Nippon Ski

febbraio 21, 2011

Cari lettori, rieccomi, forse per l’ultima volta nel ruolo di impiegato, visto che venerdì si chiude il mio capitolo Mitsubishi. Ultimamente il mio carico di lavoro è ancora sceso, visto che nessuno vuole darmi un lavoro con il rischio che poi non riesco a fare la documentazione necessaria da lasciare prima di partire. Per fortuna ho un po’ di faccende private da sbrigare e il tempo passa abbastanza velocemente. In queste ultime settimane ho iniziato ad organizzare il mio mese finito di lavorare. Di sicuro farò una settimana a Taiwan girando un po’ per l’isola e approfittando del cosiddetto “couch surfing” per conoscere un po’ di gente del posto e sentire i loro racconti sull’Asia. Dicevo sicuro perché il mio attuale visto è valido fino a domenica e quindi mi tocca lasciare il paese prima di quella data e rientrare successivamente per ottenere un visto turistico (in realtà potrei ottenere il visto turistico alla fine del pratico anche senza uscire dal Giappone ma dovrei riempire una marea di carte e inoltre avevo voglia di andare a Taiwan dopo averne sentito parlare molto bene da parecchie persone).
Poi le possibilità rimangono molte. Avendo il visto turistico ho diritto al “JR Pass” che mi permette di usare qualunque treno (o quasi) ad un prezzo forfettario per un certo numero di settimane. Potrei quindi andare al nord del Giappone abbastanza facilmente e visitare quella parte dell’”honshu” (l’isola principale) che ancora non sono riuscito a vedere. L’idea che va per la maggiore rimane comunque quella di andare in autostop nel “kyushu” (la principale isola del sud, quella dove adesso c’è un vulcano in piena eruzione) e girare un po’ a caso sempre in autostop (o magari qualche treno per spostamenti in particolari luoghi). L’idea dell’autostop non è tanto dettata da ragioni economiche (visto che potrei benissimo pagarmi i biglietti dei treni o anche noleggiare un’auto per qualche giorno) ma dal fatto che trovo sia un modo molto più interessante per viaggiare e per conoscere gente comune. In Giappone poi non si corrono grandi rischi, specie considerando che in quanto straniero e di corporatura robusta, dovrebbero essere gli automobilisti ad avere paura di me più che io a non fidarmi di loro. Riguardo all’autostop in Giappone ho solo sentito esperienze positive, specie nei confronti dei camionisti (che è e rimane una professione per cui trovo molta simpatia per diverse ragioni) e addirittura un amico di un mio collega pare sia rimasto in contatto con uno di essi e si vedano ancora qualche volta per andare a bere assieme. Ho letto anche di gente che è stata portata da gente alla guida di un autogru e che ha dovuto litigare per offrire da mangiare all’autista. Penso quindi che, tornato da Taiwan, preparerò qualche cartello con nomi di città e uno grosso con scritto “nihongo daijoubu” oppure “nihongo hanaseru” (ovvero “parlo giapponese”) che rappresenta qualcosa di essenziale per non spaventare troppo gli automobilisti.
Nel frattempo mi godo queste ultime settimane con calma, organizzando cene di addio con amici e pianificando il mio ritorno in Svizzera (ed un eventuale ritorno in Giappone verso autunno, ancora tutto in forse comunque). Ultimamente ho l’impressione che le cose in ufficio vadano meglio. Scherzo con i colleghi e ci scambiamo qualche battuta su temi anche fuori dal lavoro. Venerdì un mio collega ha passato la giornata parlando con il mio accento e facendo gli errori che commetto di solito quando parlo giapponese. Ma l’impressione è decisamente che i rapporti si sono un po’ distesi perché tutti sanno che tra poco parto e quindi mi vedono già in modo diverso e non più come un “collega”. D’altro canto devo ammettere che mi rendo conto anche io di essere più apprensivo sapendo che a breve sarò in vacanza. Nonostante sia una settimana che il mio superiore mi dica sorridendo che l’esperimento che ci tenevo a fare lo facciamo domani non sono scocciato. Mi avessero piantato a fare niente per una settimana in un altro periodo l’avrei presa piuttosto male, ma mi sento già in vacanza e non ho voglia di litigare proprio ora.
Venerdì ci sarà la cena di addio del mio gruppo di lavoro in centro Osaka e i miei colleghi più giovani hanno già detto che possono stare in giro fino al primo treno del mattino. Ci sarà da divertirsi, forse per la prima e ultima volta (speriamo non sia l’ultima). Visto che sono l’ospite ho potuto decidere il meno: granchi in uno dei posti più popolari ad Osaka. Ero tentato di dire “fugu” (un pesce velenoso che, se non cucinato accuratamente, può essere mortale per il cliente che lo mangia) ma nonostante il rischio di lasciarci le penne sia basso (in genere ci sono pochi casi in tutto il Giappone nel giro di anni) preferisco lasciare perdere.

Il weekend scorso sono andato a sciare tre giorni a Nagano (per essere precisi il posto si chiama Tsugaike) con uno sci-club i cui membri sono quasi tutti dipendenti della Mitsubishi (la ditta per cui lavoro). Un ottimo weekend, decisamente. Oramai sono abituato alle stranezze giapponesi ad alla cultura quindi certe cose non mi hanno troppo stupito anche se continuo a non capire la logica…
Alcool: siamo partiti giovedì sera intorno alle 19 con un bus a nostra di disposizione per arrivare a destinazione intorno alle 3:30 di notte (ovviamente dopo una certa ora ne abbiamo approfittato per dormire) Alla partenza c’era un’atmosfera mista. I classici “colleghi impauriti” che se ne stavano per le loro facendo al limite qualche discussione abbastanza generale e formale e qualche coppia aggrovigliata tra i peluche di lei e i cavi delle cuffiette di lui. C’era poi un gruppo molto allegro e loquace, i più anziani e veterani del weekend sciistico. Erano ovviamente già ubriachi alla partenza e hanno continuato a bere ed offrirmi da bere fino a quando non si sono addormentati. Il giorno dopo, incontrandoli sulle piste, erano tranquilli e piuttosto formali. La classica metamorfosi giapponese dell’uno per mille.
Sicurezza: su tutti i bus c’è scritto che per legge bisogna allacciare le cinture di sicurezza. Spesso gli autisti lo ripetono prima di partire. Nessuno lo fa. Visto che nessuno lo fa, si può non fare, la classica leggi di massa giapponese. Personalmente finché di tratta delle cinture sugli autobus la cosa mi sta bene essendo abituato all’Europa dove non sono obbligatorie. Certo, allacciarsi è meglio, ma l’autobus non è l’automobile e quei pochi incidenti di bus di cui si sente sono spesso causati da condizioni estreme e le cinture sarebbero servite a poco.
Discorso diverso però per le sbarre di sicurezza delle seggiovie. Nonostante la sicurezza sia la cosa più importante (cosa che ci è stata ripetuta non so quante volte durante il weekend e che viene ripetuta dallo staff dello sci-lift prima di sedersi sulla seggiovia), molte seggiovie non hanno la sbarra di sicurezza che impedisce di cadere. Anche laddove ci sono sono pochi ad usarle, visto che nessuno lo fa. Ci sono zone in cui il vuoto sotto i piedi è parecchio e molte dove si passa sopra le piste (suolo duro quindi e rischio di cadere sopra qualcuno quindi) ma, nonostante la sicurezza sia importante sono in pochi ad abbassare la sbarra. Una mia amica era seduta con il suo ragazzo che, da bravo gentiluomo, si divertiva a darle colpi sulla spalla per fare finta di buttarla giù. Una volta, credendo di cadere per davvero, si è appigliata al compagno. Immaginatevi la scena: 3 imbecilli che cadono sulla pista con relativi sci e snowboard e che finiscono sopra una ragazza che non pesa più di 50 chili. Ma ovviamente la sbarra di sicurezza non serve, nessuno la usa…
Una cosa positiva è il modo in cui vengono controllati i tratti fuori pista. Non appena qualcuno viene visto fuori pista nell’area degli impianti viene diffuso un avviso su tutti gli altoparlanti e pattuglie vengono inviate a prendere gli sciatori indisciplinati non appena rientrano in pista. Pena ritiro della giornaliera/biglietto e dati registrati in maniera da evitare che quella persona ritorni con le stesse intenzioni. Modi severi, ma da appassionato di fuori pista, rimango dell’idea che uno sia libero di farlo a proprio rischio e non mettendo a rischio gli altri in una zona con così tanti sciatori “regolari”.
Ridicola come previsto la zona salti e divertimenti vari. Tutto regolato, tutto conformato. Era addirittura dato il punto di partenza per i salti, dal quale si raggiungeva una velocità tale da arrivare a malapena in cima al salto.
Il solito contrasto in termini di sicurezza (sbarra di sicurezza e salti) piuttosto discutibile.
“Ganbari masho”: significa in giapponese “faccio/facciamo del nostro meglio”. Secondo la cultura giapponese (a grandi linee come sempre) qualsiasi cosa si fa va fatta dando il massimo. La concezione del “fare tanto per” è abbastanza esotica e spesso mal vista. Qualsiasi cosa si faccia, anche la più sciocca o inutile, va fatta dando il massimo. Il risultato poi è spesso relativo, visto che è quasi sottinteso che dando il massimo il risultato non può essere che eccellente. Il concetto tutto sommato lo si ritrova anche nelle culture occidentali, ma in Giappone la cosa è portata all’estremo. Uno sciatore quindi deve essere per forza un’appassionato di sci. Non esiste l’idea che uno posso andare a sciare tanto per fare qualcosa un weekend. Se uno è un appassionato di sci deve passare tutto il tempo libero a bramare la neve. A livello sportivo questo accanimento verso la perfezione si traduce spesso in ricerca della tecnica perfetta. Quindi, nonostante l’età media della gente con me fosse intorno ai 30 anni, tutti erano lì per imparare la tecnica migliore nel sciare. Per mezza giornata mi sono sorbito le lezioni di “metodo di sciata giapponese” con i miei “compagni di classe” attentissimi e perfetti nell’imitare il maestro per raggiungere la perfezione. Perfezione che però può essere solo raggiunta in condizioni ottimali con equipaggiamento di prim’ordine e senza influenze esterne. Ecco perché, nonostante la tecnica perfetta, i giapponesi non sono vincenti negli sport. Per fortuna dopo mezza giornata passata a sentire le lezioni ho trovato in gruppo “alternativo” e mi sono aggregato per andare a sciare un po’ liberamente.
“Mi scusi, le chiedo immensamente perdono sua Altezza”: In Giappone esistono diversi livelli di lingua e di forme di cortesia. La cosa non è così semplice come in Italiano dove esiste una sola forma di cortesia ed in genere basta cambiare il verbo. In giapponese esistono almeno 3 livelli di cortesia e anche le parole spesso vanno cambiare per adattarsi al registro. Sul lavoro in genere la cortesia raggiunge i livelli più alti e raggiunge il massimo quanto si tratta di parlare del/con l’imperatore. Fin qui tutto bene: diversi registri da adattare al contesto. Il dramma è che i giapponesi (spesso i più giovani) non sanno distinguere i contesti. Al momento quindi di fare le presentazioni personali (la prima sera) molti “kaisha-in” (impiegati) giovani, tremanti per l’imbarazzo di parlare (nella propria lingua) di fronte ad altra gente si sono espressi più o meno nella seguente maniera (libera traduzione):
“Egregi signori e gentili signore, sono onorato e lusingato di fare la Vostra conoscenza in questa bella serata. Il mio umilissimo nome (scusate se mi permetto di dirlo in Vostra presenza) sarebbe Nishimura. Nella giornata odierna ho avuto l’onore di ricevere gli insegnamenti del Prof. Toyama circa la tecnica dello sci alpino. Ne sono compiacente e intendo ringraziarlo di persona. Vogliate scusarmi.”
Ora, immaginatevi un ragazzo di vent’anni che con una maglietta dei pokemon, davanti a gente che canta mezza ubriaca che si mette a fare una presentazione del genere; forse che il registro sia un po’ inappropriato? Ovviamente poi i più anziani ne approfittavano per metterli ancora di più in imbarazzo con domande personali; ma a chi non verrebbe voglia di farlo trovandosi davanti una persona così?! Ancora dopo 3 giorni a sciare assieme c’era gente che si dava del Lei nonostante avesse all’incirca la stessa età. Trovo che sia giusto rispettare le tradizioni e i più anziani, ma è anche giusto capire che esiste contesto e contesto e spesso la gentilezza e il rispetto si esprime nei modi e non solo nella lingua.

Bizzarrie giapponesi a parte con il mio gruppetto “alternativo” mi sono proprio divertito sulle piste e poi più tardi in albergo. La neve era semplicemente perfetta (quest’anno in Giappone ce n’è fin troppa) e inoltre abbiamo potuto sciare in notturna. Aggiungendo che l’albergo in stile tradizionale e la cucina erano eccellenti penso che non si possa pretendere di più.

A presto,
Feli

Annunci

L’incubo dell’impiegato: i viaggi di lavoro

febbraio 10, 2011

Oggi è l’ultimo giorno feriale di questa settimana, visto che domani è vacanza, strano… E visto che domani è vacanza oggi spopola andare in “viaggio di lavoro”, strano… Su 11 colleghi nel mio gruppo oggi sei sono in “viaggio di lavoro” e solo cinque sono presenti in ufficio. Il motivo del perché utilizzo le virgolette nella parola “viaggio di lavoro” lo capirete a breve.

Due settimane fa sono stato a Shizuoka in viaggio di lavoro. Shizuoka è una città un centinaio di chilometri a sud di Tokyo, famosa per essere vicina al monte Fuji che in effetti nei giorni sereni (come era il caso di quando sono andato io) è ammirabile in tutto il suo splendore. A Shikuoka c’è la fabbrica dove vengono assemblati i frigoriferi e il mio capo ha dunque pensato di mandarmi un collega che doveva recarsi per discutere alcune faccende circa l’uso di un nuovo materiale per la fabbricazione di pannelli isolanti. Il motivo del mio viaggio era di farmi vedere almeno uno volta prima di finire il pratico una catena di montaggio, cioè qualcosa di concreto dopo avere solo studiato aspetti abbastanza teorici e comunque lontani dagli aspetti della produzione. Il mio collega come detto aveva un meeting con alcuni responsabili del posto che non è durato più di un’oretta e mezza scarsa. Al seguito c’era poi un terzo collega, da poco trasferito a Tokyo, che si trovava lì per ragioni ancora poco chiare, forse per la stessa ragione mia, ma anche lui di preciso non lo sapeva bene. Il mio collega che organizzava il viaggio ha voluto arrivare abbastanza presto, intorno alle 9:30, il che significa che mi sono dovuto alzare alle 5:30 per arrivare in orario nonostante i treni ad alta velocità (peraltro in leggero ritardo a causa delle abbondanti nevicate lungo il tracciato). Abbiamo raggiunto la fabbrica in bus, fatto le necessarie presentazione e dalle 10:30 fino a mezzogiorno circa ci hanno presentato la ditta e illustrato le varie fasi in cui il frigorifero viene costruito, partendo da semplici pannelli di metallo e granulati di plastica. Molto interessante devo ammetterlo. Abbiamo mangiato pranzo in ufficio, assieme al personale di Shizuoka e poi nel primo pomeriggio si è svolto il meeting in cui io e il mio collega di Tokyo non c’entravamo assolutamente niente. La sintesi del meeting si può riassumere a breve: il responsabile del posto ha descritto i cambiamenti che intendono fare e gli altri hanno acconsentito praticamente su tutto o quasi. Apparentemente i particolari erano già stati discussi in un’altra circostanza e il meeting serviva solo nel caso in cui ci fossero cambiamenti dell’ultimo momento necessari, cosa che non si è rivelata il caso (sinceramente essendo completamente estraneo alle trattande non ho dato troppa attenzione e ho invece studiato un po’ di giapponese sul telefonino). Alle 4 avevamo finito la nostra visita. Siamo quindi andati a vedere l’attrazione principale della città che è una statua di Gundam (un personaggio dei cartoni giapponesi degli anni ’80). Alle 4:30 anche la visita alla città era finita e i miei colleghi sembravano già piuttosto effervescenti. La ragione? Ovviamente finito il lavoro è indispensabile andare a bere tra colleghi; come si fa a parlarsi se non si è almeno un po’ ubriachi! Logico, no? Insomma…
Abbiamo quindi vagato per le vie della città fino alle 5, ora in cui le izakaya (ristoranti giapponesi) aprono e siamo andati a bere.
Sapevo bene che i giapponesi cambiano parecchio durante le cene tra colleghi e si lasciano andare a confessioni e verità che non direbbero mai e poi mai nell’ambiente lavorativo, ma non mi aspettavo tanta sincerità? Tra una birra e qualche bicchiere di sakè il mio collega ha dovuto ammettere:
“Vedi, quando torniamo dai viaggi di lavoro e siamo stanchi e ci lamentiamo sono tutte bugie. Anche se in effetti di solito non sono così esagerati come oggi…”, nel senso che di solito si finisce più tardi, “…si tratta pur sempre di una liberazione. So benissimo che il lavoro in ufficio è piuttosto pesante e noioso e le relazioni molto distaccate, ma visto che sono spesso via per viaggi di lavoro sono contento così.”
Il mattino dopo però ovviamente tutto era tornato un tabù. Arrivato in ufficio si è limitato a dirmi: “È stata dura ieri, vero?”, ridacchiando, forse perché ancora un po’ ubriaco. Ho risposto con un sorriso ben sapendo che battute o commenti fuori dal lavoro sono banditi in ufficio nonostante tutti sanno bene che tipo di viaggio si è trattato.
Come al solito è giusto fare qualche riflessione a riguardo, considerando che questi viaggi sono riservati a quegli/quelle eletti/e che hanno posizioni in ufficio. Il biglietto di andata e ritorno per Shizuoka (pagato ovviamente dalla ditta) costa quanto il salario di mezza settimana (o in qualche caso una settimana intera) di molti giapponesi. Per molti giapponesi non è uno spreco perchè questo genere di viaggi contribuisce ad aumentare la voglia di lavorare e l’attaccamento verso la ditta che offre il lavoro. I treni ad alta velocità sono di solito occupati per l’80% da gente in viaggio di lavoro che si reca in qualche luogo strano per un meeting benissimo sbrigabile in video conferenza e per poi andare a bere con i colleghi. Ovviamente a molta gente fanno anche piacere perché si può andare negli hostess bar (i famosi bar dove su pagamenti di grandi cifre si può bere e parlare con belle donne) senza correre il rischio di essere scoperti dalla moglie, che a sua volta è contenta dell’assenza del marito per stare con l’amante. A quanto pare in ditta sono parecchio graditi i viaggi a Himeji perché lì le ragazze sono parecchio belle. Il mio collega è giusto a Himeji oggi; non mi sembrava troppo dispiaciuto dall’idea di andarci… Può perlomeno consolare il fatto che almeno (a differenza di altri posti) le donne non arrivano a tanto e soprattutto non sono pagate ne dai contribuenti ne dai clienti della ditta in questione che si limita a pagare spese di trasporto e nel caso di più giorni di alloggio.
Rimane la domanda se non sia forse il caso di alleggerire i rapporti nella vita quotidiana in modo che sprechi di questa portata al solo scopo di accrescere la motivazione diventino del tutto inutili. Ovviamente esistono poi viaggi di lavoro necessari (e qui infatti non uso le virgolette), nel caso per esempio che si tratti di ispezionare una macchina oppure in caso di riunioni importanti in cui la presenza fisica è preferibile, ma posso assicurarvi che in Giappone si tratta di una piccola minoranza.

Ieri c’è stata la mia cena di addio (nonostante tutti i commenti negativi devo ammettere che la cosa mi rende un po’ triste…). Come al solito è stato un evento interessante e una volta in più ho potuto conoscere questo strano mondo del lavoro giapponese. Prima di tutto può far ridere il fatto che dopo ormai quasi 9 mesi ci sono colleghi (per fortuna almeno non nel mio gruppo ma nel più vasto dipartimento, 40 persone circa) che ancora non sanno da che paese vengo o che lingua parlo. Ovviamente non penso di essere e non voglio essere la star ma trovo comunque strano che dopo così tanto tempo uno sappia solo il mio nome perchè compare nelle e-mail…
La prassi era che ognuno faceva un breve discorso su di me e su di un collega che dopo più di vent’anni lascia la ditta per andare a lavorare per il governo. La sintesi dei discorsi era la seguente:
“Io non conosco bene Claudio ma l’ho visto qualche volta in ufficio. Una volta ci ho forse anche parlato. Penso che era sempre molto occupato e che ha fatto molte cose difficili nel suo lavoro, ma non lo so bene. Sembra una persona simpatica e alcuni colleghi che ci hanno parlato mi hanno detto anche che parla bene giapponese.”
La cosa imbarazzante è che molta gente aveva poco da dire anche per l’altro festeggiato che, come detto, in ditta ci lavora da 20 anni ed è inoltre il capo di un gruppo. Poi molti si sono scusati in maniera privata o hanno detto che gli sarebbe piaciuto avere più a che fare con me.
“Mi dispiace che non sono mai potuta venire a nuotare con te…” per esempio.
Un mio collega che avevo invitato ad uscire insieme sabato sera mi ha scritto un e-mail lunedì mattina per chiedermi scusa per non essere venuto. Dove sta il problema? Che è seduto di fianco a me, e un metro circa dalla mia sedia…
In effetti se fossi stato un po’ più insistente nel proporre attività sociali forse sarei riuscito a creare qualche buon rapporto, ma di fronte alle continue scuse e giustificazioni alle lunghe ho preferito lasciar perdere, preferendo altri contesti per incontrare gente.
Emblematico poi il discorso del mio capo che si è scusato per non essere stato un buon capo e per avermi spesso lasciato senza lavoro (stupido lui, perché parte dei suoi straordinari la farei volentieri io nel mio tempo regolare…). Ha però aggiunto che gli piacerebbe parlare della mia esperienza e di vedere se in futuro c’è qualcosa che si possa fare. Così oggi ho colto la palla al balzo e gli ho proposto di andare a mangiare assieme nelle prossime settimane (sapendo che per parlare di certe cose con i giapponesi hanno bisogno di essere almeno un po’ ubriachi). La risposta ovviamente era proprio quello che mi aspettavo: “Non penso di avere tempo ma vediamo…”.
Magari i miracoli avvengono pure in Giappone; vedremo.
Ed io? Che cosa ho detto magari qualcuno si chiederà?
Ho evitato di fare il giapponese elogiando il lavoro e dicendo che è stato eccezionale e che tutti sono stati così amichevoli e sociali, ma comunque devo ammettere che non avevo commenti negativi da fare. Sono stato sincero dicendo che all’inizio sarei voluto scappare, mi sono poi pian piano abituato ed ora mi dispiace dover partire (sono stato abile nel non dire da dove, visto che anche se mi piacerebbe restare in Giappone ma preferirei cambiare lavoro o ditta). Ho poi aggiunto di avere imparato molto e anche se all’inizio l’ambiente dell’ufficio mi ha un po’ scioccato ho comunque potuto imparare molto, sia sul piano professionale che su quello umano. E in effetti devo ammettere che nonostante tutte le critiche il rispetto e la gentilezza che si trova in Giappone basta in buona parte a coprire tutti gli aspetti negativi. Ciò non toglie che potrei fare una lista chilometrica con le cose che vorrei cambiare… Nonostante tutto rimango di indole italiana, non va mai bene niente!

Tra i pochi superstiti ai “viaggi di lavoro” del giovedì,

Feli


Vacanze in Giappone: guida per l’uso – costi

febbraio 10, 2011

Tre post in un giorno sono decisamente troppi; sono d’accordo, ma con metà ufficio assente e senza il permesso di fare gli esperimenti necessari da solo c’è poco che io possa fare… Ne approfitto quindi per scrivere un post su un tema proposto da una lettrice qualche settimana fa: i costi di una vacanza in Giappone (e della vita in generale).

Come al solito occorre fare le premesse circa la grande soggettività del tema, ovvero che i costi di una vacanza dipendono molto da che tipo di vacanza si intende fare e che interessi si hanno durante il viaggio. Si va da chi ha il coraggio di viaggiare in autostop e fermarsi in case private tramite couch surfing (quello che farò io tra qualche settimana nel sud del Giappone o perlomeno è questa l’idea) a chi invece preferisce hotel di una certa classe con tutti i comfort inclusi. Cercherò di restare un po’ nel mezzo fornendo prezzi indicativi in franchi svizzeri ed euro (in omaggio ai lettori italiani).

Andiamo con ordine: l’aereo. Un biglietto aereo per il Giappone può costare meno di quanto si creda. Se si è flessibili con le date e si controllano di tanto in tanto i principali siti internet (e-dreams, kayak,…) si possono trovare biglietti per poco meno di 900 fr. (meno di 700€) andata e ritorno dai principali aeroporti italiani ai principali aeroporti europei. Al momento Alitalia è una delle compagnie con i prezzi più bassi e posso confermare per esperienza che, nonostante il servizio non sia dei migliori, il rapporto qualità-prezzo e decisamente interessante. I voli dall’Europa per il Giappone arrivano in genere nei due principali aeroporti Tokyo (Narita) e il Kansai Airport (che serve la regione del Kansai, Osaka, Kyoto e Kobe per dare un’idea). Per tutte le altre destinazioni nipponiche occorre dunque fare scalo in uno di questi due aeroporti.

Per quanto riguarda il viverci e il viaggiarci il Giappone è sicuramente uno dei paesi più cari dell’Asia (per quanto non ne abbia visitati molti fino ad adesso) ma rimane comunque meno caro dell’Europa. Tra le cose più care del Giappone ci sono sicuramente i trasporti. Un biglietto Osaka – Tokyo su un treno rapido (shinkansen) costa circa di 150 fr. (~120€) sola andata. Per chi ci vive in Giappone il problema è relativo perché su lunghe distanze si può optare per i bus notturni (che costano un terzo) e nelle brevi distanze ci si accontenta dei più modici treni normali che impiegano più tempo ma costano anche molto meno. Chi però dispone di un visto turistico ha fortunatamente il diritto al cosiddetto “Japan Rail Pass” che è un biglietto che offre la possibilità di prendere (quasi) qualsiasi treno ad un prezzo una tantum molto interessante. Ne esistono di 3 tipi: una, due e tre settimane che costano (nella versione base) rispettivamente 330 fr. (250€), 520 fr. (400€) e 665 fr. (500€). Con questo biglietto è possibile viaggiare in tutto il Giappone comodamente seduti in maniera veloce senza preoccuparsi del costo della tratta. Bisogna però fare una piccola annotazione e cioè che il biglietto è valido solo per i treni delle ferrovie statali (JR) e non vale invece però per le metropolitani e i treni delle compagnie private. Tuttavia JR è la compagnia con la rete più estesa in Giappone e vi capiterà piuttosto raramente di dovere fare biglietti con altre compagnia e spesso solo per qualche franco (euro). Con un solo viaggio Tokyo – Kyoto andata – ritorno si arriva già quasi a coprire i costi. C’è una cosa però molto importante da dire in chiusura: il biglietto è ottenibile SOLO all’estero. Essendo un biglietto solo per turisti si può ottenere solo prima della partenza e fuori dal Giappone, informarsi prima di partire!
Viaggiare in auto è anche un’alternativa in Giappone. Occorre comunque tenere conto che in Giappone si guida sulla sinistra ed è meglio avere fatto qualche esperienza in paesi anglosassoni prima di trovarsi sul lato “sbagliato” della strada tra una miriade di cartelli sconosciuti. Inoltre l’auto risulta un’alternativa molto cara visti gli elevati costi delle autostrade giapponesi e i costi obbligati legati al noleggio di un’auto. Un’automobile offre però la possibilità unica di vedere la compagnia giapponese e per raggiungere posti semi-sconosciuti altrimenti irraggiungibili in treno. Ovviamente però questi posti si scoprono solo quando si è passato un certo tempo sul territorio. Sconsiglio quindi l’alternativa auto per chi arriva come turista novellino in Giappone. Potrebbe essere una buona idea per qualche giorno se avete qualcuno sul posto che conosce bene il territorio e che ha un’idea su dove portarvi.
I voli interni sono anche convenienti, ma spesso per accedere ai prezzi convenienti occorre andare sui siti in giapponese. Meglio optare per i treni.
In generale per tutto quello che riguarda trasporti è tutto scritto in inglese e con l’alfabeto latino, non ci dovrebbero essere quindi troppi problemi nel capire a che fermata scendere o dove cambiare treno.

Per gli alberghi bisogna in genere calcolare tra 50 e i 100 fr. (40 – 80€) a notte per una camera singola decente e i servizi minimi. Il prezzo ovviamente dipende molto da dove vi trovate (Tokyo è abbastanza cara per esempio), da quanto lontano dal centro siete e poi dai servizi offerti. In genere nelle città principali quasi tutti gli alberghi hanno i siti in inglese ed è possibile fare prenotazioni online. Anche se è necessario prendere tutte le precauzioni del caso quando si fanno prenotazioni su internet, in generale per i siti giapponesi ci si può fidare. Se c’è qualcosa che è intoccabile in Giappone è il cliente e quando è straniero raggiunge quasi il livello Kami-sama (Dio), quindi non c’è da preoccuparsi. A volte i siti in sola lingua giapponese offrono prezzi migliori in luoghi molto vicini al centro e/o alle principali attrazioni, ma il turista “classico” può senza dubbio accontentarsi di quelli offerti in lingua inglese (che di solito garantiscono poi che il personale parli un minimo di inglese).
Backpackers e ostelli della gioventù non sono troppo popolari in Giappone, ma nelle principali località è in genere possibile trovarne almeno uno (anche se spesso sono abbastanza fuori dal centro).
Un’alternativa interessante, in particolare in città non troppo grosse, sono i cosiddetti ryokan, ovvero gli alberghetti in stile giapponese. Sono in genere più cari degli alberghi e a volte il personale parla solo giapponese, ma se vi capita l’occasione è sicuramente qualcosa da fare visto che si ha la possibilità di trovarsi in un ambiente genuino e dormire almeno uno notte sul mitico futon (il materasso pieghevole). Personalmente non ci sono mai stato (avendo fatto tre mesi con una famiglia giapponese non penso che sia per me necessario) ma lo consiglio vivamente per i commenti positivi che ho sentito a riguardo.
Un’ultima possibilità è il cosiddetto coach surfing, ovvero fermarsi a casa di volontari che mettono a disposizione almeno un divano ad ospiti in viaggio al semplice scopo di conoscere gente e imparare cose nuove tramite contatti con “semi-sconosciuti”. Io intendo viaggiare proprio così in Taiwan e nel sud del Giappone. Potrebbe essere un’alternativa interessante e del tutto economiche per avere un’approccio al Giappone tramite chi ci vive. Visto che spesso poi sono stranieri ad offrire il servizio (in Giappone è poco conosciuto ed inoltre i giapponesi hanno paura, non si fidano) è possibile parlare in italiano e/o francese e sentirsi un po’ a casa.

Ma parlando di costi la vera perla del Giappone è la cucina. Il servizio è semplicemente superbo: si riceve sempre un asciugamano umido per lavarsi le mani prima di mangiare, il cibo è sempre fresco e di ottima qualità e i camerieri sono sull’attenti ad ogni vostri minimo movimento. Ed inoltre il tutto è veramente a buon mercato (se paragonato all’Europa occidentale). Per un pasto semplice (sushi, curry, udon, ramen, katsudon,…) si spendono intorno ai 10 fr. (8€) che possono arrivare ai 20 fr. (16€) se si opta per un ristorante un po’ più di classe. Le izakaya (ristoranti tradizionali in cui si possono scegliere una miriade di piccoli piatti, di cui si mangia solo un po’ di ognuno) sono un po’ più care ma non si passano comunque i 25 fr. (20€) anche mangiando parecchio pesce. Nei fast-food non si spendono più di 5 fr. (4€) ed il servizio è comunque ottimo (addirittura c’è spesso il cameriere…). Per un pranzo rapido esistono i kombini (piccoli centri commerciali) che offrono o-bento (set completo di diversi piccoli pasti) per qualche centinaio di yen (qualche franco/euro). I prezzi lievitano un po’ con il consumo di alcolici: una birra 4-5 fr. circa (3-4€) e si sale poi per il vino (sconsigliato) o il sake.
Personalmente visto il basso contenuto calorico e i prezzi ridotti in Giappone consiglio di approfittarne per mangiare!

Le entrate per le attrazioni turistiche sono in genere tra i 5 e i 20 fr. (4-15€) a dipendenza della notorietà e del valore culturale. In genere in Giappone più costa e meno vale la pena con l’eccezione per certi templi (in particolare a Kyoto) che vale la pena visitare. Non chiedete ad un giapponese o ai membri dell’albergo che cosa vale la pena vedere perché conoscono soli i posti ampiamente pubblicizzati da grandi campagne pubblicitarie. Con un po’ di coraggio chiedete piuttosto ai proprietari di piccoli ristoranti o piccole attività commerciali, potrebbero darvi dei buoni consigli (ammesso che riescano a mettere assieme due parole di fila in inglese).

I divertimenti serali sono piuttosto cari. I club, peraltro rari in Giappone, costano quanto in Europa e non hanno molto in più da offrire. Possono essere un buon posto se volete conoscere qualche straniero che vive sul posto o che è in viaggio ma vi ci troverete pochi giapponesi. Se siete in compagnia meglio andare nei karaoke. Costano molto meno e ci si diverte molto di più. Esistono moltissime canzoni in inglese e anche un certo numero in francese/tedesco. Inoltre che cosa c’è di più giapponese del karaoke?

Riguardo ai costi vivere in Giappone è un po’ diverso. La vita costa meno (rispetto all’Europa sempre), con 1000 fr. (750€) al mese si riescono a coprire le spese, ma i salari sono anche molto più bassi. Un ingegnere al primo anno prende intorno ai 250’000 yen (2900 fr. – 2200€) in una buona ditta e i salari salgono velocemente nei primi anni arrivando a duplicarsi nel giro di 5-6 anni. Un normale impiegato di commercio prendere però intorno ai 100’000 – 150’000 (1200-1750 fr. – 880-1300€) e le possibilità di carriera sono praticamente ridotte a zero. Molti giapponesi prendono poi meno di 100’000 yen al mese non potendo quindi concedere vacanze all’estero o il lusso, per esempio, di avere un’auto. Le università sono quasi tutte private e molto care; occorre in genere sborsare diverse migliaia di franchi/euro o anche decine di migliaia all’anno per accedere ad una università nella media. Riguardo ai costi della sanità conosco poco, ma so che il Giappone è ritenuto a buon mercato ed il servizio buono, voci di corridoio comunque.

Sperando di essere stato utile a potenziali turisti,

Feli


Un giorno speciale

febbraio 10, 2011

Una mattina comune, come tante, potrebbe essere la fotocopia delle mattinate degli ultimi 9 mesi: sveglia intorno alle 6.30, mi vesto in fretta, esco dalla camera direzione bagno per sbrigare le faccende fisiologiche solite dei primi 10 minuti dopo essersi alzati, vado verso la fine del pianerottolo e schiaccio il tasto per chiamare l’ascensore. Il vecchio display a cristalli liquidi va passare in rassegna con un colore giallastro sbiadito i numeri dall’uno al sette. Giunto al numero sette la porta si apre con un suono che lascia intuire i meccanismi che ci stanno dietro e si prepara per la lenta discesa verso piano terra (l’uno in Giappone), dove c’è la caffetteria. Saluto la gentilissima signora del refettorio che ricambia con un sorriso e qualche volta con qualche commento sui miei vestiti (di solito apprezzati forse per la maggiore fantasia rispetto ai miei dirimpettai solitamente vestiti con magliette della propria università o giacca e cravatta). Riempio nell’ordine il piatto seguendo l’esempio del piatto-modello messo a disposizione. Esegue precisamente le istruzioni, senza prendere una fetta di pane in più rispetto a quelle indicate e senza esagerare la dose di spaghetti (sì, qualche volta ci sono gli spaghetti il mattino…). Mangio evitando di farmi prendere dalla fretta, ma vista la speculazione sull’ora della sveglia il tempo a disposizione è sempre poco. Tuttavia essendo ancora in parte nel mondo dei sogni il tutto avviene con una lenta indole naturale, tipica di chi sta per uscire dal regno di Morfeo ma che ancora non ha varcato il confine. Scatto improvviso per salvare la fetta di pane da un immediato incendio e veloce sguardo per vedere se nessuno ha notato il leggero fumo che si è creato quando ho aperto la porta del piccolo forno. Veloce movimento di mani per disperdere il fumo ed evitare un allarme incendio e ritorno al proprio posto per eseguire la fase numero due della colazione, ovvero la ricopertura del pane con un leggero strato di marmellata misto a burro. L’operazione vine facilitata da una piccola confezione monodose dotata di due fori che, con pressione delle dita, si aprono e lasciano fuoriuscire a grandi pressioni il contenuto dei separati recipienti di burro e marmellata. Finito di mangiare, risciacquo velocemente i piatti e li metto nella vasca in comune dove il personale della cucina (della premiata ditta Mitsubishi Life) provvederà alla pulizia in dettaglio. Ringrazio per il mangiare con un elegante ma conciso “gochisosama-deshita” e mi reco verso l’ascensore per l’operazione inversa dell’andata. I numeri scendono lentamente dal sette all’uno (per qualche ragione l’ascensore si trova sempre nel piano più lontano quando la chiamo…) e la porta si apre lentamente. In ascensore do uno sguardo all’orologio e penso se ci sia qualcosa di particolare che devo prendere da portare al lavoro (per esempio il costume da bagno se intendo andare a nuotare una volta finito). Il tutto deve essere eseguito con la massima efficienza e rapidità perché il bus passa alle 7:16 e tolti i sei minuti necessari per raggiungere la fermata (calcolando l’attesa dell’ascensore, che nel frattempo è tornata al primo piano), non mi restano che pochi minuti per lavarmi i denti, mettermi le scarpe, spegnere luce ad aria condizionata in camera, chiudere a chiave e uscire. Alla fermata del bus c’è già gente che aspetta da qualche minuto, ma la maggior parte arriva pochi secondi prima o insieme al bus, correndo o con un passo felpato. Di tanto in tanto c’è poi il tizio in bici che si muove a zig-zag sul marciapiede e che di colpo come preso da un raptus o punto da una vespa all’improvviso gira la testa di scatto, abbinando il movimento con un brusco cambiamento di direzione del manubrio. Finiti i 4 o 5 scatti di raptus improvvisi, soddisfatto di avere raggiunto la dose di pazzia quotidiana si precipita pedalando come un matto verso l’incrocio poco più in basso tra lo sguardo incredulo dei liceali che si stanno recando nella scuola poco distante che ancora non riescono a capacitarsi del fatto che possano esistere persone diverse e/o particolari (farei notare che sono le sette di mattina e gli studenti inizieranno le lezioni tra poco…). Il giapponese diverso (mi piace chiamarlo così) si ferma al semaforo, tornando alla normalità e conformandosi alle regole per istinto di sopravvivenza e sottrarsi ad un incidente con qualche individuo normale che guarda la tele intanto che guida. Provo simpatia per il giapponese diverso; ai miei occhi è forse meno strano lui di tanti piccoli bachi anneriti in fila indiana ad aspettare il bus.
Arriva l’autobus, puntuale, con qualche minuto di ritardo al massimo. La gente sale, in silenzio, in ordine. Poche voci; due amici si lamentano del fatto che sia freddo e iniziano a discutere del tempo. Qualcuno legge il giornale, molti dormono. L’autista dice di fare attenzione che la vettura è in procinto di partire. Immediatamente dopo avere finito l’annuncio il rumore del motore aumenta e con una partenza da F1 (eravamo avvisati di fare attenzione, quindi non è il caso di essere troppo gentili con l’accelerazione) ci dirigiamo verso il semaforo dove il giapponese diverso ha appena attraversato l’incrocio. Ci fermiamo brevemente alla fermata del centro commerciale. L’autista avvisa della fermata, fa una staccata al limite degna di Valentino Rossi e l’operazione di imbarco si ripete. La porta si richiude si provano di nuovo le ebbrezze del mondo dei motori fino all’arrivo alla stazione. Da qualche fermata il bus si è riempito e l’autista è stato costretto a chiedere gentilmente ai clienti di stringersi per lasciare salire quelli che aspettano alla fermata. Io cinico straniero, seduto comodamente, assisto alla scena mentre leggo sul telefono le novità del giorno.
Giunto alla stazione l’autista ringrazia per essere stati anche oggi clienti della ditta di trasporti, ricorda di non dimenticare niente (telefonini in particolare) e ringrazia uno ad uno i clienti che escono dal bus (una quarantina circa). Quando il corridoio principale inizia ad essere meno affollato esco dal mio sedile, faccio segno di passare ad un paio di persone e faccio un breve inchino al primo che mi ricambia il favore. Appoggio il mio borsellino sul lettore magnetico e la mia carta viene letta in maniera corretta come indicato dalle luci verdi e dal suono “glink”. Il conducente mi ringrazia per essere stato suo passeggero e mi dirigo verso la stazione. A quell’ora è in viavai di gente che si reca al lavoro e che è appena arriva da qualche luogo poco lontano per lavorare nei dintorni della stazione dove invece inizia il mio piccolo lungo viaggio verso Inadera. L’alba e la stazione di Shin-Sanda sono il momento e il luogo preferito per i predatori che si radunano con cappellini e facce sorridenti armati di gadget da regalare alle prede che, ignare di essere in una delle più grandi società consumistiche, accettano i doni con soddisfazione, sentendosi premiati cittadini per avere avuto l’onore di ricevere il premio fedeltà. Di tanto in tanto c’è il capo stazione (o almeno credo) che fa esercizi di addominali sfoderando una raffica di inchini abbinati a ringraziamenti a persone qualunque che si recano verso i cancelli di entrata della stazione. Ma il mio preferito rimane sempre e comunque il politico locale. Non capita spesso di incontrarlo ma è abbastanza comico per meritare una risata e qualche commento ad alta voce in italiano (lodi ovviamente…). Il politico si distingue in genere per la stazza e per l’enorme fascia colorata che porta neanche fosse una modella uscita da un concorso di bellezza. In genere è immobile e si limita a ringraziare ed inchinarsi. Che sia di sinistra o di destra, un conservatore od un progressista, che persegua politiche di apertura economica o di lotta all’immigrazione non ha importanza. Nessuno ha bisogno di sapere questo. L’unica cosa importante è che la gente abbia visto la sua faccia e sia stata ringraziata. Con un po’ di fortuna i bravi cittadini si ricorderanno di lui quando (se si ricordano) andranno alle urne. Allo schiero del politico c’è poi un numero variabile di persone, in genere tre o quattro, che ne elogiano la gentilezza e l’intelligenza. Qualche breve accenno alle idee politiche del tipo “meno tasse, salari più alti” oppure “ospedali migliori”. La scena mi ricorda molto i ragazzi che vanno di casa in casa a raccogliere fondi per la propria associazione (scout, sport,…) e gli interpellati che donano piccole somme per gentilezza, senza prestare troppa attenzione a quale associazione si stanno destinando i fondi. Peccato che il caso che sto illustrando tratti di un politico a cui dare la fiducia…
Uscito indenne dalla fossa dei leoni (non proprio indenne; qualche pacchetto di fazzoletti con pubblicità me lo sono intascato…) faccio passare il borsellino sul lettore magnetico, dal lato opposto rispetto a quando avevo fatto la stessa operazione sul bus, vicino a dove è inserita la carta della JR (Japan Rail, ferrovie giapponesi). Con un po’ di fortuna trovo un posto a sedere. Di fermata in fermata la gente aumenta e a Kawanishi-Ikeda, proprio quando la concentrazione di persone ha raggiunto l’apice mi faccio largo tra la gente per cambiare per il treno locale. Arrivato ad Inadera le porte si aprono ed un fiume in piena di gente si riversa nei cancelli di uscita. Il capostazione ringrazia per avere preso il treno JR anche oggi. Il flusso segue in maniera ordinata un’unica direzione che porta verso il cancello nord (almeno credo). Lungo la strada che porta alla Mitsubishi Electric CO di Itami qualche bicicletta ed autovettura cercano di farsi varco tra la gente.
Giunti ai cancelli di entrata le SS della società nipponica eseguono i controlli di identità dei dipendenti per evitare pericolosissimi intrusi. Il numero di gente che entra può essere contato facilmente tenendo conto dei “hai” (sì in giapponese) urlati dalle SS che, a controllo avvenuto, lasciano entrare i dipendenti. Sommando i 4 cancelli di entrata il numero dovrebbe assestarsi intorno alle 10’000 persone. Man mano che ci si addentra nei territori della ditta ognuno prende direzioni diverse verso il proprio luogo di lavoro. Guardo i gatti che dormono su piastre metalliche scaldate dal vapore emesso da qualche impianto di raffreddamento, poco distante dal piccolo tempio eretto per augurare il meglio per le attività della ditta. Guardo i gatti e sorrido, sembrano non rendersi conto che il mondo intorno a loro sta per lanciarsi in una giornata devota al lavoro e la serietà. Dormono, cercano una posizione più comoda, si leccano brevemente, si accovacciano e si addormentano nuovamente. “Buonanotte” sussurro sottovoce e continuo con passo felpato verso l’entrata del centro di ricerche avanzate. Un edificio che spicca tra gli altri per essere il più nuovo e il più altro. Un enorme cubo diviso in 7 piani dove le menti della Mitsubishi si spremono per soddisfare le esigenze dei clienti, creare dei prodotti ecologici e salvare il pianeta (senza dimenticare di eseguire profitti naturalmente). Faccio passare la mia tessera personale magnetica e la porta si apre come per magia. Gli ascensori sono tre, nuovi e grandi e sono tutti al settimo piano (un po’ di sarcasmo fa sempre bene!). Aspettiamo tutti in fila l’arrivo dell’ascensore. Ognuno sceglie il proprio piano in silenzio, con ordine. Le porte di aprono raggiunto il numero 5 e la porta si apre delicatamente ma in maniera rapida. Esco e giro il cartellino del mio nome in posizione bianca. Mi dirigo verso gli armadietti e incrocio la donna delle pulizie che mi saluta con un sorriso. Faccio passare la tessera magnetica ed entro nell’affollato locale per vestire gli abiti della ditta. Cammino verso la mia scrivania e giro il cartellino del mio nome sulla lavagnetta magnetica in posizione bianca. Accendo il computer e accedo al mio blog per iniziare un nuovo post.

Questo è a “grandi linee” (anche qui un po’ di sarcasmo) quello che succede ogni mattina e quello che è successo oggi.

Invece no, oggi era tutto diverso: al risveglio aprendo le tende il sole fresco del mattino mi ha salutato con tutta la sua eleganza da dietro le montagne e Eric Clapton mi ha tenuto compagnia sul treno. Oggi è un giorno speciale, un giorno diverso, è il mio giorno.

Illuminato d’immenso (libera interpretazione di Ungaretti),
Feli


Inferno e paradiso

gennaio 28, 2011

Per una volta scrivo di pomeriggio, così da fare passare più veloce il tempo fino alle 5, ora in cui la voce registrata di una gentile signorina annuncia a tutti che la giornata lavorativa è terminata e prega tutti di fare attenzione nel rientrare a casa. Sono piuttosto stanco, forse un po’ perché mi ero abituato all’idea del venerdì di vacanza (ma domani mi tocca lavorare), ma decisamente la ragione principale è stata il weekend scorso a Tokyo. Il motivo ufficiale del mio viaggio era il meeting con il professore giapponese che ha organizzato a me (ed altri 3 svizzeri) tutto il soggiorno in Giappone, compreso quindi, ricerca di una scuola di lingua giapponese e compagnia in cui lavorare. Ho però approfittato del fatto di avere il treno andata e ritorno pagato per farmi 3 giorni di vacanza (ovvero festa) a Tokyo. Ne è valsa decisamente la pena visto che ho avuto la possibilità di vedere amici che vedo raramente e di incontrare nuova gente. Episodio interessante da segnalare ai margini del meeting con il Prof. Mizuno (il professore che citavo prima). Il meeting consisteva in un incontro informale in cui ognuno presentava il lavoro svolto negli ultimi mesi e si discuteva di problemi e/o possibili soluzioni circa l’esperienza ormai quasi conclusa e una seconda parte in cui gli studenti ci presentavano i lavori di ricerca attualmente in corso nel loro dipartimento. A conclusione di tutto siamo stati gentilmente invitati a cenare con loro nel loro locale ricreativo e ci hanno preparato la cena e offerto da bere. Pian piano che la gente finiva di mangiare scompariva gradualmente e si metteva a (far finta di) lavorare alla rispettiva scrivania. Alla fine della cena siamo rimasti al tavolo solo noi 4 svizzeri, i due professori presenti (uno si era aggiunto per cena), uno studente del Bangladesh e un giapponese. Tutti gli altri erano pian piano sgattaiolati verso le proprie scrivanie. Alla fine, trattandosi di sabato sera, abbiamo proposto a tutti di venire con noi a Shibuya (uno dei più popolari quartieri notturni di Tokyo), ma la risposta unanime, con un po’ di imbarazzo, è stata che preferivano rimanere sul posto e sbrigare un po’ di faccende di lavoro. La cosa interessante è che durante tutta la giornata nell’università e nel campus non abbiamo visto quasi nessuno. Tutte le luci degli edifici erano spente e si vedeva solo di tanto in tanto qualcuno intento a fare jogging. Quindi le possibilità sono due: la prima è che siamo capitati nell’unico dipartimento che lavora anche il sabato sera, la seconda è che non volevano darci un’idea di lazzaroni che passano il proprio tempo libero a fare festa e mostrarsi seri di fronte a noi e soprattutto di fronte al professore. Io opto per la seconda aggiungendo anche che forse erano un po’ spaventati dall’idea che a Shibuya avrebbero potuto magari incontrare anche quell’essere strano chiamato “ragazza” che nei dipartimenti di ingegneria si vede solo in fotografia e che tanto intimorisce lo studente “otaku” (geek, fanatico del computer) giapponese.

Altro episodio da segnalare è che sono incappato per la prima volta in 11 mesi in un giapponese scortese. La cosa colpisce ancora di più se si considera che ero nel ruolo di cliente e che quindi dovrei meritarmi una particolare forma di cortesia e tutte le attenzioni del caso. Posso comunque tranquillizzare i lettori che si tratta di un caso molto raro e che anche il mio amico che si trovava con me e che vive da 3 anni a Tokyo era la prima volta che vedeva. La cosa strana è che ripensandoci oggettivamente alla fine non si è trattato di niente di ché, ma quando ci si abitua ad essere trattati come divinità per aver acquistato una caramella da 100 yen (un franco) appare strano sentire un cameriere che non da del lei e che si lamenta con i clienti.

Finita l’esposizione sommaria degli eventi più interessanti della settimana arrivo al tema che intendo trattare oggi. Si tratta di qualcosa a cui intendevo dedicare un post molto tempo prima, ma ogni volta ritenevo che ci fossero temi più interessanti di cui parlare e quindi è sempre stato posticipato. Sicuramente adesso è il momento ideale, continuando a leggere capirete forse anche perché.

Mi è stato detto (giustamente) che leggendo il mio blog si percepisce una certo malcontento, è un susseguirsi di descrizioni di comportamenti nella società giapponese che mi lasciano un po’ perplesso e spesso ne ricavo sollievo solo sapendo di non esserne parte integrante ma di potere approfittare della mia condizione di gaijin (straniero) per rimanerne fuori. In effetti per quanto possa essere affascinante e interessante la cultura giapponese ha molti aspetti problematici e la mancanza di spirito critico e rivoluzionario dei giapponesi fa sì che questi problemi rimangano irrisolti per molti anni. Va anche detto però, facendo un po’ di autocritica, che, essendo cresciuto con la cultura italiana, tendo sempre a criticare tutto e a lamentarmi di tutto, senza soffermarmi troppo sui vantaggi invece che lo stile di vita giapponese porta. C’è poi un’altra cosa che occorre considerare; vivere come straniero in Giappone è all’inizio difficile e ci sono molti problemi culturali da superare, ma cosa dicono i giapponesi che vivono nei paesi occidentali (in particolare Italia e Svizzera)? Anche se tenterò di basarmi su un po’ tutti i racconti che ho sentito, buona parte di questo post sarà basato sull’esperienza di una mia amica, da poco sposata con un italiano, che ha vissuto (e vive tuttora, anche se ancora per poco) in Italia.

In Giappone capita spesso di incontrare giapponesi (in prevalenza donne) che dicono di essere innamorati dell’Italia e che gli piacerebbe andarci a vivere e magari trovarsi un bel italiano, di quelli come si vedono nei film. Di solito tento di spiegare che la realtà non è quella che si vede nei film e neanche facendo un viaggio di due settimane (spesso in gruppo e con guida perdi-più) si riesce ad avere un’idea di come possa essere vivere in un paese straniero. Ricordo di avere incontrato questa mia amica di recente, durante le mie vacanze in Svizzera, e di avere discusso del perché non le piacesse vivere in Italia. Mi ha quindi risposto che la vita di tutti i giorni, nonostante decisamente più tranquilla rispetto al Giappone (lei lavorava come parrucchiera a Tokyo), è piuttosto noiosa e monotona. Si lamentava del fatto che la giornata tipo consistesse in svegliarsi, fare colazione, andare al lavoro, eventualmente tornare a casa per pranzo, ancora lavoro, cena e poi qualcosa la sera, spesso guardare la televisione. Questo genere di vita non mi è sembrata molto diversa da quella che fanno abitualmente i giapponese e le ho quindi chiesto che cosa facesse lei di solito in Giappone. Ci ha pensato un attimo, quasi fosse una domanda troppo stupida o troppo difficile e poi mi ha risposto in maniera abbastanza chiara: “Per esempio mi incontro con le amiche…”. Centro! Non ero forse io che mi lamentavo che in Giappone è difficile fare amicizie? Eppure dopo neanche un anno in Giappone, arrivato con conoscenze pari a zero della lingua, ho un sacco di conoscenze e se ho voglia di fare due chiacchiere con qualcuno non mi ci vuole molto a trovare qualcuno libero la sera (anche se in Giappone bisogna organizzarsi con molto anticipo…). Sembra invece che in Italia, per chi ha gli occhi orientali, non sia così facile fare amicizie. Un po’ perché i cinesi (e in quest’ottica tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla sono cinesi) sono malvisti, ma forse anche perché a non tutti vanno a genio gli stranieri. D’altro canto conosco molta gente che è stata all’estero a studiare e che ha conosciuto tantissima gente, ma si trattava però quasi sempre di altri studenti internazionali e la stessa cosa avviene per gli stranieri che vengono a studiare in Giappone.
Continuando a parlare con la mia amica si scopre che i mariti (compagni) occidentali sono molto premurosi e affettuosi a differenza dei giapponesi che sono freddi e spesso disinteressati. Una cosa che già sapevo e che ho avuto modo di vedere diverse volte. È però vero che tendono ad essere troppo premurosi e a tenere per sé la propria moglie che spesso fatica a fare amicizie fuori da quelle del marito. In Giappone le coppie tendono ad essere molto più aperte. Nelle coppie di convenienza o sposate dalle regole sociali spesso questa apertura si concretizza in una serie infinita di tradimenti di entrambi i partner, ma non rappresenta di certo la regola. Quello che spesso avviene è che una coppia condivide la casa e le spese e si occupa dei bambini ma i coniugi conducono spesso due vite separate con i propri hobby e le proprie amicizie. Il sogno quindi del marito romantico e affettuoso si scontra quindi spesso con la necessità di libertà a cui sono abituate le giapponesi. Un aspetto che evidentemente in un’ora e mezza di film dove la trama si incentra sull’innamoramento è difficile possa passare. Cose che si scoprono solo vivendole.
C’è poi un aspetto della vita di tutti i giorni a cui è difficile rinunciare una volta che ci si è abituati al Giappone. La maggior parte della gente vive nelle città dove si può avere tutto quello che serve 24 ore su 24. Certo, la cosa ha le sue conseguenze, con gente costretta a fare i pesanti turni notturni e vivere a ritmi sfasati. In molti casi però lavori di questo tipo vengono presi da studenti o gente che lo fa come secondo lavoro e nonostante tutto non sono in troppi a lamentarsi. Il numero di quelli che si lamentano può sembrare ancora minore se li si paragona a tutti quelli che si sono lamentati della chiusura dei negozi dei paesi occidentali. In genere la critica è che con la chiusura dei negozi la vita si confina nelle proprie abitazioni e c’è poco da fare o dove andare la sera o la domenica. La vita tranquilla viene certo apprezzata all’inizio, ma alle lunghe tutti sentivano la necessità di potere fare tutto a tutte le ore, anche a condizione di rinunciare a parte di quel relax e quel dolce-far-niente che le società mediterranee offrono.
C’è poi un ultimo aspetto piuttosto interessante da citare, anche solo per curiosità. In molti hanno detto che le donne occidentali sono troppo svestite e che (questo in particolare riferito all’Italia) in televisione non si vede altro che dibattiti politici in cui la gente litiga conditi da presente di tette e culi femminili. Ora, in Giappone per vedere delle donne mezze svestite non c’è bisogno di accendere la televisione; basta andare in centro di ogni città e a qualsiasi ora con qualsiasi clima si troverà qualcuna con una minigonna poco più grande di un fazzoletto. E anche gli show della televisione giapponese non sono incentrati su divulgazione culturale e scientifica ma piuttosto su fesserie e comici che ridono tutto il tempo, il tutto cosparso da giovani donne con gli occhi grandi e ricoperte solo dal sedere in su. Alle critiche riguardo i costumi occidentali ho quindi di solito risposto indicando la minigonna più vicina a me e di fronte al fatto oggettivo non ho in genere trovato ulteriori contestazioni. Devo però ammettere che sono io stesso adesso a vedere come osé i costumi occidentali. In effetti per qualche ragione ancora sconosciuta il modo di vestire giapponese, per quanto mostri quasi completamente le gambe, non risulta troppo provocante o volgare. Sono spesso le occidentali quando si adattano alla moda delle minigonne locali a sembrare strane. Posso quindi capire il disagio che si possa provare nell’arrivare in un paese che viene visto come carino e simile alle fiabe e che invece si dimostra legato a principi meno nobili e romantici.
Se si aggiungono poi i problemi legati ai vari visti e permessi, come quello del dovere lavorare in nero (qui parlo dell’Italia ovviamente), allora la visione mitologica dei paesi occidentali da parte dei giapponesi viene a cadere.

In conclusione quindi sia l’inferno che il paradiso non esistono in Terra e l’immagine che si ha di un paese può essere molto diversa da quella che invece si ottiene vivendoci. Le critiche che faccio spesso sulla società giapponese possono sicuramente essere fatte da un giapponese alla nostra società. D’altra parte è solo tramite il confronto e la visione in modo differente delle cose che spesso si riesce a capire i propri problemi.

Da Inadera, senza rileggere e stanco morto,
Feli-banzai


Ma in Giappone si lavora tanto?

gennaio 20, 2011

Inizio il post mettendo già sul piatto un tema che intenderò trattare più in avanti: sono le 9.55 di un mercoledì mattina qualunque, sono al lavoro e cosa non strana mi trovo a scrivere nel mio blog. Lavoro in Giappone per una ditta giapponese e ho capo e colleghi esclusivamente giapponesi. Il mio ufficio è su di un piano immenso, penso che ci siano circa 150-200 persone e ognuno è libero di vedere sul mio grande schermo quello che sto facendo. Finestra di Firefox aperta a pieno schermo e sito di wordpress chiaramente visibile, non è necessario che nasconda il fatto che mi sto occupando di faccende poco inerenti il lavoro. Forse la cosa può sembrare un po’ strana a chi ha l’idea del Giappone come una terra di lavoratori instancabili. E per mettere risalto la cosa aggiungo che domani ho vacanza (ancora) e che nella tabella oraria da metà dicembre a metà gennaio risultavano 11 giorni lavorativi; un po’ strano forse in un paese che non smette mai di lavorare, anche nel periodo di festa. Sospendo brevemente il tema e lascio il lettore riflettere su questa domanda che mi sono sentito domandare molto frequentemente quando ero in Svizzera:
“Ma è vero che in Giappone si lavora tanto?”

Passo quindi a raccontare della mia consueta vita tra lavoro, serate in compagnia, studio dell’alfabeto kanji nel tempo libero sul treno e viaggi, dove mi porta il cuore e mi concede il portafoglio. Questa sera parto per Tokyo, per una volta non è una scelta mia, nel senso che mi ci porta il lavoro, ma la cosa non mi dispiace assolutamente. Sabato ho un meeting con il professore che mi ha organizzato tutto il soggiorno in Giappone (scuola di lingue e lavoro) in cui dovrò brevemente illustrare il mio lavoro e dire come mi sono trovato in ditta. Una formalità di due orette massimo, ma ne ho quindi approfittato per prendere un venerdì di vacanza e farmi 3 giorni a Tokyo. Cosa piacevole è che per una volta non mi tocca soffrire in un bus notturno ma posso viaggiare comodamente con il rapido shinkansen che accorcia i tempi di quasi un terzo, il tutto gentilmente pagato dalla ditta quale viaggio di lavoro (il quale in effetti è, anche se solo in parte…). Peccato che in base alle promesse che avevano fatto all’inizio sarei dovuto andare in diverse sedi del Giappone e vedere i luoghi di produzione (più interessanti del centro di ricerca che assomiglia ad una distesa desolata di computer); promessa che è stata rinnovata ad ogni cena tra colleghi ma che a questo punto ho seri dubbi venga mantenuta. Nel frattempo, però ne approfitto per godermi 3 giorni a Tokyo e rivedere amici che non vedo spesso.

Ma ritorniamo al titolo ed il tema con cui avevo aperto questo post; ci avete pensato alla domanda? Sempre convinti che il Giappone sia una terra di lavoratori insaziabili? Inizio rispondendo alla domanda senza dare la risposta. Il problema infatti è che la domanda in sé è mal formulata; in Giappone prima di tutto chi lavora tanto, tutti? E poi che cosa si intende lavorare tanto; orari di lavoro, stress causato dall’attività lavorativa? Riconsiderando la domanda in questa maniera diventa più semplice dare una risposta e capire che differenze esistono tra il mondo del lavoro nipponico e quello occidentale.
Do una rapida occhiata al calendario della ditta, i giorni di vacanza sono indicati in rosso; conto quelli tra il lunedì e il venerdì (il sabato e domenica è sempre vacanza), parto da gennaio e scendo rapidamente fino a dicembre per l’anno 2011 (o meglio l’anno 23 del regno dell’attuale imperatore). 23! In un anno i giorni di feriali che cadono in settimana sono 23. Conto brevemente i giorni festivi che cadono in settimana per il 2011 nel Canton Ticino (Svizzera) e la conta (posso essermi sbagliato di qualche giorno) arriva a 12; la metà insomma. Come è possibile che in un paese come il Giappone dove si ha l’idea che la gente lavori anche la notte o la domenica ci siano così tanti giorni festivi? Una delle prime spiegazioni che vanno date è che in Giappone quando un giorno festivo cade di domenica (e forse anche di sabato, non sono sicuro comunque) viene recuperato di lunedì, quindi non esiste la possibilità che in un anno particolare ci siano poche ferie per sovrapposizioni con il weekend. Questo fatto inoltre fa sì che si creino una miriade di ponti sul fine settimana. Va poi aggiunto che la mia ditta è particolarmente generosa in quanto a vacanze ed inoltre hanno pensato bene di fare lavorare i dipendenti quando le vacanze cadono di mercoledì per poi fare recuperare il giorno di vacanza in un altro periodo dell’anno per fare un ponte di 4 o 5 giorni. Insomma, in Giappone esistono una miriade di ferie nazionali che cadono sempre in settimana. La brutta notizia per contro è che non esiste un obbligo (o perlomeno la legge non è così rigida in materia) di chiusura nei giorni di festa e quindi a godere a pieno di questi giorni feriali sono solo i dipendenti di banche e uffici. Per chi lavora nella vendita al dettaglio o nel ramo del commercio o del turismo i giorni feriali sono i più pesanti, visto che bisogna sopportare la mandria di impiegati d’ufficio in vacanza quel giorno. Gli svantaggi del fare un lavoro giudicato “semplice” in un paese economicamente “avanzato”. A rendere ancora più pesanti i lavori fuori dai grossi uffici dei centri è il fatto che spesso il weekend si lavora e in genere il giorno di riposo settimana è solo uno. Tanti giorni di festa nazionale quindi, ma solo per pochi eletti però.
Oltre alle ferie nazionali vanno poi aggiunti i giorni di ferie personali. In 9 mesi di pratico ho avuto a disposizione 14 giorni, che, se estesi su un anno fanno poco più di 18 giorni. In totale quindi i miei giorni di festa in settimana sull’arco dell’anno sono 41, non male per un paese di estenuanti lavoratori! A questo punto sorgerà un dubbio sugli orari di lavoro. Qualcuno si chiederà: con così tanti giorni di ferie si dovrà compensare con gli orari di lavoro. Intendo bloccare il dubbio sul nascere; il mio contratto (uguale a tutti i miei colleghi, tranne che per il salario…) parla chiaramente di 7:45 al giorno, da farsi preferibilmente nel seguente modo: 8:30-12:12, pausa pranzo, 13:00-17:00. Anche qui meno delle solite 8 ore giornaliere della maggior parte dei lavori europei. Altro dubbio allora: i ritmi di lavoro devono essere insostenibili! Escludendo il fatto che sto scrivendo in tempo di lavoro (il che dovrebbe essere già un indizio), allungo un po’ lo sguardo e c’è un collega che dorme; tenta di restare sveglio di fronte allo schermo ma gli occhi continuano a chiudersi e di tanto in tanto la testa cade a pendolo e si rialza di scatto. Memorabile poi la scena del mio collega che in laboratorio si tagliava le unghie dei piedi…
Oltre a questo quadro già di per sé paranormale si aggiungono ancora i “shuccho”, ovvero i viaggi di lavoro. Il venerdì in ufficio sembra di essere in una landa desolata; tabellone delle presenze chiazzato di rosso a marcare il nome e il luogo di chi è in viaggio di lavoro, atmosfera piatta e tranquilla e di tanto in tanto qualcuno che chiama per cercare un assente. I viaggi di lavoro consistono fondamentalmente in due fasi molto importanti: il meeting e la cena. La seconda ovviamente è più importante della prima. Nel meeting si discutono di quelle cose che già si erano discusse per e-mail o per telefono e ci si ringrazia e ci si inchina di tanto in tanto. Nella cena invece bisogna bere quantità fuori controllo di vari alcolici in modo da potere arrivare a dire le cose come stanno e discutere dei problemi che il giorno dopo si sono già dimenticati. I viaggi di lavoro hanno per destinazione spesso località poco romantiche dove esistono enormi centri di produzione industriale. Ma con un po’ di fortuna si può finire a Okinawa (le tropicali isole del sud), Kyushu (l’isola principale più a sud del Giappone) oppure in Cina o Corea.

Penso che a questo punto ho scioccato il lettore. La domanda che a questo punto arriva è ovvia:
“Ma dove è il trucco allora? Perché si parla sempre del Giappone come un paese stressato dal lavoro?”
Arrivo subito al punto. Quello che ho descritto sono le condizioni contrattuali e la mia vita. Un giapponese non finisce di lavorare alle 17 ma continua fino almeno alle 20 o le 22 (nonostante gli straordinari non siano pagati…). Un giapponese non si prende i giorni di vacanza personali e spesso si sente in obbligo di andare a giocare a golf con i clienti e prendere parte alle attività e riunioni extra-settimanali della ditta (tutte cose che non è assolutamente obbligato a fare). Il Giappone è stato un paese feudale per moltissimi anni e il principio di fedeltà e sottomissione al Signore (il capo, il padrone) è rimasto profondamente integrato e si è adattato ai nuovi vincoli della società moderna. Quindi il principio è ora visto che sottomissione al datore di lavoro. Si sentono in obbligo moralmente di mostrare il proprio impegno e aspirano a loro volta a diventare capo in modo da essere poi adorati. Quindi anche quando non c’è troppo lavoro fanno comunque modo di trovarsene oppure di allungare i tempi per quello previsto. Inoltre a causa dei principi portati dalla religione scintoista nella vita è necessario impegnarsi, in tutto. Non trovano quindi troppo fastidio nel fare lavori ripetitivi o noiosi perché hanno la possibilità di rendersi utile e impegnarsi in qualcosa. Tutti questi fattori assieme fanno in modo che nonostante ci siano buone condizioni di lavoro siano loro stessi a complicarsi la vita. Nei viaggi di lavoro poi subiscono lo stress di formalità portata all’estremo, volendo sempre essere più formale dell’altro finendo per trasformare un viaggio di lavoro che potrebbe anche avere uno scopo in un viaggio di formalità. Spesso poi sprecano la possibilità di fermarsi sul luogo qualche giorno avendo il biglietto già pagato dalla ditta per giusti motivi. Quindi un viaggio di lavoro in Corea che potrebbe essere esteso nel weekend con un solo giorno di vacanza (ammesso che il viaggio di lavoro sia di giovedì o martedì) diventa una maratona di un giorno tra taxi attese all’aeroporto e formalità di transito.
Va poi aggiunto che i giorni di malattia vanno presi dalle ferie personali. In realtà la cosa è poco chiara in materia, pare che per periodi prolungati (e malattie serie) è possibile ottenere congedo pagato, ma la burocrazia a riguardo è così impressionante che nessuno osa affrontare la sfida. In pratica però aggirandosi in Giappone d’inverno si vede parecchia gente con la mascherina, preoccupati di ammalarsi e quindi dovere rimanere a casa dal tanto amato lavoro.
Finisco con una ciliegina sulla torta. In Giappone si va in pensione in genere attorno ai 60 anni e la gente vive l’anzianità in maniera molto diversa rispetto alle società occidentali. Piena salute, voglia di fare, viaggiare e scoprire; una rinascita dopo anni di lavoro, niente di meglio per ripagarsi dell’età adulta passata davanti ad una scrivania.

Ancora una volta poi è necessario menzionare che le condizioni di lavoro variano drasticamente a dipendenza del lavoro, della formazione e del datore di lavoro. Io mi trovo in una condizione particolarmente fortunata. La Mitsubishi è una grossa ditta e io mi trovo tra la gente che svolge i lavori ritenuti più difficili (ricerca avanzata) e quindi più protetti dal sistema (discutibile) che vuole che laureti godino di condizioni molto migliori dei normali lavoratori. Se leggete il blog di un dipendente di fast-food probabilmente il quadro risulterà molto diverso. Ci tenevo però a dare uno sguardo critico e diverso da quello diffuso in maniera erronea che vuole il Giappone come una terra dove lavorare 24 ore al giorno è un obbligo per tutti.

In conclusione quindi il Giappone continua a meritarsi l’immagine di paese di lavoratori. Ma lo stress è tutto di altro tipo rispetto alle condizioni di lavoro in Europa e soprattutto l’immagine del dipendente alle 11 di sera ancora in ufficio non è frutto di un obbligo ma di una volontà. Ancora una volta quindi essere la pecora nera occidentale meno sensibile alle pressioni sociali ha i suoi vantaggi.

Da Osaka (ancora per poco),
Feli (-san, -kun, -sama, -pyon o -chan, quello che preferite)


Siamo in guerra?

gennaio 14, 2011

Tornato dopo due splendide settimane di vacanza in Svizzera si riprende con il ritmo quotidiano. Ripresa molto tranquilla visto che nella prima settimana mi è toccato lavorare solo 3 giorni a causa delle feste di inizio anno (le più importanti in Giappone) e in questa seconda settimana sono a quota 4 ed è già venerdì (lunedì era la festa di raggiungimento dell’età adulta). Non mi posso di certo lamentare di questo inizio molto tranquillo. Il volo di ritorno è andato benissimo, con arrivo in perfetto orario e mi sono ripreso al fuso orario molto rapidamente (nonostante fossi un po’ malato al mio arrivo). Il weekend è stato ricco di eventi piacevoli e di belle giornate in compagnia e nonostante il freddo mi sto godendo questi ultimi mesi in Giappone.

Sabato scorso sono quindi stato invitato da un amica (maestra di Giapponese al corso offerto da volontari) al pranzo di inizio anno dei maestri delle cerimonia del tè in cambio di aiutarla a sgomberare tutti i mobili finito il pranzo. Piacevole sorpresa scoprire che si trattava di un pranzo abbastanza importante con tutti i più noti maestri della regione. Inoltre il mangiare era ottimo e decisamente abbondante e ho avuto la possibilità di assistere alla cerimonia del tè fatta da gente che proprio se ne intende. Durante il pranzo poi c’è stata anche un’esibizione di danza classica giapponese e ho avuto modo di fare quattro chiacchiere con i vecchietti giapponesi, che rimangono senza dubbio una fascia di età che apprezzo molto per spontaneità, calore e voglia di vivere. Anche la signora seduta accanto a me sull’aereo era una signora già di età avanzata e una volta scoperto che parlavo giapponese ha iniziato a parlare e sommergermi di domande senza però perdersi troppo in complimenti e formalità come farebbe invece un giovane della mia età.
Domenica sono invece andato con un amico francese sul Rokko-san, una montagna poco distante da Kobe dove si può godere della migliore vista sul Kansai. Trovo sempre affascinante in Giappone come uscendo di poco dalle città tutto diventi improvvisamente selvaggio e isolato. Camminando in montagna ci sono certe zone dove non si vede altro che verde nonostante ci si trovi poco lontano da una delle regioni più urbanizzate al mondo. Una passeggiata che ci stava tutta, specie quando come metà c’è una cittadina termale! Peccato solo per il tempo; un freddo polare con a tratti pioggia e un po’ di neve.
Non contento del freddo che ho preso nella giornata di domenica, lunedì ho pensato di andare a Nara con Kana (la mia ragazza), per vedere ancora una volta questa fantastica cittadina immersa nel passato. Dopo avere noleggiato una bici ed avere girato rapidamente per il parco famoso per il numero impressionante di tempi e la presenza costante di cervi, ci siamo diretti verso le tombe imperiali, meno conosciute ma degne di un’occhiata veloce specie se dotati di bicicletta. Ultima tappa, ormai all’imbrunire nel centro storico della città per un giretto nelle strette case tra caffè, negozietti di artigianato e antiche case di legno. A fare da contorno alla bella giornata i kimono coloratissimi delle ventenni che in quella giornata festeggiavano la loro entrata nel mondo adulto. E la giornata ancora non era finita perché in serata mi sono incontrato con una giapponese che avevo incontrato una volta a Milano cercando come fare il biglietto della metrò. Con lei e una sua amica (entrambe che hanno vissuto a lungo all’estero) abbiamo finalmente avuto una discussione un po’ critica sulla società giapponese in cui ho avuto una rara opportunità di dire la mia senza dovere velare tutto da bugie e mezze verità con una serie infinita di “ma” e “però”.
Insomma, non c’era modo migliore per iniziare l’anno nuovo in Giappone e il futuro promette molto bene con il prossimo weekend colmo di impegni e quelli successivi segnati da un viaggio a Tokyo (per presentare il mio lavoro) e a Kanazawa (per salutare famiglia che mi ha ospitato i primi 3 mesi e viaggiare un po’ insieme a Kana tra il mare e le montagne di Ishikawa).

Inizio di post tranquillo e sereno per passare ad un tema che, senza allarmismo un po’ mi preoccupa (e quanto pare non sono l’unico). Tenterò di fare un po’ di giornalismo e di fornire informazioni con tanti di fonti restando oggettivo nel presentare il tema, anche se i risultati non sono garantiti.
È di pubblico dominio che in Asia ultimamente c’è parecchia tensione e innumerevoli provocazioni sono successe durante l’ultimo anno. La più evidente è senza dubbio l’attacco della Corea del Nord alla Corea del Sud senza alcuna ragione e in pieno disaccordo alle convenzioni internazionali. Da aggiungere poi, poco indietro nel tempo, le tensioni tra Cina a Giappone a causa dell’incidente tra un peschereccio cinese e una nave della marina giapponese. Notizia poi recentissima e l’apparente successo cinese nel costruire un aereo da combattimento di quinta generazione con caratteristiche stealth (cioè invisibile o difficilmente rivelabile dai radar). Insomma, anche se veri e propri atti bellici sono per fortuna limitati, non è sbagliato dire che nell’estremo oriente ci sia una certa tensione con ogni paese intento a mostrare i propri muscoli nella speranza di spaventare i possibili nemici. E in questo clima di tensione dove la Corea del Nord gioca da jolly, la Cina mostra fieramente i propri sviluppi e gli Stati Uniti cercano disperatamente di mantenere la propria supremazia (con azioni che hanno fatto molto discutere), il Giappone non sembra contribuire alla stabilità e dall’interno qualche segnale inizia a preoccupare (non solo i più attenti).
Prima di continuare il discorso è necessario fare qualche accenno sullo stato della politica di difesa in Giappone. Teoricamente un articolo di legge emanato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale proibisce al Giappone si avere un esercito e di ricorrere a misure di armamento. In pratica però esistono le cosiddette “forze di autodifesa” che nonostante il nome ingannevole è nient’altro che un normale esercito con truppe di terra, marina ed aeronautica. Il Giappone inoltre, nonostante questa contraddizione, ha il settimo budget militare più altro al mondo (fonte SIPRI). Se la notizia del nuovo aereo militare cinese ha colpito tutti è giusto dire che anche il Giappone ha in progetto un aereo simile (il Mitsubishi ATD-X) che prevede di fare volare entro il 2014. Fondamentalmente, nonostante si professi come un paese pacifico, il Paese del Sol Levante è dotato di un esercito imponente con una marina tra le più forti al mondo.
È notizia di dicembre (NZZ) che il Giappone intende spostare le proprie forza armate da Hokkaido (nel nord del Giappone) dove erano stanziate durante la guerra fredda per controllare la minaccia russa al sud del paese per essere pronte a proteggere il paese da nemici più attuali quali la Cina e la Corea del Nord. Questo avvicinamento di eserciti intorno alla penisola delle coreana non è un buon segno dopo che il Giappone ha mostrato la propria capacità di far fronte a crisi internazionali come quella con la Cina dello scorso anno. Per l’occasione tentativi di dialogo sono stati rifiutati dal governo nipponico e, solo per fare un esempio, nella mia ditta sono stati proibiti viaggi di lavoro in Cina, misura che, a mio modo di vedere, più che calmare un conflitto serve ad allontanare ancora di più possibilità di dialogo.
Parlando con un mio amico studente di lingua e cultura giapponese e asiatica di questi segnali preoccupanti ha prima minimizzato la cosa. Qualche giorno dopo però mi ha fatto notare come in televisione girino serie televisive su eroi storici “poco innocenti”, cosa molto meno presente durante il suo ultimo soggiorno in Giappone due anni fa.
L’ultimo segnale un po’ preoccupante l’ho avuto questo weekend quando andando a Nara ci siamo ritrovati in una città con bus, treni e molte case con in bella vista la bandiera nipponica. A me la cosa non aveva dato troppo fastidio, trattandosi un giorno di festa nazionale (anche se in effetti la ragione del giorno festivo non aveva niente a che vedere con il tema dello stato, come “festa della repubblica” o “giorno della liberazione”). È stata Kana, vedendo tutte quelle bandiere ad esclamare: “Ma siamo per caso in guerra?!”
Informatasi sulla ragione di tutte quelle bandiere Kana ha poi scoperto che si tratta di una misura del governo giapponese per risollevare lo spirito di patriottismo che sembra essere sceso in questi ultimi anni. In un clima non necessariamente tra i più tranquilli non si tratta proprio di una mossa necessaria.

Tralasciando i discorsi militaristici e di armamenti sarebbe comunque triste se un paese come il Giappone che, dopo avere passato periodi di apertura e chiusura verso l’estero, sembrava finalmente aprirsi, ricomincerebbe ad avere paura di tutto quanto arriva da oltre oceano. Un po’ triste il fatto che in un contesto di discorsi che farò a febbraio mi è stato sconsigliato di fare il discorso che avevo previsto, basato sul fatto che anche culture diverse hanno radici comuni, perché piacerebbe poco alla giuria.

Non conoscendo la situazione all’interno di altri paesi asiatici mi auguro che non tutti stiano prendendo decisioni volte a ridurre il dialogo come quelle che si stanno prendendo negli ultimi tempi in Giappone.

Per il primo post del 2011 è tutto,
a presto,
Feli(ce)!