mia ultima tappa in autostop: Fukuoka – Kagoshima. Ma le immagini non mi mettono di buono umore. Sono stato così tanto aiutato da quella gente e sono tutti stati così gentili con me che mi sento quasi in colpa a chiedere un passaggio proprio in un giorno così triste. Toccherebbe a me aiutare ora, penso. Alla fine mi guardo in giro e noto come nulla sia cambiato rispetto a qualche giorno prima. Farò come loro, penso: mi rialzo e continuo a fare quello che volevo fare, non sarà un terremoto a fermarci(mi).
In effetti l’unica persona ed essere cambiata quel giorno sembrava che fossi io. Tutti erano come al solito contenti ed entusiasti di potermi dare un passaggio e fare quattro chiacchiere con uno straniero nella loro lingua. I temi di conversazione erano i soliti: dalla cucina Svizzera alle montagne, il fatto che la Svizzera sia cara, come mai parlo l’italiano e che lingua si parla in Svizzera. In aggiunta qualcuno mi ha chiesto se in Svizzera ci fossero terremoti, ma la cosa non sembrava troppo di rilievo.

Penso che se ci sia una cosa che mi ha positivamente contagiato di quei primi giorni di terremoto è proprio questa naturalezza e tranquillità dei giapponesi. Li ho spesso catalogati come gente impaurita, timida e un po’ codarda eppure in quei giorni sembrava che il  ruolo si fosse invertito. I messaggi continuavano ad arrivare anche da gente che conoscevo poco. Tutti di aiuto per una persona come me poco abituata a terremoti e tragedie naturali in generale. Nell’ostello di Kagoshima regnava un’atmosfera unita e di gruppo tra i giapponesi e unica pecora nera erano i turisti stranieri che vagavano tra televisione e computer come delle pecore durante un temporale. Tra i giapponesi in quel gruppo c’era anche chi aveva famiglie vicino alle zone colpite eppure nessuno sembrava volere lamentarsi o piangersi addosso. Si limitavano a dire, sono sicuro che stiano bene e poi mi invitavano a sedermi con loro e bere qualcosa. Ricordo di aver letto un’intervista ad un autista di treno di Tokyo in quei giorni. La giornalista chiedeva: “Che cosa crede di fare adesso?” Con la naturalezza e la forza di chi sa rialzarsi anche dopo la peggiore delle cadute questi rispondeva: “E cosa vuole che faccia? Andrò avanti a fare quello che facevo finora.”
Insomma pian piano realizzavo la portata dell’evento ma tra stupore e meraviglia iniziavo però anche a conoscere un lato dei giapponesi che fino a quel momento mi era per me rimasto all’oscuro.

A preoccupare era solo la situazione a Fukushima. In realtà la cosa non preoccupava tanto me, che dopo avere passato due anni in una delle migliori università al mondo a studiare funzionamento e rischi delle centrali nucleari sapevo (o credevo di sapere) cosa stava succedendo. Il punto era proprio quello: le notizie della TEPCO arrivavano con ritardo e spesso lasciavano grossi dubbi circa la credibilità; cosa che ha fatto irritare non poco anche il primo ministro giapponese che è arrivato ad usare toni che un primo ministro di un paese tanto educato e formale userebbe. Inoltre iniziava ad esserci uno strano divario tra notizie estere e locali. Sinceramente non ho mai trovato carente l’informazione giapponese in fase di crisi (eccezione fatta ovviamente per i corrotti pesci grossi della TEPCO). Due volte al giorno il primo ministro Kan appariva con la sua ridicola giacchettina verdina e spiegava i fatti del giorno e rispondeva alle direttissime domande dei giornalisti. Quanto avverrebbe anche alle nostre latitudini in una situazione simile. Una delle mie principali difficoltà in quella fase era su quale media straniero fare affidamento. I giornali italiani sono subito stati scartati dopo avere letto di articoli che descrivevano in Giappone in panico (quando invece era l’esatto opposto) e aggiungevano poi pareri di esperti del nucleare che, letti da chi nel ramo qualcosa ci capisce, sembravano più un racconto di un bambino che parla dei propri incubi.
Quindi da una parte avevo famiglia, amici e media stranieri (in prima fila italiani e francesi) che vedevano una situazione apocalittica e volevano che rientrassi al più presto, dall’altra cercavo di farmi una lettura basata sulle mie conoscenze e cercare di decidere in modo indipendente. Va detto che dal momento del terremoto era previsto che rimanessi altre tre settimane in Giappone. Il mio pratico presso Mitsubishi finiva a fine febbraio e poi avevo previsto di farmi un mesetto di vacanza girando il Giappone. In sostanza quindi la mia presenza non era così indispensabile ma mi scocciava gettare al vento due settimane di vacanza che avevo già organizzato (e in parte pagato) e lasciare l’isola da codardo, ben sapendo che i rischi che correvo restando nel Kansai (quindi ben lontano da Fukushima) fossero minimi. La cosa in effetti mi pesava anche dopo tutto l’aiuto e l’affetto che avevo ricevuto proprio in quei giorni.
In Svizzera ho però amici e genitori e facendomi la promessa che sarei ritornato nella terra dei Samurai ho anticipato il volo di due settimane e mi sono imbarcato su un volo strapieno dell’Alitalia. Penso che sull’aereo fossi uno dei pochi dispiaciuti di partire, mentre la maggior parte della gente si lanciava in discorsi di tecnica nucleare e radiazioni e si lamentava del prezzo che hanno dovuto pagare per il biglietto (conosco gente che ha pagato 5000 Euro per anticipare di un giorno il volo…).

Rientrato in patria facevo fatica a vedere le immagini dei TG quando si parlava di Giappone. Un po’ perché mi facevano sentire un codardo per essere scappato di fretta e furia e un po’ perché spesso (specie sui canali italiani) apparenti giornalisti fornivano descrizioni di panico e realtà che poco si avvicinavano a quello che avevo potuto vedere con i miei occhi. Cosa che ancora più mi innervosiva era vedere come i giapponesi venissero visti come delle stupide galline in gabbia perlopiù radioattive e tossiche senza ricordare minimamente che migliaia di persone erano senza casa, cibo e benzina in pieno inverno. Evidentemente qualche giornalista inviato in direttissima in Giappone si è ritrovato a fare un servizio che più che ricalcare il particolare momento vissuto dal paese, riprendeva l’esperienza del giornalista stesso in un luogo a lui nuovo e sconosciuto.
Ho finito per leggere i giornali, dopo aver scelto quelli seri, per tenermi aggiornato sulle notizie.

Così come i giapponesi mi auguro che il tutto si possa risolvere al più presto. Purtroppo semprerebbe che dopo essere stati bacchettati dall’estero (in parte anche giustamente, ma in maniera decisamente esagerata) quegli antichi guerrieri sembrano iniziare a dubitare nelle proprie capacità (a differenza di come facevano subito dopo il terremoto). Per fortuna, come ha confermato la mia ultima visita, non manca l’entusiasmo e la voglia di fare che da sempre distingue questo paese. Per una volta, stranamente, forse più di loro sono io a crederci: Ganbarou Nihon! (facciamo del nostro meglio, Giappone!)

Feli


Toccata e fuga

luglio 11, 2011

Rieccomi! Dopo quasi 3 mesi di assenza ritorno a scrivere nel mio blog. Un caso? Forse, fatto sta che scrivo ora, come sempre, dalla terra dell’assurdo, da quel paese dove nonostante tutto quello che è passato il sole continua a sorgere.
Sono tornato; una visita lampo, ma sono qui. Di nuovo sul treno che da Kanazawa si dirige a sud verso Osaka, di nuovo con i campi di riso verdi e bagnati dall’acqua che riflette il cielo con riflessi color smeraldo. Ancora qua, di nuovo, un anno dopo il mio arrivo in questo paese, tre mesi dopo la mia partenza e poco dopo il terremoto e i successivi eventi di cui tanto si è sentito parlare.
Il treno scorre veloce e silenzioso tra le curve montagne ricoperte di varia vegetazione, i campi di riso con le piccole casette sparse tra le stradine e i canali d’irrigazione, i paesini e le più grandi città. Al suo interno la solita clientela: omini bianchi assonnati che con il telefono in mano cercano di scrivere un messaggio lottando contro il sonno, le immancabili oba-chan (nonnine) con i loro discorsi su pietanze e viaggi e qualche pazzo alle prese con una qualche console di gioco. Nessuno straniero; prevedibile su una linea poco turistica.

Insomma, tanto si è parlato di questo Giappone radioattivo negli ultimi tempi che vedendo tutta questa normalità potrei pensare di trovarmi in un altro paese dove si parla comunque giapponese. Ma la domanda che tutti si pongono e che mi sono posto pure io medesimo è ovviamente: veramente niente è cambiato?
In procinto di rispondere va fatta un’essenziale considerazione: in questi giorni mi sono mosso tra il Kansai e l’Hokkoriku che sono due regioni abbastanza lontane dal nord-ovest del Giappone che terremoto e tsunami hanno reso celebre. Quindi se già nei giorni successivi al terremoto era difficile a prima vista notare dei cambiamenti, a maggior ragione è difficile adesso che le cose si sono un po’ calmate.
Che cosa è cambiato quindi? Radiazioni, uso della corrente e dell’acqua? Queste sarebbero forse le risposte che potrebbero sembrare ovvie ad uno straniero che leggendo i giornali si è fatto un’idea (non per forza sbagliata) del Giappone attuale. Avevo in programma di recarmi in Giappone con un dosimetro per misurare l’attuale livello di radiazioni, ma nonostante le molte conoscenze nella ricerca nucleare non sono riuscito a procurarmene uno. Ad ogni modo i valori forniti dal governo e quelli di fonti indipendenti (sebbene differenti) risultano ben sotto la soglia di allarme anche per regioni relativamente vicine a Fukushima. I valori attuali per la regione dove mi trovo parlano di 0.032 (fonti accademiche; sotto i 0.2 μSv/h si parla in genere di radioattività naturale; la soglia per civili è di 1 μSv/h e si sale a 10 μSv/h per persone professionalmente coinvolte con radiazioni; valori indicativi che possono variare tra paese e paese a dipendenza delle leggi in vigore). Quindi nulla sembra essere cambiato circa radiazioni. Anche l’acqua (sebbene si hanno meno indicazioni, una lacuna abbastanza preoccupante) non sembra rappresentare un pericolo se non nelle immediate vicinanze di Fukushima.
E allora la domanda si ripete: che cosa è cambiato? A mio modo di vedere la gente sta cambiando. In un anno che ho trascorso in Giappone solo una volta ho sentito parlare di politica e nessuno si è mai lamentato del governo o delle grosse società e dello stra-potere che gli è concesso grazie a raffinati e collaudati sistemi di corruzione. Eppure in neanche una settimana che mi trovo qui ho già sentito toccare il tema dell’energia atomica parecchie volte e durante la cena di ieri sera si è largamente parlato del primo ministro Kan e della Tepco (la società che gestisce gli impianti di Fukushima). È pur vero che come diciamo giustamente in italiano “tra il dire il fare c’è di mezzo il mare” ed il Giappone è un isola separata da un grande mare da una parte e da un oceano dall’altra. Ma in un paese dove le critiche possono essere solo pensate, mentre i complimenti sono nella norma, il fatto che si arrivi a fare dell’autocritica con discussioni accese e partecipazione collettiva è già di per sé una piccola rivoluzione. Il deterioramento dell’economia poi potrebbe aumentare il malcontento e con un po’ di fortuna magari potrebbero esserci cambiamenti in senso positivo. Ma è ancora presto per dirlo.
In sé quindi in Giappone non è ancora cambiato molto, ma la gente sta cambiando. E sta cambiando proprio dopo un lungo periodo in cui alcune usanze giapponesi sono state messe più volte in discussione dall’estero e, anche a cause della crisi degli anni ’80, anche la gente qui ha iniziato a capire che vendere televisioni in tutto il mondo non significa essere un paese perfetto. Speriamo in bene per il futuro quindi.
Un po’ di rammarico però per come il Giappone è ora recepito all’estero. Pur comprendendo le nostre preoccupazioni e la gravità del problema c’è un po’ di tristezza nel vedere pochi turisti e pochi stranieri proprio adesso quando il turismo sembrava in piena espansione. D’altra parte però sembra che l’interesse per quello che l’estero pensa del Giappone sia salito. Diverse persone non solo mi hanno chiesto che cosa si dice del Giappone all’estero ma anche che cosa noi occidentali consigliamo di fare.
L’unica cosa che mi rattrista un po’ è vedere questa partecipazione popolare nel problema e questa voglia di cercare una soluzione ben sapendo che nelle sfere del potere corrotte cambierà ben poco e comunque non ci si può aspettare rivoluzioni.
Anche in questo, ancora una volta il Giappone ricorda molto l’Italia, con un po’ più di gentilezza e assurdità…

Ed è proprio dall’assurdità che parte la ragione della mia visita lampo: un colloquio di lavoro. Già qui viene spontaneo chiedersi: “Ma era proprio necessario andare fino a lì?”. La domanda diventa ancora più ovvia quando si considera che il colloquio era per lo stesso lavoro, lo stesso gruppo di lavoro, la stessa ditta e lo stesso edificio dove lavoravo durante il mio precedente anno in Giappone. Mi ha consolato sapere che anche i giapponesi stessi pensano che le tradizionali ditte giapponesi siano un po’ esagerate riguardo sistemi di assunzione. In effetti basta fare due calcoli veloci per capire quanto possa essere costato uno “scherzo” del genere alla ditta. La ragione ufficiale data da Mitsubishi per giustificare la necessità è che per essere assunto come dipendente devo fare l’esame di entrata e il colloquio al pari dei giapponesi. In parole povere io non sono diverso da nessuno e devo passare la procedura ufficiale come tutti. E fin qua la cosa potrebbe avere ancora un minimo di senso. Un senso di giustizia ed uguaglianza anche, viviamo in un mondo giusto e corretto dove ognuno ha le stesse opportunità, che bello! Ah sì? E allora perché io posso bocciare l’esame e perché sono dovuto venire qui per fare un esame che posso anche bocciare? Infatti l’esame d’entrata è un esame di cultura generale che comprende comprensione alla lettura (in giapponese), storia (giapponese), matematica e scienza (in giapponese). Ben sapendo che l’esame è difficile per i giapponesi stessi è stato deciso che gli stranieri possono anche bocciarlo… Inoltre al colloquio era presente il mio precedente capo che è stato colui che ha consigliato la mia assunzione e che mi ha fatto venire fino a qua, che dire, forse aveva già un’idea prima che iniziassi a parlare, o no?
Insomma viaggio pagato fino in Giappone per fare un esame che posso bocciare e un colloquio con persone che già conosco, logico vero? Beh, bentornato in Giappone mi sono detto. E tutto ha di nuovo senso!

Un saluto dall’Assurdistan,
Feli


Addio (e arrivederci!)

marzo 19, 2011

Svuotare la valigia è un po’ come fare un viaggio nei ricordi: ci sono tantissimi regali e oggetti che mi ricordano qualcuno o qualche momento particolare. E poi gli odori, gli odori che ancora trattengono i vestiti che non ho fatto in tempo a lavare prima della partenza. L’odore di umido dei vestiti che avevo quando ho fatto i bagni di sabbia a Beppu, l’odore dei gas di scarico di camion che mi travolgevano facendo autostop all’entrata dell’autostrada, l’odore della casa di Machiko, da cui mi sono fermato qualche notte a Fukuoka e poi ancora l’odore che i vestiti hanno preso durante le ultime settimane passate dal mio amico francese di Sanda. E poi i ricordi, quelli che non hanno bisogno di oggetti e odori per essere rievocati; momenti, attimi, luoghi, persone, impresse nella memoria come graffiti su un muro. Non serve sgranare gli occhi per notarli, sono lì alla vista di tutti e per l’autore è molto di più di una semplice combinazione di forme e colori: sono emozioni.

Sono partito; scrivo di mattina presto ancora rintontito dal fuso orario troppo stanco per svuotare i bagagli e troppo sveglio per riuscire a riprendere sonno. Un anno, dodici mesi stupendi e tutto si è giocato nell’ultima settimana, partendo senza nemmeno avere avuto il tempo di salutare tutti; solo gli amici più stretti durante un veloce ritrovo nel solito bar del giovedì sera, quello che seguiva il corso di giapponese donato da volontari. Volontari come quelli che mi hanno fatto fare più di mille chilometri in autostop da Osaka fino all’estremo sud del Giappone (escludendo Okinawa): Kagoshima.

Il succedersi degli eventi penso che sia chiaro a tutti, forse anche a chi tra qualche anno leggerà questo post: la terra trema nel nord-est del Giappone, dopo poco tempo un’onda spaventosa si abbatte sui villaggi appena toccati dal terremoto e colpisce anche un complesso nucleare comprendente sei reattori che si surriscaldano ed iniziano a rilasciare vapori radioattivi. Milioni di persone rimangono al freddo ed al buio, proprio nel periodo in cui dovrebbe iniziare la colorata primavera. È una corsa contro il tempo: da una parte per riprendere il controllo dei reattori nucleari e dall’altra per evitare che la gente già colpita dalla catastrofe rischi di morire di fame o di freddo. Il mondo intero rimane a fiato sospeso dividendosi tra pessimisti che vedono l’apocalisse come dietro le porte e gli ottimisti che confidano nella speranza e una misteriosa consapevolezza che tutto si risolverà a breve.
Appartengo agli ottimisti, forse per aver lasciato il cuore nella causa giapponese e per non riuscire a credere che un paese che da 50 anni combatte contro catastrofi possa cadere così facilmente.

Seguendo l’ordine cronologico questo avrebbe dovuto essere l’ultimo dei post, preceduto dalle mie ultime settimane al lavoro, il viaggio in Corea del Sud e lo stupendo viaggio nel Kyushu, l’isola maggiore al sud del Giappone. Ma ho preferito scrivere adesso, nel momento in cui questo meraviglioso anno nel paese del sol levante conosce la parola “fine”. Immagino che molti dei lettori vogliano sapere come si viveva in Giappone tra notizie di terremoti e morti e timori legati ai problemi nelle centrali nucleari. Senza dubbio c’è tanto da scrivere a riguardo e molte cose interessanti possano venir dette da chi ha potuto parlare con i giapponesi durante la settimana successiva il terremoto ad ha potuto fare un confronto diretto tra le notizie riportate nelle testate estere ed in quelle giapponesi.
Ma preferisco scrivere questo post a breve, magari ancora in giornata o domani (quando i ricordi sono ancora freschi) e immergermi ora nella memoria di questo anno passato all’estremo est.

Non è stato un anno facile; vivere in Giappone non è come vivere negli Stati Uniti o in Germania. Anche lì ovviamente le differenze culturali esistono ma non sono così marcate come lo possono essere per il Giappone. E ovviamente molte delle differenze sono portate dalla lingua, radicalmente diversa dalle lingue europee a cui siamo abituati per grammatica, alfabeto e utilizzo. Ma probabilmente la parte più dura in quest’anno è stata nella mia scelta (in parte voluta, in parte “dettata”) di volere immergermi completamente in questa cultura orientale. Il mio visto oramai scaduto ancora conserva chiaramente scritto “visto per attività culturali”. Ho sempre scherzato riguardo al fatto che fare l’ingegnere non sia di certo la più culturale delle professioni o delle attività. Eppure ripensandoci e pensando ai miei colleghi ho come l’impressione che niente potrebbe essere stato più efficacie se non proprio il fatto di restare per 9 mesi in una ditta come la Mitsubishi che conserva ancora dopo centinaia di anni dalla fondazione i caratteri di una società basata sul gruppo e sul rispetto. Ho imparato molto restando in silenzio dietro lo schermo del mio monitor e semplicemente osservando l’ambiente circostante. Mi sono spesso lamentato dell’eccessivo tempo libero sul lavoro e degli incarichi spesso insensati.
C’è voluto un anno, ma ora molti dei misteri che avvolgevano quell’ufficio del quinto piano fanno parte della normalità e seguono una logica che, per quanto assurda e irrazionale, possiede le sue regole ha dimostrato più volte di potere avere anche una propria efficacia.

Il gruppo; quanto è difficile entrare a far parte di un gruppo nella società giapponese! Quante volte mi sono lamentato del fatto di rimanere diverso per il semplice fatto di essere straniero. Eppure ce l’ho fatta, in extremis, ma le lacrime lasciate alla partenza e gli abbracci tra colleghi dopo aver festeggiato l’ultimo giorno di lavoro dimostrano che oramai ho ottenuto quel biglietto, il biglietto che permette l’accesso alla società giapponese, che da tempo speravo di poter ricevere.
E c’è voluto anche il terremoto. Avrei fatto volentieri a meno di vederlo, ma le immagini e le storie di gentilezza, di collaborazione hanno fatto il giro del mondo e molta gente è rimasta perplessa nel vedere queste piccole persone spaventate da ogni cosa, restare tranquille e composte durante attimi così paurosi e terribili. Amici mi hanno riferito di pensare di morire negli attimi in cui la terra ha tremato eppure sono rimasti calmi e hanno fatto quanto di più giusto c’era da fare: stare uniti. Qualche lacrima mi è caduta pensando a quelle persone che ho spesso un po’ ridicolizzato e deriso per l’eccessiva paura di fronte a qualsiasi rischio e pericolo che in un momento come quello di un terremoto devastante riesce a fare la cosa giusta senza finire nel panico.

Non bisogna ora cadere nell’inganno di fronte ad una catastrofe di lodare, dimenticando i difetti di un paese che non è senza dubbio il paradiso. Problemi sociali, burocrazia pressante, spesso mentalità chiusa e assenza di spirito di iniziativa sono e continuano ad essere peculiarità del Giappone che entrano in conflitto con la mia personalità. Ma durante quest’anno ho avuto una possibilità unica di conoscere un modo di vivere e di pensare diverso che tra pregi e difetti in determinate situazione è in grado di dimostrare la propria efficacia. Un paese tuttavia che cambia, seppur lentamente, e che diventa sempre più interesse da parte del mondo occidentale in ricerca di un nuovo sogno dopo che gli Stati Uniti sono oramai realtà quotidiana. È probabile che nei prossimi anni non cambi niente (anche se la catastrofe del momento lascerà le proprie cicatrici e le proprie memorie) ma vale comunque la pena tenere un occhio su quel lato di mondo che non manca occasione per stupire.

Cosa mi riserva il futuro è una domanda alla quale non ho ancora una risposta specifica. La voglia di tornare in quella terra che tanto mi ha insegnato e tanto mi ha dato è forte e presente e le possibilità si possono sempre creare. Che si tratti di paradiso o inferno voglio tornare a farne parte e contribuire in momento difficile come quello attuale.

Insomma è probabile che si tratti di un arrivederci (e a presto!),
dalla Svizzera italiana,
Feli